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Il lavoro - scienze umane, Appunti di Scienze Umane

Appunti per liceo delle scienze umane opzione economico-sociale

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 08/02/2020

filippo-zonta
filippo-zonta 🇮🇹

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IL LAVORO
L’EVOLUZIONE DEL LAVORO
Prima rivoluzione industriale—>fenomeno delle recinzioni—> fuga dalle campagne—>:
-la presenza di una gran numero di lavoratori liberi da rapporti di dipendenza personale, che
possono disporre di se stessi e di offrire ad altri la propria forza lavoro in cambio di un salario.
Il salariato è un uomo giuridicamente libero, la cui subordinazione nei confronti del datore è
limitata alla sfera professionale. Il salariato può lavorare solo a patto c'è qualcuno gli offra la
possibilità è assumendolo e corrispondendogli un salario.
Affermazione dell’industrializzazione + Affermazione del lavoro salariato
= in Occidente prende forma la classe lavoratrice.
Classe lavoratrice: espressione che indica l’insieme di tutti quegli individui per i quali il lavoro rappresenta
l’unico potenziale mezzo di guadagno, in assenza di altri finti di ricchezza.
Tale connotazione, agli inizi del processo di industrializzazione, assunse connotazioni
drammatiche: poter contare solo sul proprio lavoro per vivere rappresentava l’epilogo di un
processo che portava artigiani, contadini…, a diventare operai salariati costretti ad accettare dei
compensi miseri.
Per definire questo insieme di persone si inizia ad utilizzare l’appellativo “proletari”, con il quale si
indica coloro che “posseggono” soltanto i figli.
Nei “Manoscritti economici-filosofici” (1844) MARX descrive la condizione del proletariato
industriale come un’inesorabile estraniazione del lavoratore dalla sua attività e dalla sua
stessa natura.
L’operaio vive il lavoro non come una realtà che lo realizza, bensì come un’attività che lo estranea,
in cui è semplicemente strumento di fini che non gli appartengono.
Secondo Marx il lavoro è l’attività tipica dell’uomo, ciò che lo distingue dal mondo animale.
Tuttavia, l’estraniazione dal lavoro comporta l’alienazione: separazione dell’individuo dalla propria
essenza di uomo.
Per Marx, inoltre, la proletarizzazione del lavoratore costituisce una tendenza intrinseca del
sistema di produzione capitalistico, destinato a generare due dinamiche complementari:
-la concentrazione della ricchezza nelle mani dei capitalisti
-La formazione di masse sempre più ingenti di individui proprietari solo della propria forza
lavoro.
Questo processo avviene in due direzioni. Da una parte coincide con la progressiva perdita di
autonomia del lavoratore. Dall’altra coincide con il progressivo impoverimento economico e
spirituale del salariato.
Nell’arco del XX secolo si è verificato un graduale miglioramento delle condizioni di vita delle
classi lavoratrici.
Se agli inizi dell’industrializzazione la classe lavoratrice era composta perlopiù da operai, con il
tempo si è diversificata: è cresciuta la componente impiegatizia (“colletti bianchi” Mills).
Ciò ha contribuito a modificare la concezione che la classe operaia aveva di se stessa:
al sentimento di un’identità comune si è sostituita un’ottica piú corporativistica, impegnata ad
affermare gli interessi di una categoria particolare.
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IL LAVORO

L’EVOLUZIONE DEL LAVORO

Prima rivoluzione industriale—>fenomeno delle recinzioni—> fuga dalle campagne—>:

- la presenza di una gran numero di lavoratori liberi da rapporti di dipendenza personale, che

possono disporre di se stessi e di offrire ad altri la propria forza lavoro in cambio di un salario. Il salariato è un uomo giuridicamente libero, la cui subordinazione nei confronti del datore è limitata alla sfera professionale. Il salariato può lavorare solo a patto c'è qualcuno gli offra la possibilità è assumendolo e corrispondendogli un salario. Affermazione dell’industrializzazione + Affermazione del lavoro salariato = in Occidente prende forma la classe lavoratrice. Classe lavoratrice: espressione che indica l’insieme di tutti quegli individui per i quali il lavoro rappresenta l’unico potenziale mezzo di guadagno, in assenza di altri finti di ricchezza. Tale connotazione, agli inizi del processo di industrializzazione, assunse connotazioni drammatiche: poter contare solo sul proprio lavoro per vivere rappresentava l’epilogo di un processo che portava artigiani, contadini…, a diventare operai salariati costretti ad accettare dei compensi miseri. Per definire questo insieme di persone si inizia ad utilizzare l’appellativo “proletari”, con il quale si indica coloro che “posseggono” soltanto i figli. Nei “Manoscritti economici-filosofici” (1844) MARX descrive la condizione del proletariato industriale come un’inesorabile estraniazione del lavoratore dalla sua attività e dalla sua stessa natura. L’operaio vive il lavoro non come una realtà che lo realizza, bensì come un’attività che lo estranea, in cui è semplicemente strumento di fini che non gli appartengono. Secondo Marx il lavoro è l’attività tipica dell’uomo, ciò che lo distingue dal mondo animale. Tuttavia, l’estraniazione dal lavoro comporta l’alienazione: separazione dell’individuo dalla propria essenza di uomo. Per Marx, inoltre, la proletarizzazione del lavoratore costituisce una tendenza intrinseca del sistema di produzione capitalistico, destinato a generare due dinamiche complementari:

- la concentrazione della ricchezza nelle mani dei capitalisti

- La formazione di masse sempre più ingenti di individui proprietari solo della propria forza

lavoro. Questo processo avviene in due direzioni. Da una parte coincide con la progressiva perdita di autonomia del lavoratore. Dall’altra coincide con il progressivo impoverimento economico e spirituale del salariato. Nell’arco del XX secolo si è verificato un graduale miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici. Se agli inizi dell’industrializzazione la classe lavoratrice era composta perlopiù da operai, con il tempo si è diversificata: è cresciuta la componente impiegatizia (“colletti bianchi” Mills). Ciò ha contribuito a modificare la concezione che la classe operaia aveva di se stessa: al sentimento di un’identità comune si è sostituita un’ottica piú corporativistica, impegnata ad affermare gli interessi di una categoria particolare.

Nonostante ciò, nella società industriale, i lavori dipendenti condividono una stessa condizione:

- la mancanza di controllo sulle condizioni di erogazione del lavoro

- Il rischio di disoccupazione

- La precarietà dello stato economico

Non a caso, infatti, è sempre più grande il divario economico tra le elitè detentrice di ingenti patrimoni e il resto della società. Parlando delle trasformazioni del lavoro dipendente non si può fare a meno di menzionare la progressiva espansione del settore dei servizi, che ha finito per accogliere una quantità sempre più consistente di forza lavoro. L’industrializzazione, infatti, è andata di pari passo con la crescita urbana e lo sviluppo delle città, che hanno richiesto dei nuovi servizi, che hanno creato nuove possibilità occupazionali. Le esigenze delle industri hanno favorito lo sviluppo del terziario: una produzione spero più ampia richiede lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni, la moltiplicazione die punti vendita, la nascita di attività legate a servizi bancari e assicurativi. La terziarizzazione é un logico completamento del secondo settore. Esiste un terziario “tradizionale”: il commercio, i trasporti, il turismo e i servizi; che negli ultimi decenni ha conosciuto uno sviluppo notevole. Tuttavia, il fenomeno più caratteristico degli ultimi anni è stato lo sviluppo del cosiddetto terziario avanzato (quaternario), nel quale sono riuniti i servizi caratterizzati da un’elevata specializzazione e professionalità: la ricerca scientifica e tecnologica, il marketing, la pubblicità, la fornitura di supporti informatici. Il terziario avanzato rivolge i suoi servizi alla imprese, andando incontro all’esigenza di promuovere attività necessarie per la crescita dell’impresa stessa. “TERZO SETTORE” Una delle realtà più importanti nella società occidentali degli ultimi anni è il Terzo Settore: l’insieme di questi soggetti sociali che svolgono attività finalizzate alla promozione del benessere collettivo, agendo secondo logiche diverse sia delle imprese che dalle istituzioni pubbliche. Fanno parte del Terzo Settore: le cooperative sociali, assicurazioni di volontariato e fondazioni. La loro natura intermedia tra stato e mercato risiede nel fatto che:

- sono soggetti privati, che nascono dall’iniziativa di privati

- Non hanno fini di lucro: gli utili che realizzano non vanno ai membri che vi operano, bensì

vengono reinvestiti nell’organizzazione stessa. Per questo motivo vengono definite come “organizzazioni no profit” o “imprese sociali” L’esplosione del terzo settore si colloca in un preciso momento della storia dei paesi occidentali:

- la crisi o ridimensionamento del Welfare State e dell’idea della centralità delle istituzioni

pubbliche per il soddisfacimento dei bisogni

- l’impossibilità di ovviare alle lacune dell’intervento statale mediante la semplice attribuzione di

tali competenze al “mercato”, ovvero alle imprese. Queste ultime si sono rivelati incapaci di far fronte alle esigenze che sono incompatibili con il loro obiettivo Le associazioni di Terzo Settore, inoltre, mobilitano esigenze e istanze ideali: in esse trovano espressione valori come la solidarietà, l’impegno sociale e il perseguimento di scopi altruistici.

  1. Il tasso di occupazione: costituito dal rapporto tra il numero degli effettivi occupati e la popolazione in età lavorativa
  2. Il Tasso di disoccupazione: indica il rapporto tra il numero dei disoccupati e il complesso della popolazione attiva Per disoccupazione si indica la condizione degli individui che, pur essendo idonei a svolgere un’ attività, non trovano un’occupazione. Negli ultimi decenni questo termine ha assunto un significato negativo. Queste oscillazioni di significato sono state causate da due fattori:

- la disoccupazione come problema sociale è un fenomeno moderno

- Il fatto che di tale fenomeno sono state date interpretazioni molto diverse

Gli economisti distinguono diversi tipi di disoccupazione:

- disoccupazione frizionale: per indicare l’esistenza, sempre presente nel mercato, di persone in

cerca di un lavoro

- Disoccupazione strutturale: per indicare la mancanza di occupazione conseguente alla squilibrio

tra domanda e offerta di lavoro

- Disoccupazione stagionale: es. inverno per il settore edilizio

- Disoccupazione ciclica: che si verifica nel periodo delle crisi economiche, quando il calo della

domanda di beni e servizi fa diminuire la produzione, provocando ripercussioni negative sull’occupazione. Ci sono diverse interpretazioni della disoccupazione: —> disoccupazione come colpa individuale Per molto tempo la fiducia nelle regole del libero mercato ha condizionato l’approccio al mondo del lavoro e ai suoi problemi. L’idea che la domanda e l’offerta di armonizzino spontaneamente grazie alle oscillazioni del costo del lavoro porta ad escludere la possibilità che esista della forza lavoro non occupata. Esisterebbe, quindi, solo la disoccupazione frazionale, la quale sarebbe causata dalla cattiva volontà del singolo individuo, che non cercherebbe lavoro in maniera adeguata. Questa idea ha contribuito a diffondere un vero e proprio pregiudizio, secondo cui chi non trova un impiego è responsabile della propria condizione. —> disoccupazione come problema sociale Solo negli ultimi tempi si è diffusa la percezione della disoccupazione come un problema sociale. Lo storico John Garraty sostiene che sono state proprio le società contemporanee a “scoprire” la disoccupazione, se non addirittura a crearla. Nell’opera “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” Keynes sostiene che la causa della disoccupazione sia da ricercare al di fuori del mercato del lavoro. Essa, infatti, è legata a ciò che Keynes chiama “domanda aggregata”, ovvero la richiesta di beni e servizi formulata, in un dato periodo, dal sistema economico nel suo complesso. Quando questa domanda è debole perché le persone decidono di dedicare poco del loro reddito ai consumi e investimenti, il volume complessivo dell’occupazione diminuisce. Per aumentare la domanda aggregata, secondo Keynes, è necessario l’intervento dello Stato che, aumentando la spesa pubblica favorisce la ripresa dell’occupazione. La teoria di Keynes inaugura un processo di responsabilizzazione del potere politico rispetto alle dinamiche del mercato del lavoro.

Nel corso del XX secolo la gamma degli interventi pubblici contro la disoccupazione si è andata ampliando:

- assunzione diretta di nuovo personale alle dipendenze dello stato

- Erogazione di sussidi in favore dei lavoratori temporaneamente disoccupati (sussidi di

disoccupazione)

- Forme di integrazione del reddito per i lavoratori temporaneamente disoccupati (cassa

integrazione guadagni) IL LAVORO FLESSIBILE Per flessibilità si intende una caratteristica di un mercato del lavoro in cui il lavoratore si ritrova a cambiare più volte mansioni nel corso della propria vita. In altre parole, la flessibilità indica una situazione in cui le varie caratteristiche dell’attività lavorativa non sono stabili, bensì sono soggette a cambiamenti e fluttuazione.

- Flessibilità del lavoro: possibilità di modificare l’attività del lavoratore per adattarla alle

congiunture della produzione

- Flessibilità dell’occupazione: messa in discussione die tradizionali aspetti giuridici e statuari del

rapporto di lavoro, che privano il lavoratore di garanzie di sicurezza dell’impiego Fino agli anni ottanta del Novecento il mondo del lavoro europeo è stato caratterizzato da un elevato grado di stabilità. Questa situazione ha iniziato a cambiare vero la fine del secolo, quando l’espansione dei mercati nazionali, conseguente alla globalizzazione, ha comportato un acuirsi della concorrenza tra le aziende, costrette a vendere i loro prodotti a costi ridotti e perciò poco propense ad assumere per medi-lunghi periodi. Di fronte a tali mutamenti, il sistema di garanzie sociali e tutela del lavoratore è stato percepito dalle imprese come un limite che, bloccando il flusso del lavoro in uscita e di conseguenza di quello in entrata, riduceva la capacità di assorbimento della manodopera disponibile. Una possibile via d’uscita è stata intravista nella flessibilità, ovvero nella possibilità di una carriera lavorativa caratterizzata da frequenti cambiamenti professionali. Il lavoratore può essere licenziato più semplicemente, ma ha molte più opportunità di trovare un’occupazione e scegliere tra le occasioni che gli sono offerta “Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia”,esponeva i risultati della ricerca guidata dal Professor Bianchi All’inizio del nuovo millennio, il Tasso di occupazione italiano risultava il più basso tra quelli dei paesi aderenti all’Unione Europea, inferiore a dieci punti rispetto alla media europea. Ai dati del rapporto bisognava aggiungere anche altri dati rilevanti, come quelli riguardanti il lavoro nero. Di fronte ai dati critici emergenti dal panorama occupazionale, il Libro Bianco sosteneva la necessità di una flessibilizzazione del mercato del lavoro. Queste sollecitazioni hanno portato all’emanazione della Legge Biagi (14 febbraio 2003), che ha introdotto nel nostro paese nuove tipologie di contratti di lavoro. Prima di questa legge il nostro paese prevedeva un numero limitato di forme subordinate distinte in base:

- alla durata del contratto: lavoro a tempo determinato (occupazione di tipo subordinato regolata

da un contratto che prevede una scadenza ben precisa) e il lavoro a tempo indeterminato (regolato da un contratto che non prevede alcuna data di cessazione del rapporto lavorativo)

- Impossibilità di disporre di garanzie salariali nel lungo periodo

—> Gallino: Sostiene che la richiesta di un mercato del lavoro più flessibile è da intendersi come la conseguenza della globalizzazione economica, in particolare della concorrenza creatasi tra i lavoratori occidentali e quelli in via di sviluppo. Globalizzazione: fenomeno di interconnessione. Il primo settore interessato da tale fenomeno è stata l’economia. Ha poi coinvolto la politica la società e la cultura