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Kierkegaard la malattia mortale, Prove d'esame di Etica Sociale

riassunto del testo

Tipologia: Prove d'esame

2015/2016

Caricato il 01/05/2016

viola.dalle.mese1
viola.dalle.mese1 🇮🇹

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La malattia mortale (1848)
A) CHE LA DISPERAZIONE SIA LA MALATTIA MORTALE
a) la disperazione è una malattia dello spirito, dell'io, e così può essere triplice:
disperatamente non essere consapevole di avere un io (disperazione in senso improprio)
-disperatamente non voler essere se stessi
-disperatamente voler essere se stessi
L'uomo è definito come un rapporto che si rapporta a se stesso, quindi sintesi di finito e infinito,
tempo ed eternità, possibilità e necessità. Si aprono due vie per l'uomo : l'individuo può essere se
stesso, rispettare cioè la natura e gerarchia dei suoi elementi costitutivi; oppure può non essere se
stesso, sovvertendo il proprio equilibrio, arbitrariamente.
Questa seconda via è quella della disperazione. Anche se il discorso di K. Si apre con una
riflessione ontologica, lo fa solo per svelare la natura teologica, infatti solo il credente è
veramente uomo, perchè l'uomo è un essere creato, quindi la sua incompiutezza più profonda è
quella di mancare nei confronti di dio.
b) possibilità e realtà della disperazione
la possibilità di questa malattia è la prerogativa dell'uomo di fronte all'animale, è la prerogativa
del cristiano di fronte al pagano.
L'origine di questa malattia sta nel rapporto in cui la sintesi si mette in rapporto con se stessa, il
disperarsi è una determinazione dello spirito, e sta in rapporto con l'eterno che è nell'uomo,
infatti è proprio dell'eterno che egli non può mai liberarsi.
Dal momento in cui scoppia, la disperazione è una realtà, questo significa che ogni volte che
l'uomo è disperato, si “tira addosso la malattia”, qualcosa che vive solo nel presente.
c) la disperazione è “la malattia mortale”
perchè mortale? Intesa cristianamente la morte è passaggio alla vita. Il tormento della
disperazione è proprio non poter morire. “Quella contraddizione tormentosa, quella malattia
nell'io di morire eternamente, di morire eppure di non morire, di morire la morte”, dove morire la
morte significa provare vivendo il morire. Il disperato non può morire, perchè la disperazione
non può uccidere l'eterno, quell'io che sta alla base. Perciò disperazione è autodistruzione, ma
autodistruzione che non sa distruggere se stessa. Il malato non si è disperato, ma si dispera,non
può liberarsi di sé.
Disperarsi per qualcosa è solo il principio, lo stadio successivo è disperarsi per se stesso.
Disperarsi per se stesso significa volersi liberare di sé, così, disperatamente voler essere se stesso
si risolve in disperatamente non voler essere se stesso e viceversa, contraddizione risolta
nell'identità: “se non ci fosse nulla di eterno nell'uomo, egli non potrebbe affatto disperarsi, ma
se la disperazione potesse distruggere il suo io, nemmeno esisterebbe la disperazione.” La
disperazione è la difficoltà di sostenere il proprio io, quando l'io è la più grande concessione
fattaci dall'eternità.
B) L'UNIVERSALITA' DI QUESTA MALATTIA
"Se l'uomo si considera come spirito il suo stato è sempre critico", ma la disperazione a volte
consiste proprio nel non essere consapevoli di essere determinati come spirito. Quando l'uomo è
distratto dall'immediatezza(gioventù,gioia…ecc) non si rende conto di come la felicità sia il
luogo prediletto per la disperazione, nel segreto della felicità abita l'angoscia. L'immediatezza
non sa di cosa parla, la riflessione interviene essendo se stessa sopratutto quando è riflessione del
niente (sono angosciato per niente) , e serve una gran fede per resistere alla riflessione del niente,
che è riflessione infinita. La disperazione è dialettica, ed è una disgrazia non averla mai avuta.
Per quanto l'opinione comune/volgare ritenga che la disperazione sia un caso raro, questa è al
contrario comunissima. Il caso più comune è che gli uomini vivano senza diventare consapevoli
di essere determinati come spirito(e loro vivono nella sicurezza e contentezza della vita,che in
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La malattia mortale (1848)

A) CHE LA DISPERAZIONE SIA LA MALATTIA MORTALE

a) la disperazione è una malattia dello spirito, dell'io, e così può essere triplice: disperatamente non essere consapevole di avere un io (disperazione in senso improprio) -disperatamente non voler essere se stessi -disperatamente voler essere se stessi

L'uomo è definito come un rapporto che si rapporta a se stesso, quindi sintesi di finito e infinito, tempo ed eternità, possibilità e necessità. Si aprono due vie per l'uomo : l'individuo può essere se stesso, rispettare cioè la natura e gerarchia dei suoi elementi costitutivi; oppure può non essere se stesso, sovvertendo il proprio equilibrio, arbitrariamente. Questa seconda via è quella della disperazione. Anche se il discorso di K. Si apre con una riflessione ontologica, lo fa solo per svelare la natura teologica, infatti solo il credente è veramente uomo, perchè l'uomo è un essere creato, quindi la sua incompiutezza più profonda è quella di mancare nei confronti di dio.

b) possibilità e realtà della disperazione la possibilità di questa malattia è la prerogativa dell'uomo di fronte all'animale, è la prerogativa del cristiano di fronte al pagano. L'origine di questa malattia sta nel rapporto in cui la sintesi si mette in rapporto con se stessa, il disperarsi è una determinazione dello spirito, e sta in rapporto con l'eterno che è nell'uomo, infatti è proprio dell'eterno che egli non può mai liberarsi. Dal momento in cui scoppia, la disperazione è una realtà, questo significa che ogni volte che l'uomo è disperato, si “tira addosso la malattia”, qualcosa che vive solo nel presente.

c) la disperazione è “la malattia mortale” perchè mortale? Intesa cristianamente la morte è passaggio alla vita. Il tormento della disperazione è proprio non poter morire. “Quella contraddizione tormentosa, quella malattia nell'io di morire eternamente, di morire eppure di non morire, di morire la morte”, dove morire la morte significa provare vivendo il morire. Il disperato non può morire, perchè la disperazione non può uccidere l'eterno, quell'io che sta alla base. Perciò disperazione è autodistruzione, ma autodistruzione che non sa distruggere se stessa. Il malato non si è disperato, ma si dispera, non può liberarsi di sé. Disperarsi per qualcosa è solo il principio, lo stadio successivo è disperarsi per se stesso. Disperarsi per se stesso significa volersi liberare di sé, così, disperatamente voler essere se stesso si risolve in disperatamente non voler essere se stesso e viceversa, contraddizione risolta nell'identità: “se non ci fosse nulla di eterno nell'uomo, egli non potrebbe affatto disperarsi, ma se la disperazione potesse distruggere il suo io, nemmeno esisterebbe la disperazione.” La disperazione è la difficoltà di sostenere il proprio io, quando l'io è la più grande concessione fattaci dall'eternità.

B) L'UNIVERSALITA' DI QUESTA MALATTIA

"Se l'uomo si considera come spirito il suo stato è sempre critico", ma la disperazione a volte consiste proprio nel non essere consapevoli di essere determinati come spirito. Quando l'uomo è distratto dall'immediatezza(gioventù,gioia…ecc) non si rende conto di come la felicità sia il luogo prediletto per la disperazione, nel segreto della felicità abita l'angoscia. L'immediatezza non sa di cosa parla, la riflessione interviene essendo se stessa sopratutto quando è riflessione del niente (sono angosciato per niente) , e serve una gran fede per resistere alla riflessione del niente, che è riflessione infinita. La disperazione è dialettica, ed è una disgrazia non averla mai avuta. Per quanto l'opinione comune/volgare ritenga che la disperazione sia un caso raro, questa è al contrario comunissima. Il caso più comune è che gli uomini vivano senza diventare consapevoli di essere determinati come spirito(e loro vivono nella sicurezza e contentezza della vita,che in

realtà è pura disperazione); mentre coloro i quali si dichiarano disperati, sono coloro che hanno

una natura più profonda o che si sono dovuti rendere consapevoli di essere spirito in seguito ad avvenimenti o decisioni terribili. "Sciupata è soltanto la vita di quell'uomo che la lasciava passare, ingannato dalle gioie o dalle preoccupazioni della vita, in modo che non diventò mai, in una decisione eterna, consapevole di se stesso come spirito", quest'uomo non si rende conto che esiste un dio e che il suo io gli sta davanti, l'infinità non si raggiunge se non attraverso la disperazione.

C) LE FORME DI QUESTA MALATTIA

L'io è libertà. Si considera prima la disperazione sotto la determinazione della consapevolezza, come criterio decisivo: più consapevolezza, più volontà, più io. 1)la disperazione considerata soltanto sui momenti della sintesi a.la disperazione vista sotto la determinazione del finito e dell'infinito l'io è sintesi del finito e dell'infinito, che non può risolversi se non in un rapporto con dio.

Diventare se stesso per l'io vuol dire farsi concreto e la sua concretezza risiede nell'essere sintesi. Lo sviluppo deve consistere quindi nello staccarsi infinitamente da sé, rendendo l'io infinito, e nel ritornare infinitamente sé, renderlo finito. Se l'io non diventa se stesso, è disperato, che ne sia consapevole o meno. -la disperazione dell'infinito è la mancanza del finito il finito limita, l'infinito allarga. La disperazione del finito è il fantastico, l'illimitato, la fantasia porta l'uomo verso l'infinito e non facendo altro che allontanarlo da sé, lo trattiene dal ritornare a se stesso. Il sentimento, la conoscenza e la volontà possono diventare fantastici, e con loro tutto l'io, che condurrà allora un'esistenza fantastica, in un'infinità astratta o in un isolamento astratto, sempre in una mancanza del suo io, perché se ne allontana. Es. la preghiera religiosa può portare ad uno "stato di ebrezza", non verso il concreto. L'uomo può vivere in queste condizioni, quindi disperato, anche senza rendersene conto, perché la perdita del proprio io è proprio quella di cui il mondo si cura meno, anzi la cosa più pericolosa sembra mostrare di possederlo. -la disperazione del finito è la mancanza dell'infinito mancare di infinità è limitatezza, ristrettezza disperata in senso etico. Si perde il proprio io vivendo tra gli uomini, lasciando che gli altri lo posseggano. La mondanità, la vita estetica fanno in modo che l'uomo si dimentichi di se stesso nel senso divino, è troppo rischioso essere se stessi, molto comodo invece risulta scimmiottare ed essere parte della folla. Di questa disperazione, sebbene ne sia pieno il mondo, non ci si accorge mai. b.la disperazione vista sotto la determinazione della possibilità e della necessità -la disperazione della possibilità è la mancanza di necessità la necessità è ciò che tiene fermo di fronte alla possibilità, l'io come se stesso è necessità, in quanto deve diventare se stesso è possibilità. Se la possibilità rovescia la necessità, facendo fuggire l'io via da se stesso per immergersi nella possibilità, senza avere nulla di necessario a cui tornare, questa è la disperazione della possibilità. La possibilità si ingigantisce e niente diventa più reale. A questo io manca la forza di piegarsi alla necessità del proprio io, ai limiti del proprio essere. Quest'uomo ha perduto se stesso perché il suo io si è riflesso fantasticamente nella possibilità. Essenzialmente nella possibilità ci si può smarrire in due modi: desiderio/aspirazione o malinconia fantastica(speranza, angoscia, paura). -la disperazione della necessità è la mancanza di possibilità se un'esistenza è portata al punto di non avere possibilità, è disperata, muta. La svolta è: a dio tutto è possibile. La fede lotta quindi per le possibilità, ma se da un lato credere significa perdere il proprio intelletto per raggiungere dio, dall'altro il credente possiede la cura per la disperazione, ossia la possibilità datagli da dio. Il determinista è disperato perché ha perduto il proprio io inghiottito dalla necessità,dove non può respirare; il fatalista è disperato perché non ha un dio e di conseguenza neanche un io; Il filisteo manca di spiritualità, non gli è perciò possibile accorgersi dell'esistenza di dio, così mancando anche di fantasia, conduce la sua vita nella trivialità, scambiando il possibile per il probabile. 2)la disperazione vista sotto la determinazione della consapevolezza

disperare per il terrestre in toto, così si fa anche un progresso per la consapevolezza del proprio

io. La formula: disperarsi per il terrestre è così la prima espressione dialettica per la prossima forma della disperazione. -la disperazione dell'eterno o per se stesso l'uomo disperato per il terreste non si rende conto di disperarsi in effetti per l'eterno(formula per ogni disperazione), attribuire al terrestre tanta importanza è sintomo infatti della disperazione per l'eterno. Se quella di prima era disperazione della debolezza, ora qui diventa disperazione per la propria debolezza. Il disperato comprende che è debolezza il disperarsi per il terreste, che è debolezza disperarsi. Si manifesta così un movimento ascendente: non si può disperare per l'eterno senza rendersi conto di aver un io, bisogna quindi disperare di se stessi, essere consapevoli di avere un io; inoltre cresce anche la consapevolezza della disperazione, perché disperazione è aver perduto l'eterno e se stesso. La disperazione non è più soltanto un patire, è azione, diretta perché viene dal proprio io e non più dall'esterno. Una tale disperazione è troppo profonda per esser dimenticata e per continuare a vivere di leggerezza confondendosi con la massa nella vita estetica,ma in quanto più intesa, è più vicina alla salvezza. Ciononostante è ancora nella forma di non voler essere se stesso, il disperato ora odia se stesso, non può sopportare la sua debolezza, non vuole sapere nulla di sé, ma ama troppo se stesso per non essere il suo io. Questo atteggiamento K. lo chiama taciturnià, che è il contrario dell'immediatezza. Il disperato è abbastanza zitto da poter tenere lontani gli estranei dal segreto del suo io, mentre nell'aspetto esteriore è "un uomo vero e proprio". Lavora, ha una famiglia, in chiesa va raramente perché gli sembra che i pastori sappiano poco quello che dicono, ma si occupa comunque di cose religiose per edificarsi. Sente spesso il bisogno della solitudine, necessità vitale. Il bisogno di solitudine è sempre segno che in un uomo c'è dello spirito. Questa disperazione si vede più di rado nel mondo e ci son due sbocchi: o arriva la fede oppure la disperazione si eleverà a potenza e diventerà ostinazione. Se la taciturnità si mantiene assoluta e marcia sul posto il pericolo più grande per l'uomo è il suicidio.

2.la disperazione di voler essere disperatamente se stesso, l'ostinazione (forma tipicamente maschile, l'essere virile si esprime nella disperazione di voler essere se stesso)

  • Se dialetticamente si procede, si scopre che l'individuo disperato si rende conto della ragione per la quale non vuole essere se stesso. Si presenta l'ostinazione perché si manifesta che egli disperatamente vuole essere se stesso. Per voler essere se stessi ci dev'essere consapevolezza di un io infinito: l'uomo non vuole vestirsi del suo io, non vuole vedere il suo compito nell'io, ma attraverso la sua forma infinita, vuole costruirselo da sè. Se l'io disperato è attivo nel suo rapporto con se stesso vuole sperimentare e non riconosce sopra di sé nessuna potenza "come Prometeo rubò il fuoco agli dei, così l'io disperato ruba a Dio il pensiero". L'io che vuole essere padrone di se stesso si renderà presto conto di non avere un regno sul quale esercitare la sua potenza e rimarrà per sempre io ipotetico, costruirà castelli in aria e combatterà contro i mulini a vento.
  • Se l'io disperato è passivo la disperazione assume la forma della rassegnazione: voler essere il proprio io eterno, volersi accontentare dell'eterno per sfidare o ignorare il patimento nel terrestre o temporale.Non vuole l'aiuto di dio o di altri, preferisce essere se stesso con tutti i patimenti dell'inferno, perché non vuole perdere il suo io piegandosi davanti all'unico che potrebbe salvarlo dal suo male, non vuole diventare un niente nelle mani del salvatore. Ma quanta più consapevolezza c'è in questo individuo sofferente, tanto più la disperazione si eleva a demoniaco. Essenziale è così che nessuno tolga a questo io il suo tormento, che l'eternità non lo privi di questo suo privilegio infinito. Questa forma si vede raramente nel mondo ma un buon esempio può essere il poeta. La disperazione più si fa spirituale, più vuole tener chiusa la disperazione all'interno, questo modo di nascondersi come i folletti è quello che permette di avere un mondo esclusivamente per se stessi. Questa è la forma alta di ostinazione, quella che crede ribellandosi contro tutta l'esistenza, di aver ottenuto una prova contro di essa, la prova che l'esistenza non è buona, e vuole farsi emblema di questa scoperta.

Qui si apre la seconda parte dell'opera: la disperazione è il peccato. Il peccato visto come forma

potenziata della disperazione perché l'io non realizza se stesso avendo ora presente di essere eterno e quindi avendo l'idea di dio. Ogni individuo dovrebbe vivere la sua differenza qualitativa con dio, viverla come la massima vicinanza esistenziale e la massima distanza gnoseologica. Il vero cristiano non lascia nulla dietro di sé: la disperazione rimane con lui come "possibilità sempre annullata", è la realtà con cui si deve costantemente confrontare. Il vero cristiano ha sperimentato tutte le perdizioni ed è così che la disperazione può essere letta anche come "il primo momento dellafede" ed è "la peggior disgrazia non averla ricevuta". La lotta per il cristianesimo fu per K. storica in due sensi: interessò la sua biografia e coinvolse l'epoca e la società nella quale viveva. Su entrami gli aspetti ne uscì sconfitto, in quanto personalmente non riuscì mai a realizzare la fede fino in fondo e si accorse di vivere in un mondo sempre più antireligioso e destinato a peggiorare.