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Tesina per l'esame di Filosofie dell'India, scelta tra i titoli dati dal professore
Tipologia: Tesine universitarie
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Elaborato di: LAURA BRAMBILLA Matricola 0001196097
La Bhagavadgītā (tradotto con “Il Canto del Beato” e più comunemente definita “Gītā”) è un poema che fa parte dell’opera epica Mahābhārata, e rappresenta una delle più profonde e influenti esposizioni filosofiche e spirituali dell’India antica (databile tra il II sec a.C. e il II sec d.C.). Protagonisti sono Arjuna , il principe guerriero, e Kṛṣṇa , il suo auriga, che si rivela nel corso dell’opera maestro divino, guida spirituale ella interprete della “ realtà suprema ”, con cui si indetifica^1. Onorando il suo ruolo, nel corso delle 18 letture che compongono il poema, Kṛṣṇa impartisce ad Arjuna i suoi insegnamenti sul problema dell’agire.
Sono gli interrogativi che scaturiscono dalla prima, angosciosa domanda “Perché combattere?” che Arjuna si pone, e pone a Kṛṣṇa, nel vedere i suoi amici, parenti e maestri schierati contro di lui sul campo di battaglia. Il conflitto etico che si genera dalla contrapposizione di due doveri autorevoli ( dharma ), quello di rispettare parenti, maestri e amici e il dovere castale di combattere, portano Arjuna a dover scegliere tra le uniche due alternative possibili, nessuna delle quali porterebbe a un esito positivo: l’uccisione di coloro che dovrebbe proteggere, o l’astensione dall’azione. In risposta a questo dilemma Kṛṣṇa offre non una ma almeno tre soluzioni, tre vie, tre yoga (discipline): Jñāna-Yoga , lo yoga della conoscenza, BhaktiYoga , la disciplina della devozione, e Karma-Yoga , la disciplina dell’azione rinunciante in ottemperanza al proprio dharma, lo yoga
“legare insieme”, e significa avvincere le proprie facoltà e i propri poteri psichici, equilibrandoli
vuol quindi dire “ unione attraverso l’azione ”, e costituisce un esplicito invito ad agire. Per tutta l’estensione dell’opera il Maestro insiste sulla necessità dell’agire , dimostrandosi contrario a considerare il mondo come qualcosa da rifiutare; al contrario, afferma Kṛṣṇa, l’ uomo è tenuto ad agire in quanto non agire non è possibile , ma rinunciando alla gratificazione derivante dall’azione, compiendo quindi un’azione priva di ego e di desideri personali, come sintetizzato nel verso sottostante, che esplicita il principio del disinteresse. " Tu hai un diritto particolare all’azione, ma in nessun caso un diritto ai suoi frutti; non essere come uno che dipende dal frutto del karma; e non sia in te neanche attaccamento alcuno alla non-azione .” Bhagavad Gītā 2.47 3 Ogni azione, infatti, implica un frutto ( phala ) che, costituendo un legame , contribuisce ad alimentare il meccanismo retributivo del karman. Secondo il Karmayoga, però, il legame non è intrinseco all’azione ma dipende dall’ intenzione di chi la compie, quindi “lega” solo se chi agisce lo fa spinto dal desiderio o dal frutto dell’azione. Se invece l’azione viene compiuta rinunciando preventivamente ai suoi frutti , quell’azione non costituisce un legame; una volta abbandonato il suo frutto diventa un’azione “ disinteressata ”, “ rinunciante ” o “ senza desiderio ”, che si esaurisce in se stessa senza generare conseguenze^4.
(^1) “Infatti io sono il fondamento del Brahman immortale e imperituro e dell’eterna legge e della beatitudine assoluta.” Bhagavad Gītā - 14. (^2) S. Marchignoli - L’India Filosofica. Eurocopy – Bologna (2005) – Pag. 41 (^3) Bhagavad Gītā – A cura di S. Radhakrishnan, Edizioni Ubaldini (1964) – Pag. 145 (^4) S. Marchignoli - L’India Filosofica. Eurocopy – Bologna (2005) – Pag. 43 Una questione centrale affrontata nella Gita è quella del rapporto tra azione (karma) e
all’azione, ma Kṛṣṇa lo corregge: non è l’abbandono dell’azione che porta alla liberazione, ma la corretta attitudine verso l’azione. La rinuncia autentica non consiste nel rifiuto del mondo, ma nell’ agire senza sentimenti egoistici. Significa assenza di desiderio. La rinuncia ha rapporto non con l’atto in se stesso, ma
Colui che compie l’opera, senza prendere in considerazione il frutto dell’opera stessa, quegli è il vero samnyāsin (operatore di rinuncia), quegli è
accende il fuoco sacro e non compie i riti. - Bhagavad Gītā 6.1^5 In quest’ottica il Karmayoga opera una sintesi tra azione e rinuncia , considerato un atteggiamento interiore basato sul distacco che non priva, però, l’azione del suo movente , senza il quale rimarrebbe sospesa nel vuoto della mancanza di intenzionalità. Le azioni, infatti, anche quando vengono promosse al rango di non-azioni, sono mosse dalla necessità di conformarsi al proprio sva-dharma : il dovere specifico, inteso in senso castale , del proprio ruolo. Il dovere di Arjuna in quanto guerriero è quindi quello di combattere, senza passione, senza malanimo, senza collera e senza odio; compiere il proprio dovere con animo devoto e sincero, senza attaccamento ai risultati, vuol dire avviarsi sulla strada della perfezione. Il versetto sottostante, riferito all’Ātman, aggiunge profondità alla comprensione del Karmayoga: Esso non nasce mai, né mai muore, né, essendo ciò che è venuto ad essere, (di nuovo) cesserà di essere; è non nato, eterno, permanente, originario; non è ucciso, quando il corpo è ucciso. Bhagavad Gītā 2.20^6 Il vero Sé ( Ātman ) è eterno e non toccato dai risultati delle azioni, non nasce, non muore e non viene colpito dalle azioni fisiche: è immutabile. Questo significa che, agendo senza identificarsi con il corpo o con il frutto dell’azione, si rimane ancorati al Sé reale , libero e incondizionato, nella sua unione con il Brahman, il Sé universale , arrivando a una libertà