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Il Cooperative Learning: Modelli e Strategie per l'Apprendimento Collaborativo, Tesine universitarie di Didattica Pedagogica

Breve trattazione sull'apprendimento cooperativo nella realtà scolastica.

Tipologia: Tesine universitarie

2018/2019

Caricato il 11/06/2019

maraemme
maraemme 🇮🇹

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Il Cooperative Learning: modelli e strategie
In una società in evoluzione, sottoposta a continui cambiamenti di tipo economico, scientifico,
culturale e sociale, il mondo scolastico, soprattutto negli ultimi decenni, si è interrogato su come
adattarsi a questa nuova realtà, modificando la metodologia didattica e gli obiettivi da perseguire,
ma avendo sempre come fine primario la formazione dei “cittadini di domani”.
Constatata una crescente difficoltà nella trasmissione del sapere, dovuta anche a strategie didattiche
non motivanti, perché spesso non al passo con i tempi, la scuola ha tentato di intraprendere nuove
strade che favorissero e potenziassero l’apprendimento degli studenti.
Molti sono stati i modelli didattici proposti, ma quello che sembra aver ottenuto migliori risultati, in
termini di conoscenze, di integrazione e di rapporti interpersonali, è il Cooperative Learning, un
metodo che rivaluta l’importanza del contesto di apprendimento, ponendo in primo piano
l’interazione, il confronto con gli altri e la cooperazione per un obiettivo comune.
Generalmente, per Cooperative Learning, si intende l’applicazione di un insieme di tecniche e
strategie, grazie a cui gli studenti lavorano in piccoli gruppi per attività di apprendimento,
ricevendo valutazioni in base ai risultati ottenuti.
Il Cooperative Learning ha alle spalle una lunga storia, fatta di studi e di diverse metodologie messe
in atto, un percorso di ricerca che deve le sue origini al mondo anglosassone dove, verso la fine del
Settecento, prese forma il sistema di mutuo insegnamento (anche conosciuto come peer tutoring),
ideato da Andrew Bell e sviluppato, in seguito, da Joseph Lancaster, fondatore della “scuola
lancasteriana”, una scuola di tipo cooperativo.
Questo metodo si basava sul concetto base del “lavorare insieme” e prevedeva che l’insegnamento
del docente non fosse impartito a tutti gli alunni, ma solo ai più capaci, che, a loro volta, dovevano
ripetere quanto appreso ai compagni, divisi in gruppi.
Il sistema si diffuse anche in Francia, in Spagna e in Italia, ma solo nell’Ottocento, per iniziativa di
Federico Confalonieri e Raffaello Lambruschini.
Nel 1900, il sistema di mutuo insegnamento arrivò oltre oceano, approdando inizialmente in
America Latina, poi negli Stati Uniti, dove si sviluppò, prendendo la moderna definizione di
Cooperative Learning, grazie all’operato e agli studi individuali di John Dewey, filosofo e
pedagogista, e di Kurt Lewin, pioniere della psicologia sociale, entrambi convinti dell’importanza
della cooperazione come mezzo per migliorare la società. Lewin, nella sua “teoria dei climi”,
sosteneva che in un gruppo si creano delle relazioni in base a cui i soggetti agiscono e, a partire da
queste, si attivano delle reazioni che possono creare momenti di crescita o di apprendimento. Tutto,
quindi, si baserebbe sui rapporti all’interno del gruppo e sui loro bisogni.
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Il Cooperative Learning: modelli e strategie

In una società in evoluzione, sottoposta a continui cambiamenti di tipo economico, scientifico, culturale e sociale, il mondo scolastico, soprattutto negli ultimi decenni, si è interrogato su come adattarsi a questa nuova realtà, modificando la metodologia didattica e gli obiettivi da perseguire, ma avendo sempre come fine primario la formazione dei “cittadini di domani”. Constatata una crescente difficoltà nella trasmissione del sapere, dovuta anche a strategie didattiche non motivanti, perché spesso non al passo con i tempi, la scuola ha tentato di intraprendere nuove strade che favorissero e potenziassero l’apprendimento degli studenti. Molti sono stati i modelli didattici proposti, ma quello che sembra aver ottenuto migliori risultati, in termini di conoscenze, di integrazione e di rapporti interpersonali, è il Cooperative Learning , un metodo che rivaluta l’importanza del contesto di apprendimento, ponendo in primo piano l’interazione, il confronto con gli altri e la cooperazione per un obiettivo comune. Generalmente, per Cooperative Learning, si intende l’applicazione di un insieme di tecniche e strategie, grazie a cui gli studenti lavorano in piccoli gruppi per attività di apprendimento, ricevendo valutazioni in base ai risultati ottenuti. Il Cooperative Learning ha alle spalle una lunga storia, fatta di studi e di diverse metodologie messe in atto, un percorso di ricerca che deve le sue origini al mondo anglosassone dove, verso la fine del Settecento, prese forma il sistema di mutuo insegnamento (anche conosciuto come peer tutoring ), ideato da Andrew Bell e sviluppato, in seguito, da Joseph Lancaster, fondatore della “scuola lancasteriana”, una scuola di tipo cooperativo. Questo metodo si basava sul concetto base del “lavorare insieme” e prevedeva che l’insegnamento del docente non fosse impartito a tutti gli alunni, ma solo ai più capaci, che, a loro volta, dovevano ripetere quanto appreso ai compagni, divisi in gruppi. Il sistema si diffuse anche in Francia, in Spagna e in Italia, ma solo nell’Ottocento, per iniziativa di Federico Confalonieri e Raffaello Lambruschini. Nel 1900, il sistema di mutuo insegnamento arrivò oltre oceano, approdando inizialmente in America Latina, poi negli Stati Uniti, dove si sviluppò, prendendo la moderna definizione di Cooperative Learning, grazie all’operato e agli studi individuali di John Dewey, filosofo e pedagogista, e di Kurt Lewin, pioniere della psicologia sociale, entrambi convinti dell’importanza della cooperazione come mezzo per migliorare la società. Lewin, nella sua “teoria dei climi” , sosteneva che in un gruppo si creano delle relazioni in base a cui i soggetti agiscono e, a partire da queste, si attivano delle reazioni che possono creare momenti di crescita o di apprendimento. Tutto, quindi, si baserebbe sui rapporti all’interno del gruppo e sui loro bisogni.

Questa teoria non è l’unica riconducibile al Cooperative Learning, che, infatti, fonda le proprie radici anche in altri studi, partendo da quelli intrapresi da Gordon Allport, fondatore della “teoria del contatto”, che privilegia sempre le interazioni tra i membri di un gruppo, per arrivare alla più nota teoria di Lev Vygotskij, relativa alla ZOPED (Zona di sviluppo prossimale), in cui lo psicologo considera l’apprendimento non come individuale, ma basato sull’interazione e il confronto con altri. Gli studi e le ricerche condotte a cui si è accennato, che abbracciano più di due secoli, hanno sviluppato l’ambito del Cooperative Learning, molteplice e variegato, permettendo di definire questa nuova metodologia di apprendimento/insegnamento e di individuare gli elementi necessari per la sua realizzazione pratica all’interno delle diverse realtà scolastiche. Gli elementi essenziali per la realizzazione del Cooperative Learning, riconducibili a tutte le modalità in cui il metodo si è articolato, si devono soprattutto agli studi dei fratelli Johnson e, secondo gli studiosi, sono in tutto cinque:

  • l’interdipendenza positiva;
  • (^) l’interazione positiva faccia a faccia;
  • l’insegnamento-apprendimento dell’uso di competenze interpersonali;
  • la formazione di piccoli gruppi;
  • la revisione e il controllo del comportamento di gruppo. Partendo dal primo elemento considerato, per interdipendenza positiva si intende quando una persona sa di essere vincolata ad altre per il raggiungimento di un obiettivo, in questo caso specifico, quello di un possibile gruppo formato all’interno della classe per lo svolgimento di un compito. L’interdipendenza positiva può essere alimentata dallo stesso docente, agendo su diversi aspetti: ponendo obiettivi comuni al gruppo (interdipendenza di obiettivo), distribuendo al gruppo dei compiti che il singolo non può svolgere da solo (interdipendenza di compito), assegnando ruoli diversi (interdipendenza di ruolo), fornendo il materiale al gruppo, il quale dovrà poi scegliere autonomamente come utilizzarlo (interdipendenza di risorse), e, infine, dando una valutazione, su considerazione della prestazione individuale e di gruppo (interdipendenza di ricompensa). Con interazione positiva faccia a faccia si fa riferimento a un generale clima di collaborazione e incoraggiamento all’interno del gruppo di lavoro, spesso frutto di un’interdipendenza positiva ben riuscita. Solitamente si realizza quando gli individui, all’interno di un gruppo, mostrano vicendevole sostegno, sono pronti ad aiutarsi, anche scambiandosi informazioni e risorse, e agiscono in modo da sollecitare l’impegno dell’altro per raggiungere gli obiettivi comuni. Mario Camoglio, docente ed esperto di Cooperative Learning, ha sintetizzato questo aspetto del metodo, definendolo come la capacità di essere “eterocentrati”, tipica di coloro che in un gruppo sanno cogliere i bisogni delle persone con cui si relazionano, mostrano una certa fiducia verso gli

L’insegnante, a sua volta, avrà un ruolo attivo all’interno del Cooperative Learning, anche se diverso, dovrà, infatti, scegliere i gruppi, preparare i materiali, specificare gli obiettivi e i compiti. Il ruolo del docente, quindi, rimane centrale e, anzi, si arricchisce di complessità, dovendo svolgere il ruolo di supervisore, oltre che di guida durante lo svolgimento del lavoro. Egli ha, infatti, il compito di stimolare gli studenti, di renderli partecipativi e di indirizzarli, così da permettere il raggiungimento degli obiettivi. È, inoltre, compito del docente esaltare la valenza educativa del metodo proposto, sottolineando come l’intervento di ognuno sia importante per il successo collettivo. Tra i modelli di Cooperative Learning più diffusi e studiati, caratterizzati da aspetti peculiari che li differenziano, si può citare il Learning Together dei fratelli Johnson e lo S tudent Team Learning di Robert Slavin. Il Learning Together , ridefinito successivamente nel modello Circles of Learning , consiste nel far lavorare gli studenti in gruppi da 2 a da 6, caratteristica onnipresente nel Cooperative Learning, permettendo loro di scambiarsi risorse e di aiutarsi. Si tratta di un modello di cooperazione che non coinvolge solamente la singola classe, ma che si apre all’intero istituto in cui il metodo viene messo in pratica, favorendo e stimolando la collaborazione dell’intero corpo docente e del dirigente scolastico. Lo Student Team Learning, invece, pone l'accento sul sistema di incentivazione; i gruppi di lavoro, infatti, vengono stimolati attraverso l’offerta di ricompense di varia natura, garantendo il riconoscimento, anche materiale, dei risultati raggiuti. L’enfasi data alla premiazione del gruppo, in seguito ai risultati, non pone però in secondo piano le altre componenti essenziali dello Student Team Learning, come la responsabilità individuale, l’aiuto reciproco e le pari opportunità, aspetti, in parte, già basilari nel Cooperative Learning. In conclusione, si è potuto analizzare che mettere in atto strategie di apprendimento legate al Cooperative Learning, prevede la considerazione di varie componenti e fattori, sia di tipo organizzativo che didattico, necessarie affinché questa metodologia possa esprimere il suo potenziale e aprire il mondo scolastico ad un apprendimento non solo di conoscenze, ma anche di competenze. BIBLIOGRAFIA

MIGUEL ANGEL CARDOSO e MARIO COMOGLIO, Insegnare e apprendere in gruppo , LAS, Roma 1996. MARIO COMOGLIO, Educare insegnando , LAS, Roma 1998. DAVID JOHNSON, ROGER JOHNSON e EDYTHE HOLUBEC, Apprendimento cooperativo in classe , Erickson, Trento 2000.

RINALDO RIZZI, Cooperazione e apprendimento , Junior-Spaggiari, Parma 2014.