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Tratta la socialità degli alberi, il linguaggio degli alberi e il servizio di assistenza sociale
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Nelle scarpate è talvolta possibile vedere che gli alberi si consociano tramite le radici: lì la terra viene dilavata dalla pioggia e mette a nudo il reticolo sotterraneo. Nello Hartz (montagne della Germania settentrionale), alcuni scienziati hanno scoperto che si tratta davvero di un sistema intrecciato che collega fra loro la maggior parte degli individui della stessa specie. A quanto pare, lo scambio di sostanze nutritive e l’aiuto tra vicini in caso di necessità sono la regola e hanno fatto giungere alla conclusione che le foreste sono super organismi, ossia strutture analoghe a un formicaio. Massimo Maffei dell’Università di Torino nella rivista “MaxPlanckForschung” (3/2007,p.65) afferma: le piante e di conseguenza anche gli alberi, sono perfettamente in grado di distinguere le proprie radici da quelle delle specie estranee e perfino da quelle di altri esemplari del loro genere. Ma come mai gli alberi sono esseri cosi sociali e perché condividono il nutrimento con i loro simili, rimettendo in forze i loro concorrenti? I motivi sono gli stessi su cui si fondano le comunità umane: insieme si sta meglio. Un albero non è una foresta, non è in grado di generare un clima locale equilibrato, ed è in totale balia del vento e delle condizioni atmosferiche. Insieme, invece, molti alberi creano un ecosistema che mitiga gli eccessi di calore e di freddo, immagazzina un mucchio di acqua e produce aria molto umida. In un ambiente del genere gli alberi possono vivere al sicuro e diventare vecchissimi. Per ottenere questo risultato, la comunità dev’essere conservata a qualsiasi prezzo. Se tutti gli esemplari si occupassero solo di se stessi, molti di loro non raggiungerebbero la vecchiaia. Continui decessi comporterebbero ampie aree scoperte, permettendo alle tempeste di penetrare più facilmente e far cadere altri tronchi. La calura estiva si spingerebbe fino al suolo boschivo e lo renderebbe arido. Tutti gli elementi del bosco ne soffrirebbero. Ogni albero è quindi prezioso per la comunità e merita di essere tenuto in vita il più a lungo possibile. Per questo perfino gli esemplari malati ricevono aiuto e nutrimento fino a quando le loro condizioni non migliorano. La situazione potrebbe ribaltarsi, e l’albero che ha fornito sostegno potrebbe aver bisogno di aiuto. IL LINGUAGGIO DEGLI ALBERI Risale ormai a quarant’anni fa un’osservazione compiuta nella savana africana. Qui le giraffe brucano la chioma delle acacie a ombrello, che non apprezzano per nulla tale trattamento. Per liberarsi dai grossi erbivori, nel giro di pochi minuti le acacie depositano sostanze tossiche nelle proprie foglie. Le giraffe lo sanno e si rivolgono agli alberi vicini. Ma quanto vicini? Non molto in realtà: i grossi quadrupedi passano davanti a svariati esemplari ignorandoli e riprendono il pasto non prima di aver percorso circa 100 m. Il motivo è sconcertante: l’acacia da loro brucata esala come avvertimento un gas (in questo caso l’etilene) che segnala agli alberi della stessa specie presenti nei paraggi il pericolo incombente. Come risposta, anche tutti gli individui così preallertati inviano alle foglie sostanze tossiche per prepararsi all’incursione. Le giraffe conoscono il trucco, ed è per questo che si spostano nella savana dove trovano alberi ancora ignari della loro presenza. Oppure procedono controvento. I messaggi olfattivi, infatti, vengono trasportati dall’aria agli alberi vicini, e se gli animali camminano contro la direzione del vento, trovano spesso acacie che non sospettano la loro presenza. Fenomeni simili avvengono anche nei nostri boschi: faggi, abeti e querce, tutti indifferentemente si accorgono con dolore se c’è chi rosicchia le loro foglie. Quando un bruco ne addenta una voracemente, il tessuto tutt’intorno alla porzione danneggiata si trasforma. Inoltre, la foglia invia segnali elettrici esattamente come avviene nel corpo umano quando gli viene inflitta una ferita. Tuttavia, quest’impulso non si propaga nel giro di millisecondi come nel nostro organismo, ma nella velocità di un solo centimetro al minuto. Poi occorre un’altra ora perché gli anticorpi si depositino nelle foglie così da rovinare il pasto ai parassiti: gli alberi sono lenti anche in caso di pericolo. Ciononostante, le singole parti di un albero non funzionano in isolamento l’una dall’altra. Se per esempio le radici incontrano un problema, quest’informazione si propaga in tutto l’albero e può far sì che le foglie rilascino sostanze odorose la cui composizione non è casuale, ma creata ad hoc per quello scopo specifico. È un’altra caratteristica che nei giorni successivi li aiuta a respingere l’attacco perché riconoscono alcune specie di insetti come ospiti poco raccomandabili.
Gli alberi della stessa specie sono capaci di amicizia e si alimentano perfino a vicenda. E’ evidente che un bosco non ha alcun interesse a perdere i propri elementi più deboli, dato che si verrebbero a formare degli spazi vuoti che disturberebbero la penombra e l’elevata umidità atmosferica del delicato microclima. Vanessa Bursche, del Politecnico di Aquisgrana, ha fatto una scoperta sulla fotosintesi dei faggeti (boschi di Faggio). Dai dati emersi risulterebbe che gli alberi si sincronizzano in modo da fornire tutti le medesime prestazioni. E questo non è scontato: ogni faggio si erge in un punto diverso da tutti gli altri. Nel raggio di pochi metri le condizioni possono variare sensibilmente, e il suolo può risultare roccioso o molto soffice, immagazzinando molta o pochissima acqua, disporre di un’ampia offerta di sostanze nutritive o essere estremamente povero. Di conseguenza, ogni albero avrà presupposti di sviluppo diversi e crescerà quindi più o meno rapidamente, e sarà in grado di formare più o meno zucchero e legno. Gli alberi compensano fra di loro le rispettive debolezze e forze. Indipendentemente dalla stazza, tutti gli individui di una specie, mediante la luce, producono per ogni foglia circa le stesse quantità di zucchero. La compensazione avviene sottoterra attraverso le radici, dove avviene uno scambio: chi ha tanto lo cede, chi è svantaggiato riceve aiuto. Nel meccanismo viene coinvolto un notevole numero di funghi, che con il loro esteso reticolo di ife (corpo del fungo che si sviluppa in filamenti sotterranei) funzionano come un gigantesco dispositivo di ridistribuzione che ricorda un po’ il sistema di assistenza sociale delle comunità umane.