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Tipologia: Appunti
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1848, anno strategico, stesso anno di “proletari in tutto il mondo unitevi”, “miseria della filosofia”, moti in Europa. Compie un passaggio significativo esce da una tecnica di scrittura e di “firma”, esce allo scoperto, non usa più pseudonimi. Politica crescente verso la chiesa danese, decompone e destruttura le prediche del pastore. Polemiche con la vita degli uomini per bene di Copenaghen, bravi professionisti, padri e madri di famiglia… Kierkegaard è attento ai movimenti di etica. La malattia mortale, qualcuno ha tentato di tradurlo con la malattia per la morte. Il secondo titolo è più simile alle parole usate dall’autore. Kierkegaard ha il pensiero di malattie che conducono alla morte e di malattie con non conducono alla morte. Tale pensiero proviene dal brano di Giovanni dove si racconta del pianto sull’albero morto à malattia che sembra portare alla morte, ma non è davvero così: l’albero risorge. C’è una malattia meno evidente, la malattia dello spirito, il perdersi definitivamente. La malattia mortale si divide in due parti, la seconda è una riflessione profondissima sul razionalismo greco e sull’idea di peccato. Socrate non sa che cosa sia il peccato. Se una persona sa non può sbagliare, se una persona non sa sbaglia. Socrate non sa da dove derivi il peccato eppure ne parla. Tramite una battuta ironica abbatte il pensiero del filosofo. Ironia come arma di Kierkegaard. Il rapporto si deve mettere in rapporto con sé stesso à terzo positivo à io. Finito e infinito che si mettono in rapporto consapevolmente, anima e corpo che si mettono in rapporto consapevolmente. Questo rapporto che si pone in relazione al rapporto si è posto da sé o è posto da altro? è posto da altro. Il rapporto si rapporta con ciò che ha posto il rapporto. Se si è posti da altro in tutti i rapporti è presente il rapporto che ha messo me come rapporto. Io rapporto che si rapporta con sé stesso e con l’Altro. La disperazione è dimostrata dalla vita quotidiana. Es. si vive fregandosene di essere sé stesso. In questo darsi della disperazione c’è una malattia dell’esistenza. Volontà di essere diversi da sé stessi, di essere diversi da come siamo stati CREATI. Se l’uomo avesse posto sé stesso parleremmo soltanto del non volere essere sé stessi, non anche la disperazione del voler a tutti i costi essere sé stessi. La quiete richiede il rapporto con colui che ha posto il rapporto stesso. Non ci possiamo salvare da soli. Disperazione, sorta di vertigine nella quale si sprofonda sempre di più. Come si spiega la vertigine nella disperazione? Il problema non è solo un rapporto buono o non buono. Tutto si falsifica nel rapporto. il rapporto impazzisce. Quando non ci sarà più disperazione? Quando nel rapportarsi a sé stesso e nel voler essere se stesso il sé si fonda in modo trasparente nella potenza che lo ha posto. Prima parte disperazione, seconda parte peccato. È un rapporto che nel rapporto si mette in rapporto con colui che ha creato il rapporto? la fenomelogia della disperazione testimonia due forme di disperazione:
Parlare molto senza dire niente. Laccio della chiacchera, laccio del niente. Deve esserci una riflessione eminente o meglio deve esserci una grande fede per poter sostenere la riflessione del nulla, cioè infinita. Grande fede per poter resistere alla riflessione del niente. La felicità non è il contrario della disperazione, né viceversa. Ci sono felicità disperate. Anche nel cuore della ragazza felice, giovane e pura c’è la disperazione. Disperazione come unica malattia universale. la peggior disgrazia è però non aver avuto la malattia, se non si prova la malattia dell’angoscia vuol dire che non si è all’inizio della vita umana. Per esistere umanamente bisogna sentire il conflitto. Se non sento la malattia vuol dire che non mi sono confrontato con me stesso. Sessione C: A e C sono direttamente in contatto. B è quasi un intermezzo. A à dio come sintesi non sintetica con gli elementi che costituiscono l’io. Possibilità di essere disperati e quindi la possibilità di essere sé stessi. B à universalità della malattia. C à Forme della disperazione. Torna la parola sintesi, si andrà ad impattare con la tensione che costituiscono l’io. Tema della libertà, quanto meno si prova disperazione, quanto meno si è liberi. elemento discriminante: volontà. Le forme della disperazione devono potersi determinare astrattamente mediante una riflessione sui momenti di cui consiste l’io come sintesi. Quali sono le forme della disperazione? Come vanno determinate? La disperazione può essere considerata sotto 2 punti di vista diversi:
La disperazione si può considerare da diversi punti di vista. La consapevolezza è discriminante. Anche la non consapevolezza della disperazione appartiene alla malattia medesima. La non consapevolezza è una dimensione etica. Il primo modo di considerare astrattamente la disperazione. L’io è rapporto di rapporto e dio è sintesi di dimensioni. Non c’è solo la disperazione del finito, ma anche dell’infinito. Disperazione del finito come mancanza d’infinito, e la disperazione dell’infinito come mancanza di finito. Kierkegaard si preoccupa soprattutto della mancanza d’infinito. L’esistenza delle persone che non vanno più in là di sé stesse. Disperazione più comune. incapacità che si trova fra consapevolezza e inconsapevolezza di una volontà di rinuncia ad essere un io. Persone che si accodano e ripetono à folla. La banalità della mancanza d’infinito. Mancare d’infinità è la ristrettezza disperata à tutti fanno le stesse cose. Senza consapevolezza, adeguarsi allo stile di vita predominante. La considerazione mondana si stanzia sulle cose come sono. Invece dell’io si è un NUMERO. Monotonia eterna. Monotonia eterna del numero. Mancanza di originalità, di un io che si accontenta di essere un numero. Figura del castrato rispetto al suo senso spirituale. Perché si dispera di essere altro dalla massa? Forte messa in discussione di ciò che è etico. Paura degli uomini che li porta ad essere in gruppo. Paura di avere il coraggio di essere sé stessi davanti a tutti. Il proprio io ci viene rubato da altri. Si diventa tribù, comunità, ci si dà un’identità collettiva pensando di proteggere quella individuale. Così facendo l’io perde sé stesso. Della disperazione il mondo sembra non sapere quasi niente. Il terribile è lo dare per scontato, imitare, far parte del gregge. Comportamenti standardizzati, dire tutti le stesse cose… non c’è nient’altro che questo? La critica di Kierkegaard si innalza soprattutto sui proverbi. Gli uomini che seguono i proverbi vendono la loro anima al mondo, mancanza di originalità, possono anche essere egoisti (avere il coraggio di avere un io), ma non sono un IO. Kk 8 1 Parte C à forme della disperazione considerate dal punto di vista della struttura. Mancanza della possibilità davanti alla necessità. Elementi della sintesi: finito e infinito, necessario e possibile, tempo ed eterno. Malattia data dall’impazzimento dei singoli elementi che costituiscono il rapporto. gli elementi seguono la propria via sgretolando il rapporto. Finito – infinito à il finito scontra con l’infinito e viceversa, luogo dove si vede all’opera la libertà. Esistenza priva di libertà, mancanza di originalità. Folla, numero. Numero come copertura di coloro a cui manca il coraggio di essere un io. Da ciò esce l’identità collettiva. Segue il tema della paura e dell’inconsapevolezza. Uomini che vendono la loro anima al mondo. Libertà che è nulla e che non ha essere. Necessità mancanza di possibilità à Metafora “le consonanti”, se in una parola mancano le consonanti non si riesce a parlare. L’essere muto del bambino è la medesima cosa. La salvezza è la cosa più difficile di tutto, ma Dio può tutto.
forma di ascesa, più si sale in alto nella disperazione e più ci avviciniamo alla salvezza. La persona che parla poco, che si isola, la solitudine non è un negativo. Il taciturno è una figura dii disperato, ma è meno disperato di chi si abbandona alla chiacchera. Allontanandosi dalle compagnie c’è però il rischio del suicidio. C’è anche il rischio del suicidio di pensiero, la filosofia che rinuncia a fare filosofia, il pensare che studiare filosofia sia sufficiente. Le forme di suicidio sono molte e di diverso tipo. Ci si trova in un certo modo, ma sentiamo anche il bisogno d’infinito e finito, determinazione e possibilità. Le forme della disperazione sono da una parte non voler essere sé stessi, coì come si è, rifiuto di riconoscere i rapporti che costituiscono i rapporti. Voler essere sé stessi, ma senza il rapporto che l’ha posto. Figura della disperazione per ostinazione, voler essere sé stessi, ma fraintendendo questo essere sé stessi che è contemporaneamente un essere davanti a sé e a chi ha posto il rapporto. Ostinazione à quanto ci sia di infinitamente lontano, ma anche d’infinitamente vicino nei confronti della verità. Cosa significa voler ostinatamente essere sé stesso? È un voler essere nel principio, un voler essere il principio di sé stessi. Non si rifiuta di essere ciò che si è, ma che si vuole creare sé stessi, ma noi siamo già CREATI. L’uomo, o lo spirito, è la figura infinitamente più lontana, ma anche la più vicina alla verità. L’uomo è in dialogo con Dio, ma rifiuta il dio. Siamo davanti a Dio, ma rifiutiamo il creatore à figura del demoniaco. Demoniaco, più vicino a più lontano al demoniaco. Il disperato che vuole essere sé stesso compie il suo tormento, non riesce ad accettarsi come posto, facendo del suo tormento la sua forza. Apice della disperazione. Disperazione io davanti a me stesso, angoscia io davanti all’altro. Usa ancora lo pseudonimo à anti – climatus. Analisi di psicologia cristiana. Idea originaria di ciò che costituisce l’essenza dell’uomo. Disperazione à peccato. Il disperato è davanti a Dio, davanti a chi l’ha posto. La malattia mortale è la disperazione.
pone questo rapporto, ma che il rapporto si rapporta a sé stesso. Il rapporto non è fondato dall’io, ma da qualcos’altro. la disperazione viene dal fatto che l’uomo è rapporto che si rapporta a sé stesso. “la disperazione è il rapporto squilibrato in un rapporto di sintesi che si rapporta a se stesso. Se l’uomo non fosse una sintesi non potrebbe assolutamente disperare, né potrebbe disperare se la sintesi non provenisse originariamente dalla mano di Dio nel giusto rapporto”. Rapporto squilibrato, o predomina l’infinito o il finito…l’uomo come sintesi difficilmente sintetizzabile. Non è solo lo squilibrio che crea squilibrio, ma il rapporto stesso. La disperazione è la malattia mortale à definisce la disperazione come malattia mortale. Pag 19-20. Io non spero neanche di non morire, non spero di continuare a vivere. Vivo la morte, l’annullamento, senza però morire definitivamente. La disperazione è un morire non morire. Il problema è il sé che è eterno, vive questa morte che non è morte. “il sé dispera di sé stesso, vuole disfarsi di sé stesso.” Io voglio essere qualcosa che però so già che non sono. Voler disperatamente essere sé stesso, non accettare più la mano dell’altro. io non accetto che l’altro mi possa far essere diversamente da ciò che sono à demoniaco. Massima ostinazione, dire no. L’uomo dispera per il sé, perché è fatto di eterno. La disperazione non può consumare l’eterno. La sintesi che l’uomo è un rapporto finito infinito che si rapporta a sé stesso. L’uomo è rapporto di rapporto che si rapporta a sé in modo libero. Il sé è libero. La libertà è l’elemento dialettico fra la possibilità e la necessità. L’uomo è rapporto, che si rapporta a sé stesso in modo libero. Libertà quasi come momento più alto del sé. Diventare sé stesso è diventare concreto. L’uomo è una sintesi in movimento, si allontana infinitamente da sé stesso, ma ritorna infinitamente a sé stesso. Quando i nostri piedi sono piantati solo nel finito manca qualcosa. L’uomo ha un duplice movimento, quando si rompe questo processo arriviamo alla disperazione. L’uomo che si perde nel fantastico, nella fantasia, nell’illimitato. Si entra nel regno del fantastico. Vive con la testa fra le nuvole, eterno infinito che gli impedisce di essere sé stesso, si dispera perché manca del finito. Il fantastico perde il proprio sé. Non lo perde perché non ci si può sbarazzare dell’io, ma è un sé che si volatilizza, che cade e scade nel fantastico. Il fantastico porta l’uomo fuori nell’infinito. Siamo lontani dal nostro vero sé perché ci manca il movimento di ritorno. La disperazione del finito non ci fa neanche partire. Un sé che non si muove, il sé si volatilizza. Il sé si infinitizza e perde sempre di luce. Il religioso, il rapporto con Dio è il rapporto con l’infinito, con l’altro che ha posto me stesso. Consente di evadere la mia condizione terrena. Il rapporto con Dio diventa momento di evanescenza. La disperazione dell’infinito intacca anche l’uomo comune. Le forme di disperazione più consapevoli sono il voler essere e il non voler essere sé stesso. All’uomo fantastico si contrappone l’uomo troppo ancorato nel finito, finisce per perdere sé stessi. Perdere