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Il sistema giuridico e diritto indù.
Tipologia: Tesine universitarie
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Definiamo innanzitutto il diritto indù il diritto della comunità che, in India e in altri paesi del sud-est asiatico o in Africa, aderisce all'induismo. Abbiamo visto come si può correttamente affermare che l'induismo corrisponda più che alla adesione ad un dogma ad una certa concezione del mondo e del modo in cui gli uomini debbono comportarsi per conformarsi, necessariamente, ad esso. Si tratta di un comportamento necessitato nel senso che il mondo, il cosmo, è così com’è, è predeterminato e l’uomo non deve far altro che riconoscere il suo posto ed adattarvisi. L'induismo, dunque raccomanda ai suoi fedeli un certo modo di vivere. Questa prassi è legata alla posizione sociale del fedele ed i suoi precetti finiscono per assumere, in grande misura, il ruolo che in altre società è devoluto alle regole giuridiche. L'immensa maggioranza degli abitanti dell'India aderisce a questa dottrina, soprattutto in materia di statuto personale.
Se proviamo ad intendere il diritto indù come ordinamento di diritto positivo , troviamo che le regole sul comportamento umano sono esposte nei trattati denominati dharmasastra , e sono suddivisibili in tre diverse categorie corrispondenti ai motivi che possono determinare il comportamento: virtù (o giustizia, o compimento della legge), interesse e piacere. Vi sono:
È corretto affermare che il Dharma, piuttosto che un diritto è un “modello”, che permette deroghe e che accetta compromessi, nello spirito di tolleranza che caratterizza l'induismo. Il Dharma è fondato sulla credenza che esiste un ordine dell'universo, inerente alla natura delle cose, necessario alla conservazione del mondo: gli dèi stessi non ne sono che i guardiani. Il Dharma racchiude infatti nel suo insieme l'etica umana. Non distingue tra doveri religiosi e obblighi propriamente giuridici. L'idea occidentale di “diritto soggettivo” è totalmente estranea al Dharma e al pensiero indù. Il Dharma è imperniato sull'idea di doveri, non su quella di diritti; insegna a ciascuna come deve comportarsi se intende essere un uomo buono e se si preoccupa dell'aldilà. I doveri così imposti variano secondo la condizione di ciascuno e anche secondo l'età; sono particolarmente stretti per le classi superiori. Esistono indipendentemente da ogni meccanismo che ne assicuri la sanzione. L'autorità del Dharma non si basa neppure sulla consuetudine. Il suo prestigio deriva dalla venerazione nutrita per coloro che ne hanno espresso i comandamenti, saggi dei tempi che furono, che hanno saputo illustrare la buona pratica e hanno avuto una v i s i o n e i n c o n t e s t a b i l e d e l l ' o r d i n e d i v i n o. A M M I R A Z I O N E G E N E R A AUTOREVOLEZZA, E AUTOREVOLEZZA GENERA TRADIZIONE.
Il Dharma si trova esposto in trattati chiamati dharmasastra. I più celebri furono scritti in versi. I dharmasastra, riconosciuti come tali, costituiscono un tutto, in qualunque epoca siano stati redatti; per conoscere il Dharma bisogna prendere in considerazione il loro insieme. La sua conoscenza non può essere tratta da un'opera in particolare, pur prestigiosa che essa sia; i sastra si chiariscono gli uni con gli altri e si completano gli uni con gli altri. A questo fine di chiarimento provvede un'altra categoria di opere, i nibandha. I nibandha hanno il compito di illuminare il senso spesso oscuro dei dharmasastra, di renderli comprensibili alle persone colte, di risolvere così certe apparenti contraddizioni tra i diversi dharmasastra. Alcuni nibandha comprendono l'insieme del Dharma, altri non si occupano che di una parti- colare istituzione. I loro autori sono talora noti e talora ignoti. Il Dharma è uno solo e non può essere conosciuto se non considerando l'insieme dei dharmasastra. Ma esiste un numero abbastanza elevato di dharmasastra e i nibandha sono numerosissimi. In una regione può darsi che se ne conosca o se ne preferisca uno solo, in un'altra regione un altro; taluni gruppi sociali vivono sotto l'autorità di un particolare nibandha, altri sotto l'autorità di un altro.
L'organizzazione della giustizia dipende, come la legislazione, dall’artha. Le decisioni dei tribunali possono essere giustificate dalle circostanze. Il Dharma è solo una guida: rientra nell'ordine naturale delle cose che i giudici se ne allontanino, se buone ragioni impediscano loro di conformarvisi, con il solo limite di non violare un principio fondamentale del Dharma. La decisione del giudice indù non deve mai essere considerata come un precedente obbligatorio: la sua autorità è limitata al problema in questione, e non si giustifica se non nell'ambito delle circostanze particolari, che hanno determinato la decisione del giudice.
Il Dharma riunisce le regole giuridiche e le esprime in modo totalmente diverso da quello proprio del diritto occidentale e del diritto musulmano. Numerose regole rilevanti per il diritto dovevano quindi essere ricercate in “libri” che, a giudicare dal titolo, parevano riguardare la religione più che il diritto. Il libro che riguardava più particolarmente il diritto, come lo si intende in Occidente, si chiamava vyavahara. Iniziava con la trattazione dell'amministrazione della giustizia e della procedura, e continuava prevedendo 18 categorie di liti nel campo del diritto privato e del diritto penale. Occasionalmente, i dharmasastra comprendevano anche regole di diritto pubblico, ma la scienza del governo si trovava fuori di essi, e formava oggetto di un'altra scienza, trattata negli athasastra. Il diritto indù comprende principalmente le seguenti rubriche: filiazione, incapacità, adozione, matrimonio e divorzio, proprietà familiari, successioni ab intestato, successioni testamentarie, fondazioni religiose, damdupat, convenzioni benami e indivisione perpetua. [=damdupat: disciplina sulla accumulazione degli interessi in caso di prestito]). Nel corso della sua storia il diritto indù ha interagito con altri diritti.
Sotto la dominazione musulmana, stabilitasi nel Nord e nel centro dell'India nel XVI secolo, i tribunali applicarono sempre e solo il diritto islamico. Il diritto consuetudinario indù continuò ad essere applicato dalle panchayat di casta, ma non poté svilupparsi e vedere rafforzata la propria autorità dall'azione degli organismi, giudiziari o amministrativi, dello Stato. Rimase cosi come fenomeno che interessa la religione, la convenienza e i costumi, affermandosi invece debolmente come diritto.
E tale era la situazione quando, nel XVIII secolo, la dominazione britannica si sostituì — prima in linea di fatto, poi di diritto — a quella islamica. In conformità del principio
che ha sempre dominato la loro politica, i nuovi conquistatori dell'India non tentarono di imporre ai loro nuovi sudditi il diritto inglese. Essi intesero applicare alle popolazioni dell'India, soprattutto in materia di diritto privato, le regole che erano loro familiari. Lo stabilirsi della dominazione inglese però ebbe ugualmente un'influenza notevole sull'evoluzione del diritto indù. Tale influenza si manifestò in due direzioni: Innanzitutto riconobbe ufficialmente il suo valore e la sua autorità, contrariamente a quanto accadeva sotto la dominazione islamica: diritto indù e diritto islamico furono posti sullo stesso piano, quando i giudici britannici dovettero decidere controversie che imponessero l'applicazione di tali ordinamenti. La dominazione britannica, se in ciò fu favorevole al progresso del diritto indù, fu d'altra parte fatale, da un diverso punto di vista, al diritto indù tradizionale. Essa determinò una profonda trasformazione di tale diritto; e soprattutto produsse il risultato di limitarlo alla regolamentazione di taluni rapporti, mentre settori sempre più importanti della vita sociale furono assoggettati ad un diritto nuovo di natura territoriale, applicabile a tutti gli abitanti dell'India senza tener conto della loro appartenenza religiosa. Va anche precisato peraltro che, in assenza di un vero e proprio sistema di diritto penale, sotto la dominazione britannica, era applicata anche agli indù la legge penale islamica di cui erano prime destinatarie le popolazioni di fede islamica.
Il desiderio di rispettare le regole del diritto indù fu contrastato dall'ignoranza in cui i nuovi signori dell'India versavano, all'inizio della loro dominazione, riguardo al diritto indù. Gli Inglesi, al principio, crederono erroneamente che il Dharma fosse il diritto positivo indiano. Le opere che ne trattavano erano scritte in una lingua che essi non conoscevano, il sanscrito, e la loro complessità li disorientava. Progettarono a diverse riprese una codificazione. In attesa ch'essa fosse compiuta, si ricorse ad un espediente. Si decise che i giudici avrebbero utilizzato esperti, ossia i pundit , che avrebbero loro indicato, sulla base dei dharmasatra e dei nibandha, la soluzione applicabile alla controversia. Così, fino al 1864, il ruolo del giudice fu solo quello di conferire forza esecutiva alla decisione che i pundit gli indicavano come quella che doveva essere adottata nella controversia. I pundit sono stati vivamente criticati. Sono stati accusati di essere avidi, di avere mal interpretato i testi del diritto indù e di aver anche commesso alcuni falsi. In verità, il principio stesso su cui era fondata l'applicazione del diritto indù e il potere dato ai pundit era errato: non si poteva trarre dai soli libri sacri la soluzione delle controversie, poiché le regole esposte in tali libri rappresentano solo un ideale; nella loro applicazione bisogna permettere una grande flessibilità per tenere conto anche
sociale in tutti i suoi aspetti; può proporre principi di condotta per ogni situazione immaginabile. Tuttavia nella realtà solo certe categorie di rapporti, quelli che interessavano una società essenzialmente agricola e rurale, erano oggetto di una regolamentazione elaborata. Esistevano numerose regole relative all'organizzazione della famiglia o delle caste, al regime delle terre o a quello delle successioni. Nelle altre materie, il diritto indù era poco sviluppato. Non fare onore ai propri debiti, per esempio, era considerato dal Dharma solo un peccato: il diritto non prevedeva sanzioni precise in caso di inadempienza del debitore. La dominazione britannica ha troncato lo sviluppo originale che il diritto indù avrebbe potuto avere, impedendogli di estendersi a rapporti di tipo nuovo, dovuto all'evoluzione sociale. Il diritto indù venne applicato dalle corti solo in taluni campi particolari: successioni, matrimoni, caste, usi e istituzioni legate alla religione. Al di fuori di questi campi, come vedremo, si sviluppò e applicò in India un altro sistema giuridico.
I britannici, acquistati il controllo e la sovranità sull’India, vi introdussero norme di varia natura. Molte di queste norme hanno avuto un’importanza circoscritta, perchè furono adottate per regolare settori limitati per un tempo limitato. Le leggi britanniche poterono essere redatte per singoli territori o per tutto l’immenso impero indiano. Poterono riferirsi ad una determinata comunità culturale o poterono essere adottate per un determinato territorio. La prima Indian Law Commission fu insediata nel 1835 e si mise a progettare, tra le altre cose, un codice penale. Nel 1862 entrò in vigore l’India Penal Code, applicabile a tutti in buona parte dell’India. Nel 1859 entrò in vigore un codice id procedura civile, nel 1861 un codice di procedura penale. Leggi furono adottate in materia di contratti, di prove, di trasferimento della proprietà, sul trust, sull’esecuzione forzata delle obbligazioni. Si abolirono talune regole legate al sistema delle caste, o volte a sancire l'incapacità della donna, che erano giunte ad urtare molti elementi evoluti della popolazione indù. Così nel 1870 lo Hindu Wills Act regolò i testamenti fatti dagli indù.
L'indipendenza dell'India, ottenuta nel 1947, ha prodotto nuovi sviluppi nel campo del diritto indù. Dopo l'indipendenza una nuova Corte suprema si è posta a capo della gerarchia di tutte le Corti insediate in India. È suo diritto confermare o modificare le decisioni emesse ai tempi della dominazione britannica: così può essere compiuta una certa opera di modificazione e di unificazione del diritto indù.
Sul piano legislativo, è stata costituita una commissione legislativa per studiare, su un piano generale, quali riforme legislative dovevano essere apportate al diritto dell'India, compreso il diritto della comunità indù. Questa commissione ha agito in profondità. Non esiste alcun principio importante di diritto indù che non sia stato intaccato o rinnovato dalla legislazione o dai codici. La Costituzione stessa ha ripudiato il sistema delle caste; il suo art. 15 proibisce ogni discriminazione fondata sul pretesto della casta. Tutta la materia del matrimonio e del divorzio è stata profondamente riformata dal Hindu Marriage Act del 1955 e poi modificata nel 1964). Tre parti di un Codice indù, di cui la legge sul matrimonio costituisce la prima parte, sono state votate dal Parlamento: la parte relativa alla minore età ed alla tutela (Hindu Minority and Guardianship Act, 1956), quella relativa alle adozioni ed all'obbligo alimentare (Hindu Adoptions and Maintenance Act, 1956), e quella relativa alle successioni (Hindu Succes- sion Act, 1956). La legge sulle successioni si sforza di assicurare la devoluzione delle successioni conforme al presunto ordine affettivo del defunto, ordine in cui trovano posto anche le donne: secondo l'antico diritto indù la successione avveniva esclusivamente a favore di chi poteva, secondo la religione, procurare vantaggi di ordine spirituale al defunto, e questa direttiva ideologica conduceva in generale ad escludere le donne. Riforme di grande portata sono intervenute anche in materia di comunità familiare di beni. Già nel 1930 si è dichiarato che i salari sarebbero appartenuti individualmente a chi li aveva guadagnati. Altre riforme seguirono. Dal 1936 la parte di proprietà familiare è devoluta individualmente ai singoli eredi o legatari, tra cui figura la vedova del de cuius. Nei vari Stati dell'India, leggi di riforma agraria hanno d'altro canto tentato, dal 1950, di ridurre i latifondi, pur evitando un'eccessiva frammentazione della proprietà fondiaria.
Il diritto indù ha subito ai nostri giorni profonde riforme. Resta un diritto applicabile solo alla parte indù della popolazione dell'India; ma le consuetudini incompatibili con esso sono state abolite. V'è in ciò un primo e importante cambiamento rispetto al passato. Il Dharma è stato elaborato ad uso di gruppi sociali pervenuti a diversissimi livelli di civiltà; esso infatti non pretese mai di essere altro che un diritto ideale, destinato a reggere la condotta umana e, per sua stessa natura, si adatta ad ogni sorta di compromesso provvisorio dovuto alla consuetudine o alla legislazione. Se anche i governi dell'India si sono allontanati notevolmente da questo modello giuridico, tuttavia non hanno tralasciato di proclamare in ogni occasione il loro attaccamento ai principi stessi della civiltà indù. Attraverso tutti i cambiamenti permane il desiderio di rimanere fedeli alla tradizione, e per questo il diritto indù resta una delle concezioni fondamentali dell'ordine sociale esistente nel mondo contemporaneo.
consente alla maggioranza parlamentare di adottare modifiche in ragione della volontà politica che via via viene a prevalere. L'India è aperta alle codificazioni. Lo testimonia un articolo della Costituzione che auspica la promulgazione di un codice civile unificato per tutta la nazione. Il sistema giudiziario è visto come la spina dorsale dell'ordinamento giuridico. Al vertice della piramide giudiziaria si trova la Corte Suprema Federale con sede a Nuova Delhi. Il Chief Justice of India, che la presiede, e i 25 giudici sono nominati dal presidente la Repubblica. La Corte Suprema ha una molteplicità di funzioni. In primo luogo opera al livello più elevato come giudice della costituzionalità delle leggi, pronunciandosi sull'eccezione di incostituzionalità sollevate contro leggi, tanto federali quanto statali, e intervenendo quando sia violato un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione. In secondo luogo giudica come giurisdizione di ultima istanza per le cause civili. Può, inoltre, avocare qualsiasi vertenza giudicata da un tribunale indiano. La Corte è arbitra della propria procedura, che definisce mediante un'auto regolamento approvato al presidente della Repubblica. La Corte non è tenuto a rispettare i propri precedenti; ogni altra Corte è vincolata all'insegnamento della Corte suprema. I giudici, salva la fedeltà dovuta alla Corte suprema, si attengono ai precedenti fissati all'interno di ogni Stato, poiché la Corte statale di vertice non ritiene di potersi scostare dai propri precedenti. Questo ovviamente ostacola l'uniformità del diritto applicato nei vari Stati. Oggi una soluzione non si è ancora trovata.