







Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Sintesi riassuntiva del volume di Andrew Piper
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 13
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!








In offerta
Il significato del libro potrebbe cominciare con Sant’Agostino che, nel libro delle sue Confessioni, descrive il momento della sua conversione al cristianesimo. Secondo Sant’Agostino l’afferrabilita’ del libro, in senso materiale e insieme spirituale, è ciò che gli conferiva questo immenso potere di cambiare radicalmente le nostre vite. Nel prendere il libro siamo presi dai libro a nostra volta. Aristotele riteneva che il tatto fosse il senso più elementare dato che è il modo in cui cominciamo a trovare una via nel mondo, a mapparlo, a misurarlo e ad interpretarlo e proprio attraverso il senso del tatto impariamo a percepire noi stessi. Inoltre rende le parole sulla pagina più ricche di significato e ne moltiplica le dimensioni. Fin dai suoi inizi il libro è servito come forma di riflessione. Nel libro c’è una duplicità che sembra essere decisiva per il suo significato in quanto oggetto. Con le sue pagine rivolte verso di noi, il libro sta davanti a noi come uno specchio. Il libro “afferrato” non è solo un segno di apertura e di accessibilità ma può anche essere un affronto, può’ chiudere fuori qualcosa(o qualcuno)in nome dell’aprirsi di qualcos’altro. Infatti i libri sono oggetti che uniscono apertura e chiusura, come le mani a cui appartengono. Leggendo un libro, e non è un caso, si riproducono i gesti del saluto e della preghiera. Nel medioevo, questa unione di lettura e preghiera si compiva in uno dei formati più diffusi dell’epoca, ovvero il piccolo “libro delle ore”, che le persone portavano in giro con se’ come richiami quotidiani al canto e alla sapienza della religione. Leggere i libri è una forma di espansione così come di inclusione e l’essere a portata di mano del libro è un segno della sua affidabilità. I libri, come le mani, “tengono” la nostra attenzione. Il libro però non è un semplice specchio ma un contenitore e una lente allo stesso tempo. Nel diciannovesimo secolo, i lettori testimoniarono la nascita della lettura in quanto tatto, nella forma dell’invenzione, da parte di Louis Braille, di un sistema di lettura per i ciechi basato su una matrice di punti. La lettura diventava così “digitale” in senso decisamente letterale. Se l’offrirsi del libro alla mano è stato essenziale per i nostri modi di inventariare il mondo, la sua capacità di fungere da contenitore ci ha offerto un altro modo per trovare un ordine alle nostre vite. Alla fine i libri sono cose che contengono cose e le cose che stanno nei libri non solo ci portano in un più vasto mondo di oggetti quotidiani, ma ci mostrano anche come le cose ci impressionino e in che modo la “pressione” sia parte integrante della nostra conoscenza. Però il fatto di possedere i libri e di tenerli stretti presso di se’ è sintomo di una possibile mania infatti la biblioteca privata è un rifugio non solo per la lettura, ma anche, potenzialmente, per la follia. La biblioteca, il luogo dei libri, è anche il luogo dove possono nascere le ossessioni, è dove siamo posseduti dai nostri possessi. Attaccarsi ai libri ci può tenere lontani dalla vita. La mano che afferra non ha a che fare solo con la prossimità e la comprensione, ma anche con l’arrestare e l’essere arrestati. Aggrapparsi ai libri è aggrapparsi al tempo. Come possiamo tenere i nostri testi digitali, e tenerci ad essi, oggi? Non è sorprendente che una delle più celebrate opere d’arte dei nuovi media sia Text Rain, nella quale delle lettere piovono giù per uno schermo e si fermano su proiezioni delle mani aperte degli spettatori. La maneggevolezza del libro viene riprodotta sullo schermo e vediamo noi stessi raccogliere parole nelle nostre mani, come se fossimo i nuovi dei ma non possiamo mai afferrare davvero le parole di Text Rain. Esse sono come forme platoniche. Ci ricordano quanto sia fragile la nostra presa sul mondo e che siamo sempre e solo simili a Dio. Per Agostino, il fatto che il libro potesse essere afferrato nella sua totalità era una componente essenziale della sua capacità di generare esperienze di lettura che trasformano le persone. I testi digitali, al contrario, sono radicalmente aperti, nella loro natura in rete e sono caratterizzati da un senso di chiusura molto debole. Però’ potremmo dire che i testi digitali, più’ che cancellare la chiusura del libro, la reinscrivono in se stessi. Se i libri
sono chiusi verso l’esterno e aperti verso l’interno, i testi digitali ristabiliscono questa relazione in ordine inverso. I testi digitali sono da qualche parte, ma dire dove siano è diventato sempre più complicato. Se il libro è una cosa in cui si possono metter altre cose, il libro elettronico tiene le cose fuori di se’. Il tocco della pagina ci porta nel mondo mentre lo schermo ci tiene fuori. Tutto ciò che resta della mano è una sopravvivenza fantasmica del suo essere stata là. Ma i testi digitali possono essere effettivamente afferrati, come avviene nel caso dell’ E-Reader, infatti nella “computer science” contemporanea, il tatto è diventato uno dei campi di ricerca più importanti. Quanto più il nostro mondo si sposta su schermi, tanto più cerchiamo di reimmettervi forme di tattilità. Per quanto possano cercare di assomigliare ai loro fratelli a stampa, i libri elettronici cambiano il modo in cui interagiamo manualmente con essi e questi cambiamenti agiscono sulla lettura. Per cominciare non ci sono più pagine da voltare e la mano non “indica” più e dunque si protende verso qualcosa che non può avere. L’atto di premere bottoni converte il movimento umano in un effetto elettrico. In questo perpetuano quell’idea di “conversione” che per Sant’Agostino era essenziale alla lettura del libro però in questa ripetitività incessante il significato della conversione viene progressivamente svuotato. Così la conversione perde la sua singolarità e viene ridotta a migliaia di piccole svolte. Ma i bottoni resistono e questa loro resistenza è un presagio del modo in cui la tecnologia ,in misura crescente, sembra respingerci. Forse è per questa ragione che ci stiamo spostando dal mondo del bottone a quello del touch screen. In quest’ultimo caso il dito non converte più, ma “conduce” e l’azione umana succede alla tradizionale inazione della lettura. Tuttavia, più il mio corpo agisce meno agisce la mia mente. Scorrere ha l’effetto di rendere tutto ciò che è sulla pagine più leggero dal punto di vista cognitivo. Dopotutto lo scorrere ritmico della mano facilita la “lettura veloce”. Così però le mie mani diventano scope che spazzano via la polvere alfabetica che mi sta davanti. Tuttavia, come ci ha fatto notare di recente Matthew Kirschenbaum, studioso del mondo digitale, i testi digitali sono allo stesso tempo difficili da preservare e incredibilmente difficili da distruggere oltre ad essere difficili da afferrare ma anche da lasciar andare. La nostra presa su di essi è meno sicura. In gioco c’è la comprensione del modo in cui il “perduto” e il “ritrovato” si determinano a vicenda come condizioni di conoscenza. Il senso di perdita e ritrovamento che caratterizzò la lettura nel diciannovesimo secolo fu una componente essenziale della coscienza storica emergente in quell’epoca e che per molti aspetti è ancora con noi. Pensare storicamente è un attività che si fonda sull’idea contradditoria che qualcosa sia allo stesso tempo presente e assente, sull’afferrare e sul lasciare andare. Le nuove ricerche continuano insistere sull’importanza dei vagabondaggi mentali per l’apprendimento. Si scopre così che non prestare attenzione è uno dei modi migliori per arrivare a nuove idee. Leggere libri rimane uno dei modi più efficaci per mettere in moto questo pensiero erratico.
FACE,BOOK
Dietro le righe di ogni libro c’è un volto. I volti abbondano nei libri e mai come con la voga crescente del frontespizio d’autore che nacque all’inizio del Seicento. Oggi il web è disseminato di volti. Il volto continua a servire come una delle tecnologie piu’ utili per organizzare le nostre interazioni con i nuovi media(non per niente parliamo di interfacce). I volti sono il modo in cui diamo un senso alle tecnologie e a noi stessi per loro tramite. Facebook non è un gesto bizzarro di rimediazione. E’ un urgente, massiccio tentativo culturale di comprendere. “Frontespizio” ha finito per significare qualsiasi illustrazione che stia di fronte alla pagine del titolo, ma inizialmente significava “ guardare frontalmente”: Frontespicium, da frons(“fronte”) e specio(“guardo”). Nella sua accezione originaria si usava in architettura e aveva il senso di “facciata”. Come i libri e gli edifici anche le lettere hanno volti diversi. I frontespizi dei libri ci ricordano come la lettura, in
privacy. Leggere i libri e guardare al mondo attraverso i libri ci insegna a relazionarci con ciò che non può essere conosciuto interamente. I libri ci insegnano a vedere il mondo molteplicemente, da tutti i suoi angoli.
VOLTARE PAGINA(ROAMING,ZOOMING,STREAMING)
La pagina è l’atomo del libro, il suo elemento costruttivo fondamentale ma è anche una cornice, quella che segna un confine. L pagina è il luogo in cui le parole trovano un ordine ed è quell’ordine che ha contribuito a determinare il significato che le parole hanno per noi. Fino ad ora, i testi digitali hanno conservato un aspetto molto simile a quello della pagina. I siti web sono mucchi di pagine impilate e gli e-book non sono affatto simulazioni dei libri, ma pagine singole. Per dirla con Goethe, tutto è ancora foglia o foglio. Larga parte dell’attuale dibattito sul futuro della lettura verte sull’affollamento della pagina digitale rispetto alla sua antecedente nel libro. Sullo schermo, in poche parole, c’è troppa roba. La pagina medievale era orgogliosa della sua “cacofonia” ma, naturalmente, nella pagina digitale ci sono delle differenze rilevanti, ad esempio nel Medioevo gli elementi nei margini non sfarfallavano. La lettura ha avuto spesso un carattere “multimediale”. I testi digitali non si allontanano dalla struttura atomica tradizionale del libro: la pagina come unità della visione. Ed è qui che dobbiamo cambiare i termini del dibattito. Ciò che conta non è la capacità di aggiungere link o contenuti audio e video. Ciò che dovrebbe essere in gioco, piuttosto, è se si possa ripensare, e come, la struttura formale della lettura. Solo quando avremmo ripensato la pagina come unità fondamentale della lettura , saremo entrati davvero in un nuovo terreno concettuale. “Le pagine sono finestre”: consentono di guardare attraverso, di trasportare noi stessi in uno spazio immaginativo fuori dalla pagina stessa. “Le pagine sono cornici”: ci consentono di guardare non solo attraverso, ma anche verso, per vedere qualcosa che è stato distillato. Riducono il mondo a qualcosa di comprensibile e sono un tentativo di afferrare ciò che ci circonda, di ridurlo alla nostra misura , di ordinarlo e infine di preservarlo. “Le pagine sono individui”: diversamente dai rotoli, sono forme materiali di individualizzazione. I titoli dei capitoli ,i capoversi e la numerazione dei versi sono tutte forme di individuazione. “Le pagine sono specchi”: si fronteggiano l’una con l’altra e promuovono una logica di iterabilità, di ripetizione e variazione. E’ questa la capacità di rispecchiare, di essere come, che stava dietro l’idea secolare del “libro della natura”, secondo la quale il libro era un immagine fedele della natura e la natura era come un libro. “Le pagine sono pieghe”: L’essenza della pagina è nel voltare. Esse sono pensate per dispiegarsi nelle nostre mani e comunicano un senso dello svilupparsi del pensiero del lettore. Preso nel suo insieme, dunque, il libro è un amalgama di arbitrarietà, simultaneità e sequenzialità. Perdere il senso della sequenzialità significa perdere il senso tout court. Per quanto oggi possiamo essere attratti dall’orizzontalità della conoscenza distribuita, avremo sempre bisogno di sequenzialità. I percorsi sequenziali ci permettono di rifare le cose da capo, sono tecniche di ricorrenza, perfezionamento e sopravvivenza. La pagina digitale, per contrasto, è un falso, non è davvero lì. La pagina digitale potrebbe essere sempre diversa e questo aspetto ludico del digitale era una delle sue caratteristiche più attraente.
ROAMING: Se una delle proprietà essenziali della pagine è il fatto che ad un certo punto essa finisca, allora uno dei primi modi per pensare oltre la pagina consiste nel trasgredire i suoi limiti orizzontali. Possiamo cominciare a immaginare i testi non come pagine impilate, ma come piani potenzialmente infiniti. All’interno di questo modello, lo strumento di lettura rimane una lente, in modo molto simile alla pagina, ma la superficie testuale viene non più voltata ma esplorata, “roamed”. Uno dei piaceri della lettura su pagine stampate è stato il modo in cui l’occhio può
vagare sulla pagina e il testo esplorabile massimizza proprio questo principio. Se intorno a un libro ci “acciambelliamo”, attraverso un piano “esploriamo”. La lettura assume una struttura topologica, che nella pagina stampata era latente, ma che diventa anche più decisiva per la comprensione del “piano” di lettura. Mentre apprendiamo a esplorare veniamo iniziati più consapevolmente alla natura del nostro universo testuale interconnesso.
ZOOMING: Tra tutte le tecnologie che hanno cambiato il nostro modo di vedere il mondo, il satellite è certamente una delle più importanti. Google Earth è la versione di massa della visione dal satellite e ha cambiato le nostre modalità di visualizzazione dell’informazione, integrando irreversibilmente lo zoom nella nostra comprensione dello spazio e del testo. Se il roaming espande i margini orizzontali della pagina, lo zoom irrompe attraverso la sua bidimensionalità. In un mondo di zoom stiamo sempre sbirciando “negli angoli” ed è un mondo pieno di curiosità’ e meraviglia, ma anche di disorientamento, tensione e superstizione. La suggestione che ne deriva è che la vita online si presti ad essere l’oggetto di qualcosa, il contrario della presunta autonomia del libro.
STREAMING: Una delle caratteristiche più importanti della pagina è la sua stabilità. Quando la volto, la pagina non scompare. Oggi però molta scrittura(blog, feed, tweet ecc.), che David Gelertner ha chiamato “flussi di vita”, va e viene allo stesso tempo. Lo streaming si definisce per la sua natura effimera. Si può continuare a leggere la stessa pagina ripetutamente ma non ci si può immergere due volte nello stesso flusso. Per millenni, gli scrittori hanno sognato di scrivere come in un flusso ma il libro, con la sua finitudine, non potrebbe mai accogliere questi sogni di fluidità. Non abbiamo ancora un’interfaccia soddisfacente che ci consenta di impegnare, percorrere e infine abbandonare i nuovi flussi di informazione. Abbiamo speso così tanto tempo preoccupandoci della transitorietà dei testi digitali che abbiamo dimenticato di predisporre delle tecnologie per dimenticarcene. Queste nuove forme di lettura conservano un elemento basilare di serialità che caratterizzava la pagina stampata. La logica della pagina era fatta di piegare e voltare ed esplorando, zoomando o scorrendo continuiamo a muoverci serialmente, solo che lo facciamo in modi nuovi.
DEL PRENDERE NOTA
La lettura nasce dalla scrittura ma genera ancora altra scrittura. Quando leggiamo “prendiamo”, “trasformiamo” e “facciamo”. E’ quello che chiamiamo “prendere nota”. Non tutte le note che prendiamo diventeranno altra scrittura, ma la scrittura comincia quasi sempre in forma di note. Senza note non ci sono più libri. Nel considerare la relazione tra note e libri è importante riflettere su ciò che accade oggi allorché le nostre note e i nostri libri tendono a convergere in un stesso medium. A partire dall’invenzione della stampa tra lettura di libri e scrittura di note si ‘e sostanzialmente prodotto uno scisma. La stampa era la tecnologia che doveva rimpiazzare la scrittura a mano, tuttavia, una delle caratteristiche specifiche dei libri a stampa è stata proprio la loro capacità di contribuire alla produzione di una molteplicità di forme di scrittura a mano. A quanto pare, la stampa è stata uno dei fattori più potenti per la sopravvivenza della scrittura a mano. Le note sono innanzitutto, e soprattutto, archivi del quotidiano. Sono le fondamenta delle nostre idee, disordinate, ma piene di cose utili. Le note sono anche fatte per essere veloci, per catturare quello cose “improvvise, inaspettate e particolari”. Nella velocità della nota sogniamo l’immediatezza, un luogo in cui non ci sia più alcuna distanza tra i nostri pensieri e le parole sulla pagina. Per gli uomini della tarda età vittoriana, la fotografia era il nuovo medium che avrebbe
definendo come l’identità fondamentale dei media digitali. Nella cultura delle licenze e dei diritti digitali, la proprietà sta diventando assoluta e gli interessi economici stanno avendo la meglio sul senso della storia della nostra cultura. Ciò che viene meno è quello spazio comune che ci unisce e nel quale le idee non sono più vostre o mie ma nostre. Nella tradizione giudaico-cristiana, l’atto originario di condivisione non riguardò un libro ma un osso. Le ossa rendono possibile a livello materiale la trasmissione della conoscenza da una generazione all’altra e sono una componente essenziale nella formazione delle culture umane. Mentre esso viene dato, qualcos’atro viene trattenuto. E’ una parte di me, ma solo una parte. Solo a queste condizioni possiamo, da persone separate, accedere paradossalmente allo spazio comune che il Genesi chiama “una carne”. Potremmo dire che i libri sono come le ossa. Anch’essi preservano le idee attraverso le generazioni e appartengono ad un rituale di scambio materiale e intellettuale. Dare un libro, secondo questo modo di vedere, è come cedere una parte di se stessi. Così facendo perdiamo una parte di noi stessi ma non tutto. Quando diamo una parte di noi stessi esponiamo noi stessi, diventiamo più vulnerabili. Quando condividiamo un libro con un amico stiamo dichiarando il nostro attaccamento ad un oggetto, ad un’idea e ad una persona. La condivisione è un modo per mostrarsi in pubblico. E’ ciò che trasforma un’esperienza di lettura privata in un gesto pubblico, per quanto piccoli o grandi possano essere questi pubblici. Con il diciottesimo secolo questo ideale di amicizia personale che circondava la lettura cominciò ad assumere forme più istituzionali, forme che univano nuovi gruppi di persone in modi nuovi. Due degli esempi più famosi sono il salotto parigino e il caffè londinese. Gli spazi di lettura in comune furono un contrassegno dell’urbanizzazione culturale dell’Europa del Settecento, quando la crescente accessibilità della lettura contribuì ad un’ulteriore disseminazione degli ideali illuministi di umanità, uguaglianza e istruzione generale. Il libro era concepito, e continua ad essere concepito, come un’importante strumento di democratizzazione ma per ogni nuova pratica sociale che promuoveva l’accesso alla lettura, ne veniva un’altra derivata che tendeva ad escludere ari lettori. Il nostro attaccamento alla lettura e il nostro desiderio di condividerla possono diventare gli strumenti con i quali, volutamente o inavvertitamente, allontaniamo gli altri, compresi coloro con i quali avevamo cercato la condivisione. La lettura ci divide tanto quanto ci unisce. Più vicini siamo, fisicamente o intellettualmente, meno sentiamo il bisogno di condividere. La storia dei computer, come la storia dei libri, è legata in profondità a una cultura della condivisione. Un esempio importante fu quello di Unix che deve il suo successo, e successivamente il suo declino, proprio al problema della condivisione. In un anello di retroazione virtuale, più persone accedevano a Unix e imparavano ad usarlo, più persone potevano contribuire al suo futuro sviluppo. In seguito, più fu condiviso e più si moltiplicò in versioni diverse, che infine entrarono in competizione l’una con l’altra e questo portò all’abbandono di Unix. La condivisione è ormai l’assetto di base di quasi tutte le interfacce di lettura digitali. La domanda non è più se vogliamo condividere ciò che stiamo leggendo, ma in che modo. Non solo condividiamo come lettori ma siamo anche sempre più incoraggiati a farlo come scrittori(es. forum). Continuiamo a preoccuparci degli eccessi di condivisione ma questo ci riporta semplicemente alle origini della scrittura, che era ritenuta un dono degli dei. Oggi siamo legati gli uni agli altri dalle nostre letture digitali. La domanda che rimane è se questo lavoro collettivo arriverà’ mai a produrre qualcosa di più creativo del report di una commissione o di un’enciclopedia. Queste fantasie collettive hanno una storia antica e venerabile, in nessun modo estranea al mondo dei libri e della stampa. Il giornale doveva essere il medium della mente universale. Il ritorno di queste di queste fantasie non porrebbe alcun problema se non fosse per due fatti che lasciano perplessi. Il primo è quello che potremmo chiamare il problema della “visione nascosta”, ovvero un uso dei dati, da parte di aziende e governi, che non è direttamente collegato
alla loro presentazione originaria. I motori di ricerca memorizzano le nostre visite sul web, i social network memorizzano tutto ciò che scriviamo, stiamo per definizione condividendo le nostre letture, che ci piaccia o no. In questo scenario siamo dei soggetti sperimentali, persone soggette a continue misurazioni. Il secondo problema ha i contorni meno eleganti della “licenza”. Non solo sono sempre più numerose le sfaccettature della vita intellettuale che si pensa di poter assoggettare al diritto d’autore ma le restrizioni che circondano ciò che gli altri possono fare con questi materiali stanno diventando sempre più impositive. Condivisione e proprietà non sono gli avversari che tipicamente immaginiamo ma sono due aspetti di un più ampio spettro di modi di relazionarsi con le idee. Tutti i sistemi di proprietà intellettuale hanno previsto qualche forma di proprietà personale, del modo in cui introiettiamo le idee di una comunità e ce ne appropriamo, così come tutte le forme di proprietà per scopi commerciali sono convissute con robuste economie della condivisione. In discussione c’è il modo giusto di integrare le due cose e il modo in cui possiamo condividere “bene”. Se vogliamo realizzare un autentico cambiamento rispetto al problema della proprietà intellettuale dobbiamo concentrarci di più sulle pratiche della condivisione, invece di guardare solo alle leggi e alle tecnologie che le vincolano. Nei nostri cosiddetti “social media” dobbiamo pensare di più al tempo ma anche alla scarsità. Copiare e condividere non sono la stessa cosa. Avere in comune un file al quale entrambi possiamo accedere nello stesso momento significa trascurare completamente il senso di investimento personale nel processo, quel senso che rende possibile la condivisione. Per condividere qualcosa devo rinunciare a qualcosa e quello che ci serve è una nozione di DRM(Digital Rights Management) più complessa che possa garantire l’unicità di un oggetto così come la nostra capacità’ di interagire con esso. Solo in questo modo possiamo farlo nostro e così dare qualcosa di noi stessi quando lo condividiamo. Però un’autentica condivisione comporta anche un riconoscimento dei limiti. Non tutto può essere condiviso. Se condividessimo tutto non ci resterebbe niente da condividere. Ciò che non condivido, o che non posso condividere, è ciò che sono davvero. Infine, un autentica condivisione consiste anche nel prendersi cura di qualcosa che non era nostro una volta che esso ci sia stato dato. Ciò che viene condiviso porta con se’ degli obblighi. Il “mashing “, come il nome stesso ci fa presagire, manca di questo senso della cura e della responsabilità per qualcosa o qualcuno. Che sia personale o istituzionale, una biblioteca è uno spazio per la condivisione. I libri condividono lo spazio con altri libri e nel metterli su uno scaffale i proprietari li stanno anche condividendo con altre persone. Un disco fisso, d’altro canto, è uno strano genere di libreria. Invece che di libri, è pieno di file, che non sono impilati ma inscritti l’uno dentro l’altro. La nostra attività di raccolta avviene sempre di più sul cloud, dove condividiamo presentazioni nostre e gli “scaffali” digitali di altre persone senza che ad essi corrisponda alcun possesso. Ma, se non possiedo la mia collezione di oggetti digitali nello stesso modo in cui possiedo i miei libri, potrò cederli allo stesso modo? I libri sono significativi perché’, in quanto oggetti materiali, portano il tempo dentro se stessi mentre i file sovrascrivono il tempo. Quando condivideremo i nostri libri trasmetteremo un senso di solitudine, di stare in se stessi, e un senso di differenza oltre a condividere i limiti della condivisione.
TRA GLI ALBERI
Alla fine del diciottesimo secolo, leggere all’aperto era decisamente in voga. Uomini e donne cercavano pace e tranquillità ma anche comunione con la natura e se stessi. La lettura all’aperto era un modo per sentirsi più stretti gli uni agli altri condividendo le profondità dei sentimenti e aiutava i lettori a sentirsi più connessi. Leggere tra gli alberi era un modo per ricordare da dove venissero i libri e la natura offriva uno spazio dove perdere il senso della propria posizione nello spazio stesso. La lettura e il luogo dove si legge si combinano a formare una miscela poderosa di significati. Ogni
l’esterno e definitivamente dentro e la proprietà transitiva domina il mondo. Il lettore non cerca più un cantuccio, mosso dal desiderio di perdersi in esso, riposandosi o facendo una pausa, ma si impegna in una continua ricerca di significato. Diversamente dal turista, per il quale il libro scompare di fronte al monumento per riapparire in seguito come un luogo della memoria, la nuova natura transitiva della realtà urbana abbraccia lo spazio della pagina e lo spazio reale retrostante riconfigurando la lettura non come una forma di intimità ma come un gesto di focalizzazione. All’interno di ogni computer c’è un albero e proprio l’albero è una delle strutture alla base di qualsiasi linguaggio di programmazione. Gli storici delle idee ci dicono che fu nel diciottesimo secolo che l’albero della conoscenza cominciò a cedere ai “campi” del sapere. I fogli ordinati in sequenza non erano più al centro del sapere, al loro posto c’era la mappa topografica. Il pieghevole fu così tra i principali strumenti testuali dell’Illuminismo. L’albero si avviava a diventare una reliquia del pensiero e l’albero computazionale, ironicamente, ha solo accelerato la crescita dei campi del sapere. L’abbandono dei boschi per i campi è stato interpretato come un modo per passare dalle tenebre alla luce. Nei boschi possiamo perderci ma i campi ci affaticano, fisicamente e visivamente. I campi si estendono oltre i limiti della nostra visione segnando così una linea d’orizzonte ed espongono alla vista anche noi e questo fa sì che siamo sempre esposti. Come possiamo immaginare degli spazi tecnologici che generino riposo e non solo esposizione? Dobbiamo ricordarci degli alberi, della struttura architettonica ma soprattutto la tregua intermittente offerta dalla pagina. Come i musei, le biblioteche stanno emergendo come attori importanti nella vita civica. Abbiamo riscoperto quanto siano importanti questi angoli di lettura per le proprietà transitive dell’esperienza urbana. La libreria, che da tempo si credeva morta , oggi viene ripensata come spazio di tregua ma anche come spazio dove incontrarsi materialmente. La pressione della lettura, il fatto che a volte essa possa essere tutto tranne che piacevole, è senz’altro precedente al digitale. Siamo entrati in una dinamica esponenziale, con la crescita dei materiali leggibili. L’insistenza incessante sulla funzionalità della lettura può solo amplificare questo problema. Se le cose da leggere aumentano di continuo e noi leggiamo sempre per uno scopo, non possiamo che “inseguire” costantemente.
STANDO AI NUMERI
Contare e raccontare sono stati al cuore della lettura fin dalla sua nascita. Contare è divenuto parte della lettura come mai prima d’ora. In un momento di computazione, la scrittura è fondamentalmente numerica ed è diventata un’interazione intermittente con processi algoritmici. I testi digitali non sono mai solo lì, sono evocati mediante computazione e interazione, da un essere umano o da una macchina. Questo è ciò che li rende oggetti non statici ma dinamici ed è questa proprietà che rappresenta la singola distinzione più profonda tra la natura del libro e quella delle sue controparti elettroniche. L’oggettività prodotta dalla computazione non solo è deterministica ma non ha neanche più bisogno di noi. Al contrario, la ricerca umanistica, fondata in primo luogo sul leggere libri, riguarda innanzitutto la produzione della soggettività, ovvero che cosa significhi essere una persona nel mondo. La comprensione del futuro della lettura richiederà, almeno in parte, una conoscenza della storia della computazione sui testi, del modo in cui abbiamo agito sui testi e del modo in cui i testi hanno agito per noi. I lettori hanno spesso cercato dei significati attraverso l’accesso casuale ai testi. Come molti lettori, Agostino stava combinando il caso e la lettura per arrivare a una verità fondamentale, una verità che era già là ma alla quale non si poteva accedere direttamente. Essa richiedeva dei vincoli, delle regole e una certa fortuna. Era un gioco. Con l’avvento dei videogiochi, la teoria dei giochi diventata un fondamento delle ricerche sui nuovi media ma non c’è nulla di nuovo anche rispetto alla lettura, infatti l’indovinello è una delle forma
letterarie più antiche. Nel prenderci tempo con il linguaggio, nel trattarlo come un gioco da giocare, impariamo a leggere. L’indovinello dipende dal senso di un intrigo, di una verità che è già là ma che, una volta scoperta, sembra nuova. Il caso, e non la ragione, regna sopra le intuizioni. Non posso dedurre il percorso che mi porterà alla soluzione del gioco testuale, posso solo capitarci e questa verità’ che appare per caso è più profonda, forse più vera. Suddividere il linguaggio in parti componenti e poi giocare con queste parti era la condizione per dare alla luce nuove parole e, presumibilmente, nuove idee. Il nonsense era l’altra faccia della novità e alla base della computazione c’è proprio il nonsense linguistico. Nella ricerche online non c’è molto gioco e molti lettori, per ritrovare un senso di sorpresa rispetto al linguaggio, hanno cominciato a sperimentare con algoritmi computazionali. Invece di scrivere libri o testi, gli scrittori ora scrivono le regole che li generano. Scrivono macchine per la scrittura. In quanto si compone di regole, l’algoritmo è concepito come lo strumento che paradossalmente ci salverà dalla natura troppo basata sulle regole della scrittura computazionale, per reintrodurre il caso e il gioco nel nostro universo testuale altamente strutturato. Diversamente dal cinema, dalla fotografia e dai libri, i giochi digitali non si sono aperti la strada nel settore dell’espressione in forme canoniche e questo a dispetto del fatto che essi possano ammontare a enormi costrutti testuali, come ad esempio Dragon Age che consiste in più di un milione di parole. Quando si tratta di leggere, oggi, sembra che diffidiamo del gioco e dei vincoli che esso richiede. Tendiamo a privilegiare il virtuosismo rispetto al fallimento. Tuttavia giocare con i testi è sempre stato il cuore della lettura, è il modo in cui incontriamo i limiti del senso, i margini sfumati del significato. L’algoritmo è l’erede dell’indovinello. Quando leggiamo un libro, stiamo leggendo del modo in cui qualcun altro modellizza un mondo artificiale, che potrà essere reale o immaginario. Stiamo leggendo il virtuosismo, l’abilità con cui qualcuno è in grado di creare dal nulla. Quando leggiamo un gioco, leggiamo l’interpretazione che qualcun altro da’ del modo in cui modellizziamo il mondo. Stiamo leggendo un’interpretazione della creatività umana. Invece quando giochiamo con i giochi testuali, impariamo qualcosa sui nostri stessi processi di pensiero, sulla natura dell’espressione e sulle strutture formali del ragionamento attraverso il linguaggio. Attraverso l’algoritmo apprendiamo sull’apprendimento, il successo del fallimento. Invece di eseguire quel close reading per cui si analizza una singola opera in grande dettaglio, e che formava la base della critica letteraria, ora leggiamo una grande quantità di opere contemporaneamente ma potremmo dire che la “lettura a distanza” di fatto è un altro forma di close reading, forse il più ravvicinato di tutti. E’ profondamente legata alla parole e molto più vicina a forme di lettura più antiche, come la glossa medievale, che mirava alla spiegazione del testo parola per parola. L’attenzione per le singole parole è determinata dall’idea che la nostra esperienza di lettura preceda le astrazioni teoriche che produciamo attraverso quelle parole. Le parole sono ciò che le nostre menti accolgono, seguono e meditano. Sono l’argilla, il materiale grezzo e il piacere della lettura. Ma queste letture a distanza sono anche un modo per comprendere il significato della “ricorrenza linguistica”, ovvero in che modi le parole si ripetano a distanza e come questi accumuli progressivi siano essenziali per il modo in cui i testi sviluppano i propri significati. Nonostante questa rinnovata idolatria per la parola , ad ogni modo, viene promossa anche una lettura profondamente visuale. Per quanto visuale possa essere il nostro atteggiamento verso la lettura dei libri, un libro, diversamente dalla mappa topologica, non potrà mai essere letto tutto in una volta. Un libro richiede tempo. L’interfaccia computazionale , per contrasto, cerca di dare accesso ad una totalità. Interfacce computazionali come quelle topologiche, di conseguenza, ci immergono in un mondo di similarità’, invece che di distinzioni. Ci chiedono di pensare alle parole e alle opere mettendole in relazione tra di loro. Laddove i libri sono strumenti di distinzione, “motori della differenza”, la topologia ci insegna a comprendere il significato della connettività, dell’adiacenza.