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Riassunto completo del testo: L'avventura umana nella comunicazione. Dal corpo dei Sapiens agli algoritmi di Sergio Brancato (Autore), Stefano Cristante (Autore), Alberto Abruzzese (Collaboratore) pubblicato il 19 ottobre 2022 casa editrice Luca Sossella Editore
Tipologia: Sintesi del corso
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Prima parte Dal dispositivo corporale di Homo sapiens all’attivismo tipografico della prima modernità 1.1 L’immaginario comunicativo del passato remoto dell’Homo sapiens: il dispositivo corporale e i primi mezzi espressivi. Tra le discipline sociali “la comunicazione” come area specifica di indagine che si aggiunge ai settori ormai consolidati: storia, economia, sociologia, psicologia sociale, antropologia ecc. La comunicazione costituisce un riscontro importante nella catena evolutiva delle scienze sociali in corrispondenza con l’esplosione e poi il radicamento della “comunicazione di massa”, caratterizzata dalla presenza dei mass media nella società moderna. Infatti, la produzione scientifica sull’argomento è stata inesistente fino alla fine del 19esimo secolo per poi crescere nel corso della seconda metà del 20esimo secolo, e con sempre maggiore evidenza nei primi decenni del 21esimo. Eppure, la comunicazione rappresenta qualcosa di ben più antico della mass comunication, tanto da poterla considerare un sapere legato all’Homo sapiens. Gli esseri umani hanno comunicato da quando ha preso forma la loro storia evolutiva, cioè da sempre. Si potrebbe dire altrettanto di qualsiasi altro animale ma occorre distinguere che gli esseri umani posseggono un linguaggio verbale organizzato e una molteplicità di altre tecnologie della comunicazione. Secondo l’archeologo Steven Mithen , gli ominidi vissuti prima di Homo sapiens avrebbero comunicato secondo un sistema da lui ribattezzato “Hmmmmm”: le loro espressioni vocali e gestuali fossero ancora di natura olistica, nel senso che erano concepite come messaggi completi anziché alla stregua di parole da combinare, e che venissero utilizzate allo scopo di condizionare il comportamento degli altri individui piuttosto che per comunicare. Il sistema “Hmmmmm” avrebbe interessato anche Homo neanderthaliensis la cui organizzazione sociale era fondata su gruppi poco numerosi senza evoluzioni significative. Il loro linguaggio esprimendosi verbalmente, fossero principalmente musicale. Oltre che con la voce gli altri esseri umani pre-storici si esprimevano con il corpo e i suoi movimenti, da quelli facciali, a quelli gestuali, a quelli ritmici. Il carattere olistico di questo tipo di comunicazione può essere fatto risalire all’uso intensivo dei sensi e all’efficacia della produzione di segni e segnali attraverso il corpo. (Vivendo in gruppo, dovevano coordinare molte attività, a partire dalla caccia: è quindi chiaro che i neanderthaliani avevano bisogno di comunicare tra loro). Tale capacità di comunicazione può essere scaturita dall’intreccio di altre chance evolutive, come la postura eretta che libera le mani per i gesti e per portare cibo alla bocca e l’abitudine di cuocere gli alimenti, assimilandoli più velocemente e con maggior profitto energetico. Secondo lo psicologo Michael Tomasello , la comunicazione cooperativa caratterizza i Sapiens, ed è generata da tre motivazioni:
cerca conferma fissando e seguendo lo sguardo altrui. Solo in seguito all’instaurarsi della comunicazione cooperativa di tipo gestuale poté svilupparsi una comunicazione a codice arbitrario come il linguaggio verbale. Anche secondo lo storico Yuval Noah Harari gli esseri umani si sono affermati sugli altri animali principalmente per la capacità di collaborare tra loro in grandi numeri e con massima flessibilità. Questa seconda caratteristica aiuta a distinguere l’organizzazione dell’Homo sapiens da quella degli insetti (api, formiche, termiti ecc.) che effettivamente collaborano collettivamente ma seguendo uno schema rigidissimo e prefissato. L’Homo sapiens è invece l’unica specie che combina forme collaborative flessibili e grandi numeri. L’Homo sapiens ha all’incirca 200mila anni e un’origine collocata nell’Africa nord-orientale; secondo i paleontologi il “momento” in cui i nostri antenati cominciarono a costruire storie si collocò intorno al 70 mila a.C.: Harari e altri la chiamarono “rivoluzione cognitiva”. Seguendo Harari, le specie Homo rappresentarono i primi esseri viventi a esprimersi in modo complesso ed elastico, utilizzando più sistemi e modalità; il Sapiens dimostrò una maggior propensione a collaborare in grandi numeri adattandosi a condizioni differenziate. L’intensificazione della comunicazione verbale, che costituì il supporto di suoni via via più organizzati in parole e discorsi. Da questa scaturirono storie e credenze, a partire dalla creazione di entità superiori per spiegare fenomeni non comprensibili e per elaborare la presenza della morte nell’aggregazione sociale. A questi processi si affiancò il fenomeno delle migrazioni dell’Homo sapiens, che dall’Africa lo porteranno in Asia e in Europa, secondo le esigenze di un’attività incentrata sulla caccia e sulla raccolta, nonché sull’invenzione di nuove pratiche di navigazione per sfidare i mari e gli oceani. La condizione nomade e semi-nomade non escludeva il ricorso a forme espressive e artigianali, a volte in grado di generare rappresentazioni pittoriche rupestri, forme di adornamento e di gioielleria e anche statuette scolpite e lavorate. Si tratta di oggetti culturali che risentono di una doppia realtà, quella fisico-oggettiva e quella immaginata (ad esempio la statuetta “uomo-leone”). Da allora questo doppio binario “fisico/immaginato” si rafforzerà costantemente come caratteristica decisiva dell’Homo sapiens. Tra il 9500 e l’8500 a.C., a partire dal Medio Oriente, si diffusero le tecniche agricole, fondate sulla domesticazione di ovini e di cereali. Si associarono di conseguenza diversi fenomeni: un cambiamento di dieta, un’estensione del numero degli umani, l’espansione degli insediamenti abitativi e la diffusione di malattie per contagio. Le realtà immaginate, tra Neolitico e presenza storica accertata esse si irrobustirono e diventarono vere e proprie credenze organizzate, in campo religioso, simbolico-culturale e anche economico. In quest’ultimo ambito, poi, le realtà immaginate assunsero le sembianze di un credo apparentemente definitivo, come nel caso dell’invenzione delle merci di scambio e poi del denaro. In sostanza, la condizione stanziale si rivelò irreversibile: l’incremento demografico determinato dalle pratiche agricole rese impossibile il ritorno al nomadismo e al semi-nomadismo. E nuove tecniche come la stagione del raccolto. 1.2 Saperi, poteri e dimensione sacra: i fondamenti dell’immaginario antico La scrittura diventa allora il nuovo strumento della realtà immaginata. Mettendo insieme documentazione di calcolo e teogonia, burocrazia e poesia. Le realtà immaginate non si diffusero più unicamente nello spazio, da racconti attorno a un fuoco, si espansero nel tempo utilizzando supporti diversi come l’argilla mesopotamica o il papiro egiziano, oppure la pergamena medio- orientale di origine animale. L’immaginazione richiesta nel mondo tribale era orientata dal senso dell’udito: l’ascolto di storie e racconti condivisi aveva creato un patrimonio collettivo orale che agiva fin dall’infanzia dei singoli, e li accompagnava per tutta la loro esistenza. Ma era una conquista fragile. Ora, nella nuova
origine tribale a una fede coerente e organizzata, capace di fornire un’identità completamente nuova al credente. Durante il Medioevo i mezzi di comunicazione restarono sostanzialmente gli stessi in uso nell’epoca classica dell’antichità ma l’immaginario cambiò. Le invasioni e le distruzioni da parte delle popolazioni tribali produssero sugli abitanti dell’Impero Romano un enorme trauma, orientando la gerarchia dei bisogni verso la necessità di protezione e sicurezza. Nello stesso tempo, dalle vittorie militari dei re barbari non scaturirono forme di governo adatte ad amministrare un impero in decomposizione: i nuovi dominatori dovettero disporsi ad assimilare elementi della civiltà romana su tanti aspetti della vita sociale le culture tribali e quella romana si mischiarono, ad esempio nel vestiario, come si nota nell’uso di massa dei barbarici pantaloni. Il cristianesimo, divenuto religione di stato imperiale a partire dall’Editto di Tessalonica, finì per prevalere sulle religioni politeiste delle popolazioni tribali. Emersero le qualità comunicative della Chiesa cattolica, che si dimostrò capace di una tenuta organizzativa, condizione che contribuì al suo affermarsi sulle altre diverse fedi. Fin dal cosiddetto Alto Medioevo l’egemonia religiosa cattolica si tradusse in una competizione vittoriosa della lingua latina su quella greca, privilegiata dalla diffusione del latino parlato, mentre il latino scritto poté contare sulle opere di grandi teologi (Ambrogio e Agostino per esempio). Scarseggiando il papiro, aumentò l’uso della pergamena che era maggiormente laboriosa da produrre e non ammetteva sprechi. Per questo motivo chi scriveva su questo supporto cercava di usare tutto lo spazio disponibile: l’adozione di caratteri minuscoli e le parole attaccate l’una all’altra e l’uso costante di abbreviazioni. La scrittura fu protetta e difesa dall’esercizio di copiatura amanuense dei monaci nei monasteri. Più tardi, l’intellighenzia islamica consentì il recupero del patrimonio cognitivo dell’antichità, in particolare in lingua greca attraverso le traduzioni in arabo che resero leggibili quei testi agli europei. Araba fu anche l’individuazione e poi la diffusione di una innovazione cinese, la carta, derivata inizialmente dal trattamento della corteccia del gelso. In seguito, la lavorazione di canapa e lino e la fabbricazione con stracci. Nel 12esimo secolo la carta introdotta dagli arabi si diffuse in Europa, a partire dalla Sicilia; nel 13esimo secolo in Italia erano in pieno funzionamento gli stabilimenti di Fabriano, dove si produceva la pregiata carta bambagina (macerazione di cenci e stracci di lino, cotone e canapa di colore bianco). L’immaginario medievale non conta solo sulla parola, parlata e scritta: l’architettura generò la forma del monastero e quella del castello. Questa seconda forma coincise con il periodo del feudalesimo, dove una porzione di territorio veniva assegnata a chi aveva servito il sovrano con le armi. Ideata dai Franchi, questa pratica si estese in gran parte dell’Occidente: i franci homines (uomini liberi, cioè guerrieri) si impegnavano nei confronti del sovrano con un giuramento di fedeltà prestato all’interno di una cerimonia pubblica, al termine della quale diventano feudatari, cioè possessori di un feudo. A partire dal 9° secolo, in corrispondenza con nuove ondate di invasori, si innalzarono in tutta Europa i castelli. Proteggendo il feudo e sovrastando i circostanti villaggi. Tuttavia, nel corso del tempo il valore comunicativo dei castelli trascese l’stanza della difesa e del controllo territoriale: nel Tardo Medioevo la loro edificazione si caricò di significato prevalentemente estetico, a testimonianza del potere del signore territoriale o del sovrano. Sono elementi che ritroviamo, in parte, anche nell’architettura delle cattedrali. Un invito a immaginare il bello come estetica del grandioso, la cui altezza rinvia allo iato tra spazialità divina e dimensione umana. La cattedrale si slancia verso il cielo. Secondo Grohmann lo stile gotico, che appare in Francia nel 12esimo secolo, rappresenta una vera rivoluzione architettonica. Le grandi cattedrali generate dal gotico svetteranno da allora i loro contrafforti e con il bianco dei loro marmi. Tutta l’arte medievale è arte sacra. Ne risentono la pittura, la musica, la letteratura. Nell’arte figurativa il
mondo cattolico e quello islamico si separarono drasticamente: l’arte musulmana rifiutava la rappresentazione divina e raramente ammetteva soggetti umani nei dipinti; si dedicava alla decorazione nata dalla scrittura coranica. In ambito letterario, il cambiamento fu introdotto dall’uso del volgare: Dante Alighieri scrisse la sua Divina Commedia in volgare fiorentino dove raccoglie i saperi di tutta l’epoca medievale e di raffinare lo stile. Non diversamente operarono gli artisti visivi dell’ultima parte del Medioevo, primo tra tutti Giotto: i pittori tardomedievali si mossero per raffigurare temi sacri la cui comprensione fosse possibile anche agli illetterati e agli analfabeti. Per le persone colte era invece facile cogliere la maestria con cui Giotto e i suoi epigoni si muovevano sul terreno teologico, spesso offrendo interpretazioni originali delle vicende bibliche ed evangeliche. Il grande artista fiorentino lavorò a Roma, Assisi, Padova, Rimini, Firenze, Milano, Napoli, Pisa, Bologna. Da questo elenco possiamo dedurre la numerosità dei centri urbani artisticamente ed economicamente significativi. La città in effetti dominò e l’istituzione dei nuovi centri di formazione e di sapere – le università – ne testimoniò le capacità attrattive. Nelle città prese forma un nuovo tipo di immaginario. Tracce evidenti si ritrovano nell’arte con l’avvicinamento all’estetica del ritratto, nella letteratura con le maggiori sfumature emozionali presenti nelle opere in volgare, nelle scienze naturali con la sperimentazione, nella filosofia con l’aristotelismo. Dal punto di vista dei mezzi di comunicazione, un’invenzione destinata a rivoluzionare la riproduzione libraria, fino ad allora affidata alla ricopiatura. Il riferimento è alla macchina a caratteri mobili di Gutenberg. 1.4 Da Gutenberg al telegrafo ottico: l’immaginario tipografico ripensa il mondo Personaggio misterioso su cui le notizie non sono numerose. Gutenberg è una figura a cavallo tra l’ultima epoca medievale e la primissima stagione della modernità. La sua invenzione venne presentata in pubblico a Magonza, attorno al 1450: era una macchina che metteva insieme un’idea già esistente e circolante con un assemblaggio di componenti innovativo e originale. I caratteri mobili furono realizzati con una lega di piombo e stagno; l’inchiostro di nerofumo e olio di semi di lino fu mutuato dalla pittura dell’epoca e garantì nitidezza alla composizione. A Gutenberg va riconosciuta una notevole creatività, frutto di osservazione attenta. La macchina di Gutenberg è stata un’invenzione di lunga durata. È stata però anche un’invenzione a presa rapida, destando un’immediata reazione positiva. Da Magonza già nel 1500 ne esistevano in più di 250 città europee. Nello stesso periodo il libro a stampa superò il libro manoscritto per numero di esemplari disponibili. L’invenzione della tipografia, scrisse McLuhan in un libro intitolato “La Galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico” confermò la nuova accentuazione visiva della conoscenza applicata, fornendo così la prima merce ripetibile uniformemente, la prima catena di montaggio e la prima produzione di massa. La macchina di Gutenberg fu alla base dell’industrializzazione del mondo. Dal punto di vista pratico, la dimensione industriale della produzione libraria fu raggiunta nonostante la cornice artigianale dei processi produttivi, e sebbene il contesto fosse ancora quello della bottega tardomedievale. Genera una diffusione senza pari dei documenti scritti. Un’ulteriore spinta allo sviluppo della stampa venne da parte di autori che strinsero rapporti di collaborazione con gli stampatori-editori, fino al punto da determinare una movimentazione del mercato librario. Nel 16esimo secolo due intellettuali ebbero immensa fortuna e diffusione: Erasmo da Rotterdam , si servì sempre del latino nella sua produzione editoriale, inaugurando un orientamento che prenderà il nome di Repubblica delle Lettere, uno stile comunicativo che presupponeva un consorzio informale di letterati dove il latino era lingua veicolo. Martin Lutero , che pure non disdegnò l’uso del latino
Nel 1972 il fisico Claude Chappe illustrò il progetto del “telegrafo ottico”. Si trattava di un sistema meccanico di trasmissione a distanza. L’Assemblea legislativa approvò il progetto seduta stante, perché fu chiaro ai deputati che con quella macchina la velocità di trasmissione delle informazioni avrebbe costituito un vantaggio di non poco conto in guerra. La rete del telegrafo ottico seguirà l’esercito francese da allora sino alla conclusione dell’epoca napoleonica, quando le torri giungevano da Parigi ad Amsterdam, passando per Bruxelles e Anversa. Fino a toccare Milano, Mantova e Venezia. La macchina di Chappe inaugura un’era di nuova velocità nella comunicazione, ma lo fa sulla base di un mezzo tipicamente gutenberghiano: un codice stampato di 92 pagine. Con la meccanizzazione della stampa, le realtà immaginate hanno saturato la storia di temi religiosi e laici, hanno partorito utopie e infine hanno coinvolto l’umanità nell’avventura del sovvertimento politico e sociale di massa. Alla fine del 700 un nuovo sistema economico e culturale, il capitalismo, comincerà a costruire una nuova civiltà a partire dall0impronta dell’industrialismo abbozzato dalla macchina di Gutenberg. Il cambiamento sarà gigantesco. SCHEDE DI APPROFONDIMENTO: I sapiens, la realtà oggettiva e la realtà immaginaria “costrutti sociali” o “realtà immaginate”. Una realtà immaginata non è una bugia. A differenza della menzogna, la realtà immaginata è qualcosa in cui tutti credono, e fintantoché questa credenza comune persiste, esercita una determinata fora nella situazione in cui essa si esplica. È possibile che lo scultore della grotta di Stadel credesse sinceramente nell’esistenza di un uomo-leone come spirito guardiano. Alcuni stregoni sono ciarlatani, ma in gran parte credono davvero nella esistenza degli dèi e demoni. Dall’inizio della rivoluzione cognitiva dell’Homo sapiens ha dunque vissuto una realtà duale. Da un lato, la realtà oggettiva di fiumi, alberi e leoni; dall’altra parte, la realtà immaginata di dèi, nazioni e società per azioni. Col passare del tempo, la realtà immaginata è diventata via via sempre più potente Cosa accade nella rivoluzione cognitiva? NUOVE CAPACITA’ CONSEGUENZE Trasmettere maggiori volumi di informazione circa il mondo che stava intorno all’Homo sapiens. Pianificare e mettere a effetto azioni complesse, come sfuggire ai leoni e cacciare i bisonti. Trasmettere maggiori volumi di informazioni circa le relazioni sociali tra i sapiens. Formazione di gruppi più ampi e coesi, fino a 150 individui. Trasmettere informazioni su cose che non esistono nella realtà, quali spiriti tribali, nazioni, società a responsabilità limitata, diritti umani.
monopolio del potere. L’alfabeto, più facile e il papiro più leggero, meno costoso e meglio trasportabile, si associarono per trasferire il potere dalla classe sacerdotale a quella militare. L’alfabeto fonetico è una tecnologia a lettere semanticamente prive di significato corrispondendo suoni semanticamente privi di significato. Soltanto l’alfabeto fonetico crea una divisione così netta dell’esperienza. Si può quindi sostenere che l’alfabeto fonetico fu la tecnologia che serviva a creare l’uomo civilizzato. L’alfabeto fonetico diminuisce in ogni cultura soggetta alla sua egemonia l’importanza degli altri sensi, udito, gusto e tatto. Ciò non accade nelle culture, come la cinese, che usano caratteri non fonetici, e possono così conservare quel ricco repertorio di percezioni generali e di esperienze profonde che tende a corrodersi nelle culture civilizzate dell’alfabeto fonetico. L’invenzione della scrittura: fu vera sapienza? Socrate: ho sentito narrare che a Naucrati d’Egitto dimorano uno dei vecchi dèi del paese. Egli fu l’inventore dei numeri, del calcolo, della geometria e dell’astronomia, per non parlare del gioco del tavoliere e dei dati e finalmente delle lettere dell’alfabeto. Theuth venne presso il re, gli rilevò le sue arti dicendo che esse dovevano essere diffuse presso tutti gli Egiziani. Il re gli chiedeva quale utilità comportasse. Quande giunsero all’alfabeto: “questa scienza, o re renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina per la sapienza e la memoria. E il re rispose: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di sé stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento si crederanno d’essere dottissimi. La tragedia greca come evento organizzativo Da un punto di vista organizzativo la tragedia greca assume la veste di un grande evento che riguarda in special modo la città di Atene e le province della Magna Grecia. Gli arconti (equivalente dei nostri magistrati) gestiscono la selezione dei poeti chiamati a partecipare tramite una sorta di concorso affidato alla votazione di una giuria. Questi ultimi, scelti tra rappresentanti delle famiglie aristocratiche della città, sono i committenti degli eventi tragici con il compito di sovvenzionare le spese di allestimento di uno dei tre poeti che da loro è prescelto, di organizzare il coro e pagare i suoi membri. La tragedia è un evento corale che coinvolge tutta la popolazione di Atene, invitata a partecipare attivamente alle cinque giornate. I cittadini atenesi decretano il successo della rappresentazione, esprimendo la propria antipatica o la benevolenza nei confronti di questo o quell’autore. L’accesso alla fruizione delle opere è ammesso tramite il pagamento di un biglietto dal quale è esercitata la cittadinanza meno abbiente, la cui partecipazione viene sovvenzionata dallo Stato tramite un fondo speciale per lo spettacolo. La collocazione del pubblico sulle scalinate avviene in funzione dell’ordine di importanza dei cittadini e del loro reddito. Il successo della rappresentazione assume un valore politico in quanto tende a consolidare il prestigio e la notorietà dei coregi, mentre dal punto di vista culturale tende a consacrare il ruolo dei grandi autori tragici che ancora oggi rimangono fonte di ispirazione per la creazione artistica. La cattedrale
peculiarità. Tuttavia, a un determinato momento dello sviluppo della società medievale l’individuo comincia a trovare i mezzi atti all’espressione della propria personalità. Il momento di svolta è il 13esimo secolo. In tutti i settori della vita si osservano sintomi che testimoniano le pretese della personalità umana al proprio riconoscimento. Nell’arte l’individualizzazione delle raffigurazioni dell’uomo. In letteratura un più ampio sviluppo della produzione delle lingue volgari che aprono possibilità molto più ampie del latino di rendere le sfumature delle emozioni umane; inizia l’individualizzazione della calligrafia. Nel 13esimo secolo nascono le scienze naturali. Tommaso d’Aquino sviluppa e precisa la definizione della personalità. Secondo Tommaso, la personalità umana è caratterizzata non solo dall’indivisibilità in altre essenze, ma anche dal fatto di possedere una precisa dignità. Questa dignità consiste innanzitutto nella razionalità dell’uomo, sulla quale si fonda la sua libertà. Tuttavia, egli può raggiungere la pienezza della libertà solo nella vita futura, quando diventerà perfetto. Egli non considera la società qualcosa di autonomo ma rappresenta un mezzo, mentre la personalità è un fine, per cui la società serve la personalità. Dalla carta alla stampa La carta veniva da molto lontano, ancora una volta dalla Cina. I primi mulini per la carta girarono in Spagna nel 12esimo secolo. A partire dall’Italia, al principio del Trecento, che si forma un’industria europea della carta. Fabriano. La fabbricazione della carta richiede enormi quantità d’acqua limpida, ad essa avverrà dunque su corsi rapidi. La carta veneziana viene fabbricata intorno al lago di Garda. In questa diffusione, operai e capitalisti italiani hanno una parte molto importante. Per la materia prima, i vecchi stracci per fortuna abbondano, le culture della canapa e del lino si sono sviluppate in Europa a partire dal 13esimo secolo, la biancheria di tela ha sostituito la vecchia biancheria di lana. Tuttavia, la nuova industria prospera al punto che scoppiano crisi di rifornimento. Un manoscritto di 150 pagine su pergamena consumava le pelli di una dozzina di pecore, il che vale a dire che la copia era di per sé il minore tra i costi dell’operazione. A partire dal 12esimo secolo il numero dei lettori era aumentato considerevolmente, nelle università occidentali. I compilatori dei fogli di notizie e i loro clienti Gli elementi sin qui raccolti concordano nel collocare nei decenni centrali del Cinquecento la maturazione di un vero e proprio mercato della notizia che determinò lo sviluppo di una specifica categoria professionale capace di rispondere alla richiesta crescente. Pio V aveva definito “arte nuova” quella di compilare fogli di notizie. Figure del genere furono note a Roma col nome di menanti, a Venezia di reportisti, a Genova di novellari. Solo più tardi vennero chiamati gazzettieri. Principi e ambasciatori furono i loro primi clienti. Corti e ambasciate divennero i luoghi strategici della costruzione e del recupero della notizia. La crescita della richiesta favorì lo sviluppo di un mercato della notizia non più occasionale e riservato solo alle alte sfere. La gazzetta fu appunto un avviso in grado di allargare la propria platea, capace di suscitare interesse nei riguardi delle vicende politiche in ambienti urbani nuovi. La periodicità a favorire una crescente consuetudine con i fatti politici vicini e lontani, indipendentemente dalla loro rilevanza. Ogni numero portava avanti una narrazione avviata nelle settimane precedenti. Le notizie del mondo entrarono così nella vita quotidiana di molti. Leggerle accorciò le distanze. I fatti politici, come quelli religiosi e militari, divennero allora un argomento possibile su cui intrattenersi, confrontarsi e scontrarsi. La rete di comunicazione parigina prima della Rivoluzione La Parigi del 700 aveva una densa rete di comunicazione fatta di media e modi oggi dimenticati, talmente dimenticati che ne ignoriamo perfino i nomi: mauvais propos, bruit public, on-dit, pasquinade, pont-neuf, canard, feuille valante, factum, libelle, chronique scandaleuse. C’erano tante
forme di comunicazione. La notizia passa per quattro fasi. Primo, comincia come mauvais propos, ossia pettegolezzo all’interno della corte. Secondo, diventa bruit public, voce pubblica a Parigi e il testo usa un’espressione forte: ”opinione generale del pubblico”. Terzo, è inserita in nouvelles à la main, notiziari manoscritti che circolano nelle province, come quelli di Mme Doublet. Quarto, viene stampata in un libelle, o libro scandaleux: in questo caso un best seller che ebbe molte edizioni e raggiunse lettori dappertutto. Il libro, Anecdotes sur Mme la comtesse du Barry, è una scurrile biografia dell’amante reale confezionata in base a pettegolezzi raccolti dal massimo nouvelliste del secolo, Mathieu-Francois Pidansat de Mairobert. Questi girava per Parigi collezionando notizie e annotandole su foglietti che si ficcava in tasca o nelle maniche. Quando arrivava in un caffè ne tirava fuori uno per intrattenere la compagnia, o lo scambiava con un’altra notizia raccolta da un altro nouvelliste. I media dell’Antico Regime erano misti. Trasmettevano un amalgama di messaggi che si intrecciavano e sovrapponevano, parlati, scritti, stampati, figurati, cantati. Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789 I rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali e sacri dell’uomo. L’assemblea nazionale riconosce e dichiara i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino:
in contrasto con l’affermazione di quella “grammatica del potere”. Così, mentre i letterati come Torquato Tasso dovevano fare i conti con le nuove normative della sensibilità artistica indicate dal conclave tridentino, nelle corti e in altri spazi pubblici iniziava a palesarsi un modello di intrattenimento deviante, portato alla trasgressione delle regole, basato sulla “magia” delle immagini immateriali sospese nello spazio inquieto tra la luce e l’ombra. Con il passare del tempo, anche grazie alla pressione del pubblico che consumava l’esperienza della lanterna magica, furono realizzate significative innovazioni tecnologiche. Mentre il dispositivo originario precedeva a proiettare immagini fisse, grazie alla retroilluminazione di lastre di vetro colorate simili alle odierne diapositive, alcune soluzioni presero a introdurre un’idea di movimento che di certo ne accresceva la suggestione. La lanterna magica così disegnò la propria parabola dal 600 fino all’800. Il punto di reale interesse che reperiamo in queste moderne macchine della visione è costituito dalla crescente sinergia tra luce e movimento. Tale sinergia partecipa all’allargamento del bacino di utenza e alla correlata ridefinizione dei luoghi di consumo dell’intrattenimento visivo. All’indomani della rivoluzione industriale, la forma-città che si ridisegna intorno al modello della fabbrica è predisposta a integrare in sé nuove dinamiche di mediatizzazione. Non si trasforma soltanto il mutamento dell’organizzazione del lavoro, ma anche la stessa natura del quotidiano. I vissuti dell’individuo metropolitano si affrancano in via definitiva dai limiti tecnici e ideologici del tempo medievale, conquistando la notte grazie all’illuminazione pubblica delle strade e alla crescente elettrificazione degli ambienti chiusi. La diffusione dell’elettricità attrezza la metropoli a contenere nuove funzioni mediatiche. La stessa relazione tra luce e ombra, dualismo dominante nell’immaginazione. Non a caso i due generi più rappresentativi nell’economia della letteratura popolare, che si danno il cambio nel passaggio d’epoca tra 700 e 800, sono la ghost story e il roman du crime; dunque, due “sentimenti del mondo” connessi tra la luce e l’oscurità, il pubblico e il privato, l’evidenza e il rimorso. L’illuminazione urbana è parte di quella transizione che conduce la società industriale verso il processo di massificazione. I media che prendono forma in questa fase sono caratterizzati da una facilità di accesso, poiché si rivolgono a un pubblico generalmente ancora poco alfabetizzato. SCHEDE DI APPROFONDIMENTO: La metropoli I problemi più profondi della vita moderna scaturiscono dalla pretesa dell’individuo di preservare l’indipendenza e la particolarità del suo essere di fronte alle forze preponderanti della società, della cultura esteriore e della tecnica. Che il 18esimo secolo abbia fatto appello alla liberazione da tutti i legami del passato negli ambiti dello Stato, della religione, della morale e dell’economia, il 19esimo secolo, oltre alla semplice libertà, abbia fatto appello alla particolarità che deriva dalla divisione del lavoro. Le basi psicologiche su cui si erge il tipo delle individualità metropolitane è l’intensificazione della vita nervosa, che è prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di espressioni esteriori e interiori. L’uomo è un essere che distingue, il che significa che la sua coscienza viene stimolata dalla differenza tra l’impressione del momento e quella che precede; le impressioni che perdurano, che si differenziano poco, o che si succedono e si alternano con una regolarità abitudinaria, consumano per così dire meno coscienza che non l’accumularsi veloce di immagini cangianti, o il contrasto brusco che si avverte entro ciò che si abbraccia in uno sguardo, o ancora il carattere inatteso di impressioni che si impongono all’attenzione. Nella misura in cui la metropoli crea proprio queste ultime condizioni psicologiche essa crea già nelle fondamenta sensorie della vita psichica, nella quantità di coscienza che ci richiede a causa della nostra organizzazione come esseri che
distinguono un profondo contrasto con la città di provincia e con la vita di campagna, con il ritmo più lento, più abitudinario e inalterato dell’immagine sensorio-spirituale della vita che queste comportano. La vetrina Sino al tardo Seicento il locale destinato al commercio al minuto, il negozio, non fu nient’altro che un’anticamera del deposito di merci posto sul retro; con il suo arredo semplice e privo di decorazioni. Le magnifiche insegne che indicavano quanto là si potesse acquistare compensavano la semplicità dell’interno del negozio. Quando nel corso del 17esimo e 18edimo secolo si scoprì che le insegne dei negozi ostacolavano il traffico, tali fantasiosi della pubblicità moderna sparirono poco a poco dalle strade. Gli splendidi colori e il dispendio estetico delle insegne delle botteghe sparirono dalla strada per riapparire sotto spoglie diverse all’interno dei negozi. Nello stesso periodo, nelle metropoli europee, si sviluppò un legame tra estetica e commercio. Andando incontro al gusto dei suoi clienti, il proprietario del negozio decorava gli spazi di vendita come fossero sale di ricevimento di un castello. Legni pregiati, marmi, ottone, ma soprattutto i materiali simbolo dell’arredo di corte, vetro e specchio divennero i materiali decorativi più richiesti. La vetrina che verso la metà del 700 cominciò a costituirsi come parte a se stante. Se fino a quel momento essa non era stata molto più di una semplice finestra, che permetteva di guardare la strada dall’interno del negozio e viceversa, si trasformò, ora, in un palcoscenico rivestito di vetro, sul quale disporre a mo’ di pubblicità la merce. Oltre a vetro e specchio, anche la luce artificiale contribuì a nobilitare sotto il profilo estetico la merce esposta in vetrina. Arte e tecnica La riproducibilità tecnica dell’opera d’arte modifica il rapporto delle masse con l’arte. Da un rapporto estremamente retrivo, per esempio nei confronti di un Picasso, si rovescia in un rapporto estremamente progressivo, per esempio nei confronti di un Chaplin. Quanto più il significato sociale di un’arte diminuisce, tanto più il contegno critico e quelle della mera fruizione da parte del pubblico divergono. Anche qui il confronto della pittura continua a rivelarsi utile. Il dipinto ha sempre affacciato la pretesa peculiare di venir osservato da uno o da pochi. L’osservazione simultanea da parte di un vasto pubblico, quale si delinea nel 19esimo secolo, è un primo sintomo della crisi della pittura, crisi che non è stata affatto suscitata dalla fotografia soltanto, bensì, in modo relativamente autonomo, attraverso la pretesa dell’opera d’arte di trovare un accesso alle masse. Le grandi Esposizioni Universali 1800: la prima rivoluzione industriale ha già innescato quel meccanismo di crescita della popolazione urbana che caratterizzerà l’abitudine moderno. Gli antecedenti nazionali delle grandi esposizioni messi alla prova a partire dalla seconda metà del diciottesimo secolo, soprattutto in Francia, si preparano così a mettersi in mostra su palcoscenici finalmente globali. Superate le incertezze del 1848 cominciava il grande boom di un nuovo ciclo di espansione capitalistico destinato a rivoluzionare il sistema riproduttivo europeo. Uno sviluppo economico senza precedenti. Fu così che nacquero le grandi esposizioni universali. 1850: Londra e Parigi hanno raggiunto entrambe la soglia critica del milione di abitanti, sconfinando così nella dimensione pienamente moderna dell’urbanità, la metropoli. È sulle scene della vita moderna parigina che le esposizioni universali diventano grandi. Londra, la culla della
della sociologia convenzionalmente intesa a ciò che egli identifica con la mediologia, ovvero una concezione di territorio in cui lo spazio tradizionale viene sostituito dall’habitat generato dai mezzi di comunicazione: l’immaginario non è un campo semantico da potere essere ordinato in base a valori esterni. È infatti una macchina che produce esclusivamente se stessa, il materiale di se stessa, il mezzo di produzione di se stessa e l’intelligenza di se stessa; con se stessa e per se stessa desidera, copula e si rigenera. L’immaginario è, per Abruzzese, una macchina che si riproduce e rinnova nelle dinamiche di innovazione che legano tra loro i media e la società. In una prospettiva come questa i media sono la società, che tende a esistere dai processi di comunicazione. Appare interessante ritornare al corpo intesi quale mutevole morfologia dei nessi tra la dimensione biologica e quella tecnologica della specie. Nell’ambito del dibattito novecentesco sulle masse e i media, essa si presenta a usi spesso metaforici tesi a individuare nella mutazione un effetto generale di corruzione e perdita. Ciò è dovuto alle veloci trasformazioni culturali in atto nel corso del 19esimo secolo. Risulta così utile ricorrere all’idea di esternalizzazione attraverso cui alcuni studiosi interpretano gli effetti generati nel corpo sociale dai media industriali: in maniera assai più spinta che in passato, i confini del soggetto metropolitano vengono spostati e ampliati da un corredo mediale che tende a trasferire tecnologicamente all’esterno da sé una crescente quantità di funzioni fisiche e mentali. Allocandosi in una diversa idea di spazio e tempo dell’esistenza, il corpo ridefinisce lo stesso concetto di individuo. I processi della chimica e dell’elettricità spingono i mezzi di comunicazione a realizzare utopie appartenenti alla specie fin dall’antichità. Niépce realizzò la Vista dalla finestra a Le Gras, da molti considerata la prima fotografia della storia. Niépce era uno dei tanti scienziati, che praticavano la ricerca sulle applicazioni empiriche dei fenomeni naturali. Compì per anni importanti esperimenti sulle sostanze fotosensibili, finché non riuscì a fissare l’immagine del panorama davanti alla finestra del suo laboratorio. Per farlo utilizzò un dispositivo ottico noto, la camera oscura, una scatola dentro cui aveva predisposto una lamina di metallo spalmata con uno speciale bitume trattato. La realizzazione di questa immagine ebbe bisogno di un’esposizione lunga diverse ore, un tempo che appare spropositato a chi per abitudine considera la fotografia nei termini di scatto, dunque di un attimo. La tecnica di Niépce costituisce la base della fotografia. La replicazione e il controllo della vita attraverso tecniche sempre più sofisticate di rappresentazione. Il progressivo diffondersi delle innovazioni tecnologiche, mette a disposizione dell’uomo-massa quantità di dispositivi che mutano i rapporti tra soggetto e mondo. Lo stesso spazio metropolitano si attrezza di luoghi dedicati alla comunicazione: i trasporti urbani, tram e treni metropolitani, ridisegnano il panorama della quotidianità. Le innovazioni del 19esimo secolo non ha luogo in un mondo casuale e sconnesso. Strumenti di comunicazione dai caratteri tecnologici a volte assai diversi tra loro concorrono. Le innovazioni come la fotografia non riguardano solo i territori dell’estetica ma quelli dei processi di produzione dell’identità individuale e collettiva attraverso l’istituzione di un principio di realtà fondato sulla presunta oggettività della fotofissazione. Se la diffusione della fotografia si lega a un mutamento nelle tradizionali ideologie dell’arte, ridimensionando il ruolo degli artisti, ma al contempo rilanciandone la qualità creativa, la fonofissazione tocca una corda assai sensibile dell’immaginazione collettiva: la natura divina del verbo. Cros e Edison presentarono il dispositivo meccanico in grado di afferrare la sostanza volatile della voce per fissarla su un supporto, potendola così riascoltare all’infinito, la prima reazione fu di sconcerto e rifiuto: la tecnologia non poteva appropriarsi di una prerogativa del sacro. In un’epoca più razionale e disincantata le resistenze contro l’innovazione furono ben presto superate dal senso di fascinazione suscitato dalla nuova tecnologia e la fonofissazione ebbe modo di trasformarsi in un medium compiuto, traghettando il dispositivo verso i mercati del consumo musicale e istituendo un
modello di fruizione. La diffusione del grammofono e la nascita della discografia costituiscono un ulteriore e importante tassello verso la messa a punto del sistema dei media audiovisivi che definirà l’esperienza dell’industria culturale. Se il fonografo aveva realizzato l’antica aspirazione ad afferrare la parola e addomesticarla, il cinematografo dei Lumière rende possibile replicare la vita nella sua connotazione più propria: il movimento. L’obiettivo di realizzare la cinematografia o foto- cinematica aveva motivato nella seconda metà del 19esimo secolo una gran quantità di sperimentatori, accomunati dall’idea di realizzare fotografie animate. Risultati interessanti furono conseguiti da Edison, che brevettò un dispositivo denominato kinetoscopio. Commercializzato attraverso luoghi di consumo collettivo e le grandi esposizioni universali, il kinetoscopio fu ribattezzato “Nickel-Odeon” poiché era possibile vederne i brevi film pagando un nichelino e chinandosi su una fessura dell’apparato di proiezione che consentiva la sola visione singola. Appena un anno dopo, i fratelli Lumière trovarono la soluzione al problema che nessuno, neanche Edison era riuscito a risolvere: la perfetta sincronizzazione nella macchina da presa fra otturatore dell’obiettivo e posizionamento dei fotogrammi di pellicola dietro di questo. Ricorrendo al medesimo ingranaggio messo a punto per la macchina da cucire. Ogni fotogramma, così, si posizionava in modo preciso dietro l’obiettivo. La nettezza dell’immagine così ottenuta permetteva l’esperienza fiduciaria della realtà riprodotta. Nel 1895, in una saletta del Gran Café, a Parigi, ebbe luogo la prima proiezione pubblica del cinématographe, l’invenzione che avrebbe mutato i processi della comunicazione e dell’immaginario su un piano globale. Come sostiene Morin, il passaggio dal “cinematografo” al “cinema”, avvenuto negli anni 10 del 20esimo secolo, costituisce lo snodo essenziale per cogliere la sostanza dell’immaginario novecentesco, fondato su una qualità immersiva della comunicazione che rende sfumato il confine tra la realtà e la sua rappresentazione. In altri termini, mentre la scrittura si incardina dell’atto del vedere, i media audiovisivi e il cinema, in primo luogo, coinvolgono il corpo nella sfera percettiva della sensazione e l’immaginario si sovrappone agli aspetti della vita materiale, impossessandone. Il lungo viaggio dell’immagine iniziato nel 600 con la lanterna magica, che ridisegnava lo spazio e la natura del rapporto con la mimesi visiva del mondo, approda al grande schermo hollywoodiano, nella fabbrica dei sogni che racconta il mondo novecentesco con una qualità poietica che nessun medium sarà in grado di emulare sino all’entrata in scena dei linguaggi elettronici. Quando l’ipotesi documentale dei Lumière naufragò, il cinematografo aveva dinanzi a sé due possibili e distinti destini: estinguersi, come accade a tante tecnologie che non riescono a trovare o rinnovare un punto di interazione con il pubblico, oppure riconvertirsi in un linguaggio atto a offrire ai suoi spettatori la sostanza di maggior appeal nel quadro dei processi comunicativi. La trasformazione del cinematografo in cinema non consentì solo la sopravvivenza e nel tempo l’evoluzione di una tecnologia ma generò la dimensione basica del linguaggio audiovisivo intorno cui s’è incardinato l’intero sistema dei media almeno per la prima metà del secolo breve: un linguaggio talmente efficace da contenere al proprio interno processi produttivi industriali e creatività individuate, tradizione e innovazione, arte e merce. E nell’ambito di tale alchimia il medium filmico recupera e rifunzionalizza perfino la scrittura, che per alcuni sembrava invece sottrarre e negare, poiché nel dispositivo basico e ordinativo della sceneggiatura è proprio la scrittura a dominare e forse chiudere, in via definiva, l’esperienza moderna dell’immaginario. SCHEDE DI APPROFONDIMENTO: Nascita del cinema Il cinema è l’arte della fabbrica nel senso che racchiude in sé le forme e l’ideologia della moderna civiltà industriale. I fratelli Lumière – padroni di una fabbrica di materiale e apparecchiature
timidamente affacciata sul mondo degli oggetti d’uso trattandoli col rispetto dovuto alle manifestazioni artistiche. Il punto di snodo fu segnato dal Manifesto del Futurismo, che nell’esaltazione di un lampione elettrico acceso scoprì una nuova immagine della luna e volle saldare la bellezza formale dell’oggetto con la sua bellezza tecnica. Le porte dell’arte furono così spalancate agli oggetti più umili. Tuttavia, questa attenzione dell’arte alle cose dissimulava a malapena l’indifferenza che si nutriva in realtà per esse. In ogni rappresentazione la loro presenza era destinata a essere colta, per così dire, con la coda dell’occhio. Solo alcune correnti artistiche – la Pop Art, l’école du regard - seppero intuirne il valore e le resero protagoniste d’una visione, di una narrazione. Per il resto, a qualche parte isolato esempio, le cose sono rimaste ai margini dell’arte. Ma al contrario di quanto appare nell’arte, l’oggetto non si esaurisce in sé stesso, ma è di continuo ansioso di dialogare. Tutto sta a intendere il suo linguaggio, a sua forza retorica. Gli oggetti, però non sono privi di capacità di argomentazione. Nelle loro forme, nei loro colori, nel loro modo di collocarsi nello spazio lasciano schemi espressivi con i quali in qualche modo è possibile interloquire. La televisione Nell’industrializzazione della società, è importante osservare gli effetti dei nuovi mezzi di produzione in quanto tali su variabili come l’equilibrio tra vita rurale e urbana, la divisione del lavoro, il grado di coesione sociale, la struttura della famiglia, i sistemi di valori, la percezione del tempo e dello spazio, la struttura di classe e la rapidità del cambiamento sociale. La ricerca sulla televisione è stata limitata dal fatto di vedere i media elettronici soltanto come nuovi legami tra ambienti preesistenti. Questa ricerca ignora cioè la possibilità che i media elettronici, diffusi in modo massiccio, possono creare nuovi ambienti sociali che diano nuova forma al comportamento in modi che vadano al di là dei prodotti specifici erogati. Per esempio, mentre gran parte delle ricerche sulla televisione ha preso in considerazione le conseguenze del contenuto violento o sessista sul comportamento dei bambini, quasi nessuna attenzione è stata riservata alla possibilità che modi diversi di comunicare contenuto culturale possano portare a diverse concezioni sociali di “infanzia” e “maturità” o di “mascolinità” e “femminilità”. La rete Internet è la trama delle nostre vite. Se la tecnologia dell’informazione è l’equivalente odierno dell’elettricità nell’area industriale, internet potrebbe essere paragonabile sia alla rete elettrica sia al motore elettrico, grazie alla sua capacità di distribuire la potenza dell’informazione in tutti i campi dell’attività umana. Inoltre, così come le nuove tecnologie per produrre e distribuire energia hanno reso possibili le fabbriche e le grandi imprese come fondamento organizzativo della società industriale, internet è la base tecnologica della forma organizzativa dell’età dell’informazione: è il network. Il network è un insieme di nodi interconnessi. Si tratta di forme molto antiche dell’attività umana, ma hanno preso una nuova vita nel nostro tempo e sono diventati reti informazionali, alimentate da internet. I network, grazie alla loro intrinseca flessibilità e adattabilità presentano vantaggi straordinari come strumenti organizzativi. È per questa ragione che stanno proliferando in tutti i campi dell’economia e della società, superando nella competizione e nelle prestazioni le imprese organizzate verticalmente e le burocrazie centralizzate.
I network hanno tradizionalmente da fare i conti con un grosso problema. Quando le loro dimensioni e complessità superavano una certa soglia nel concentrare risorse su scopi specifici e raggiungere un determinato obiettivo. Oggi, l’introduzione di tecnologie d’informazione e comunicazione basate sul computer, e in particolare su internet, permette a network di dispiegare la loro flessibilità e adattabilità al affermando in questo modo la loro natura evoluzionistica. Allo stesso tempo, queste tecnologie consentono il coordinamento di obiettivi e la gestione della complessità. Ciò si traduce in una combinazione senza precedenti di flessibilità e performance rispetto agli obiettivi, di capacità decisionale coordinata ed esecuzione decentralizzata di espressione individuale e comunicazione globale e orizzontale che fornisce una forma organizzativa superiore per l’attività umana.
II.3 Il tramonto delle comunicazioni di massa fra cinema, televisione e reti digitali Il cinema è solo il luogo di maggior evidenza in cui si rendono leggibili i processi della trasformazione che investe il modello della società industriale e di massa. Alla fine del 1895 si sviluppa il cinema, il fumetto e la radio. Non si tratta delle sole emergenze che in quel passaggio tra due secoli riassettano le culture e le tecniche della rappresentazione del mondo: basti pensare allo sviluppo delle scienze astronomiche che con il diffondersi degli osservatori telescopici che scandagliano le profondità dello spazio, l’uso dei raggi X, le radiazioni ionizzanti che consentono di realizzare speciali fotografie dell’interno del corpo umano e in qualche misura “accompagnando” il lavoro di ricerca sulla psiche condotto nello stesso periodo da Freud. I media audiovisivi rivestono un loro carattere specifico, poiché assumono un ruolo decisivo nella trasformazione dei modelli di produzione e consumo dell’immaginario, interagendo per ridisegnare riti e comportamenti della vita quotidiana. Per il fumetto, la data di nascita è quella del 7 luglio 1895, giorno in cui sulle pagine del quotidiano “New York World” apparve, la prima tavola della serie dedicata al personaggio di Yellow Kid. Oggi è generalmente accettato che tale datazione sia solo un’abusata convenzione legata ai primi tentativi di sistematizzare la storia del medium, che invece è frutto di un percorso assai più lungo e articolato. Il fumetto è un mezzo di comunicazione basato sulla sinergia tra codice iconico e codice verbale, dunque sulla produttività del conflitto tra immagine e scrittura, legandosi dapprima alla grande stampa quotidiana e poi rendendosene autonomo con la messa a punto di supporti quali il comic-book, le riviste specializzate o l’album da libreria. Il fumetto è un vero e proprio mass medium audiovisivo che caratterizza i processi mediali del 900 e interagisce soprattutto con il cinema, scambiando con esso tecniche di comunicazione, linguaggi e immaginario. Nonostante possa apparire culturalmente poco sofisticato e povero, in realtà il fumetto è un medium che si posiziona in una zona di contiguità e interazione tra gli altri media, spesso anticipandone le strategie linguistiche e le soluzioni tecniche. Oltre al cinema, uno dei media con cui il fumetto delle origini si è ritrovato più virtuosamente a dialogare è stata la radio. Il 1895 è anche l’anno in cui Tesla e Marconi portarono a compimento la fase della ricerca sulla trasmissione dei suoni senza l’ausilio di infrastrutture materiali, il telefono può a sua volta essere considerato, oltre che l’erede della telegrafia, anche l’anticipatore di alcune istanze che oggi individuiamo nella radio, esso fu sperimentato come medium di massa che metteva in collegamento audio gli ascoltatori con gli spazi pubblici dell’intrattenimento in cui avevano luogo concerti e rappresentazioni di vario genere. La telefonia, la discografia e la radiofonia sono tecnologie culturali accomunate dalla vocazione mediatica del pubblico di massa a rivisitare la relazione esistenziale con la persistenza dell’oralità. Le differenze tra esse concernono la