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Platone Il Fedone TRADUTTORE: Francesco Acri Il Fedone
Della immortalità dell'anima I. ECHECRATE Ci eri proprio tu, o Fedone, quel giorno nel quale Socrate bevve il veleno nella carcere, o te l'han contato? FEDONE Ci era proprio io, Echecrate. ECHECRATE E che è ciò ch'egli disse avanti di morire? e come è morto? io avrei voglia di saperlo. Ora cittadini di Fliunte non ce ne va piú nessuno ad Atene; e forastieri è tanto che non ce n'è capitati di là, i quali ci recassero chiare novelle: salvo ch'egli morí bevendo veleno; e null'altro. FEDONE E non v'han neppure contato come fu fatto il giudizio? ECHECRATE Questo sí, ce l'ha contato un tale; e ci siamo maravigliati che passasse tanto tempo dopo la condanna, innanzi ch'egli fosse fatto morire. Come fu, Fedone? FEDONE Per un caso, Echecrate; perché, giusto il dí innanzi, avvenne che fosse coronata la poppa della nave che gli Ateniesi mandano a Delo. ECHECRATE Che è questa nave? FEDONE Quella su la quale Teseo una volta, come narrano gli Ateniesi, partí verso Creta, conducendo i sette giovani e le sette fanciulle, e scampato sé e quelli da morte, tornossene a casa. Ora aveano gli Ateniesi fatto voto ad Apollo, se mai coloro fossero tornati salvi, di mandare ogni anno a Delo una ambasceria sacra; e cosí han fatto sempre infino d'allora tutti gli anni, e cosí seguitano a fare. E tosto che incomincia la festa, hanno per legge di serbare pura la città, e di non mettere niuno a morte per giudizio di popolo, infino a che dura: cioè, infino a che la nave non sia arrivata a Delo, e tornata qua di nuovo: e alcuna volta passa gran tempo, quando spirano venti contrarii. La festa incomincia immantinente che il sacerdote di Apollo ha incoronata la poppa della nave, e ciò, come io dico, avvenne il dí avanti alla sentenza: per questa ragione Socrate ebbe a stare cosí lungo tempo nella carcere; il tempo che passò dal giudizio alla morte. II.
po' tardi. Com'era aperta, noi entravamo dentro, dov'era Socrate; passando con lui per lo piú tutta la giornata. Ma quella volta ci raccogliemmo molto di mattino, perché il dí avanti, uscendo dalla carcere che s'era già fatto sera, sentimmo dire che la nave era arrivata da Delo; e però di accordo pensammo andare la mattina all'usato luogo, quanto piú si potesse di buona ora: andammo. Venuto fuori il portinaio, il quale ci soleva aprire, disse d'aspettare, e di non entrare se non quando ce lo dicesse egli; aggiungendo: - Gli Undici oggi sciolgono Socrate, e gli comandano che in questo giorno egli muoia -. Stando un poco, tornò; e ci disse di entrare. Entrati, trovammo Socrate sciolto pure allora, e la Santippe (la conosci), la quale, avendo il piccolo figliuoletto di lui, sedevagli allato. Come ci ebbe veduti, la Santippe si mise a gridare forte; e disse di quelle tali cose che sono solite dire le donne: - Oh Socrate! oggi è l'ultima volta che i tuoi amici parlano con te, e tu con loro. E Socrate, guardando Critone, disse: - Critone, alcuno la meni a casa. E lei, gridando e percotendosi, alcuni fanti di Critone menarono a casa. Egli si pose a sedere sopra il letto, e tratto a sé la gamba, grattolla un poco con la mano; e, grattando, cosí disse: - Che strana cosa ch'ella è questa che gli omini chiamano piacere, e come di sua natura comportasi maravigliosamente verso quello che pare il contrario suo, il dolore! imperocché nell'uomo egli non vuole stare insieme con lui; ma se alcuno poi, cercando un dei due, lo piglia, è quasi necessitato a pigliare anche l'altro; sicché a vedere, sono due con un capo solo. Credo che se ci avesse pensato Esopo, ne avrebbe fatto una favola: cioè, che volendo rabbonacciare Iddio questi due che si fanno guerra, poiché non poteva, legò insieme i loro capi: e però dove uno va, vien dopo anche l'altro. È il caso mio: io aveva dolore qui alla gamba, per la catena; ecco, io ci sento ora piacere. IV. Cebete prese a parlare, e disse: - È bene che tu me lo abbi ricordato, o Socrate; perché delle poesie le quali hai fatto, recando in versi le favole di Esopo e il proemio ad Apollo, m'avea già domandato alcuno (giusto stamattina, Eveno) con quale intendimento ti ci fossi messo dacché sei venuto qua, non avendone tu mai fatto in vita tua. Se ti piace ch'io abbia che rispondere a Eveno, quando egli mi domanderà di nuovo; e sono certo che mi domanderà; di', che gli ho a dire? Ed egli: - La verità, Cebete: che io le ho fatte, non per la voglia di gareggiare con lui e le sue poesie (capiva già che non era facile), ma sí per vedere che volessero mai dire certi sogni, e mettere la mia anima in riposo e in pace: cioè, se intendimento loro fosse ch'io dovessi proprio far poesia, avendomi comandato molte volte di fare musica. E avendo molto spesso avuto in vita mia il medesimo sogno, ora in una forma ora in un'altra; il sogno, ripetendo a me sempre la medesima cosa, diceva: «Socrate, fa' musica». E io per lo passato immaginavami che il sogno m'incorasse e comandasse a fare quello che io già faceva. Come coloro che confortano a correre quei che già corrono, confortando me il sogno a fare musica, figuravami ch'e' mi volesse dire di seguitare a fare filosofia, essendo la filosofia la
piú grande musica che sia nel mondo. Ma ora, poiché il giudizio è compiuto, e la festa del Dio ha indugiato la mia morte, ragionando nel cuore mio, cosí dissi: «Se mai intende il sogno ch'io abbia a fare di questa musica popolare, egli è bene che non gli disobbedisca, e che io la faccia; perché m'è piú sicuro non andarmene via innanzi che io m'acquieti la coscienza facendo poesie e obbedendo al sogno». E cosí feci io prima una poesia all'Iddio del quale è la festa; fatta ch'io ebbi quella all'Iddio, pensando che a un poeta, se vuol esser poeta, conviene che faccia favole, non già discorsi; e da altra parte pensando che io non era un favoleggiatore; perciò mi posi a recare in versi favole che io aveva alla mano e sapeva a mente: di quelle d'Esopo, cosí com'elle venivano. V. Questo, o Cebete, di' ad Eveno; e di' che stia sano, e che, se egli è savio, mi segua. Io vado via oggi, siccome pare; cosí vogliono gli Ateniesi. E Simmia: - Perché, Socrate, dài questi conforti ad Eveno? M'è accaduto d'esser con lui molte volte, e a quel che io intendo, non ci è caso ch'ei ti voglia ubbidire.
- Come! - diss'egli, - non è filosofo Eveno?
- Mi par di sí, - rispose l'altro.
- Dunque vorrà Eveno, egli e qualunque degnamente si prende cura della filosofia: non vorrà però egli fare violenza a sé medesimo, perché ciò dicono che non è lecito. E in cosí dire mise giú le gambe dal letto, e le posò in terra; e seguitò poi suo ragionamento sino alla fine, cosí sedendo. E Cebete dimandò a lui: - Come di' tu, Socrate, che non è lecito fare a sé medesimo violenza, e che nientedimeno un filosofo avrebbe desiderio di andare dietro a colui che muore?
- Come, Cebete? di questa cosa non avete sentito parlare tu e Simmia, che siete stati con Filolao?
- Sí, ma non chiaro.
- Ma anch'io ne parlo per udita; e ciò che m'è toccato udire, niuna invidia mi tiene a farlo manifesto a voi; tanto piú ch'egli è naturale che un che deve peregrinare alla volta dell'altro mondo, stia a pensare e a favoleggiare di questa peregrinazione, secondo che se la immagina; se no, che altro si farebbe in tutto questo tempo, fino alla calata del sole? VI.
- E perché, Socrate, dicono che non è lecito uccidere sé medesimo? Già, come domandavi tu ora, che non convenga ciò fare, l'ho sentito da Filolao, quando egli era presso di noi, e anche da
- Sí, proprio, - disse Cebete. VIII. E Socrate: - Su via, cercherò difendermi dinanzi a voi piú efficacemente che non abbia fatto dinanzi ai giudici. Se io non credessi veramente di andare presso altri sapienti Iddii e buoni, e anche presso a uomini morti, migliori di quelli vivi, avrei torto io, o Simmia e Cebete, se non mi attristassi della morte. Ma sappiate pure che io spero di andare presso a uomini dabbene: vero è che non sosterrei ciò fermamente; ma che io abbia ad andare presso agli Iddii, signori bonissimi, credete per certo che se vi ha alcuna di simiglianti cose, la quale io sosterrei, è questa. Ecco perché io non mi attristo, anzi sono consolato dalla speranza che di là sarà alcuna cosa per i morti, e, come si dice ab antico, alcuna cosa di meglio per i buoni, che per i malvagi.
- Che? - disse Simmia, - tu hai in mente, Socrate, di andare via serbando per te solo questa speranza? ovvero, essendo ella bene comune, vorrai mettere anche noi a parte? se ci persuaderai di ciò che tu di', ti sarai bello e difeso. Rispose: - Mi proverò; ma badiamo prima qua a Critone: che è quel che pare egli mi voglia dire da un pezzo? E Critone: - Che altro, o Socrate, se non ciò che mi dice da un pezzo costui che ti ha a dare il veleno, cioè che bisogna che io ti avvisi di parlare pochissimo; perché, dice egli, quelli che parlano, si riscaldano di troppo, e ciò non è bene avendo a bere il veleno; se no, ci è caso di averlo a bere due e anco tre volte. E Socrate: - Lascialo andare; digli che badi a sé, che s'apparecchi a darmelo due volte, se bisogna; e anco tre. E Critone: - Me l'era immaginato; ma è un pezzo che egli mi annoia.
- E lascialo. Poi ricominciò: - Ora vo' dichiararvi perché io credo che un che veramente ha passato tutto il tempo di sua vita nella filosofia, abbia ragione di stare consolato quando egli è in sul morire, e ad avere buona speranza che, morto, riceverà di là grandissimi beni. E come può essere? o Simmia e Cebete, io cercherò di farvelo chiaro. IX. Tutti quelli sposati alla filosofia per diritto modo, a vedere, tengono celato il loro intendimento, che non è altro, se non morire e essere morti. E se egli è cosí, sarebbe strano assai che alcuno in tutti quanti i dí della vita sua non curasse di altro, che della morte, e poi, arrivata ch'ella è, si lamentasse di quello che da tanto desiderava e aspettava.
Ripigliò Simmia, ridendo, e disse: - Per Giove mi hai fatto ridere, e non ne aveva proprio voglia: perché io penso che la gente, udendo tale sentenza, la crederebbe molto accomodata ai filosofi; e specialmente quegli omoni dei nostri paesani consentirebbero a te pienamente che i filosofi hanno voglia di morire, e ti direbbero, ch'e' l'avean già capito che quelli sono degni di morte.
- Direbbero vero, o Simmia; ma che l'avesser capito, no; perché non intendono in qual maniera abbiano voglia di morire i veri filosofi, e in qual maniera siano degni di morte, e di qual morte. Ragioniamo adunque tra noi, e quelli lasciamo andare.
- Via, crediamo noi che la morte sia qualche cosa?
- Certo, - ripigliò Simmia.
- E che altro ella è, se non discioglimento dell'anima dal corpo? ed essere morto non è stare il corpo da sé solo in disparte, sciolto dall'anima, e stare anco l'anima in disparte da sé sola, disciolta dal corpo? che altro è la morte, se non questo?
- Questo è, - disse.
- Guarda ora, buon uomo, se pare anche a te quello che a me; cosí, penso, ci si chiarirà meglio ciò che noi cerchiamo. Ti par da filosofo aver la mente ai piaceri, detti cosí, come a cibi e a bevande?
- No, Socrate.
- E ai dilettamenti di Venere?
- Per nulla.
- E pare a te che degli altri blandimenti e vezzi del corpo ne tenga conto un uomo cosí fatto? e i bei mantelli, per esempio, i belli calzari e simili ornamenti, ti par che li abbia egli in pregio? o in dispregio, se non quanto fosse di necessità?.
- In dispregio, mi pare, un che è filosofo davvero.
- Se egli dunque si affanna, è per il corpo? o anzi quanto egli può, si ritrae da quello e rivolgesi all'anima?
- Mi par bene cosí.
- E in ciò non è chiaro che il filosofo scioglie a suo potere l'anima dal corpo, adoperando diversamente che gli altri? La gente poi, o Simmia, crede che a colui che di tali cose non prende godimento e diletto, la vita non sia di niuno valore; e che colui sia quasi morto, il quale non cura i piaceri dei quali il corpo è istrumento.
- Dici verissimo. X.
- E quanto a procacciar conoscenza che ne di' tu? non è d'impedimento il corpo, se, cercandola, prendiamo lui a compagno? voglio dire: la vista e l'udito dicono mai vero agli
desideriamo: ch'è il vero ; imperocché il corpo a cagione del suo campamento ci fa molestie innumerabili, e le infermità soppravvenienti c'impediscono di cercare quello che è. Oltre a ciò con tanta iniquità ci riempie di amori, desiderii, paure, e visioni fallaci e sciocchezze d'ogni maniera, che proprio non ci lascia mai intendere a cosa niuna. Ché le ribellioni, le guerre e battaglie non le fa che esso con le sue voglie; imperocché dalla bramosia di arricchire scoppian le guerre; e le ricchezze si bramano per il corpo, per lisciar lui. Per questo egli è d'impaccio alla filosofia, e, che è peggio, poniamo che ci dia riposo un poco, e noi ad alcuna considerazione dirizziamo l'intelletto, repentemente ecco ch'egli ci si caccia nel mezzo, sí scompigliando, fracassando, percotendo, che, colpa sua, non ci vien fatto di contemplare la verità. E però egli è assai manifesto, che, volendo veder con chiarezza, è mestieri disvilupparci da lui e guardare i puri enti con la pura anima; e può essere, secondoché mostra il ragionamento, che allora conseguiremo quello di che siamo desiosi e amorosi, cioè la intelligenza, quando saremo morti; vivi no, imperocché se con il corpo non si può conoscere nulla sinceramente, una delle due: o non ci sarà lasciato mai procacciare conoscenza, o dopo morti, quando starà l'anima da sé sola, senza il corpo; prima no. E intanto che si vive, noi ci approssimeremo alla scienza, come pare, se a nostro potere non converseremo punto con il corpo, e non volendo aver che fare con lui se già non fosse necessità, non ci sozzeremo della sua natura materiale, sibbene ce ne terremo mondi, infino a che non ce ne avrà sviluppati Iddio. Liberati cosí della stoltizia del corpo, puri ci staremo, com'è verisimile, in compagnia con puri, e quello che è puro, cioè forse la verità, conosceremo da noi medesimi; imperocché non è lecita cosa, che chi è impuro tocchi ciò che è puro». Simmia, cosí penso che abbiano a dire insieme i veri filosofi: non ti pare?
- Altro! XII. E Socrate disse: - O amico, se cosí è il vero, grande speranza ha colui che perviene dov'io sono per avviarmi, di conseguir là pienamente, se mai si può in alcuno luogo, ciò che tutto il tempo della vita sua l'ebbe affannato. Ond'io in questo viaggio che mi è comandato, mi metto con fidanza; e, come me, cosí qualunque reputi avere a quello disposto la mente sua, avendola già fatta pura. Rispose Simmia: - Hai ragione.
- E la purificazione, secondo che detto è da un pezzo, non è in separare e rimovere l'anima quanto si può dal corpo, e assuefarla a raccogliersi in sé medesima, e rimanere sola, sciolta dai vincoli di esso, per il tempo presente e futuro?
- Vero, - disse.
- Ora non è morte scioglimento e spartimento dell'anima dal corpo?
- Sí, - rispose.
- E a scioglierla molto adoperano a ogni ora, come detto è innanzi, quei soli che filosofeggiano dirittamente: e singolare studio dei filosofi è questo, lo scioglimento e spartimento dell'anima dal corpo: o no?
- Cosí pare.
- Adunque, com'io diceva nel principio, non sarebbe ridevole, se apparecchiandosi un uomo in tutto il tempo di sua vita a vivere cosí, da appressarsi quanto può alla morte; poi, venendo quella a lui, se ne rammaricasse? non sarebbe ridevole, di'?
- Come no?
- È dunque vero, o Simmia, che quelli i quali filosofeggiano dirittamente, intendono a morire, e la morte è meno paurosa a loro, che a qualunque altro uomo al mondo. Giudica ora tu: se eglino sono in ogni maniera nimici al corpo, desiderando avere sola l'anima; se poi, avutala, a essere compresi da paura e a fare lamento, non sarebbe stoltizia? stoltizia, se non andassero molto volentieri là, dove giungendo hanno speranza di avere quello che amarono in vita loro, la scienza, e di essere liberati dalla compagnia di quello al quale, si furon fatti nimici? O laddove molti amando umane persone, come un giovinetto, la moglie, il figliuolo, morti quelli, discesero volenterosi in inferno, tratti dalla speranza di rivedere ivi quelli de' quali erano vaghi, e stare con loro; uno poi che davvero ami la scienza e abbia fede di non poterla mai dove che sia procacciare degnamente, se non in inferno, in sul morire egli farà il doloroso, e non vi anderà tutto allegro? s'ha a credere che sí, o amico, se egli è vero filosofo; imperocché si avviserà bene che in niuno luogo mai, come ivi, s'abbatterà a vedere la verità chiaramente. E se egli è cosi, come diceva io or ora, non sarebbe grande stoltizia se avesse tale uomo paura della morte?
- Grande, per Giove. XIII.
- Dunque se tu vedi alcuno corrucciarsi, quando è in su la morte, ciò non ti è prova sufficiente, ch'egli non amava la sapienza, ma sí bene il corpo? E per solito, un uomo cosí fatto è cupido di danari e di onori: di una delle due cose, o di tutt'e due.
- Certamente egli è come tu di'. E Socrate: - E la fortezza, detta cosí, non conviene, o Simmia, a quelli specialmente, i quali amano la sapienza?
- Certo.
- E simigliantemente la temperanza, quella che cosí addimandano i piú, la quale è in non ismemorare, l'ardore de' desiderii infiammandoci, ma sí in tener quelli in dispregio; vivendo modesti, non conviene solo a quelli che hanno a vile il corpo, e menano filosofando la vita loro?
- Di necessità, - rispose.
- In vero, - riprese egli, - se ti fai tu un'idea della fortezza e temperanza degli altri, elle ti parranno molto strane.
- Come, Socrate?
XIV.
Socrate fatto fine al parlare, Cebete ripigliò, e cosí disse: - Socrate, hai dette delle cose giuste; ma sul fatto dell'anima la gente è in gran dubitazione, ch'ella, partita che è dal corpo, non sia piú in luogo alcuno, ma che, il giorno medesimo che muore l'uomo, si dissolva; via volando, dissipandosi, e, come vento o fumo, svanendo. Che se ella, liberata di tutti quei mali che hai mentovati, si raccogliesse in sé medesima, o Socrate, ci sarebbe da fare allegrezza e festa, per la speranza che fosse vero ciò che tu di'. Ma si richiede forse confermazione e prova non piccola, per porre che, morto l'uomo, l'anima continua e persevera nell'essere suo, e ha tuttavia possanza e intelletto. E Socrate: - Tu di' vero, Cebete; ma che s'ha da fare? Vuoi tu che ragioniamo ancora, per vedere se possa essere cosí, o no? Rispose Cebete: - Udirei molto volentieri la tua opinione. E Socrate: - Certamente, ora a sentir parlare me, credo che niuno, fosse anche un poeta comico, direbbe che io fo dance, e che parlo di cose le quali non mi toccano. Dunque bisogna pensarci, se tu vuoi. XV. Cosí: facendo la questione se veramente siano in inferno le anime de' morti, o no. Dice un antico dettato, il quale ricordiamo, che le anime si partono di qua, e arrivano là; poi ritornano qua di nuovo, e si generano dai morti. Se cosí è il vero, che i vivi si generano dai morti, non segue che si conservano là le nostre anime? ché non rinascerebbero nuovamente, laddove s'annientassero. Onde, per provare ch'elle si conservano, basta mostrare che i vivi non si generano da altro, se non dai morti; se questo non è, ci bisognerà un'altra ragione.
- Sí, - disse Cebete. E Socrate: - Ma non dèi ciò considerare solo rispetto agli uomini, se vuoi apprendere piú facilmente; ma sí anco rispetto agli animali e alle piante; e universalmente, di tutte le cose che abbiano generazione s'ha a vedere se ciascuna è cosí fatta, ch'ella non si generi se non dal contrario suo, poniamo che ci sia: il bello, per esempio, è contrario al brutto, il giusto all'iniquo; oh ce n'è tanti contrarii! Consideriamo dunque se ella è proprio necessità, che tutto ciò che ha un contrario, non si generi che da quello: cosí, se una cosa si fa piú grande, si dee far piú grande di piú piccola ch'ella era prima?
- Sí.
- E se si fa piú piccola, di piú grande ch'ella era prima si farà piú piccola?
- Sí.
- E similmente uno si farà di piú forte piú debole; di piú tardo, piú veloce?
- Cosí proprio.
- Oh! e se uno si fa piú cattivo, non si fa piú cattivo di piú buono ch'egli era? e, se piú
giusto, di piú iniquo?
- Come no?
- Sicché, oramai egli è chiaro, - conchiuse, - che tutte le cose cosí hanno loro nascimento, le contrarie dalle contrarie. E, procedendo essi contrarii a due a due, in mezzo a loro non sono come due specie di generazioni o mutamenti, cioè da uno nell'altro, e da questo in quello? cosí, in mezzo al grande e al piccolo, è l'accrescimento e lo scemamento: che è ciò che noi chiamiamo crescere e scemare.
- Vero, - disse.
- Adunque il discernersi e raccogliere, il raffreddarsi e scaldare, e altri simili mutamenti, sebbene alcuna volta non li chiamiamo per nome, di fatto poi nascono di necessità l'uno dall'altro, a vicenda. E Cebete: - Cosí è. XVI. Ed egli dimandò: - Or su, è alcuna cosa la quale sia cosí contraria all'esser vivo, come è il dormire al vegghiare?
- Sí, - rispose.
- Quale?
- L'esser morto.
- E però si generano l'uno dall'altro, dacché son contrarii? e, essendo due, sono anche due i mutamenti o le generazioni, le quali sono nel mezzo?
- Come no? E Socrate: - Delle due coppie di contrarii, le quali ho mentovate ora, una te la dico io, con le generazioni sue; tu poi mi dirai l'altra. Ecco: vegghiare , e dormire ; dal dormire nasce il vegghiare, dal vegghiare il dormire; e le generazioni, o i mutamenti, sono lo addormentarsi e lo svegliarsi. Ti pare, o no?
- Sí, - rispose.
- Ora parlami anche tu similmente della vita e della morte: non dici che esser morto è contrario a esser vivo?
- Io sí.
- E che nasce uno dall'altro?
- Sí.
- Che è, adunque, quel che nasce dal vivo? Rispose: - Il morto. Ripigliò Socrate: - E dal morto? E l'altro: - Il vivo; di necessità s'ha a consentire.
- Dunque, o Cebete, dai morti nascono i vivi.
- A vedere è cosí.
- Dunque le nostre anime sono veramente in inferno?
XVIII.
Cebete ricominciò, e disse: - Anche secondo quella ragione, la quale sei solito arrecare spesso, se pure è vera, cioè che l'apprendere nostro non è che ricordare, è necessario avere imparato prima ciò che si ricorda al presente. E ciò non potrebbe essere, se la nostr'anima non viveva in altro luogo, innanzi che fosse entrata in questa forma di uomo; onde, ancora per questa ragione, appare che l'anima sia alcuna cosa immortale. Prende a parlare Simmia, e cosí dice: - E come si prova questo, o Cebete? ricordamelo tu, ché ora io non l'ho bene a mente. Rispose Cebete: - Con un argomento molto bello; e si è, che gli uomini i quali sono interrogati, interrogati bene, rispondono e ci colgono; e ciò non potrebbero fare, se scienza non fosse in loro e diritta ragione: specialmente poi se li tira alcuno con le sue interrogazioni a parlar di figure e simili cose. Allora luce la verità della sua sentenza. E Socrate disse: - Simmia, se non ti persuadi cosí, guarda se a quest'altro modo. Tu dubiti se quello che si dice apprendere sia ricordare?
- Non già che io ne dubiti, ma egli è che ho proprio bisogno di quello di che tu ora ragioni, di ricordarmene; e già me ne vo ricordando per quel che ne ha toccato Cebete, e mi persuado; nientedimeno dimmi come t'eri messo a provarlo, ché tu mi farai piacere similmente.
- Vedi, noi siamo di accordo, che se alcuno rammentasi d'alcuna cosa, la doveva sapere prima.
- Sí, - rispose.
- E similmente non siamo noi di accordo, che una notizia che rivenga alla mente sia ricordanza? vuoi saper come? ecco: se alcuno avendo visto per lo passato o udito o sentito in qualunque modo una cosa, non solo conosce quella, ma insieme un'altra gliene viene alla mente, la cui notizia sia, non già medesima, ma sí diversa della notizia della prima cosa; questa seconda notizia non si dice a ragione ch'ella è una ricordanza?
- Come di' tu?
- Ecco: la notizia di uomo è diversa da quella di lira?
- Come no?
- Ora tu sai che agli amanti, quando vedono o una lira o un mantello o altro che il diletto loro solito è usare, avviene il medesimo, cioè che subitamente, conoscendo la lira, riconcepiscono la forma del giovinetto al quale quella si appartiene; ecco che cosa è il ricordare; cosí molte volte, vedendo alcuno Simmia, e' si ricordò di Cebete; - e ne potrei contare tanti esempii. E Socrate: - Non è dunque un ricordare questa operazione? specialmente se le cose son già dimenticate perché rimote di tempo, e perché non ci si pose mente?
- Certo, - rispose. Ripigliò Socrate: - E non avvien mai caso, che persona vedendo dipinto un cavallo o una lira, si ricordi di un uomo? e vedendo Simmia dipinto, si ricordi di Cebete?
- Avviene.
- E anche, vedendo dipinto Simmia, che si ricordi di Simmia vivo?
- Anche, - rispose.
XIX.
E può la ricordanza, secondo i predetti esempii, venire dai simili e ancora dai dissimili?
- Può.
- Ma quando uno ricorda alcuna cosa, tratto da un'altra che le assomiglia, non gli viene necessariamente di pensare se la somiglianza di quella con la cosa ricordata è o no perfetta?
- Necessariamente. E Socrate: - Badaci se è cosí: diciamo noi che è un eguale? non dico legno a legno, né pietra a pietra, e nulla di simile; ma sí dico una certa cosa diversa, di là da tutte queste; insomma, l' eguale istesso diciamo noi che è, o no?
- Diciamo che è, per Giove, e a un modo maraviglioso, - disse Simmia.
- E sappiamo noi ciò ch'esso è?
- Sí.
- E di dove mai ne avemmo noi la notizia? non dalle cose ora mentovate? non a veder legna uguali, o pietre, o altri corpi qualichesiano, avemmo il concetto dell' eguale in sé, il quale è diverso da quelli? O non ti par diverso? E bada a questo: le pietre uguali e le legna, rimanendo le medesime, a volte non paiono essere uguali, a volte no?
- Sí, certamente.
- E che? ci fu mai caso che gli uguali in sé t'apparissero diseguali, e la eguaglianza disuguaglianza?
- No, mai, Socrate. Ed egli a lui: - Non sono adunque il medesimo le predette cose uguali e l' uguale in sé.
- Per nulla, mi pare.
- Nientedimeno la notizia dell'eguale in sé l'hai tu presa da codeste cose uguali, che son diverse da quello?
- Verissimo.
- Notizia come di un ch'è o simile o dissimile a coteste cose.
- Certo.
- E' non fa niente variazione, - disse Socrate; - imperocché, se ogni volta che vedendo tu alcuna cosa, per la vista di quella ne concepisci un'altra, simile o dissimile che sia, ella è sempre una ricordanza.
- Sí, certo. E Socrate: - Ora di': le legna e quell'altre cose da noi dette uguali, t'appariscono elle uguali cosí, come è l' uguale medesimo? o vero perché sian l' uguale ci vuol poco, o nulla?
- Ci vuol di molto, - rispose.
- Siamo adunque di accordo, che se alcuno, vedendo mai alcuna cosa, cosí ragiona col cuore suo: «Cotesta cosa ch'io vedo, vuol bene essere come uno de' veraci enti , ma non lo arriva»; costui che cosí ragiona, dee aver prima veduto quello al quale dice che la cosa assomiglia
poi, giovandoci de' sensi, l'abbiamo ripigliata; proprio quella medesima che noi possedevamo una volta; l'operazione, la quale chiamiamo apprendere , non è un ricuperare ciò ch'era nostro? E dicendo noi che questa operazione è un ricordare , non parliamo dirittamente?
- Certo.
- Imperocché si è fatto chiaro che, vedendo noi alcuna cosa, o udendola, o sentendola in qual si voglia maniera, può essere che ne concepiamo un'altra diversa da quella, già dimenticata, alla quale stava accosto per esserle simile o dissimile. Onde, una delle due, com'io dico: o l'uomo è nato avendo le dette notizie, ritenendole tutto il tempo di sua vita; o vero, quando poi egli apprende, non fa che ricordarsi, sicché l'operazione dell'apprendere è ricordanza.
- Proprio cosí. XXI.
- Adunque, delle due che scegli? che siamo nati avendo scienza; o che, avutala una volta e dimenticatala, ce ne ricordiamo di poi?
- Non posso scegliere ora.
- Oh, qui potrai bene scegliere: di', che ti pare? un che sa, può render egli ragione di ciò che sa?
- Sí, come no?
- Or pensi tu che delle cose dette dianzi ognuno possa render ragione?
- Ben vorrei; ma ho gran paura che dimani, a quest'ora, non ci sia piú niuno uomo che possa fare ciò degnamente.
- Dunque non ti par che le sappia ognuno codeste cose?
- Manco per sogno.
- Dunque, ne segue che ognuno ricorda cose ch'ebbe apprese una volta?
- Necessariamente.
- E l'anima quando le ebbe apprese? certamente non dopo nati in forma di uomo?
- No.
- Prima?
- Sí.
- Dunque, o Simmia, le nostre anime erano anche prima che pigliassero forma di uomo, e aveano scienza, sebbene separate dai corpi: salvo che non avessero apprese quelle notizie proprio in sul nascere, non rimanendo altro tempo. E sia pure, amico; ma quando le perdiamo, dacché non nasciamo avendole, come ci accordammo ora? O le perdiamo noi in quell'istesso momento che le apprendiamo? o che hai tu a dire altro tempo?
- No, Socrate: io, non m'accorgendo, dissi parole vane.
XXII.
- Egli è cosí dunque, o Simmia? se è quel che ricantiamo tutto dí, un bello e un buono , e cotali essenze; e noi riferiamo a quelle e assomigliamo tutte le cose sensibili, riconoscendo che quelle eran prima, e nostre; è necessario che cosí come ci sono coteste essenze, cosí ci sia ancora la nostr'anima, e prima che nasciamo: se poi non ci fossero, sarebber tutte parole gittate le mie. Su via, dunque, è cosí? è uguale necessità che ci sian le dette essenze e ci sia la nostra anima ancora prima che nasciamo? e che, se quello non è, né pure sia questo? E Simmia rispose: - Sí, proprio l'stessa necessità io ci vedo, e il ragionamento, o Socrate, si è ricoverato in un forte luogo, sostenendo che cosí ci sono le nostre anime prima che nasciamo, come ci sono le essenze che tu di'; imperocché nulla è sí luminoso e chiaro come questo, che il bello e il buono e le altre essenze che hai soprannominate ci sono veramente, e ch'elle hanno dell'essere il piú che se ne possa avere. Per me tanto la cosa è dimostrata sufficientemente.
- E Cebete? eh bisogna persuadere anche lui, - disse Socrate. E Simmia: - Penso che duro com'egli è piú che niuno altro uomo a prestar fede, questa volta siasi non poco persuaso che prima che nascessimo noi ci era la nostra anima. XXIII. E seguitò: - Ma se ella sarà tuttavia dopo morti, non par chiarito neanche a me, o Socrate. Mi fa ombra quel che diceva ora Cebete, la paura dei piú, che, morendo l'uomo, non si dissipi l'anima, e sia cotesto dissipamento il termine dell'essere suo. Perocché qual ragione toglie ch'ella si generi di dove che sia, e si formi e viva innanzi al suo entrare in umano corpo; ma, entrata ch'ella è, quando poi si parte, in quel momento d'ora medesimo si dissolva? E Cebete: - Tu di' bene, o Simmia; ed è chiaro che è mostrata la metà sola di quello che si doveva, cioè, che avanti che nascessimo, ci era la nostra anima; ma bisogna anco mostrare, che, morendo, ella non sarà meno che fosse avanti che nascessimo, se la dimostrazione vuol esser compiuta. E Socrate: - Ma questo s'è mostrato ora ora, o Simmia e Cebete; sí veramente che vogliate comporre questa ragione con quella nella quale ci accordammo innanzi, cioè, che il morto nasce dal vivo, e il vivo dal morto: imperocché, se l'anima è anche prima, ed è necessità che venendo ella a vita si generi di morte, non è similmente necessità che si rigeneri a vita, morendo, e seguiti a essere? Dunque s'è mostrato, ora, ciò che tu chiedi. XXIV.