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il fedone di platone, Sintesi del corso di Filosofia

riassunto del fedone di platone

Tipologia: Sintesi del corso

2023/2024

Caricato il 18/10/2024

michi-tyg
michi-tyg 🇮🇹

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FEDONE
Il Fedone è il dialogo platonico che descrive la morte di Socrate e le ore che la
precedono. Egli, che per tutta la vita si è occupato del bene morale e della conoscenza
autentica, berrà la cicuta – destinata alle persone nobili – e attenderà con orgoglio
l’ora in cui la sua anima potrà librarsi in volo.
Nonostante la velata tristezza che percorre tutta la narrazione, ciò che emerge con
forza è il sorprendente significato della morte quale compimento della vita. Fedone
ha avuto la fortuna di presenziare alle ultime ore di vita di Socrate, raccogliendone le
discussioni, che riferisce a Echecrate. I giorni che precedono la sua morte sono
occasione per il Maestro di tirar le somme di una vita di ricerca: solo l’anima
purificata dal corpo e dai sensi ingannevoli può ambire alla verità. Ecco allora
spiegate la serenità e la gioia con cui Socrate si accinge allo scacco finale. Il vero
filosofo non deve rattristarsi di morire, perché sa che l‘uomo è la sua anima e il corpo
lo strumento di cui essa si avvale. Per questo la morte non lo colse affatto
impreparato.
La prima parte del dialogo, dunque, è incentrata sul viaggio di una vita dedicata alla
conoscenza autentica, alla filosofia. I viaggi fisici possono essere degli eventi che
scatenano idee o, per meglio dire, delle intuizioni da inseguire. Camminare,
procedere nello studio e nell’osservazione, navigare trasportati dal vento della doxa
(opinione) non sono però azioni sufficienti; anzi, esse rischiano di allontanarci dalla
verità. Occorre una “seconda navigazione”, molto più lenta e faticosa che consiste nel
passaggio dall’osservazione naturalistica ad una filosofia puramente razionale, libera
da qualsiasi legame terreno. È la combattuta scelta di Ulisse il quale rinuncia alla vita
paradisiaca nell’isola di Calipso per tentare l’ardua traversata dell’abisso su una
zattera e raggiungere cosi la sua amata Itaca.
Poi, però, si assiste a un cambio della guardia: il Socrate storicamente esistito –
quello che non ha concesso ad alcun artificio letterario di appesantire le sue parole, di
ingabbiare il volo dei suoi discorsi – lascerà pian piano il posto al Socrate platonico,
impegnato a dimostrare in modo rigoroso e razionale l’immortalità dell’anima e
l’esistenza di un mondo ideale dove essa è destinata a tornare. Platone ci descrive il
mondo delle idee come se esse fossero l’orizzonte ultimo cui mirare, e al valore etico
dell’anima immortale si aggiunge una valenza fortemente ontologica.
Socrate sa, ma incalzato da domande vuole dimostrare razionalmente il perché di
tanta sicurezza e lo fa attraverso tre prove dell’immortalità dell’anima: la prova dei
contrari – se dalla vita viene la morte, dalla morte deve venire la vita, nel senso che
l’anima rivive dopo la morte del corpo –; la prova della reminiscenza – se la
conoscenza umana è reminiscenza di verità già conosciute è necessario che l’anima
sia stata prima corpo –; infine la prova della partecipazione: l’anima, in quanto soffio
vitale, è vita e partecipa dell’idea di vita, pertanto non può accogliere in sé l’idea
della morte.
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FEDONE

Il Fedone è il dialogo platonico che descrive la morte di Socrate e le ore che la precedono. Egli, che per tutta la vita si è occupato del bene morale e della conoscenza autentica, berrà la cicuta – destinata alle persone nobili – e attenderà con orgoglio l’ora in cui la sua anima potrà librarsi in volo. Nonostante la velata tristezza che percorre tutta la narrazione, ciò che emerge con forza è il sorprendente significato della morte quale compimento della vita. Fedone ha avuto la fortuna di presenziare alle ultime ore di vita di Socrate, raccogliendone le discussioni, che riferisce a Echecrate. I giorni che precedono la sua morte sono occasione per il Maestro di tirar le somme di una vita di ricerca: solo l’anima purificata dal corpo e dai sensi ingannevoli può ambire alla verità. Ecco allora spiegate la serenità e la gioia con cui Socrate si accinge allo scacco finale. Il vero filosofo non deve rattristarsi di morire, perché sa che l‘uomo è la sua anima e il corpo lo strumento di cui essa si avvale. Per questo la morte non lo colse affatto impreparato. La prima parte del dialogo, dunque, è incentrata sul viaggio di una vita dedicata alla conoscenza autentica, alla filosofia. I viaggi fisici possono essere degli eventi che scatenano idee o, per meglio dire, delle intuizioni da inseguire. Camminare, procedere nello studio e nell’osservazione, navigare trasportati dal vento della doxa (opinione) non sono però azioni sufficienti; anzi, esse rischiano di allontanarci dalla verità. Occorre una “seconda navigazione”, molto più lenta e faticosa che consiste nel passaggio dall’osservazione naturalistica ad una filosofia puramente razionale, libera da qualsiasi legame terreno. È la combattuta scelta di Ulisse il quale rinuncia alla vita paradisiaca nell’isola di Calipso per tentare l’ardua traversata dell’abisso su una zattera e raggiungere cosi la sua amata Itaca. Poi, però, si assiste a un cambio della guardia: il Socrate storicamente esistito – quello che non ha concesso ad alcun artificio letterario di appesantire le sue parole, di ingabbiare il volo dei suoi discorsi – lascerà pian piano il posto al Socrate platonico, impegnato a dimostrare in modo rigoroso e razionale l’immortalità dell’anima e l’esistenza di un mondo ideale dove essa è destinata a tornare. Platone ci descrive il mondo delle idee come se esse fossero l’orizzonte ultimo cui mirare, e al valore etico dell’anima immortale si aggiunge una valenza fortemente ontologica. Socrate sa, ma incalzato da domande vuole dimostrare razionalmente il perché di tanta sicurezza e lo fa attraverso tre prove dell’immortalità dell’anima: la prova dei contrari – se dalla vita viene la morte, dalla morte deve venire la vita, nel senso che l’anima rivive dopo la morte del corpo –; la prova della reminiscenza – se la conoscenza umana è reminiscenza di verità già conosciute è necessario che l’anima sia stata prima corpo –; infine la prova della partecipazione: l’anima, in quanto soffio vitale, è vita e partecipa dell’idea di vita, pertanto non può accogliere in sé l’idea della morte.

Platone, pur regalandoci forse alcune tra le più belle pagine del suo lascito filosofico proprio nel Fedone, ha dovuto fare una scelta difficilissima, quella di ingabbiare nella scrittura le parole del Maestro, rischiando di ucciderlo a sua volta. Ma che cos’è questa se non la più potente dimostrazione dell’immortalità dell’anima? Socrate, ucciso fisicamente e metaforicamente a più riprese, vive ancora oggi con una forza senza precedenti