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Intercultural diplomacy, Appunti di Comunicazione Interculturale

Lezioni + slides + riassunto libro

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 10/09/2020

clagioro
clagioro 🇮🇹

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INTERCULTURAL DIPLOMACY
1) Intercultura
1.1 Multicultura
= caratteristica di una situazione sociale verificabile: la convivenza di persone provenienti
da e socializzate in diversi contesti culturali (Filtzinger) -> connotazione velatamente
statica.
- Mantovani: iniziale risposta alla “sfida delle differenze”, necessità di assecondare una
concezione di “reificazione” della cultura (Baumann-> preservare attraverso
separatezza). La sua cristallizzazione porta a un multiculturalismo a mosaico, molto più
statico: indifferenza alla differenza o tolleranza. No multiculturalità senza meticciato.
- Necessario iniziare a pensare le condizioni politiche e materiali di un’uguaglianza che
sappia garantire il sovrapporsi e l’interazione di lingue e culture -> risposta educativa e
relazionale alla società multiculturale e multietnica.
1.2 Intercultura
= movimento di reciprocità. “inter” vuole dire scambio, interazione e dunque superamento
del processo unidirezionale di trasmissione del sapere. La vera interazione culturale stimola
il soggetto ad aprirsi al decentramento e alla circolarità dei punti di vista. Intrinseco valore
mediano, di commensura, di collegamento, sembra incarnare un esercizio relazionale in cui
le rispettive diversità stabiliscono un rapporto dialettico e di mutuo arricchimento fondato
sul rispetto reciproco e sull’interesse per l’altrui alterità. Cultura è caratterizzata da una
dinamica interna, capace di autogenerarsi ma non di trascendersi, che ha nelle forme
radicali dell’interazione soggettiva la sua fabbrica di significato e il suo snodo
fondamentale. Vi è lo scambio, l’uscita dall’area di comfort -> arricchimento.
1.3 Dialogo interculturale
Intercultura= dinamismo, scambio, creatività, movimento. = pari dignità, sostrato culturale
egualitario dal quale detto scambio possa risultare il più produttivo, dinamico e creativo
possibile. Al centro l’individuo. Ricerca di nuovi punti di sintesi consiste in un’attività di
reciproca manifestazione, di dialogo (dia-légein), di unione di saperi diversi, attraverso
l’incontro di diversità, di mutuo riconoscimento, di exotopia (atteggiamento adeguato a
riconoscere la cultura dell’altro come diversa dalla nostra).
- Libro bianco sul Dialogo Interculturale del 2008: il dialogo interculturale è uno scambio
di vedute aperte, rispettoso e fondato sulla reciproca comprensione, fra individui e gruppi
che hanno origini e un patrimonio etnico, culturale, religioso e linguistico differenti. Si pone
in atto a tutti i livelli e offre un modello di gestione della diversità culturale aperto sul
futuro, proponendo una concezione basata sulla dignità umana di ogni persona.
1.4 Competenza comunicativa interculturale
- Competenza comunicativa= conoscere l’insieme delle regole e dei fattori che governano
ed influenzano la comunicazione e acquisire esperienza specifica in tal senso.
- Competenza interculturale= possesso di conoscenza e di esperienza utili ad interagire in
ambito interculturale in modo appropriato ed efficace.
- Comunicazione interculturale= studio della comunicazione interpersonale eterofila tra
individui che appartengono a differenti culture, in relazione ad un obiettivo. È labile.
- Competenza comunicativa interculturale= è la capacità in termini di esperienza e di
conoscenza di scambiare messaggi efficaci (vincenti) in un esercizio relazionale in cui le
rispettive diversità stabiliscono fra di loro un rapporto dialettico e di mutuo
arricchimento fondato sul rispetto reciproco e sull’interesse per l’altrui alterità.
1.5 Modelli di competenza comunicativa interculturale (Hymes-Canale)
- Modello interculturale= struttura concettuale che include tutte le possibili realizzazioni
di un fenomeno, cioè è in grado di indicare tutte le possibili aree critiche, le possibili
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INTERCULTURAL DIPLOMACY

1) Intercultura 1.1 Multicultura = caratteristica di una situazione sociale verificabile: la convivenza di persone provenienti da e socializzate in diversi contesti culturali (Filtzinger) -> connotazione velatamente statica.

  • Mantovani: iniziale risposta alla “sfida delle differenze”, necessità di assecondare una concezione di “reificazione” della cultura (Baumann-> preservare attraverso separatezza). La sua cristallizzazione porta a un multiculturalismo a mosaico, molto più statico: indifferenza alla differenza o tolleranza. No multiculturalità senza meticciato.
  • Necessario iniziare a pensare le condizioni politiche e materiali di un’uguaglianza che sappia garantire il sovrapporsi e l’interazione di lingue e culture -> risposta educativa e relazionale alla società multiculturale e multietnica. 1.2 Intercultura = movimento di reciprocità. “inter” vuole dire scambio, interazione e dunque superamento del processo unidirezionale di trasmissione del sapere. La vera interazione culturale stimola il soggetto ad aprirsi al decentramento e alla circolarità dei punti di vista. Intrinseco valore mediano, di commensura, di collegamento, sembra incarnare un esercizio relazionale in cui le rispettive diversità stabiliscono un rapporto dialettico e di mutuo arricchimento fondato sul rispetto reciproco e sull’interesse per l’altrui alterità. Cultura è caratterizzata da una dinamica interna, capace di autogenerarsi ma non di trascendersi, che ha nelle forme radicali dell’interazione soggettiva la sua fabbrica di significato e il suo snodo fondamentale. Vi è lo scambio, l’uscita dall’area di comfort -> arricchimento. 1.3 Dialogo interculturale Intercultura= dinamismo, scambio, creatività, movimento. = pari dignità, sostrato culturale egualitario dal quale detto scambio possa risultare il più produttivo, dinamico e creativo possibile. Al centro l’individuo. Ricerca di nuovi punti di sintesi consiste in un’attività di reciproca manifestazione, di dialogo (dia-légein), di unione di saperi diversi, attraverso l’incontro di diversità, di mutuo riconoscimento, di exotopia (atteggiamento adeguato a riconoscere la cultura dell’altro come diversa dalla nostra).
  • Libro bianco sul Dialogo Interculturale del 2008: il dialogo interculturale è uno scambio di vedute aperte, rispettoso e fondato sulla reciproca comprensione, fra individui e gruppi che hanno origini e un patrimonio etnico, culturale, religioso e linguistico differenti. Si pone in atto a tutti i livelli e offre un modello di gestione della diversità culturale aperto sul futuro, proponendo una concezione basata sulla dignità umana di ogni persona. 1.4 Competenza comunicativa interculturale
  • Competenza comunicativa= conoscere l’insieme delle regole e dei fattori che governano ed influenzano la comunicazione e acquisire esperienza specifica in tal senso.
  • Competenza interculturale= possesso di conoscenza e di esperienza utili ad interagire in ambito interculturale in modo appropriato ed efficace.
  • Comunicazione interculturale= studio della comunicazione interpersonale eterofila tra individui che appartengono a differenti culture, in relazione ad un obiettivo. È labile.
  • Competenza comunicativa interculturale= è la capacità in termini di esperienza e di conoscenza di scambiare messaggi efficaci (vincenti) in un esercizio relazionale in cui le rispettive diversità stabiliscono fra di loro un rapporto dialettico e di mutuo arricchimento fondato sul rispetto reciproco e sull’interesse per l’altrui alterità. 1.5 Modelli di competenza comunicativa interculturale (Hymes-Canale)
  • Modello interculturale= struttura concettuale che include tutte le possibili realizzazioni di un fenomeno, cioè è in grado di indicare tutte le possibili aree critiche, le possibili

fonti di attrito nella comunicazione tra persone di diverse culture in grado di generare comportamenti, in maniera gerarchizzata (termini logico-esperienziale).

  • 3 macro-aree in cui l’uomo si muove per acquisire competenza comunicativa basato su felici intuizioni:  fattori culturali  comunicazione verbale e non verbale  contesto in cui l’evento comunicativo ha luogo
  • Hofstede (1991/2004): espansione dell’ambito esplorativo della comunicazione interculturale al mondo dei valori e delle dimensioni culturali dei singoli paesi. Valori= parte più profonda del nostro sostrato culturale, quella che implica le reazioni che rispondo alle emozioni, che spesso si rifugia nell’inconscio, nel non codificato. Ambito culturale:  distanza del potere (tra chi lo detiene e chi lo subisce)  reazione dell’incertezza (vivibile come pericolosa o interessante)  relazione tra individui (società individualista o società collettivista)  differenza di genere (come si riverbera negli aspetti sociali e relazionali di un paese)  la gratificazione dei bisogni (aspettative temporali riguardo al rapporto tra sforzo e ricompensa)
  • Bennet (1993/1998/2001): “modello dinamico di sensibilità interculturale”-> componenti comportamentali di una road map dall’incompetenza alla competenza comunicativa interculturale-> 6 fasi di “esperienza della differenza”: diniego, difesa, minimizzazione, accettazione, adattamento, integrazione.
  • Modello Balboni-Caon (2010) abilità strategiche interpersonali e intrapersonali. 2) Intercultura nell’ambito delle relazioni internazionali 2.1 Unione Europea
  • Nel 1957 con i Trattati di Roma si h auna prima coscienza interculturale relegata al concetto di rispetto della diversità culturale quale strumento di difesa dei dogmi etici quali la pace nel mondo, la non violenza, la tolleranza e la difesa dei diritti umani.
  • Dalla fine degli anni ’60: primi approcci verso la interculturalità nel quadro di sperimentazioni mirati a gestire positivamente la diversità nei settori dell’insegnamento delle lingue, dell’educazione, dell’istruzione e della gestione dei flussi migratori all’interno dello spazio europeo, sulla scia di un’intensa attività istituzionale di organismi intergovernativi quali CEE (oggi UE) e il Consiglio d’Europa.
  • Anni ’70-’80: fase gestazionale, reattiva più che proattiva, che subisce in modo passivo i rapidi cambiamenti politico-economico. Obiettivo: migliorare e ottimizzare le condizioni e le modalità per ottenere una più libera circolazione di lavoratori attraverso la riduzione di ostacoli derivati dalle differenze linguistiche e culturali.
  • Inizio anni ’90 in poi: rafforzamento interazione governativa mirato a testimoniare con maggiore convinzione le implicazioni di una dimensione europea interculturale fondata sul mutuo arricchimento derivante dalla gestione e dall’interazione creativa delle diversità culturali. 1992 Trattato di Maastricht-> stimolare un processo di interscambio tra gli Stati Membri, arricchito dalla condivisione di esperienze mirata alla formazione di uno spazio europeo, non più limitato alla sola dimensione lavorativa, economica e mercantilista.
  • 2006 Consiglio dell’Unione Europea: “Convenzione sulla protezione e la promozione delle diversità delle espressioni culturali dell’UNESCO”-> da società ego-centrica a socio-centrica. -2012 Rapporto della Commissione Europea sulle “Misure per proteggere e promuovere la diversità delle espressioni culturali nel quadro della Convenzione dell’UNESCO del 2005”-> vero e proprio pilastro per una governance globale sui temi culturali e sulla diversità culturale quale strumento per creare ed innovare-> UNITÀ NELLA DIVERSITÀ.

 Tecnico-professionali/lavorative: acquisizione di saperi (conoscenze dichiarative e procedurali) e di tecniche tipiche delle attività e dei processi lavorativi da svolgere in laboratorio secondo progetti predefiniti.  Trasversali: un insieme di abilità di ampio respiro, connesse a vari tipi di compiti professionali che si esplicano in situazioni lavorative diverse, che permettano all’individuo di far fronte a situazioni nuove ed imprevedibili dell’ambiente organizzativo.

  • le competenze trasversali possono essere ripartite in 3 grandi esercizi:  Diagnosticare (cognitive): capacità di effettuare una diagnosi della situazione in cui opera, delle sue caratteristiche, delle esigenze e delle interazioni che presenta. È una tappa indispensabile per progettare ed eseguire una prestazione efficace. Per le sue caratteristiche è una competenza che il soggetto acquisisce con l’esperienza, ma può costituire parte rilevante di un percorso formativo durante il quale egli percepisce il feedback diretto su come la sua capacità diagnostica è utilizzata.  Relazionarsi (emozionali/relazionali): implica le modalità attraverso le quali si stabilisce un rapporto con gli altri soggetti. È una competenza che si riferisce alle abilità interpersonali utilizzate nelle situazioni ‘faccia a faccia’ per raggiungere risultati efficaci. È intesa come un insieme di abilità di natura socio-emozionale (espressione e controllo delle emozioni, gestione dell'ansia, ecc.) e cognitiva (leggere in modo adeguato la situazione, percepire correttamente l'altro e le sue richieste, ecc.) e di stili di comportamento messi in atto nell'insieme. Centrale risulta essere la competenza comunicativa, che diventa un prerequisito indispensabile per qualificare qualunque comportamento interpersonale.  Affrontare (organizzative): è quell'insieme di abilità che permettono al soggetto di intervenire su un problema con migliori possibilità di risolverlo. È la competenza che permette la costruzione e l'implementazione di strategie e di azione, finalizzate al raggiungimento degli scopi personali del soggetto e di quelli previsti dal compito. L'abilità è mettere in atto strategie efficienti per collegare queste competenze con le richieste dell'ambiente. Abilità e non capacità, perché mentre quest'ultima concerne un sapere, il che cosa, l'abilità riguarda il come, il saper scegliere un metodo, un saper integrare diverse capacità. 3.3 Ancora sulle competenze interculturali
  • Anni ’80 American Psychological Association: cross-cultural competences/competenze multiculturali, raggruppandole in 3 dimensioni: atteggiamenti, credenze e abilità, declinabili in 3 sotto aree: autoconsapevolezza della propria dimensione culturale, consapevolezza della diversa visione del mondo e della dimensione culturale altrui, e strategie relazionali sensibili alle caratteristiche culturali altrui. 3.4 Le competenze interculturali per un diplomatico
  • Caratteristiche che giovano all’attività professionale e personale di un funzionario diplomatico: osservare da una prospettiva multipla e inclusiva la realtà circostante, riconoscere e gestire il proprio mondo emozionale a contatto con l’alterità, individuare ed includere il mondo emozionale altrui nella comunicazione interpersonale.
  • Per sviluppare capacità di osservazione affinché sia efficace ed appropriata ai numerosi e variegati contesti internazionali nei quali un funzionario diplomatico su muove, non si può prescindere da un atteggiamento “exotopico” (=accettazione dell’altro perché diverso da sé, poggia su una scelta di alterità, cioè di tensione dialogica in cui l’estraneità è considerata una condizione necessaria alla comprensione), maggiori le opportunità di incontrare la diversità, maggiore l’accrescimento della nostra ricchezza interiore.
  • L’attività di un funzionario diplomatico è contraddistinta da una continua negoziazione identitaria, a contatto con dimensioni culturali “altre” e implica il possesso di una rilevante riserva di energie emozionali.
  • La conoscenza, la competenza intellettuale sono elementi fondamentali ma non esaustivi per corrispondere al meglio alle contingenze relazionali e interindividuali di un funzionario diplomatico.
  • L’intelligenza emotiva significa conoscere e accettare il proprio e l’altrui mondo emozionale, significa essere capaci di modulare le reazioni emotive in modo appropriato attraverso l’uso sapiente e maieutico della nostra razionalità. Scambiare messaggi vincenti nella consapevolezza che tale risultato è il risultato di un lavoro congiunto, osmotico, persistente tra mente e cuore. 3.4.2 Capacità di osservazione: la realtà circostante presenta elementi immediatamente visibili, all’interno di un atto comunicativo le dinamiche relazionali possono essere molto più complesse e sotterranee di quanto non si pensi ( da guardare a osservare, l’osservazione implica il guardare e l’ascoltare). Guardare è il mezzo più immediato, spontaneo ed efficace per entrare in possesso di informazione, cogliere particolari di ciò che ci sta intorno, registrare elementi facenti parte di un mondo che è altro da noi. Non vi è sempre la necessità di un’attività sistematica, strutturata se si vuole privilegiare l’aspetto esperienziale, qualitativo. Un’osservazione di tipo esperienziale abbisogna di strumenti e di consapevolezza (carta e penna o diario o giornale di bordo o episodi critici ed aneddotici). - Si può anche essere osservatori partecipanti:  Contesto fisico: nel senso di descrivere gli spazi nella quale avvengono le proprie interazioni, e con essi tutti quegli elementi che si rivelano utili ai fini descrittivi;  Contesto sociale: nel senso di ambiente umano, di valori, di abitudini; la ‘prossemica’, la ‘vestemica’, la struttura dei redditi, dei consumi; gli organigrammi aziendali e quindi la strutturazione del potere, le caratteristiche delle persone, la suddivisione in gruppi e sottogruppi, le rispettive funzioni e i compiti, e tanto altro ancora;  Interazioni formali: cioè quelle che intervengono tra individui a livello istituzionale, in un quadro di vincoli prefissati; le comunicazioni come la gerarchia e i contesti sociali influiscono sulle stesse, la dinamica degli incontri formali, gli aspetti protocollari, cerimoniali, le interazioni con la giustizia, i rapporti tra sfera pubblica e sfera privata, eccetera;  Interazioni informali: (forse l’elemento centrale dell’osservazione partecipante), e cioè il comportamento ordinario delle persone, nella sua miriade di atteggiamenti, negli innumerevoli frammenti di vita quotidiana di relazione interindividuale (e non), nella gestualità, nella mimica facciale e corporale, nella reattività all’imprevisto, nelle aspettative di soluzione rispetto alle complessità, e in tanto altro ancora;  Interpretazione degli attori sociali: ossia allorquando l’individuo diventa parte attiva nella costruzione di nuovi significati, e interpretando la realtà diventa parte costitutiva della conoscenza.
  • L’analisi dei contesti sociali-sconomici-politici-culturali del paese ospite possono considerarsi elementi in re ipso del suo esercizio professionale quotidiano.
  • Un diplomatico è chiamato ad osservare tutto, in tempo di ordinaria amministrazione, a percepire, sentire i contesti in cui opera e quanto più allarga il raggio d’azione, tanto più tanto più la sua analisi sarà eziologica. Diplomatico= osservatore discreto che sospende il giudizio.
  • Come sviluppare competenze osservative? a) Sviluppare attenzione e concentrazione consapevoli: rispetto al conseguimento dell’obiettivo permette di cogliere maggiori e più profonde porzioni della realtà osservata. b) Non bisogna avere paure di sbagliare c) Sviluppare l’esercizio del decentramento
  • La dissonanza, il disagio, il paradosso sono i migliori strumenti che ci spingono verso una maggiore comprensione di noi stessi e del contesto in cui ci muoviamo, allargando le pareti della nostra capacità di induzione e quindi di intuizione di “mondi possibili” e di significati più profondi.
  • La comunicazione interindividuale non è mai un atto unilaterale, non è mai una “win/loose situation”.
  • Marco Cannavicci (2010): ascoltare è un insieme di 4 esercizi: sentire, interpretare, valutare, rispondere.
  • Migliorare la propria capacità di ascolto attivo significa essere consapevoli che spesso si tende a presumere di sapere i contenuti o le modalità con cui essi sono espressi del nostro interlocutore. Sviluppare tendenza all’ascolto attivo, parimenti significa sapere che esistono molti elementi che naturalmente distraggono la nostra attenzione, quali la noia, i rumori, i vocaboli usati, i pregiudizi, gli stereotipi. Concentrazione e attenzione costante su chi parla è un imperativo. Incoraggiare il nostro interlocutore parimenti aiuta grandemente.Altresì è necessario evitare di utilizzare il tempo di ascolto per formulare il nostro pensiero con cui manifesteremo la nostra risposta verbale. Essere curiosi, fare domande, sono attività che ‘cum-prendono’ il nostro interlocutore. Far sì che tale aggancio permanga saldo nella ‘bolla comunicativa’ creatasi è fondamentale.Un ascoltatore attivo mantiene sotto controllo le proprie emozioni , le osserva, le accoglie amorevolmente, specie quando la diversità provoca in lui reazioni forti, istintive, talvolta disagevoli. Altresì egli pone attenzione ai contenuti emotivi del suo interlocutore , spesso annidati in espressioni, parole, significati non immediatamente riconoscibili come importanti. Egli non si preoccupa di ricordare ogni cosa , non è attento ai singoli dettagli ma cerca di percepire l’insieme, di filare il discorso dell’altro sforzandosi di comprendere la generalità dei significati. Un ascoltatore attento, partecipe, impara ad usare (sempre più naturalmente) anche le proprie espressioni non verbali (viso, contatto visivo, gestualità, postura) per mostrare vicinanza.Egli sa che interrompere è una mossa comunicativa rischiosa e quindi va usata con sapienza, e che nella conversazione il parafrasare (‘se ho capito bene...’), il riassumere (‘in sintesi sta dicendo che...’), il rispecchiare (‘praticamente, ha detto che ...’) e soprattutto il riformulare (in altre parole, ho capito che ...’) sono strumenti infallibili per creare un setting empatico col proprio interlocutore nel quale l’agio e l’armonia producono significati adeguati ed efficaci alla situazione comunicativa.
  • Trevisani (2005):  Formulare domande aperte  Formulare incoraggiamenti verbali  Utilizzare vocalizzazioni che esprimano interesse  Evitare domande eccessivamente personali  Produrre gestualità morbida, rotatoria  Evitare di dire all’interlocutore come dovrebbe sentirsi o ciò che dovrebbe provare 4) Un modello di competenza comunicativa interculturale per il diplomatico
  • Il modello Balboni-Caon poggia sulla necessità di conoscere gli altri, di tollerare le differenze sino ad un punto limite di accettazione personale, di rispettare la diversità.
  • Il modello in questione è in sintonia con le modalità di scoperta e di osservazione che spesso il funzionario diplomatico pone in essere nell’affrontare le sfide proposte dalla gestione delle diversità, nel raccontare tale incontro e nel ricordarlo per una possibile futura tesaurizzazione. 4.1 Il “modello Balboni-Caon”
  • Questo modello entra in profondità sull’approfondire l’acquisizione esperienziale, si adatta ad ogni possibile scambio comunicativo e ad ogni contesto ipotizzabile e mira a generare uno scambio di messaggi adeguati ed efficaci.
  • Esso coinvolge l’utilizzatore attraverso due espedienti per stimolare l’attività di sintesi visiva ed emozionale con cui lavora l’emisfero destro del cervello: a) riferimento ad aneddoti b) riferimento alle peculiarità di alcune culture.
  • Attraverso tali espedienti, la comparazione tra la diversità e il conosciuto e il vissuto della propria cultura, acquista freschezza, leggerezza, umorismo, e il pericolo di nuove categorizzazioni o di nuovi stereotipi è di conseguenza esorcizzato. -Il modello Balboni-Caon si snoda su 3 componenti fondamentali:  Il software mentale: i fattori culturali che influenzano la comunicazione (valori culturali)-> competenza  Il software di comunicazione: sfere del linguaggio verbale e non-> competenza  Il software di contesto: regole socio-pragmatiche che dirigono ed orientano l’atto comunicativo nei suoi percorsi spazio-temporali-> performance (competenza in azione) 4.2 Il modello di descrizione della comunicazione interculturale
  • Parametri che gli autori individuano per valutare l’eventualità di un problema di comunicazione interculturale-> filtri proposti con la formula “argomento vs. suo contrario” che contestualizzano con precisione e praticità l’attività comunicativa interculturale e le possibilità di giungere o meno ad una crisi comunicativa interpersonale. a) Formale vs informale: non sempre facilmente distinguibili b) Polite vs unpolite: adeguatezza di espressioni o comportamenti in una data situazione-> “rispetto sociale” (educazione + sorta di accettazione di regole gerarchiche di pragmatica comunicativa) c) Forza mascherata vs esplicita: l’espressione diretta ingenera reazioni emozionali diversificate, frutto delle personali strutture cognitive, emozionali e comportamentali che possono entrare in dissonanza con strutture “altre” e condurre a giudicare tavolta positivamente, tavolta negativamente una manifestazione comunicativa. d) Politicamente corretto vs scorretto: alcune culture enfatizzano il valore del politically correct più di altre, di conseguenza gli effetti di un’esternazione politicamente scorretta possono generare maggiore disagio comunicativo interculturale. e) Uso libero vs tabù: ogni paese ha i suoi tabù, capacità di cogliere il continuo variare degli argomenti di uso libero e di quelli tabuizzati. f) Cooperativo vs arroccato: simile a comunità individualiste o collettiviste, tale differenza culturale può influenzare sia lo stile comunicativo che la capacità ricettiva dei conversanti, nel senso di possedere o meno abilità alla ricerca di cooperazione conversazionale ed interindividuale nella costruzione di nuovi saperi. g) Cattivo vs brutto: brutto/cattivo mette a disagio, alcune culture tendono a giudicare, ad altre questo risulta incomprensibile. 4.2.1 La dimensione valoriale
  • L’elemento di disagio comunicazionale dovuto alla diversità valoriale è come un software che agisce all’improvviso e che comincia ad operare solo dopo che i parametri fondanti la sua struttura hanno colliso con quanto di diverso è stato recepito.
  • La dimensione valoriale, situandosi molto in profondità in un individuo, assume livelli di hardware di quel disco rigido su cui strutturalmente di costruisce un individuo.
  • Ai rispettivi hardware mentali, si aggiungono una serie di software esperienziali che cercano di dialogare con il disco rigido e rendono più macchinoso l’incontro tra diversità. a) Il concetto di tempo

b) Il concetto di gerarchia e di potere: gli aspetti interculturali della “gerarchia” hanno acquisito maggiore importanza-> crescita di ambienti lavorativi nei quali imparare a gestire rapporti personali e professionali spesso in presenza di marcate differenza culturali. i. Trasparenza/esplicitezza vs opacità/implicitezza ii. Permeabilità vs impermeabilità iii. Status attribuito vs status conquistato + perdere la faccia/disonore vs perdere la faccia/incidente momentaneo e politically correct vs incorrect c) Il concetto di onestà, di lealtà, fair play: duplice natura-> 1) profonda e personale 2) sociale e legale d) Il concetto di mondo metaforico: l’uso della metafora alla base della rappresentazione metaforica è possibile scorgere un intero mondo culturale, nel quale risiedono le strutture portanti dei valori di un paese o di un gruppo. Hofstede: dimensione culturale a “cipolla” con dei cerchi concentrici che partono da una buccia esterna (simboli società) per poi andare in profondità (eroi e rituali) prima di giungere alla sfera dei valori. L’antagonismo in ambito lavorativo o la prospettiva di un win/loose situation in un negoziato aziendale sono figli di una visione dialettico che dà per scontata la necessità di uno scontro e quindi di una vittoria o una sconfitta-> atto comunicativo interindividuale non è votato a tale scontro e) Il concetto di pubblico/privato: legato al concetto di “spazio” come dimensione allargata e come area di lavoro pubblico/privato si collegano al concetto di proprietà, di possesso (o gestione) personale o condiviso. f) Il concetto di famiglia (e familiarità): concetto di famiglia diverso da cultura a cultura, a volte di successiva creazione, altre volte parentele lontane, altre non solo parentela. 4.2.2 La comunicazione non verbale a) La cinesica (comunicare con i gesti e le espressioni) i. Le espressioni del viso ii. Il sorriso, gli occhi iii. Le braccia e le mani iv. Le gambe e i piedi v. Sudore, profumi, rumori, umori corporei b) La prossemica: la distanza tra corpi (E.T.Hall) i. Distanza frontale, contatto laterale, bacio ii. Il luogo di lavoro come bolla: open space può generare disagio nelle persone non abituate a toni di voce alti per i propri standard. c) La vestemica: il linguaggio del vestiario: concetto di eleganza può variare da cultura a cultura-> necessità di sviluppare un atteggiamento di apertura e d’inclusività in ambito culturale. d) L’oggettemica: comunicare con oggetti e status symbol i. Indicatori di ricchezza e di successo sociale ii. Indicatore di “raffinatezza” di gusti iii. Indicatori di rispetto e gentilezza-> offrire è gesto di rispetto e accettare significa ricambiare quel rispetto. iv. Il biglietto da visita 4.2.3 la comunicazione verbale a) Il suono della lingua b) La scelta degli argomenti e delle parole c) Aspetti grammaticali i. L’uso di superlativi e comparativi: bene ricordare se sono culture dove l’uso del superlativo è abbastanza intrinseco nel modo di comunicare, mentre in altre tale utilizzo è visto con maggiore circospezione.

ii. Interrogativi e negativi: differenza tra domandare per sapere o per sentire confermata la propria opinione. Bisogna mantenere un ascolto attivo e una comprensione empatica (si, ma/ no, ma). d) La struttura del testo: l’interlocutore reca il suo mondo culturale che si riflette in strutture sintattiche e grammaticali delle lingue. Il risultato non è sempre agevole tra la lingua “terza” e gli aspetti linguistici legati alla propria cultura. Frizione comunicativa se l’adattamento risulta dissonante per l’interlocutore appartenente a culture diverse. e) Elementi di sociolinguistica: lingua influenzata da elementi e fattori sociali-> interazioni tra scienze sociali, comunicazione e linguistica. i. Titoli ed appellativi: attitudine interculturale in tal senso significa porre attenzione alle possibili differenze nell’uso di titoli e appellativi che renderebbero incomprensibili le fasi iniziali di una conversazione di due o più interlocutori che hanno diverse esperienze sociolinguistiche. ii. Formale/informale 4.2.4 Le mosse comunicative

  • Categorie che allargano la competenza comunicativa collocandola nella sfera di psicologia razionale. Schmidt: 20 mosse comunicative suddivise in due categorie: a) difesa (escamotage) b) attacco (escalation) i. Attaccare, dissentire, rimproverare: attaccare per la volontà di consolidare un vantaggio comunicativo, il dissentire si intreccia con le componenti comunicative e crea dislivello e asimmetria, mentre il rimproverare non è utile alla vittoria comunicativa. ii. Costruire, incoraggiare iii. Esporsi iv. Ordinare, proporre v. Riassumere, verificare la comprensione- >implicito senso di leadership. vi. Cambiare argomento vii. Domandare= riassumere viii. Ironizzare: diverso dal sarcasmo, ha più malizia. ix. Sdrammatizzare, interrompere: alleggerire il carico emotivo. x. Tacere xi. Abbandonare, rimandare, difendersi xii. Giustificarsi, lamentarsi, scusarsi 4.2.5 Gli eventi comunicativi a) Dialogo: generi comunicativi con regole proprie che consentono la nascita di un testo guida. Il problema è che il messaggio e il meta messaggio vanno decodificati contemporaneamente e in tempo reale. i. Passaggio dal formale all’informale ii. L’uso dei convenevoli nelle conversazioni di lavoro iii. I turni di parola e le interruzioni: 4 tipi di interruzioni: 1) per collaborare a snellire la conversazione 2) per fornire la parola che manca 3) per dare un dato nuovo 4) per maleducazione. iv. Le pause, il silenzio, la conclusione di un incontro b) Telefonata: la complessità comunicativa di una telefonata è data dall’assenza visiva. c) La riunione formale: duplice complessità: 1) nella fissazione e nell’espressione dei ruoli gerarchici e sociali, che si traducono anche in ruoli comunicativi (chi inizia, chi conclude ecc...); 2) nella sequenza in cui devono avvenire alcuni momenti della riunione e nella indicazione di chi e come si passa da una fase a quella successiva. i. Mascherare o evidenziare la gerarchia ii. Gestione del tempo e dei ruoli relazionali iii. Ricorso a storielle, aneddoti iv. Aderenza all’ordine del giorno

5) Conclusioni

  • Bo Bennet: “Diplomacy is more than saying or doing the right things at the right time, it is avoiding saying or doing the wrong things at any time.