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DIRITTO INDU, Sintesi del corso di Diritto Comparato

Riassunti di diritto indù (Fonti e matrimonio) dal libro di Ferrari, Introduzione al diritto comparato delle religioni.

Tipologia: Sintesi del corso

2012/2013

Caricato il 17/02/2013

triprosopio
triprosopio 🇮🇹

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DIRITTO INDÙ
Il DIRITTO INDÙ può essere definito come l’insieme delle regole di comportamento, delle istituzioni, e delle
concezioni a esse collegate, che sono state elaborate all’interno delle diverse tradizioni religiose e culturali che si
considerano parte dell’induismo.
Si tratta di un diritto a carattere prevalentemente PERSONALE osservato dagli indù in quanto appartenenti a una
determinata comunità religiosa e culturale e non quanto residenti in un determinato territorio o soggetti ad una
determinata entità politica.
Il diritto indù è quindi il diritto degli indù.
L’induismo ha caratteri strettamente PLURALISTICI: con il termine induismo non si indica una religione ma
un’UNITA SOCIOCULTURALE, una pluralità di tradizioni religiose autonome che condividono alcune concezioni e
pratiche ma differiscono per vari aspetti. Il pluralismo indù è legittimato dalla rivelazione vedica che non è espressione
della volontà di un Dio personale, ma è ricevuta da vari sapienti che danno origine a diverse tradizioni. In sostanza,
esistono diversi diritti indù.
Gli elementi che caratterizzano l’induismo (il suo nucleo centrale) sono:
1. riconoscimento dell’autorità dei testi sacri del Veda;
2. accettazione della legge del karman;
3. credenza nel ciclo delle rinascite e adesione al sistema delle caste.
Il TERMINE HINDU:
INIZIALMENTE si riferiva alle popolazioni che vivevano nella parte nordoccidentale dell'India, attorno al
fiume Indo. Essere indù significava appartenere più che ad una determinata religione a un COMPLESSO
ETNICO-CULTURALE in cui potevano coesistere diverse fedi e diverse concezioni del mondo.
SUCCESSIVAMENTE il termine è stato utilizzato in particolare per definire le popolazioni del subcontinente
indiano non appartenenti all’islam o ad altre religioni nettamente differenziate da quelle degli indù.
Da ciò si deduce che:
a) nell’identità indù si mantiene una certa fusione tra aspetto religioso, etnico e socioculturale;
b) la definizione di indù viene generalmente compiuta con termini negativi, per cui è considerato indù colui che
non appartenga espressamente ad altra religione o comunità fuori dalla tradizione indù;
c) si può essere indù senza professare nessuna religione. Il diritto indù dell'India contemporanea non si applica
solo agli indù per religione, ma anche a buddhisti, jainisti e sikh: ai fini dell'applicazione del diritto relativo
allo status personale, essi sono considerati indù.
C'E' UNA DISTINZIONE TRA LA DEFINIZIONE RELIGIOSA E QUELLA LEGALE DI HINDU.
Il DIRITTO INDU’ è ESPRESSIONE DI UN COMPLESSO DI RELIGIONI, FILOSOFIE E PRATICHE
ELABORATE IN CONTESTI MOLTO DIVERSI.
COMPRENDE UNA SERIE DI DIRITTI CHE PUR ESSENDO PARTE DI UNA STESSA TRADIZIONE, SONO
MOLTO DIVERSI TRA LORO.
È un diritto tendenzialmente completo. Nella tradizione indù sono state elaborate regole e istituzioni per i
diversi campi dell’attività umana (dal rito al processo, dal matrimonio alla proprietà), spesso usando come
criterio di valutazione della conformità delle regole il concetto religioso di dharma.
Nella corso della storia, da una sostanziale unità della sfera normativa, si hanno specializzazioni della sfera
giuridica.
A partire dal PERIODO COLONIALE il diritto indù diventa diritto vigente ufficialmente soltanto in materia di
statuto personale e poche altre materie ed è stato semplificato attraverso riforme statali.
L’introduzione di fonti statali del diritto indù cambia in parte la natura di questo diritto religioso, visto
che la repubblica indiana è laica. Ma l'intervento statale non rompe con la tradizione: larghe parti del
diritto tradizionale sono riconosciute ed applicate dagli organi statali;
Il diritto ufficiale indù non esclude la rilevanza del diritto indù tradizionale a livello non ufficiale. È
un diritto non riconosciuto ma importante nella vita degli indù e comunque dotato di giuridicità.
Il diritto indù non ufficiale può porsi in contraddizione con quello ufficiale (es. matrimonio dei
bambini) o può esistere in ambiti separati (es. rito e norme dettagliate sulla vita sociale).
Diffusione geografica del diritto indù: origine in India e, a differenza del diritto buddhista o islamico, non si è
diffuso in maniera imponente in zone del mondo diverse. Nell'antichità però si è diffuso anche nel sud-est
asiatico, e oggi esistono manifestazioni autonome del diritto indù in Nepal, Pakistan, Bangladesh, differenti in
base al contesto politico.
Inoltre, il diritto indù ha subito una diaspora, si è trapiantato in nuovi ambienti (Africa orientale, Caraibi, USA,
Canada, Europa) come diritto personale degli indù.
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DIRITTO INDÙ

Il DIRITTO INDÙ può essere definito come l’insieme delle regole di comportamento, delle istituzioni, e delle concezioni a esse collegate, che sono state elaborate all’interno delle diverse tradizioni religiose e culturali che si considerano parte dell’induismo. Si tratta di un diritto a carattere prevalentemente PERSONALE osservato dagli indù in quanto appartenenti a una determinata comunità religiosa e culturale e non quanto residenti in un determinato territorio o soggetti ad una determinata entità politica. Il diritto indù è quindi il diritto degli indù. L’induismo ha caratteri strettamente PLURALISTICI : con il termine induismo non si indica una religione ma un’UNITA’ SOCIOCULTURALE, una pluralità di tradizioni religiose autonome che condividono alcune concezioni e pratiche ma differiscono per vari aspetti. Il pluralismo indù è legittimato dalla rivelazione vedica che non è espressione della volontà di un Dio personale, ma è ricevuta da vari sapienti che danno origine a diverse tradizioni. In sostanza, esistono diversi diritti indù. Gli elementi che caratterizzano l’induismo (il suo nucleo centrale) sono:

  1. riconoscimento dell’autorità dei testi sacri del Veda;
  2. accettazione della legge del karman ;
  3. credenza nel ciclo delle rinascite e adesione al sistema delle caste. Il TERMINE HINDU:
  • INIZIALMENTE si riferiva alle popolazioni che vivevano nella parte nordoccidentale dell'India, attorno al fiume Indo. Essere indù significava appartenere più che ad una determinata religione a un COMPLESSO ETNICO-CULTURALE in cui potevano coesistere diverse fedi e diverse concezioni del mondo.
  • SUCCESSIVAMENTE il termine è stato utilizzato in particolare per definire le popolazioni del subcontinente indiano non appartenenti all’islam o ad altre religioni nettamente differenziate da quelle degli indù. Da ciò si deduce che: a) nell’identità indù si mantiene una certa fusione tra aspetto religioso, etnico e socioculturale; b) la definizione di indù viene generalmente compiuta con termini negativi, per cui è considerato indù colui che non appartenga espressamente ad altra religione o comunità fuori dalla tradizione indù; c) si può essere indù senza professare nessuna religione. Il diritto indù dell'India contemporanea non si applica solo agli indù per religione, ma anche a buddhisti, jainisti e sikh: ai fini dell'applicazione del diritto relativo allo status personale, essi sono considerati indù. C'E' UNA DISTINZIONE TRA LA DEFINIZIONE RELIGIOSA E QUELLA LEGALE DI HINDU. Il DIRITTO INDU’ è ESPRESSIONE DI UN COMPLESSO DI RELIGIONI, FILOSOFIE E PRATICHE ELABORATE IN CONTESTI MOLTO DIVERSI. COMPRENDE UNA SERIE DI DIRITTI CHE PUR ESSENDO PARTE DI UNA STESSA TRADIZIONE, SONO MOLTO DIVERSI TRA LORO.
  • È un diritto tendenzialmente completo. Nella tradizione indù sono state elaborate regole e istituzioni per i diversi campi dell’attività umana (dal rito al processo, dal matrimonio alla proprietà), spesso usando come criterio di valutazione della conformità delle regole il concetto religioso di dharma.
  • Nella corso della storia, da una sostanziale unità della sfera normativa, si hanno specializzazioni della sfera giuridica. A partire dal PERIODO COLONIALE il diritto indù diventa diritto vigente ufficialmente soltanto in materia di statuto personale e poche altre materie ed è stato semplificato attraverso riforme statali.  L’introduzione di fonti statali del diritto indù cambia in parte la natura di questo diritto religioso, visto che la repubblica indiana è laica. Ma l'intervento statale non rompe con la tradizione: larghe parti del diritto tradizionale sono riconosciute ed applicate dagli organi statali;  Il diritto ufficiale indù non esclude la rilevanza del diritto indù tradizionale a livello non ufficiale. È un diritto non riconosciuto ma importante nella vita degli indù e comunque dotato di giuridicità.  Il diritto indù non ufficiale può porsi in contraddizione con quello ufficiale (es. matrimonio dei bambini) o può esistere in ambiti separati (es. rito e norme dettagliate sulla vita sociale).
  • Diffusione geografica del diritto indù: origine in India e, a differenza del diritto buddhista o islamico, non si è diffuso in maniera imponente in zone del mondo diverse. Nell'antichità però si è diffuso anche nel sud-est asiatico, e oggi esistono manifestazioni autonome del diritto indù in Nepal, Pakistan, Bangladesh, differenti in base al contesto politico. Inoltre, il diritto indù ha subito una diaspora, si è trapiantato in nuovi ambienti (Africa orientale, Caraibi, USA, Canada, Europa) come diritto personale degli indù.

LE ORIGINI DEL DIRITTO INDU’ sono molto antiche. Si possono distinguere alcune grandi epoche:

  1. EPOCA DELLO SVILUPPO DEL DIRITTO INDU’ TRADIZIONALE, che può essere ulteriormente suddivisa in fasi nelle quali la tradizione indù elabora concetti, regole e istituzioni fondamentali: o PERIODO VEDICO (1500-800 a.C.): 1500 a.C. come momento di inizio della tradizione indù è convenzionale. Si sa che fra il 2500 e il 1500 a.C. alcune popolazioni indoeuropee si spostarono dall’Asia centrale nel subcontinente indiano, entrando in contatto con le popolazioni che vivevano nella valle dell’Indo. Queste popolazioni rappresentano il nucleo principale degli indù. Quindi LE ORIGINI DELLA TRADIZIONE INDU’ VANNO COLLOCATE NEL FORMARSI DI UNA NUOVA CULTURA DERIVANTE DALL’INCONTRO DI DIVERSE POPOLAZIONI E DALL’OGGETTIVO PREVALERE DELLE POPOLAZIONI DI ORIGINE INDOEUROPEA CON LA LORO LINGUA E IL LORO UNIVERSO CULTURALE BASATO SUI VEDA. Viene elaborato il concetto di RiTA , l’ordine cosmico che si manifesta nella regolarità dei cicli della natura, nell’alternanza fra il giorno e la notte. Ordine cosmico e ordine umano sono inestricabilmente uniti e si influenzano a vicenda. L’azione dell’uomo viene vista come parte di un tutto. Viene inoltre elaborato il concetto di DHARMA , il quale inizialmente viene concepito come una QUALITA’ RITUALE DELLE COSE E DELLE AZIONI. L’azione dharmica è l’azione che produce ordine, con cui gli uomini possono influenzare il corso delle cose e partecipare alla conservazione del mondo. Successivamente il concetto di dharma viene riferito anche al risultato dell’azione, e quindi all’ordine stesso, sostituendo il concetto di rita.  La riflessione sul dharma è stata condotta in stretto collegamento con la teoria del KARMAN (teoria retributiva delle azioni):  Il karman è l’azione vista dalla prospettiva delle conseguenze che essa produce: un merito o un demerito spirituale.  Il karman positivo deriva dall’azione conforme al dharma , mentre dall’azione contraria al dharma derivano effetti negativi sul piano spirituale.  Il termine dharma ha una notevole ampiezza semantica e può venire tradotto, a seconda del contesto, come «religione», «legge», «diritto», «giustizia», «dovere», «prerogativa». Va inteso come un insieme di regole di comportamento (etico, giuridico, sociale e religioso) che la comunità riconosce come vincolante, non solo come insieme di leggi civili e penali.  IL DHARMA APPARTIENE ALLA SFERA DEL DOVER ESSERE: può essere definito come CIO’ CHE DEVE ESSERE FATTO PER SOSTENERE IL COSMO E L’ODINE SOCIALE, E PER ACQUISIRE UN MERITO SPIRITUALE CHE APPORTA BENEFICI NELLA VITA PRESENTE O FUTURA. L'azione dharmica produce una pluralità di effetti sul piano religioso individuale e su quello sociale della conservazione dell'ordine. È normativa e doverosa.  Funge da criterio di valore nella costruzione del diritto che rappresenta per la tradizione indù un equivalente del concetto di giustizia in Occidente. Ha fornito alla tradizione indù un modello ideale della società attraverso cui valutare le forme di vita sociali dell’induismo, istituzionalizzandone alcune ed escludendone altre.  È dharmica l'azione appropriata per un individuo in un determinato contesto: cosmologia in cui ogni individuo ha il suo posto nel mondo e il suo dovere specifico. Ognuno deve fare ciò che corrisponde alla sua natura. > regole di comportamento differenziate a seconda della classe sociale, della casta e dello stadio di esistenza raggiunto.  Il dharma è per natura flessibile e modificabile, assume diversi contenuti nei contesti locali. È eterno in quanto principio ordinante e unico, elemento unificante del pluralismo indù. o PERIODO CLASSICO (800 a.C.-200 d.C) Periodo di massimo sviluppo dell’elaborazione teorica del diritto indù. Viene formulata la teoria delle fonti e vengono costruiti i principi base dell’organizzazione sociale indù, come quello delle caste. o PERIODO POSTCLASSICO (200-1100 d.C.) Meno innovativo. Emerge una più complessa teorizzazione del sovrano come garante del dharma.
  2. EPOCA DELLA DOMINAZIONE MUSULMANA (1100-1600 d.C) Pochi cambiamenti nel diritto. Il diritto islamico diventa una delle componenti della tradizione giuridica indiana senza eliminare la rilevanza del diritto indù e il suo pluralismo.
  3. PERIODO COLONIALE (1600-1947 d.C – indipendenza India) Notevoli cambiamenti. Introduzione di un sistema di giustizia civile e penale per l'amministrazione coloniale. Il problema cruciale per gli inglesi fu decidere in che modo amministrare i diritti delle popolazioni locali e in

su quella della stessa parola vedica.

  • Il dharma si conosce soltanto mediante la rivelazione vedica: conoscenza ottenuta attraverso la parola, e non attraverso percezione e intuizione, perché appartiene alla sfera del dover essere. NB: Le altre fonti sono meno autorevoli, ma più importanti sul piano pratico dell'accertamento della regola del dharma.
  1. La SMiRTI : “ciò che è ricordato”; può corrispondere alla “tradizione”.
  • In essa rientrano vari tipi di testi. ◦ I più importanti per il diritto sono i DHARMAShASTRA e i DHARMASUTRA, a carattere dottrinale, in cui l’autore elabora e sistematizza l’insegnamento sul dharma. In generale, il ruolo degli interpreti è molto importante nell'evoluzione del diritto indù. ▪ I Dharmashastra sono stati interpretati attraverso commenti ( bhashya ) e digesti ( nibhanda ), i secondi organizzati per materie sono strumenti di consultazione delle opinioni principali ad uso degli interpreti. ◦ Gli ITIHASA ( Mahabharata e Ramayana ), narrazioni epiche di grande importanza culturale che contengono parti normative. ◦ I PURANA , insieme ampio di testi tradizionali, fonte principale per donne e shudra , importanti per l'induismo contemporaneo.
  • SONO TESTI CHE TRASMETTONO LA CONOSCENZA DEL DHARMA. Questi testi non possiedono un’autorità sufficiente, in quanto sono opera di esseri umani, e potrebbero contenere errori o opinioni personali non fondate su una reale conoscenza del dharma. Quindi devono essere fondati sui Veda.
  • Le regole contenute nella smirti sono considerate SEMPLICE TRASMISSIONE DI REGOLE GIA’ CONTENUTE NEL VEDA. In realtà, le corrispondenze fra testi vedici e testi della smirti sono pochissime, e gli interpreti, per riuscire ad affermare l’esistenza di un fondamento vedico a testi riconosciuti autorevoli nella pratica, hanno elaborato teorie in base alle quali si ritiene che una regola contenuta in un testo della smirti fosse originariamente contenuta in una parte del Veda che è successivamente scomparsa a causa, ad es., di un’interruzione della trasmissione del testo.
  1. I SADACiARA : pratiche dei virtuosi, coloro che sono istruiti al Veda e che si comportano in accordo con esso. Comportamenti qualificati considerati normativi in virtù delle qualità delle persone che li mettono in atto. Forma di trasmissione non testuale della conoscenza del dharma ; la differenza con la smirti è che nei sadaciara si trovano regole non scritte di comportamento corretto per una serie pressoché infinita di situazioni.
  2. L’ ATMANASTUShTI : senso di soddisfazione derivante dal comportarsi nel modo appropriato in un determinato contesto. È richiesta anche in questo caso una condizione soggettiva, per cui è fonte del dharma solo l’approvazione di persone istruite nel Veda e che normalmente si comportano conformemente ad esso. Essi si rivolgono in primo luogo alla classe sacerdotale (brahmani). E’ una fonte controversa: o Sec. Lingat la soddisfazione personale, non avendo un’autorità esterna all’uomo, non deve essere considerata una vera e propria fonte. o Menski critica tale opinione sostenendo che la svalutazione di elementi non testuali del diritto indù e la contemporanea sopravvalutazione dei testi della smrti privilegia gli aspetti formali e limita il ruolo degli individui nel processo di accertamento del dharma. Importanza delle percezioni individuali, su cosa è giusto (dharmico) e cosa è sbagliato. TUTTE LE FONTI RICONOSCIUTE DALLA TRADIZIONE SONO DOTATE DI AUTORITA’ NELLA MISURA IN CUI SONO FONDATE SUL VEDA. Questa è una strategia di legittimazione di nuove regole che non sono presenti nel Veda. Come osservato da Olivelle la “teoria del Veda perduto” è usata come una strategia ermeneutica per derivare teoricamente tutto il dharma dal Veda, mentre in pratica si tiene conto di altre fonti. In tal modo, la teoria del fondamento vedico di tutte le fonti permette di anche di assicurare l’evoluzione della tradizione e la sua differenziazione da tradizioni concorrenti che non riconoscono l’autorità del Veda, come ad es. quella buddista. In conflitti tra fonti si risolvono in base alla gerarchia d’esse. Se il conflitto si verifica tra due fonti di pari livello si considerano entrambi giusti i metodi di comportamento, ed è possibile scegliere fra essi. [pp. 84-86] LE FONTI DEL DIRITTO INDÙ MODERNE : sono fonti di origine statale, inserite durante il periodo coloniale e confermate nel diritto dell’India indipendente.
  3. PRECEDENTI GIUDIZIARI La tradizione indù conserva pochissime tracce delle sentenze pronunciate nelle corti nel periodo classico. Il principio del precedente vincolante è stato introdotto nel periodo coloniale. Nel periodo coloniale i precedenti tendono a far sì che ci sia un ricorso limitato ai testi tradizionali (di difficile interpretazione). Per questa via i principi del common law sono entrati a far parte del diritto indù.

2. EQUITY, JUSTICE AND GOOD CONSCIENCE

Se il giudice inglese che si trovava a dover applicare il diritto indù non trovava la soluzione al caso concreto doveva giudicare in base all'equità. In realtà, questo criterio veniva applicato non soltanto in caso di lacuna ma anche in mancanza di una regola approvata dal giudice. Pertanto, l’applicazione di questo criterio finiva per coincidere con l’applicazione di principi del diritto inglese. Dopo l'indipendenza, si affermò che le soluzioni del diritto inglese non dovevano essere contrarie ai principi generali del diritto indù.

  1. LEGISLAZIONE Non e’ una fonte propria del diritto indù. Prima, il potere politico (sovrano) non aveva un potere normativo generale, ma un potere di interpretazione e regolamentazione limitato; decidere che cosa fosse dharma , era compito degli individui e delle comunità. L'uso della legislazione, comunque, non ha mai mirato a sostituire le altre fonti. In India oggi rappresenta una fonte scritta che interagisce con le consuetudini indù^1. La COSTITUZIONE PUÒ ESSERE CONSIDERATA FONTE DEL DIRITTO INDÙ MODERNO, poiché il diritto indù applicato nelle corti è interpretato alla luce dei principi costituzionali e l’azione legislativa modernizzatrice si ispira agli stessi principi. SONO FONTI CHE RILEVANO NEL DIRITTO INDÙ UFFICIALE COSI' COME APPLICATO DALLE CORTI STATALI E NON HANNO CARATTERE RELIGIOSO. Per quanto riguarda le CONSUETUDINI (locali, tribali, di comunità e gruppi famigliari), l'ampio riconoscimento di esse nel diritto indù ufficiale è stato temperato dalla loro definizione legale che pone dei limiti alla loro applicabilità: la consuetudine dev'essere stata osservata senza interruzioni, dev'essere certa, non irragionevole, immorale o contraria ai principi dell'ordinamento (v. Hindu Marriage Act , 1955). Il diritto statale fa da cornice a norme aventi diversa origine. Il riconoscimento delle norme locali e particolari permette in molti casi alle diverse comunità di vedersi applicato dalle corti il proprio diritto tradizionale all'interno del quadro normativo. Questa impostazione del rapporto tra diritto statale e diritti religiosi rende possibile la tutela delle minoranze sikh, buddhiste e jainiste che possono seguire gran parte delle loro regole tradizionali. Il diritto indù è quindi una componente ufficiale del diritto indiano, pur essendo largamente non prodotto dallo stato o perché la legislazione si è limitata a recepire norme già presenti nel diritto tradizionale o perché si dà applicazione a norme consuetudinarie. Il diritto Indù non ufficiale è seguito dagli Indù su base tradizionale, che in alcuni casi contrasta col diritto Indù ufficiale. Tra i due esiste una relazione dinamica per cui una norma originariamente non ufficiale può divenirlo e viceversa. In conclusione, il sistema delle fonti del diritto Indù è molto complesso e in esso fonti religiose come i Veda interagiscono con fonti laiche come la legge. Il diritto Indù ufficiale può essere applicato da giudici che possono anche non essere Indù, ad esempio musulmani o cattolici, in ogni caso questa loro appartenenza non rileva nell’esercizio delle loro funzioni. L’espressione “diritto degli Indù” indica un diritto prodotto dagli Indù o applicato agli Indù. I due aspetti, normalmente coincidenti, tendono quindi ad essere distinti nel diritto indù moderno in India, definibile come il diritto osservato dagli Indù: composto da norme prodotte all’interno della tradizione e norme aventi origine esterna nella misura in cui riescono a entrare nel diritto vivente indù. ORGANIZZAZIONE E ISTITUZIONI Concezione di base dell’induismo è che ogni indù sia legittimato a vivere il suo rapporto con il dharma e la divinità in modo autonomo. Ciò si traduce in un effettivo pluralismo religioso e sociale. Uno degli aspetti più qualificanti del diritto indù è il SISTEMA DELLE CASTE , che rappresenta lo schema attorno al quale vengono organizzati i doveri degli individui, i quali vengono differenziati innanzitutto sulla base della classe sociale a cui si appartiene ( varna ) e dello stadio di esistenza cui sui è giunti.
  2. Una prima DIFFERENZIAZIONE DEI DOVERI è segnata dai 4 varna : I. i brahmani, che costituiscono la CLASSE SACERDOTALE; II. gli kshatriya , che rappresentano la CLASSE ARISTOCRATICA E GUERRIERA; III. i vaishya , POPOLO E CATEGORIE PRODUTTIVE; IV. gli shudra , SERVI delle altre classi. Ai margini del sistema ci sono gli intoccabili ( dalit ), cioè i fuoricasta. Un comportamento proibito ad una persona nei confronti di un’altra può essere permesso se cambiano il soggetto agente o il destinatario. Questi doveri vengono ulteriormente differenziati essendoci per ogni casta delle sottocaste. 1 Così come nell'india classica il diritto indù si è sviluppato attraverso un'interazione tra norme locali e il diritto colto dei dharmashastra , che aveva carattere dottrinale, non legislativo. (Menski)