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Illuminismo tedesco, Thomasius e Wolff, Appunti di Filosofia

Descrizione dettagliata dell'Illuminismo in Germania considerando il pensiero di Thomasius e di Wolff

Tipologia: Appunti

2020/2021

In vendita dal 18/03/2021

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L’ illuminismo tedesco
L’illuminismo tedesco è un momento della storia della filosofia molto particolare rispetto alle altre
manifestazioni nazionali di questo movimento culturale. Uno sguardo in questi anni della filosofia tedesca ci
consente di acquisire questa consapevolezza che ci aiuta a comprendere la grandezza di Immanuel Kant. Noi
siamo un po’ abituati a trattare grandi autori, diventiamo un po’ insensibili alla grandezza di questi mostri
sacri della filosofia, invece la grandezza dei filosofi si percepisce in maniera più consapevole quando li si
considera all’interno del contesto in cui essi elaborano le proprie posizioni, e la grandezza sta spesso non
nell’inventare nuovi problemi o soluzioni, ma nel trovare la maniera di rielaborare elementi che la tradizione
aveva messo a disposizione in una maniera originale, quindi più nell’originalità della composizione che
nell’originalità dell’ideazione.
L’illuminismo tedesco è una realtà molto particolare rispetto agli altri illuminismi europei, come voi sapete
ci sono state nel corso degli ultimi decenni a partire dagli inizi del novecento, tentativi d’interpretazione del
processo illuministico che si possono ricondurre a due orientamenti fondamentali, coloro i quali ritenevano
che l’illuminismo fosse un movimento omogeneo che si sviluppa in tutta l’Europa e che nelle sue diverse
manifestazioni nazionali altro non è che la specificazione sulla base delle esigenze locali dei medesimi ideali
che hanno alimentato il movimento nella sua omogeneità strutturale e che quindi si possa legittimamente
parlare di un illuminismo il quale si manifesta nelle varie realtà nazionali secondo peculiarità definite.
Queste riflettono però tutte medesimi ideali, medesimi tipi di prospettiva e che quindi sia legittimo parlare di
prospettiva in una forma singolare, e invece correnti di studiosi che hanno ritenuto che l’illuminismo fosse in
realtà un fenomeno variegato, nella misura in cui, non soltanto vi sono realtà nazionali che determinano delle
particolarità in questo movimento che non rendono possibile una assimilazione complessiva di tutte le realtà
particolari all’interno di un unico movimento omogeneo, ma che vi siano anche delle sfasature cronologiche
che non consentono di fissare delle date di inizio e di fine precise per un movimento di idee e di pensiero che
coinvolge di fatti l’intera Europa.
In questo secondo senso è più opportuno parlare di illuminismo, quindi non di illuminismo come un unico
movimento, ma come realtà particolari caratterizzati da elementi non riducibili gli uni agli altri, i quali
devono venir considerati nella loro peculiarità, e solo alla luce di una loro ricostruzione esposta, possono
venire assimilati da una serie di linee portanti che potrebbero essere: l’affermazione della critica all’autorità,
una forma attiva di secolarizzazione degli ideali, un impegno concreto del filosofo, del pensatore ,
dell’intellettuale sull’avviso rispetto alla possibilità di servirsi di questa tipologia sociologica dell’età
dell’illuminismo, cosa che ci espone ad un anacronismo evidente , in quanto la figura dell’intellettuale è più
tarda, ottocentesca, però è nell’illuminismo che emerge la figura di quello che noi intendiamo oggi con un
intellettuale: colui il quale interviene concretamente sulle condizioni della società in vista di un
miglioramento che consenta una più adeguata realizzazione delle aspirazioni dell’illuminismo. Ecco questi
ideali generalissimi, che caratterizzano il sentire di un’epoca, hanno delle realizzazioni non sempre uniformi
e non sempre allineate nelle diverse realtà europee, realtà europee che vivono proprio negli anni
dell’illuminismo, nel diciottesimo secolo, che ci consentono delle realtà politiche civili e religiose molto
particolari.
La letteratura sull’illuminismo è molto variegata, io consiglio sempre di leggere un testo di Ernst Cassirer,
grande studioso Kantiano, il quale nel 1932, pubblica un’opera destinata aprire una discussione
sull’interpretazione dell’illuminismo che s’intitola “la filosofia dell’illuminismo”. Quest’opera propone un
interpretazione unitaria dell’illuminismo, un opera che guarda l’illuminismo come a un fenomeno globale
che investe l’Europa. Il tipo di interpretazione che Cassirer da dell’illuminismo è un tipo d’interpretazione
che richiama innanzi tutto un ideale, che era non a caso un ideale Kantiano, cioè l’illuminismo come epoca
in cui la ragione diventa consapevole dei propri limiti e delle proprie potenzialità. Cassirer ci interpreta
l’illuminismo come la riscoperta di un nuovo modo di concepire la ragione il quale si oppone in maniera
antifrastica, quindi come alternativa , contrappasso, all’altra grande epoca della storia della filosofia che
aveva trovato nella centralità della ragione il proprio compito fondamentale , ossia l’epoca del razionalismo:
sia il razionalismo (1600) sia l’illuminismo (1800) hanno al proprio centro un interesse preciso per la ragione
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L’ illuminismo tedesco

L’illuminismo tedesco è un momento della storia della filosofia molto particolare rispetto alle altre manifestazioni nazionali di questo movimento culturale. Uno sguardo in questi anni della filosofia tedesca ci consente di acquisire questa consapevolezza che ci aiuta a comprendere la grandezza di Immanuel Kant. Noi siamo un po’ abituati a trattare grandi autori, diventiamo un po’ insensibili alla grandezza di questi mostri sacri della filosofia, invece la grandezza dei filosofi si percepisce in maniera più consapevole quando li si considera all’interno del contesto in cui essi elaborano le proprie posizioni, e la grandezza sta spesso non nell’inventare nuovi problemi o soluzioni, ma nel trovare la maniera di rielaborare elementi che la tradizione aveva messo a disposizione in una maniera originale, quindi più nell’originalità della composizione che nell’originalità dell’ideazione. L’illuminismo tedesco è una realtà molto particolare rispetto agli altri illuminismi europei, come voi sapete ci sono state nel corso degli ultimi decenni a partire dagli inizi del novecento, tentativi d’interpretazione del processo illuministico che si possono ricondurre a due orientamenti fondamentali, coloro i quali ritenevano che l’illuminismo fosse un movimento omogeneo che si sviluppa in tutta l’Europa e che nelle sue diverse manifestazioni nazionali altro non è che la specificazione sulla base delle esigenze locali dei medesimi ideali che hanno alimentato il movimento nella sua omogeneità strutturale e che quindi si possa legittimamente parlare di un illuminismo il quale si manifesta nelle varie realtà nazionali secondo peculiarità definite. Queste riflettono però tutte medesimi ideali, medesimi tipi di prospettiva e che quindi sia legittimo parlare di prospettiva in una forma singolare, e invece correnti di studiosi che hanno ritenuto che l’illuminismo fosse in realtà un fenomeno variegato, nella misura in cui, non soltanto vi sono realtà nazionali che determinano delle particolarità in questo movimento che non rendono possibile una assimilazione complessiva di tutte le realtà particolari all’interno di un unico movimento omogeneo, ma che vi siano anche delle sfasature cronologiche che non consentono di fissare delle date di inizio e di fine precise per un movimento di idee e di pensiero che coinvolge di fatti l’intera Europa. In questo secondo senso è più opportuno parlare di illuminismo, quindi non di illuminismo come un unico movimento, ma come realtà particolari caratterizzati da elementi non riducibili gli uni agli altri, i quali devono venir considerati nella loro peculiarità, e solo alla luce di una loro ricostruzione esposta, possono venire assimilati da una serie di linee portanti che potrebbero essere: l’affermazione della critica all’autorità, una forma attiva di secolarizzazione degli ideali, un impegno concreto del filosofo, del pensatore , dell’intellettuale sull’avviso rispetto alla possibilità di servirsi di questa tipologia sociologica dell’età dell’illuminismo, cosa che ci espone ad un anacronismo evidente , in quanto la figura dell’intellettuale è più tarda, ottocentesca, però è nell’illuminismo che emerge la figura di quello che noi intendiamo oggi con un intellettuale: colui il quale interviene concretamente sulle condizioni della società in vista di un miglioramento che consenta una più adeguata realizzazione delle aspirazioni dell’illuminismo. Ecco questi ideali generalissimi, che caratterizzano il sentire di un’epoca, hanno delle realizzazioni non sempre uniformi e non sempre allineate nelle diverse realtà europee, realtà europee che vivono proprio negli anni dell’illuminismo, nel diciottesimo secolo, che ci consentono delle realtà politiche civili e religiose molto particolari. La letteratura sull’illuminismo è molto variegata, io consiglio sempre di leggere un testo di Ernst Cassirer, grande studioso Kantiano, il quale nel 1932 , pubblica un’opera destinata aprire una discussione sull’interpretazione dell’illuminismo che s’intitola “ la filosofia dell’illuminismo ”. Quest’opera propone un interpretazione unitaria dell’illuminismo, un opera che guarda l’illuminismo come a un fenomeno globale che investe l’Europa. Il tipo di interpretazione che Cassirer da dell’illuminismo è un tipo d’interpretazione che richiama innanzi tutto un ideale, che era non a caso un ideale Kantiano, cioè l’illuminismo come epoca in cui la ragione diventa consapevole dei propri limiti e delle proprie potenzialità. Cassirer ci interpreta l’illuminismo come la riscoperta di un nuovo modo di concepire la ragione il quale si oppone in maniera antifrastica, quindi come alternativa , contrappasso, all’altra grande epoca della storia della filosofia che aveva trovato nella centralità della ragione il proprio compito fondamentale , ossia l’epoca del razionalismo: sia il razionalismo (1600) sia l’illuminismo (1800) hanno al proprio centro un interesse preciso per la ragione

e il suo funzionamento; ma la ragione dell’illuminismo e quella del razionalismo sono differenti, noi abbiamo avuto modo di incontrare diversi modelli di razionalismo, abbiamo incontrato diversi filosofi i quali condividevano la convinzione fondamentale che la ragione fosse , non soltanto lo strumento dell’indagine filosofica, ma fosse lo strumento che se utilizzato secondo regole precise, consentiva di raggiungere un uguale grado di certezza in tutti gli ambiti d’indagine: il modello della teorizzazione di questa concezione della ragione è cartesiano. Cartesio cercava l’unita del sapere, ovvero l’unita della ragione comune a tutti gli uomini, l’unità di un metodo comune per giungere alla certezza e l’unità della verità con un fondamento oggettivo. Il limite della ragione è posto solo dalla natura finite, che le impedisce di conoscere le cose come le conoscerebbe Dio, ma questo è il suo unico limite, le sue potenzialità sono sconfinate. Il razionalismo è guidato da un forte senso di ottimismo verso le potenzialità della ragione; la ragione dell’illuminismo è una ragione meno ingenua, più consapevole , è una ragione che è ormai rappresentata in quella forma icastica dal tribunale Kantiano, ossia una ragione che giunta ormai ad uno stadio di maturità prende consapevolezza di se stessa, e quindi dei propri limiti: circoscrivere dei confini entro cui si può effettivamente raggiungere una conoscenze certa , e confini oltre i quali questa conoscenza certa non è più possibile, questo non significa cadere nello scetticismo, ma significa ricalibrare il giudizio della ragione sulla base del sistema dei fini e degli scopi che ognuno di noi si pone quando fa filosofia, ossia quando impiega la propria ragione alla ricerca della verità. Voltaire, che, non era un genio filosofico, ma era un talentuoso intenditore dell’atmosfera culturale entro cui stava vivendo, aveva capito che il passaggio al nono secolo era stato possibile grazie all’introduzione di due atteggiamenti di ricerca che il continente profondamente razionalistico aveva importato dall’Inghilterra. Entrambi avevano avuto il merito per Voltaire di aver mitigato quell’ingenuo ottimismo nei confronti della ragione che era stato quell’elemento che aveva sostituito all’autorità eteronoma, imposta dai dogmi della chiesa e della scolastica, un nuovo dogma, il dogma dell’infallibilità della ragione, il razionalismo aveva proceduto trasferendo quell’autorità della chiesa e della traduzione scolastica e peripatetica, sulla ragione: la ragione era diventata l’autorità onnipotente. Il merito della filosofia di Newton e di Locke era stato quello di aver sospettato o di aver indotto i filosofi a sospettare dell’autorevolezza della ragione, di aver incominciato ad introdurre una riflessione sulle potenzialità effettive della ragione di penetrare ogni ambito del reale, e l’aveva fatto teorizzando dei principi di teoria della conoscenza come aveva fatto Locke nel fondamento empiristico. L’idea che la conoscenza debba essere sempre indirizzata ad un risvolto pratico, che la conoscenza come pura contemplazione sta al di là dell’aspirazione degli esseri umani, la conoscenza deve servire a migliorare le nostre condizioni di vita, un certo scetticismo nei confronti della metafisica, una rivalutazione della dimensione del probabile contro la dimensione del certo che era il campo di coltura della filosofia cartesiana. Questi elementi che portavano ad una certa modestia della ragione rispetto ai compiti che gli venivano imposti, si affiancava al nuovo modello epistemico imposto dalla fisica Newtoniana che era il modello del metodo osservativo sperimentale. L’idea di Voltaire che è un’idea che viene recuperata duecento anni dopo da Cassirer, e che è un’idea che ancora oggi viene recuperata dalle presentazioni dell’illuminismo, e che dà all’illuminismo l’immagine di una rivoluzione culturale che non è nata nella Francia dell’Ottocento ma nell’Inghilterra, ma dalla Francia si sia diramata nel resto d’Europa. Voltaire sottolineava la centralità della Francia nel processo che investi l’Europa del diciannovesimo secolo. L’illuminismo italiano, tedesco, polacco, non sono che riflessi di un movimento che matura e si sviluppa in Francia. Questo tipo di Franco centrismo negli ultimi anni ha cominciato ad essere avversato dalla storiografia che pur proponendo un’interpretazione unitaria del movimento illuministico sottrae alla Francia questo suo primato. Israel ( La rivoluzione della mente ) sposta il centro propulsore nell’Olanda, pre- datando quindi l’impresa Cassireniana, e vede all’origine del processo illuministico che è quello che sta a fondamento dei valori della modernità , della democrazia, del libero pensiero, l’Olanda spinoziana, e la filosofia di Spinoza , che si diffonde attraverso canali di circolazione clandestina, attraverso circolazioni manoscritte , di questi testi che non avrebbero mai passato il placito della censura, diffondendosi così in tutta Europa. Ecco il problema del concepire l’illuminismo una realtà unitaria fa sì che alcune forme di illuminismo che non son perfettamente allineate con le manifestazioni principe di questi movimenti sono

aveva ormai perso qualsiasi contatto con la vita reale, l’importanza della dimensione pratica della filosofia, un certo scetticismo per la metafisica , che anche questo va a braccetto con la rivalutazione delle istanze empiristiche della ricerca filosofica. Se io affido hai sensi l’origine della conoscenza , e se ritengo che i sensi siano anche il banco di prova ella mia conoscenza , le ipotesi metafisiche sono ipotesi che non trovano molto spazio all’interno della mia ricerca, il rifiuto dell’intellettualismo in senso stretto , dell’intellettualismo speculativo che porta a questa concezione astratta della riflessione filosofica in senso contemplativo , quasi ascetico, il rifiuto dell’intellettualismo etico , ovvero quella dottrina etica che subordina la dimensione del volere all’attività dell’intelletto, ovvero le conoscenze speculative, dunque faccio il bene se conosco il bene , e se conosco il bene non posso che non compiere il bene. Quest’esigenze che noi incontriamo in Locke le incontriamo anche in Thomasius. Thomasius nel 1687 annuncia un corso all’università di Lipsia al quale si fa risalire l’inizio dell’illuminismo tedesco, questo corso è un corso di filosofia che s’intitola: “riflessione sulla legittima dell’imitazione dei francesi” ossia quanto è legittimo imitare la moda dei francesi? Come testo di appoggio a questo suo corso, Thomasius, anziché prendere uno dei tanti manuali messi a disposizione dalla produzione accademica europea e tedesca egli prende un testo di un gesuita spagnolo, che si chiama” L’oracolo manuale” di Baltasar Cracian, un testo cinquecentesco di regole della vita civile, era una sorta di raccolta di regole pratiche per la conduzione della vita, cosa che apparteneva per altro ad un genere letterario molto diffuso, ovvero la letteratura di corte. Il testo che avrebbe dovuto insegnare le regole pratiche per la conduzione della vita in società scritto da questo gesuita spagnolo è un segno di rottura nell’ambiente nel quale Thomasius svolgeva il suo corso universitario, questo corso sarebbe stato tenuto in tedesco e non più in latino. Egli si presenta in aula vestito alla francese , questo gesto formale di rottura con la tradizione è un gesto che risponde alla necessità di rompere con un modello di filosofia che ha perso qualsiasi contatto con il reale, la filosofia non deve insegnarci se Dio effettivamente è l’ente sommo che gode di tutte le perfezioni di massimo grado , ma deve insegnarci delle regole di comportamento , cioè di direzione dei ragionamenti che ci consentano di vivere in maniera pacifica in società m di perseguire la conoscenza secondo gli scopi che ci sono preposti nella vita concreta e di raggiungere quella condizione di felicità che consiste nel bilanciamento delle proprie pulsioni. Vedete come il tentativo di rivalutare la dimensione pratica della filosofia, l’utilità della filosofia all’interno della vita degli uomini, passa attraverso di una riforma dei metodi e degli strumenti della filosofia che non può che investirne anche gli scopi. Il passaggio della filosofia intesa come filosofia di scuola , ossia la filosofia che si studia sui banchi e che ha il proprio senso soltanto nelle aule universitarie e la filosofia come saggezza mondana è il passaggio che segna il discrimine tra epoca pre-Thomasiana e l’epoca Thomasiana, La filosofia è saggezza mondana, è un tipo di conoscenza , vi ricordate la “phronesis aristotelica” ,la quale si deve realizzare nel mondo. Cosa c’entrano i francesi? I francesi avevano dato origine a quella riforma della logica che segna il passaggio dalle logiche aristoteliche sillogistiche alla logica moderna, 1662 esce la logica di Port Royal di Arnauld e Nicole, “arte del pesare” che diventa il nuovo manuale di riferimento per una logica che non si concepisce più come una enigmistica delle forme di ragionamento, ma una serie di regole pratiche per dirigere l’intelletto. La logica serve a ragionare correttamente , ma non classificando i 52 tipi di sillogismo come avevano fatto gli scolastici , bensì dicendoci quando le conoscenze sono fondate , quando le opinioni che sosteniamo sono pregiudizievoli o no , quando stiamo commettendo delle fallacie formulando giudizi precipitosi , quando siamo vittime di illusioni logiche che inficiano la correttezza dei nostri ragionamenti , la logica di port-royale e un manuale di quella che nel 700 si chiamerà “logica pratica” ovvero quella logica che mi aiuta ad evitare il pregiudizio , detto oggi “ teoria dell’argomentazione”. Richiamandosi a questa forma della logica, Thomasius sviluppa questa concezione della filosofia come disciplina pratica , che nel suo aspetto speculativo consiste nella capacità di guardarsi dai pregiudizi. La conoscenza della teoria Baconiana degli Idola , che Thomasius accoglie nella propria opera , allo stesso modo , in ambito pratico la filosofa no deve esse un rosario di massime intellettualistiche ma un insieme di norme concrete capaci di guidare il comportamento e l’azione dei singoli , pensate che non a caso una delle opere di Locke che incomincia a circolare subito nella Germania di quegli anni è un opera che esce postuma nel 1708 a Londra e si chiama “ sulla condotta dell’intelletto”, una serie di regole di come condurre il proprio

intelletto , di come rendersi conto di quando stiamo cadendo in errore. Thomasius rappresenta il vero punto di partenza della riflessione illuministica tedesca e per illuminismo intendiamo la riflessione sul nuovo modello di ragione che si esprime in una dimensione mondana. La celebrazione dei francesi che venivano contrapposti ai tedeschi d Thomasius rappresenta la celebrazione di questo diverso modo di pensare. Questa fase della riflessione thomasiana rappresenta il primo trentennio del periodo illuminista tedesco, periodo detto “primo illuminismo”, fase germinale delle idee che faranno grande l’illuminismo tedesco e che noi vedremmo ricomparire nell’illuminismo maturo che è quello che comincia a maturare negli anni Cinquanta del 700 e che termina con la critica della ragion pura che fa parte della fase del tardo illuminismo. Tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Settecento vi è la arte centrale dell’illuminismo il cui massimo esponente è Christian Wolff, autore che ha stabilito un canone terminologico e disciplinare della filosofia che formerà autori fino a Kant ed Hegel, Wolff diventa la voce della filosofia tedesca. La filosofia wolffiana dopo il crollo della scolastica aristotelica stabilisce quali sono le parti della filosofia, come dev’essere insegnata e come si articola il sistema filosofico, rendendo il compito degli insegnanti di filosofia estremamente semplice. Vi è un’organizzazione sistematica del contenuto della filosofia che rendono il successo della filosofia wolffiana inevitabile. La filosofia wolffiana rappresenta però per molti versi il tradimento delle idee illuministiche alle quali Thomasius aveva orientato le proprie teorie , sembra che con Wolff vi sia un regresso a una concezione della filosofia rigidamente razionalistica che abbia tradito nel suo intento originario quell’esigenza di aprirsi al mondo e di rendere possibile l’accesso al sapere anche a tutti quegli esponenti della società che non partecipavano alla vita universitaria e che aveva rappresentato agli albori dell’illuminismo tedesco il vero elemento rivoluzionario. Quindi ricapitolando questa Aufklarung è suddivisa, convenzionalmente tra gli studiosi, in tre epoche. Prendiamo la Critica della ragion pura, del 1781, come fase culminante dell'Illuminismo e come la forma filosofica nella quale convergono le istanze, che hanno preso vita nel corso di questo secolo dal 1690 al 1780, di riflessione sul territorio germanico. Come punto di inizio di questa riflessione siamo partiti da Christian Thomasius. Che cosa abbiamo detto di Thomasius? Abbiamo detto che in Thomasius sono rintracciabili quelle stesse caratteristiche della riflessione filosofica che abbiamo incontrato in quel padre fondatore dell'Illuminismo che era John Locke la cui filosofia, coniugata con le istanze del metodo Newtoniano, era stata ritenuta da Voltaire la vera origine teorica di questo movimento innovativo che era stato l'Illuminismo. In Germania le riflessioni sono tarde, a metà degli anni '80 esce un testo di Immanuel Kant che s'intitola: "Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?" perché su quest'organo di diffusione della cultura, che si chiama "Il mensile Berlinese", inizia un dibattito su che cosa significhi effettivamente Illuminismo. Scopriremo nel corso di queste lezioni un Kant meno tecnico, meno ostico, meno accademico di quello che si è abituati a pensare. Il Kant non era solo il Kant dell'architettonica della ragion pura ossia quello che ha costruito quel marchingegno complicatissimo che è la filosofia trascendentale, ma è stato anche un filosofo molto impegnato nella promozione di un nuovo modo di pensare. Quindi in Kant troviamo una serie di scritti e forse questo è quello più celebre in cui il significato profondo della rivoluzione nel modo di pensare che lui riteneva di aver introdotto con la filosofia critica è presentato ad un pubblico ampio, è presentato in un linguaggio accessibile a tutti. Perché è stato importante soffermarsi su Thomasius? Perché con lui abbiamo visto che s'impone l'esigenza di contrapporre al modello della cosiddetta filosofia di scuola o accademica, intesa come sapere tecnico che aveva un proprio ambito di applicazione nelle aule universitarie, la Velte Philosophie , cioè una filosofia per il mondo, una filosofia che potesse riguardare gli uomini nella conduzione concreta della loro esistenza. Quindi una filosofia in grado di fungere da saggezza mondana, un insieme di regole pratiche che consentissero di giudicare in maniera corretta evitando i pregiudizi, di orientare le proprie azioni in una maniera tale da poter costruire una morale condivisa e su questa base una comunità quindi un'estensione del dominio della morale su base sociale, quindi una comunità solida in cui venissero preservati i diritti alla libertà di pensiero, alla libertà di espressione, alla libertà di culto e così via. Abbiamo visto che Thomasius sviluppa questo tipo di concezione della filosofia in contrapposizione alla scolastica peripatetica che era il tipo di scolastica che dominava nelle istituzioni universitarie tedesche; rifiutare la scolastica peripatetica significava innanzitutto rifiutare l'impianto sillogistico della logica. La logica non dev'essere una tecnica di ragionamento ma la logica dev'essere un insieme di regole pratiche che mi consentano di discutere in

centro importantissimo della diffusione del cosiddetto vangelo Kantiano. Grossomodo intorno al 1704 arriva a Halle, dove insegnava Thomasius, e si trova di fronte a una scena filosofica che ritiene profondamente insoddisfacente perché Thomasius aveva "buttato via con l'acqua sporca pure il bambino" - metafora Marxiana- cioè aveva rifiutato le rigidità della filosofia scolastica e con esse anche la pretesa di certezza della filosofia che era l'esigenza che consentiva alla filosofia di concepirsi come scienza. La filosofia intesa come saggezza mondana come insieme di regole pratiche della condizione dell'agire rinunciava, di principio, a percepirsi come scienza universalmente valida. Questa è una cosa che abbiamo visto anche con Locke e Hume, non appena ci si atteggia rispetto all'oggettività in una maniera cauta o modesta, così come accadeva nella scienza della natura umana così come veniva proposta da questi filosofi empiristi, si rinuncia anche a qualsiasi pretesa di oggettività, cioè di dire come stanno realmente le cose e rinunciando alla pretesa di oggettività si squalifica il criterio della certezza, si rivaluta la dimensione della probabilità, quella dimensione che viene corroborata dall'esperienza, quella dimensione in cui l'esperienza ripetuta consente di accrescere il grado di certezza epistemica senza mai giungere a un grado di certezza assoluta. La dimensione della probabilità, che era avversata dal Cartesianesimo, conosce questa stagione di successo con Locke: la filosofia empiristica e persino con questa parallela corrente Thomasiana rinuncia alla concezione della filosofia come scienza. Voi non troverete mai in Locke questo intento programmatico di concepire la filosofia come un sapere rigoroso che era in realtà a fondamento dell'impresa cartesiana, ma anche a fondamento dell'impresa Spinoziana e ritroverete questa esigenza in tutti gli autori che nascono in seno alla riflessione Wolffiana, la ritrovate in Wolff, in Kant, in tanti esponenti dell'età Kantiana, in Hegel, in Ficthe e più avanti in Husserl il quale nel 1911, quindi ormai quasi duecento anni dopo Wolff, scriverà un meraviglioso articolo pubblicato su Logos, rivista di diffusione delle idee neo Kantiane, intitolato "La filosofia come scienza rigorosa" , l'idea che la filosofia possa essere una scienza rigorosa è il punto di partenza della riflessione di Wolff, ed è ciò contro cui andava la riflessione di Thomasius. La filosofia come scienza rigorosa Che cosa vuol dire la filosofia come scienza rigorosa? La scienza rigorosa è quel sapere in grado di afferrare l'oggettività del reale, ovvero la struttura reale delle cose di cui parla. Qual è l'opposto della filosofia come scienza rigorosa? È la filosofia come sapere fenomenico. Quando la filosofia è scienza rigorosa non mi parla delle cose come mi appaiono, che possono apparire a me in un modo e al mio interlocutore in un altro e in modo diverso a me stesso nel corso dell'evoluzione della mia vita ma è una filosofia che è in grado di cogliere i nessi fondanti della realtà, quella filosofia è in grado di cogliere le cose come sono realmente e le cose nelle connessioni che la rendono cose di un mondo. Ma Wolff non è semplicemente un ripropositore di un modello di filosofia antiquato, egli non va semplicemente a ripescare nella tradizione, che a partire da Kant noi chiamiamo razionalistica, un modello di sapere contro il quale si era scagliata ormai mezza Europa e lo stesso Thomasius. Wolff parte da un'esigenza che troveremo identica in Kant e che non si era manifestata in questi termini nella filosofia precedente. L'esigenza cioè di portare pace nel mondo filosofico. Com'è possibile che i filosofi continuino a divergere sulle convinzioni fondamentali della filosofia, com'è possibile che continuino ad avere idee divergenti su tutto ciò che si può sapere e su ciò che non si può sapere, su ciò che è reale e su ciò che non è reale, a che cosa è Dio e cosa non è Dio, com'è possibile che la filosofia sia una terra di conflitti? Questa è la stessa domanda che Kant si pone quando scrive il Prolegomeni, come mai i metafisici litigano? Il metodo matematico Essi litigano perché non riescono a trovare un metodo tale che consenta loro di esporre e argomentare le loro tesi in una maniera incontrovertibile. I matematici non litigano perché concordano sul metodo della loro disciplina, perché si è disposti a riconoscere la validità della confutazione del nostro avversario quando la si ritiene effettivamente tale, ci sono cioè dei criteri oggettivi di confronto che mancano invece nella filosofia. Il problema di Wolff non è propriamente filosofico ma teologico, il fatto che Wolff abbia compiuto la propria formazione pre universitaria a Breslavia non è secondario perché Breslavia era centro di conflitto tra

le due grandi componenti del mondo confessionale cristiano: i Luterani e i Gesuiti. I conflitti confessionali avevano indotto Wolff, la cui prima formazione è teologica, a cercare uno strumento che consentisse a queste due fazioni di trovare un terreno di convergenza. Sono molte le mediazioni ma ne menziono solo una che è questo importante giurista e teologo, che fu maestro di Wolff a Breslavia, Neumann. Neumann è l'ispiratore della soluzione che Wolff decide di proporre per sanare le controversie in ambito teologico, la soluzione si ispira all'idea Cartesiana che il metodo matematico sia il metodo filosofico, ossia che la matematica rappresenti il modello di ragionamento e argomentazione al quale deve ispirarsi la filosofia per procedere su un cammino certo, per non cadere nella semplice contrapposizione tra idee divergenti. Quindi la soluzione per conflitti in ambito confessionale può venire dall'applicazione del metodo matematico, il metodo matematico è il cuore della filosofia Wolffiana ed è anche il massimo momento di contrasto tra la filosofia Wolffiana e la filosofia Kantiana. Occorre sapere contro chi Kant escogita la propria filosofia trascendentale, occorre tenere a mente quali sono gli elementi della filosofia Wolffiana rispetto ai quali Kant non si trova d'accordo e il metodo matematico è il grande punto di divergenza tra la filosofia Wolffiana e quella Kantiana. Il metodo matematico per Wolff non aveva nulla a che fare con i tentativi di organizzazione secondo l'architettura dei trattati matematici del sapere filosofico che erano stati più volte intrapresi nella modernità. Spinoza diceva che certamente si dà una veste matematica alla filosofia ma matematica è anche la natura dell'oggetto di cui si parla, matematici sono i rapporti che intercorrono tra le determinazioni della sostanza. Ecco Wolff intende il metodo matematico in maniera più Cartesiana di come non avesse fatto Spinoza, cioè Wolff ritiene che la matematica rappresenti la maniera migliore in cui si esprime un modo naturale di procedere del nostro intelletto il quale, quando correttamente guidato, coglie perfettamente la natura ultima del reale quindi la matematica non è solo una veste esteriore che si dà alle argomentazioni filosofiche, ma profondamente matematico è l'oggetto di cui si occupa la filosofia; il metodo matematico è il metodo naturale con cui procede il nostro intelletto quando procede in maniera corretta. E quali sono le caratteristiche del metodo matematico, quali sono questi procedimenti che il nostro intelletto segue naturalmente quando viene esercitato nella maniera più corretta? Ecco c'è un lungo elenco che Wolff fa in una delle sue opere; ci dice che il metodo matematico è il metodo filosofico perché è il procedere naturale di un intelletto sano: "Per metodo intendo l'ordine che il filosofo deve eseguire nella trattazione degli argomenti, quindi metodo è ordine, quest'ordine richiede che si adoperino: 1) termini definiti, 2) che si faccia uso di principi sufficientemente dimostrati - ossia che nulla sia assunto in maniera oscura, e a questo servono le definizioni dei termini, e nulla sia assunto in maniera surrettizia ossia in maniera non dimostrata, che si accettino solo proposizioni correttamente dedotte da principi dimostrati cioè che tutte le mie deduzioni siano non soltanto corrette nella loro forma ma valide nelle loro premesse, le premesse delle mie deduzioni devono essere correttamente dimostrate-, 3) che si spieghino nelle definizioni precedenti i termini contenuti nelle successive - questo è un tratto che pare ovvio ma non lo è ed è caratteristico dell'ordine del metodo Wolffiano cioè ciò che viene prima deve servire a capire ciò che viene dopo e ciò che viene prima deve essere definito in maniera sufficiente da poter consentire a chi argomenta di cogliere ciò che viene dopo-, 4) che si determini accuratamente a quale condizione il predicato convenga al soggetto - ovvero che non venga tralasciato nessun elemento, questo è il corrispettivo nel giudizio della chiarezza nel concetto, quando definisco i termini definisco il concetto in tutte le sue note caratteristiche e quando valuto la pertinenza della predicazione di una proprietà a un soggetto devo considerare con accuratezza che cosa significa predicare un soggetto di un attributo-, 5) che nelle dimostrazioni si adduca quanto basta al lettore che conosce ciò che procede per richiamare alla sua memoria le nozioni necessarie per completare le argomentazioni - il che significa non introdurre nelle dimostrazioni nessun elemento che non sia passato attraverso le definizioni accurate che sono state prescritte dalle prime regole e infatti se leggete le opere di Wolff noterete come in ogni paragrafo vengano richiamate le definizioni e le dimostrazioni dei paragrafi precedenti-,

relativa al perché, alla ragione fondante di ciò di cui si parla, mentre la domanda storica è la domanda relativa al che, è una domanda di tipo descrittivo. Questa distinzione di Wolff tra conoscenza storica e conoscenza filosofica la trovate nel "Discorso preliminare della filosofia in genere" ne "La logica latina" del 1728; dire che la conoscenza filosofica è una conoscenza che va a pescare nelle ragioni, nei fondamenti delle cose significa riconoscere alla ragione l'unica autorità rispetto alla legittimità o meno di una determinata credenza, di una determinata opinione. Vessillo illuministico e razionalistico Il fatto che il metodo filosofico sia un metodo profondamente razionale, nel senso che con la ragione io colgo la struttura razionale in quanto tale compatibile con la mia ragione del reale, fa sì che non ci sia altra autorità al di fuori della ragione a cui l'uomo si debba sottomettere e la ragione è quel momento di convergenza di tutti gli esseri razionali su cui Wolff investe affinché si estenda anche agli altri ambiti del sapere, inizialmente alla teologia ma poi alla metafisica e alla filosofia pratica, quell'armonia di opinioni, quella convergenza di opinioni che nella matematica è ormai una conquista assodata. Se la ragione è l'unica forma di autorità allora la convergenza degli esseri razionali garantisce una omogeneità rispetto alle questioni della filosofia. Il metodo filosofico è un metodo razionale. Voi sapete che l'etichetta di razionalista è un'etichetta che è stata inventata da Kant nell'introduzione della "Critica della ragion pura" dove scrive: "Con quest'opera io faccio qualcosa che non ha mai fatto nessuno cioè metto insieme i due partiti che confliggono nella storia della filosofia dall'eternità: i razionalisti e gli empiristi." Chi aveva in mente Kant? Aveva in testa certamente Wolff ma anche Leibniz, Cartesio, Spinoza e dall'altra parte Locke, Hume e Barkley. Come viene in mente a Kant di chiamare i primi razionalisti? Gli viene in mente perché la lunga serie dei manuali filosofici di Wolff e di tutti i suoi accoliti, quelli che noi oggi chiamiamo per convenzione "la logica tedesca" "la metafisica tedesca" "l'etica tedesca", si chiamavano originariamente e rispettivamente "pensieri razionali intorno alle capacità dell'intelletto" "pensieri razionali intorno a Dio, all'anima e al mondo" "pensieri razionali intorno alle azioni degli uomini", cioè Wolff chiamava le sue opere filosofiche "pensieri razionali intorno all'oggetto specifico della trattazione" dunque "pensieri razionali" in questa duplice accezione di razionalità. L'idea che la ragione rifletta la struttura ontologica del reale è l'idea che la ragione sia in grado di cogliere le rationes - i fondamenti- della realtà che sono fondamenti logici cioè d'inferenza e fondamenti ontologici cioè di realtà. Il fatto che i pensieri siano razionali è una forma embrionale in cui viene presentata l'idea illuministica del pensare autonomo_._ Kant ci dice che l'Illuminismo è l'uscita dell'uomo da una condizione di minorità imputabile soltanto a lui stesso cioè siamo illuministi quando non ci comportiamo più come dei minorenni del pensiero ma siamo in grado di pensare in maniera autonoma e qui Kant riporta il motto del Sapere aude - abbi il coraggio di servirti del tuo intelletto-, Kant intende proprio questo cioè riconosci autorità soltanto alla tua ragione, la quale è stata addomesticata, la quale è stata guidata nell'utilizzo del corretto metodo, una ragione che sa quali sono i suoi limiti, sa quali sono le sue potenzialità, sa quali sono le cose che non può sapere, ma che rispetto a ciò che può sapere conosce esattamente come si deve muovere. Wolff non è Kant, Wolff non ha l'idea che ci sia un lungo discorso sui limiti della ragione, che richiede di essere cauti rispetto a questo atteggiamento ottimistico riguardo alle potenzialità del metodo, ma l'idea di fondo è la medesima: abbi il coraggio di servirti della tua ragione cioè procedi rispettando l'ordine che fa parte della costituzione naturale del tuo intelletto e che fa sì che le tue conoscenze procedano in una maniera fondata che riceverà il consenso di tutti i rappresentanti della comunità degli enti razionali. A Kant serviva trovare una partizione delle posizioni filosofiche precedenti per poter mostrare come in realtà la sua filosofia fosse in grado di superare i difetti di entrambe mantenendo i vantaggi. Wolff era un ottuso dogmatico che assumeva tesi e credenze in maniera non argomentata. Essere dogmatici significa che si assume qualcosa per vero senza aver bisogno di dimostrarlo, spesso il dogma è in contrasto con le mie capacità razionali: lo assumo come vero perché faccio un atto di fede e questo è quello che noi intendiamo oggi per dogmatico. Invece quello che Kant intendeva per dogmatico è diverso e lo scopriamo leggendo Wolff nella sua "metafisica tedesca": nella filosofia ci sono due grandi partiti: i dogmatici e gli scettici. I dogmatici sono quelli che credono che si possa raggiungere una conoscenza certa, gli scettici sono quelli che

non credono che si possa giungere ad una conoscenza certa. I dogmatici sono di due tipi: i monisti e i dualisti, i dualisti sono i Cartesiani mentre i monisti sono i materialisti o gli idealisti. Gli scettici sono la fine della filosofia perché quando uno è scettico dice "non posso sapere”. Ed è proprio in questo senso che noi troviamo la distinzione Dogmatismo e Scetticismo anche in Kant, tant'è che Kant dice che il dogmatico è quello che crede di poter giungere a una verità certa senza però rendersi conto del fatto che il dominio del logico non è il dominio del reale, mentre lo scettico è quello che è fin troppo consapevole di questa distinzione tra il dominio del pensiero e il dominio della realtà e che di fatto segue la via della morte della filosofia che però per Kant è una morte dolce, infatti Kant dice che lo scettico pratica una sorta di eutanasia della filosofia. Per Kant è molto più pericolosa la morte della filosofia che persegue il dogmatico, perché il dogmatico costruisce dei castelli vuoti almeno gli scettici non litigano, gli scettici introiettano il dramma della limitatezza della ragione." Nella convergenza tra la dimensione del reale e la dimensione del possibile troviamo la chiave per capire cosa succede in Wolff e dopo Wolff. Wolff definisce la filosofia la scienza del possibile in quanto tale e questo risponde a quella perfetta convergenza tra la dimensione della realtà - ontologica- e la dimensione della possibilità logica. Il possibile, come già accadeva in Leibniz, è ciò che è concepibile, cioè possibile è quella nozione le cui note non ripugnano; il triangolo come poligono con tre lati è una nozione possibile perché non c'è ripugnanza nell'attribuire il predicato "possedere tre lati" al soggetto "triangolo", mentre se dicessi "il quadrangolo rotondo" non è una nozione possibile in quanto c'è ripugnanza tra il predicato "rotondo" e il soggetto "quadrangolo". Ciò che è reale è anche sempre possibile, il reale è a maggior ragione possibile, il reale è il possibile a cui viene aggiunto qualcosa, anzi Wolff ritiene che l'esistenza sia un completamento della possibilità, dunque qualcosa è possibile e quando gli si aggiunge l'esistenza diventa reale. Ma non ci sarà mai un reale che non è possibile. Qui, secondo Kant, sta il difetto principe del dogmatismo o come lo chiama lui del razionalismo, perché Kant distingue il logico dal reale, la possibilità logica dalla possibilità reale; la possibilità logica è una possibilità che riguarda soltanto le leggi del pensiero mentre la possibilità reale non è mai data a priori, ha sempre bisogno di un'esperienza, quindi io scopro che qualcosa è realmente possibile quando lo esperisco. Il fatto che Wolff, invece, ritenesse che la possibilità logica fosse anche la possibilità reale e che quindi la filosofia come conoscenza del possibile riuscisse a rintracciare la struttura ontologica della realtà, fa sì che Wolff possa concepire una sorta di mutuo soccorso tra la ragione e l'esperienza, cioè unione di ragione ed esperienza, questo significa che Wolff non era ingenuo come Cartesio che pensava che l'esperienza fosse solo da emendare, infatti Wolff riteneva che l'esperienza fosse l'occasione della conoscenza perché l'esperienza è quella che mi fornisce i materiali che sono l'oggetto della riflessione filosofica. Nell'esperienza io vedo la realtà, quindi con i sensi io vedo le cose reali e il salto dal sapere storico o descrittivo al sapere filosofico si ha quando colgo la possibilità del reale ovvero colgo la struttura ontologica che fa sì che quella cosa che vedo sia possibile, allora so perché quella cosa è. Dunque, la mia conoscenza è una conoscenza razionale, filosofica, scientifica e matematica. Quando invece vedo che la cosa è, allora la mia conoscenza è una conoscenza storica, empirica. La filosofia Wolffiana è una filosofia fondativa cioè coglie il fondamento e la ragione della possibilità. In questo senso capite cosa vuol dire che la filosofia è la scienza del possibile. Qual è il problema di questo tipo di concezione filosofica? Un problema che a Wolff costerà molto caro perché nel novembre del 1723 Wolff entra in conflitto con i teologi pietisti dell'università di Halle, un conflitto durissimo che coinvolge persino il sovrano Federico Guglielmo I il quale emana un decreto di espulsione di Wolff dai territori prussiani, Wolff è costretto pena all'impiccagione e a lasciare la Prussia entro 48 ore. Qual era il capo d'accusa così grave da poter determinare l'intervento di un sovrano? Erano le conseguenze fatalistiche di questo nexus rerum fatalis - nesso necessario tra le cose- che costituiva la struttura ultima del reale, ossia se il principio di ragion sufficiente ha un fondamento di tipo ontologico nelle rationes fondative delle cose, allora tutto accade sulla base di una necessità. Perché il fatalismo era inviso ai pietisti? Perché il nexus rerum fatalis toglie qualsiasi possibilità di intervento della provvidenza innanzitutto nel creato, nel senso che se tutto è determinato da una causalità necessaria non c'è possibilità che un'intelligenza superiore intervenga a modificare il corso delle cose e toglie soprattutto il fondamento dell'etica, cioè il libero arbitrio, la possibilità cioè di ritagliare uno spazio di contingenza entro il quale l'uomo può decidere se scegliere il bene o scegliere il male. Questo è un problema perché se non c'è