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Riassunto del capitolo 5 del manuale “Metodologia della ricerca psicosociale”scritto dal professor Davide Barrera.
Tipologia: Dispense
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Uno dei primi problemi che vengono trattati nei corsi introduttivi di metodologia quantitativa è quello della correlazione spuria. La correlazione spuria si verifica tutte le volte che due fenomeni appaiono essere correlati, senza che vi sia una relazione di causa ed effetto fra i due. Il problema delle relazioni spurie è molto comune nelle ricerche basate su inchieste campionarie, perché nella maggior parte dei casi il disegno di queste ricerche è cross-section, cioè condotto in un determinato tempo, su una porzione di popolazione. Il metodo sperimentale , viene spesso indicato come il metodo utile per determinare empiricamente relazioni di tipo causale. L'esperimento è quella tecnica di ricerca per mezzo della quale il ricercatore controlla il fenomeno oggetto di studio stabilendo le condizioni in base alle quali quel dato fenomeno viene osservato e misurato. Il controllo di norma si manifesta mediante la creazione di due o più condizioni, virtualmente identiche tranne che per un singolo aspetto, che viene introdotto o manipolato dal ricercatore in una delle condizioni per osservarne gli effetti mediante confronto con la condizione in cui la manipolazione è assente, in modo tale da permettere una chiara inferenza causale.
La relazione fra la tecnica dell'esperimento di laboratorio e il problema della determinazione della causalità viene solitamente fatta risalire ai canoni di John Stuart Mill. Mill elencò cinque metodi, noti come «i canoni di Mill », per stabilire la presenza di una relazione causale fra due fenomeni. Il primo è il metodo dell'accordo , in base al quale se il fenomeno oggetto di studio si verifica in due circostanze che hanno un solo elemento in comune, allora quell'elemento comune verrà indicato come la causa del fenomeno. Il secondo è il metodo della differenza , in base al quale, date due situazioni identiche sotto ogni aspetto ma con l'eccezione di un solo elemento, se il fenomeno oggetto di studio si verifica solo nella situazione in cui l'elemento distintivo è presente, allora quell'elemento verrà indicato come la causa del fenomeno. Il terzo canone è quello del metodo combinato di accordo e differenza , caratterizzato dalla compresenza delle circostanze descritte nei primi due metodi. Un elemento può essere considerato causa di un fenomeno se esso (il fenomeno) si verifica in più circostanze diverse fra loro, ma in cui l'elemento considerato è presente, oppure se non si verifica in circostanze del tutto simili ma in cui l'elemento considerato è assente. Il quarto è il metodo della variazione concomitante , in base al quale se alla variazione di un fenomeno segue sistematicamente la variazione di un secondo fenomeno, il primo può essere considerato causa del secondo e il secondo sarà l'effetto del primo. Il quinto è il metodo dei residui , che si applica in presenza di cause ed effetti multipli, dopo aver individuato parte delle cause e i relativi effetti, i rimanenti effetti cui non abbiamo individuato delle cause, saranno determinati da altri fattori causali. Definito in questi termini, il metodo scientifico per determinare le relazioni di causalità si rivela però insufficiente a causa di alcuni limiti del ragionamento di Mill. I canoni di Mill si basano, infatti, sull'idea che nello studio di un fenomeno sia possibile identificare ed analizzare tutte le cause possibili, così da arrivare ad una spiegazione quasi meccanicistica dei fenomeni. Il problema sta nel fatto che la realtà è più complessa. Nonostante questi limiti, il metodo utilizzato nelle scienze sperimentali, deve molto al lavoro di Mill. Il disegno di un esperimento, nella sua forma più semplice, consiste infatti nella creazione di due situazioni per quanto possibile identiche, tranne che per un solo elemento, e nell'osservazione di un fenomeno in queste due condizioni. Il fenomeno è l'effetto, la variabile dipendente dello studio. L'elemento differente è tipicamente il fattore che il ricercatore ha ipotizzato possa essere la causa del fenomeno oggetto di studio. Pertanto l'elemento differente è l'oggetto concreto della manipolazione sperimentale, è il fattore di diversificazione che il ricercatore introduce artificialmente in una fra due situazioni altrimenti identiche. La condizione nella quale viene introdotta la manipolazione sperimentale viene comunemente indicata come condizione (o trattamento o gruppo) sperimentale , mentre la seconda, quella in cui la manipolazione è assente, viene indicata come condizione (o trattamento o gruppo) di controllo. Nei termini di Mill questa procedura dovrebbe dar luogo a risultati deterministici. Nella pratica invece i risultati ottenuti saranno al massimo probabilistici. Fu il biologo e matematico inglese Ronald Fischer a porre le relazioni causali di tipo probabilistico come obiettivo finale della ricerca sperimentale. La soluzione al problema delle possibili cause alternative non considerate proposta da Fischer è relativamente semplice e consiste nell'assegnare in modo casuale gli individui che partecipano all'esperimento alle due condizioni.
L' assegnazione casuale risolve il problema perché assicura che tutti i fattori potenzialmente rilevanti (noti e ignoti) siano ugualmente rappresentati nei due gruppi dal momento che, per ognuna delle caratteristiche rilevanti, individui con caratteristiche diverse hanno la stessa probabilità (50%) di finire in un gruppo o nell'altro. Benché il metodo proposto da Fischer sia tuttora universalmente utilizzato nella ricerca sperimentale, questo approccio è stato fortemente criticato da alcuni ricercatori. Bernard Cohen criticò il metodo sperimentale sulla base di due ragionamenti, il primo basato sul ruolo dei potenziali fattori causali ignorati (che sono infiniti) e il secondo sulla relazione fra assegnazione casuale dei soggetti alle condizioni sperimentali e numerosità del campione poiché sebbene l'assegnazione casuale ha l'effetto di rendere i due sottocampioni uguali, questo avviene soltanto se i due sottocampioni hanno numerosità infinita. In risposta a queste critiche, altri hanno sostenuto che la maggior parte delle caratteristiche non osservate sono irrilevanti rispetto al problema oggetto di studio. Inoltre, per il teorema del limite centrale, l'effetto aggregato dei fattori causali inosservati che differenziano le condizioni di un esperimento tende ad essere normalmente distribuito, e poiché alcuni di questi fattori produrranno effetti in un senso ed altri nel senso contrario, il loro effetto combinato sarà di produrre una distorsione non sistematica, generalmente detta rumore (noise), nella misurazione della variabile dipendente, e questo rumore avrà una distribuzione normale con un valore atteso prossimo allo zero. Nel processo di inferenza causale si possono commettere due errori. L' errore di primo tipo consiste nel concludere erroneamente che la manipolazione ha prodotto un effetto , quando invece l'effetto osservato è semplicemente il prodotto di una variazione casuale , per esempio dovuta alla scelta di un campione «insolito». Convenzionalmente nelle scienze sociali si accetta un tipo di errore non superiore al 5%. L' errore di secondo tipo invece consiste nella situazione opposta, cioè si commette questo errore quando si conclude che la manipolazione sperimentale non ha prodotto alcun effetto sul fenomeno oggetto di studio, mentre in realtà l'effetto esiste. In base alla seconda critica mossa da Cohen al metodo sperimentale, la numerosità necessariamente finita del campione potrebbe produrre una differenza nella variabile dipendente determinata da fattori inosservati anziché dalla manipolazione sperimentale, cioè di fatto un errore del primo tipo. Utilizzando campioni troppo numerosi, però, si aumenta il rischio di commettere l'errore di primo tipo. Per campioni molto grandi anche una differenza microscopica risulterà statisticamente significativa. Per questo motivo, accanto alla significatività statistica è importante tenere in considerazione anche la magnitudine dell'effetto trovato. Per valutare la magnitudine dell'effetto di un esperimento gli psicologi sono soliti utilizzare degli indicatori quantitativi noti come dimensioni dell'effetto (effect size). Convenzionalmente un effetto viene considerato debole se d = 0,2, medio se d = 0,5 e forte se d = 0,81 (dove d è la differenza fra i valori medi delle due condizioni divida per la deviazione standard). Nella fase di progettazione di un esperimento, stabilito il tipo di test (t) con cui verrà testata l'ipotesi, è possibile scegliere la soglia di probabilità che si vuole accettare per il rischio di commettere un errore. Dopo aver fissato questi due parametri, è possibile determinare la numerosità campionaria necessaria effettuando un'analisi della potenza statistica. Analogamente, è possibile calcolare, a posteriori, la sensibilità di un esperimento , cioè la dimensione dell'effetto minimo rilevabile dato il numero di soggetti sperimentali utilizzati e la potenza statistica desiderata (l'assegnazione casuale dei soggetti sperimentali alle condizioni solitamente non è, in senso stretto, possibile nel caso degli esperimenti di campo). LA DIFFUSIONE DEL DISORDINE. Per testare la famosa teoria delle «finestre rotte», due psicologi e un sociologo fecero una serie di esperimenti. Secondo questa teoria, la presenza di disordine urbano sotto forma di graffiti, rifiuti e segni di atti vandalici, come appunto finestre con i vetri rotti, faciliterebbe la proliferazione di comportamenti antisociali e microcriminalità. Le norme sociali possono essere divise in norme prescrittive e descrittive, le prime comprendono sia le norme formali del diritto, sia quelle informali in base alle quali un dato comportamento è associato ad approvazione o disapprovazione sociale. Le norme descrittive sono invece quelle che si inferiscono semplicemente osservando il contesto in cui gli individui si trovano e il comportamento degli altri attori presenti. Quando i due tipi di norme sono disallineati, per esempio nel caso in cui la norma descrittiva non rifletta le indicazioni della norma prescrittiva, la seconda tende a perdere di efficacia. Keizer e colleghi chiamarono questo fenomeno «effetto Cialdini» in onore del ricercatore che per primo lo teorizzò. Nel primo dei sei esperimenti presentati il contesto scelto fu un parcheggio a rastrelliera per biciclette collocato in un vicolo della città di Groningen, accanto all'ingresso di un supermercato. In questo esperimento i ricercatori olandesi manipolarono la coerenza fra norme prescrittive e descrittive. La norma descrittiva fu implementata collocando un cartello di divieto che proibiva esplicitamente i graffiti sul muro adiacente al parcheggio delle bici. Nella condizione di controllo (norma descrittiva allineata alla norma prescrittiva) i ricercatori tinteggiarono il muro, nella notte precedente il
comportamenti a rischio può essere attenuata favorendo il coinvolgimento degli studenti in attività di gruppo, che mirino a rafforzare l'integrazione sociale degli adolescenti all'interno della scuola. Il programma in questione potrebbe essere costituito da un certo numero di ore da dedicare ad attività di gruppo volte a stimolare l'integrazione degli studenti. Un primo approccio potrebbe essere quello di implementare il programma, che chiameremo X, in alcune classi e successivamente misurare la propensione media ai comportamenti a rischio degli studenti coinvolti, che chiameremo O (X -> O). Questo tipo di esperimento, definito «one-shot post hoc», non permette di trarre alcuna conclusione relativa all'efficacia del programma di prevenzione, perché manca una condizione di controllo o un qualsiasi termine di paragone con cui confrontare il grado di propensione media al rischio osservato in O. Una soluzione più efficace potrebbe essere quella di misurare la propensione media ai comportamenti a rischio prima di implementare il programma di prevenzione e poi una seconda volta dopo la conclusione dell'intervento. Con questo secondo approccio il ricercatore potrebbe confrontare la misura osservata dopo l'attuazione del programma con quella registrata in precedenza, e presumendo che il programma sia utile o il ricercatore piuttosto fortunato, rilevare una diminuzione nella media dei punteggi osservati. Utilizzando un esempio simile, Thye presenta una lista di otto possibili fonti di disturbo che riassumeremo di seguito. 1• Storia. La differenza osservata potrebbe essere stata causata da un elevato numero di fattori causali inosservati, indipendenti dal programma di intervento. Questo tipo di disegno sperimentale rende impossibile separare gli effetti del programma di intervento che si vuole valutare da quelli di qualunque evento saliente che si verifichi nel medesimo periodo. 2• Maturazione. Anche in assenza di rilevanti eventi salienti nel periodo considerato, qualcosa accadrà in ogni caso agli studenti coinvolti: trascorrerà il tempo. Questi cambiamenti spontanei potrebbero produrre una riduzione o un aumento delle attività a rischio indipendentemente dall'efficacia del programma di prevenzione portando nel primo caso ad una errata valutazione positiva del programma e nel secondo ad una errata valutazione negativa (falso positivo e fato negativo). 3• Selezione. Se la selezione delle classi e degli studenti coinvolti nel progetto avviene in maniera non casuale, gli individui selezionati potrebbero essere accomunati da caratteristiche specifiche che potrebbero renderli significativamente diversi dalla popolazione da cui provengono, e il grado di efficacia dell'intervento potrebbe essere influenzato da queste caratteristiche comuni ai soggetti coinvolti. Questa procedura di selezione però inficia la valutazione di efficacia, rendendo inadeguato qualunque termine di paragone si possa utilizzare per valutare i risultati ottenuti sul campione selezionato in questo modo. 4• Test. Il semplice fatto di misurare i comportamenti a rischio prima e dopo l'intervento in alcuni casi può influenzare l'efficacia dell'intervento stesso in due modi. Da una parte attraverso un effetto di sensibilizzazione come conseguenza dell'esposizione dei soggetti ad uno strumento di misurazione; dall'altra potrebbe esserci un effetto di «apprendimento» dello strumento utilizzato che potrebbe indurre i partecipanti a ricercare una qualche forma di coerenza fra le risposte fomite prima e dopo la somministrazione dello stimolo. 5• Regressione. Quando si usano misure ripetute, i punteggi estremi tendono a ridursi con l'andare del tempo per effetto della cosiddetta regressione verso la media: eventuali valori estremi osservati casualmente nella prima rilevazione tenderanno naturalmente a scomparire nella seconda, non per effetto dell'intervento, ma semplicemente per effetto del caso. 6• Affidabilità delle misure utilizzate. Nella misura in cui lo strumento utilizzato avesse un basso grado di affidabilità, i valori ottenuti per mezzo di esso tenderanno a fluttuare naturalmente in rilevazioni successive nel tempo e tenderanno a disturbare la valutazione dell'efficacia del programma di intervento. [BONTÀ DI MISURA] 7• Mortalità sperimentale. Così come accade nelle ricerche che utilizzano survey longitudinali, anche negli esperimenti di questo tipo accade regolarmente che alcuni individui abbandonino l'esperimento, prima che il programma sia portato a termine e sia effettuata la seconda rilevazione. Se gli individui abbandonassero il programma in modo casuale, questo non costituirebbe alcun problema per la validità interna dello studio, purtroppo però spesso gli studenti che abbandonano sono concentrati su valori estremi della variabile dipendente: i soggetti più propensi al rischio potrebbero abbandonare qualora il programma induca in loro un atteggiamento di rifiuto, quelli meno propensi potrebbero abbandonare perché ritengono il programma noioso o inutile. 8• Bias dello sperimentatore. Le aspettative del ricercatore tendono a influenzare, inconsapevolmente, i risultati ottenuti nell'esperimento. Il bias dello sperimentatore può manifestarsi per effetto diretto dell'influenza del ricercatore, oppure talvolta perché i partecipanti intuiscono lo scopo dell'esperimento e tentano attivamente di assecondare il ricercatore.
Il rimedio comunemente utilizzato per eliminare il bias dello sperimentatore è la cosiddetta procedura in doppio cieco (double blind). Mentre con il termine procedura « in cieco » (single blind) si intende la prassi mediante la quale ci si assicura che i soggetti partecipanti non conoscano le ipotesi di ricerca che vengono testate nell'esperimento , nella procedura in doppio cieco le ipotesi di ricerca vengono tenute nascoste anche al ricercatore che conduce l'esperimento. Quando le interazioni fra i soggetti partecipanti avvengono in forma anonima allora sono in "cieco", se anche le interazioni fra i medesimi e il ricercatore sono in forma anonima allora si parla di doppio cieco. Con "in forma anonima" si intende che tutte le interazioni avvengono mediante computer in modo tale che i soggetti non possano riconoscersi. Questa completa anonimità ha due scopi: 1) prevenire la formazione di aspettative da parte dei partecipanti e quindi ridurre il bias dello sperimentatore e 2) garantire ai soggetti la piena libertà di agire come credono, entro i vincoli posti dall'esperimento stesso, senza doversi preoccupare degli effetti sociali o reputazionali delle proprie scelte. Per molti degli psicologi sociali dediti alla ricerca sperimentale, può essere considerato un « vero esperimento » soltanto un disegno che preveda 1) la presenza di un gruppo di controllo con il quale effettuare i confronti dei risultati ottenuti nei gruppi sperimentali e 2) l' assegnazione dei soggetti alle diverse condizioni su base perfettamente casuale. In psicologia sociale, esiste un tipo di disegno sperimentale mediante il quale possono essere effettuati esperimenti senza assegnazione casuale dei soggetti, il cosiddetto disegno ABA. Il disegno ABA consiste di tre parti, contraddistinte dalla sequenza di tre lettere A, B, A. La prima parte (A) dell'esperimento corrisponde alla condizione di controllo, nella successiva parte (B) viene introdotto lo stimolo sperimentale che, terminato il periodo di osservazione, viene nuovamente eliminato nella terza ed ultima parte (A), che quindi ripristina le stesse condizioni osservate nella prima parte dell'esperimento. Questo disegno è adatto allo studio di quei fenomeni in cui l'effetto della manipolazione è visibile soltanto quando lo stimolo che lo produce è contemporaneamente presente, ma sparisce non appena lo stimolo viene rimosso, infatti l'uso di questo tipo di disegno è comune, negli esperimenti di psicologia comportamentista, per cui il comportamento umano è spiegabile come riflesso spontaneo a stimoli ricevuti dall'ambiente. In questo genere di esperimenti il gruppo di controllo non è necessario , perché l'effetto causale dello stimolo sperimentale sulla variabile dipendente viene dimostrato mediante l'annullamento dell'effetto determinato dalla scomparsa dello stimolo e, di conseguenza, possibili effetti spuri possono essere esclusi anche senza ricorrere all'assegnazione casuale. Questo tipo di manipolazione è nota anche con il nome di manipolazione intra-soggetti (within subjects) , mentre la procedura classica con assegnazione dei soggetti a due condizioni distinte viene per contrasto chiamata manipolazione inter-soggetti (between subjects). L'operazione di distinguere le due condizioni sperimentali di una manipolazione intra-soggetti, invertendo l'ordine di somministrazione dello stimolo, viene indicata con il termine di controbilanciamento e serve ad eliminare possibili effetti dell'ordine, cioè a verificare in che misura i risultati dell'esperimento siano sensibili all'ordine secondo il quale i soggetti vengono esposti allo stimolo. Se i fattori manipolati in un esperimento sono più di uno , e il ricercatore non ritiene opportuno utilizzare una manipolazione intra-soggetti, il disegno che si utilizza per determinare le condizioni sperimentali è il cosiddetto disegno fattoriale. Il disegno fattoriale richiede la realizzazione di tante condizioni sperimentali quante sono le combinazioni possibili dei fattori causali che vengono manipolati nell'esperimento. Naturalmente, all'aumentare del numero di condizioni sperimentali previste, aumenta il numero di confronti che andranno effettuati per valutare i risultati, e di conseguenza aumenta rapidamente il numero di partecipanti necessario per ottenere una potenza statistica sufficiente. In qualche caso gli esperimenti possono avere un disegno misto, nel quale alcuni fattori sono sottoposti a manipolazione inter-soggetti ed altri a manipolazione intra-soggetti.
Per Willer e Walker lo scopo degli esperimenti a base empirica è la scoperta di regolarità empiriche (che Mill credeva assolute e Fischer successivamente riformulò in termini probabilistici). Al contrario, gli esperimenti a base teorica, hanno lo scopo esplicito di testare ipotesi che sono derivate da modelli teorici formali. Quindi gli esperimenti a base teorica non producono scoperte, al contrario i risultati di questi esperimenti sono anticipati dalla teoria. I criteri per la costruzione di un esperimento a base empirica (approccio induttivo) sono i seguenti:
1• Definizione delle condizioni sperimentali. Gli esperimenti a base teorica non necessitano di un avere propria condizione di controllo perché utilizzano le tradizioni puntuali dei modelli teorici sui quali sono basati. Ciononostante, anche gli esperimenti a base teorica presentano almeno due condizioni. La differenza, rispetto agli esperimenti a base empirica e che ciò che distingue le due condizioni non è semplicemente la presenza o assenza del fattore manipolato, ma una modifica delle condizioni iniziali. La condizione di controllo prende il nome di condizione di riferimento (baseline) ed è solitamente costituita dalla versione standard di uno dei giochi maggiormente noti e studiati. 2• Incentivi monetari. L’uso degli incentivi monetari è uno dei capisaldi dell’economia sperimentale. La prassi di retribuire i soggetti partecipanti gli esperimenti è comune anche in psicologia, ma in psicologia la retribuzione non è necessariamente una funzione diretta delle decisioni prese dei partecipanti durante l’esperimento. Al contrario gli economisti credono fermamente che, le decisioni devono sempre avere conseguenze reali, ovvero il pagamento in denaro poiché ha l’utile proprietà di essere un oggetto ragionevolmente apprezzato da tutti, e consente quindi di definire gli esiti di un’interazione in modo tale che riflettano specularmente l’ordine di preferenza individuale. 3• Anonimità. Uno degli assunti cruciali del modello dell’homo oeconomicus e della teoria della scelta razionale è che l’utilità degli attori sia unicamente una funzione dei propri esiti attesi. L’anonimità nelle interazioni ha sicuramente l’effetto di rendere gli individui più indifferenti alle conseguenze delle proprie azioni subite da altri. Quindi, negli esperimenti economici l’anonimità ha principalmente lo scopo di evitare che le decisioni dei partecipanti siano influenzate dai sentimenti di simpatia o sensi di colpa nei confronti degli altri partecipanti (manipolazione in cieco) o nei confronti del ricercatore (manipolazione in doppio cieco). 4• Realismo. Il realismo rappresenta uno dei capisaldi per gli psicologi sociali perché alcune delle risposte comportamentali più interessanti si manifestano in modo involontario e inconsapevole, quando il soggetto è convinto che la situazione in cui si trova sia perfettamente reale. Al contrario, l’obiettivo degli economisti è quello di creare delle condizioni in cui i soggetti possano operare come dei computer, per questo motivo gli esperimenti di economia sono basati su un copione standardizzato. 5• Ripetizione. Nella loro rassegna dei punti di disaccordo metodologico fra psicologi ed economisti Hertwig e Ortmann inclusero anche l’uso delle prove ripetute seguite da feedback. In alcuni esperimenti di economia è stato osservato che l’utilizzo della ripetizione seguita da feedback produce risultati che nel tempo tendono ad aumentare il grado di corrispondenza fra i risultati degli esperimenti e le predizione dei modelli. Questo aspetto è generalmente poco rilevante per gli psicologi per due motivi. Primo, la ripetizione di un compito sperimentale ha senso soltanto se il compito presenta un grado difficoltà tale per cui è presumibile che i risultati più interessanti si possano ottenere solo dopo che i soggetti hanno effettuato alcune prove. Secondo, nella maggior parte degli esperimenti condotti in psicologia, la prima risposta, non mediata da alcun processo di familiarizzazione con la situazione sperimentale, è la più interessante, eventuali ripetizioni, anche qualora fornissero esiti diversi, non sarebbero più egualmente spontanee. 6• Uso dell’inganno. Esso è definito come l’utilizzo intenzionale ed esplicito di informazioni false o ingannevoli relative ai fatti o alle persone coinvolte nell’esperimento. Negli esperimenti di psicologia sociale l’inganno viene usato frequentemente allo scopo di aumentare il grado di realismo, al contrario nell’economia sperimentale l’uso dell’inganno costituisce un vero e proprio tabù. Gli economisti sostengono che l’inganno induce i partecipanti a diffidare dei ricercatori ed assumere un atteggiamento meno cooperativo, minacciando quindi la validità dei risultati sperimentali. Esiste un punto sul quale tutti i ricercatori che utilizzano il metodo sperimentale si trovano d’accordo: il metodo sperimentale facilita l’accumulazione incrementale della conoscenza mediante la replicazione. Una parte considerevole degli esperimenti condotti in tutte le discipline viene infatti realizzata a partire da procedure consolidate, replicando disegni sperimentali gestiti da altri, sui quali di volta in volta vengono inserite modifiche che generano nuove condizioni sperimentali.