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Di Sergio Tramma - senso e complessità del lavoro educativo
Tipologia: Sintesi del corso
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L’educatore professionale è una figura incerta, liquida (Bauman). Ciò non è una debolezza, ma al contrario una forza, perché l’azione educativa (riabilitazione, promozione e prevenzione) è essa stessa incerta. L’incertezza può essere considerata come stabilità perché è un elemento di professionalità. FORMIDABILI QUEGLI ANNI Gli anni formidabili sono tra i ’60 e ’70 in cui si forma la figura dell’educatore. Anni ’60 gli educatori si occupavano dell’educazione/rieducazione dei minori in luoghi in cui si prevenivano o riparavano i comportamenti pericolosi per la società. Anni ’70 questa figura entra in crisi a causa delle nuove richieste della società. Si verifica un passaggio tra politiche volte a soddisfare i bisogni “minimi” a politiche di welfare L’educatore :
Esistono attività educativi non delegabili ad altri ma affidabili solo ai genitori. I genitori sono naturalmente portati a educare perché a loro volta educati dai loro genitori. Ci si chiede se valga lo stesso per gli educatori. La capacità di educare è intrinseca e naturale oppure deriva da un opera di professionalizzazione
- La comunità non è una famiglia, l’educatore non è un amico dell’educando Si possono distinguere due figure dell’educatore: L’educatore freddo = distaccato, tecnicista, sostituibile, efficiente, riproducibile in serie L’educatore caldo = passionale, coinvolto, motivato L’educatore professionale deve essere un mix di entrambi, ma non potrà mai essere amico dell’educando, poiché è la struttura stessa della relazione che impedisce tale posizione. La relazione educativa è un contratto pubblico che prevede un compenso economico. L’esperienza educativa è costruita ad hoc per superare i limiti dell’esperienza non professionale, è cioè artificiale. “L’essere in relazione” dipende dalla posizione vocazionale, da una solida formazione, da pratiche di aggiornamento che consentono all’educatore di avere strumenti disciplinari e metodologici. FORMARE GLI EDUCATORI: LA PRASSI E LA TEORIA L’educatore deve formarsi all’università. Teoria e prassi devono essere integrate, l’una non deve prevalere sull’altra. L’operatività dell’educatore è la sintesi tra teoria e prassi, in cui il generale serve per leggere il particolare, il particolare per ridefinire il generale.
I soggetti nel corso della vita sono esposti a diverse esperienze educative durante le quali acquisiscono valori, competenze, saperi, comportamenti. Sono esperienze con diversi gradi di formalizzazione, intenzionalità, progettualità e consapevolezza. La formatività delle esperienze è solo parzialmente quantificabile poiché ognuno le vive con una consapevolezza diversa.
1. Formalizzazione delle esperienze educative Formali -> Possono coincidere con l’esperienza scolastica. Sono intenzionali e organizzate, in parte obbligatorie, rilasciano un titolo. Non Formali -> Esterne all’istruzione scolastica. Sono intenziolani e organizzate ma non rilasciano titolo. ( es. corso di lingua)
4. I mezzi di comunicazione di massa Consentono di comunicare lo stesso messaggio a una moltitudine di persone. La radio e la televisione sono stati mezzi educativi ed hanno contribuito all’unificazione linguistica e all’omologazione culturale del paese. Sono però anche mezzi diseducativi, sia perché trasmettono modelli diseducativi ( che portano all’omologazione) sia perché vi è una troppo prolungata esposizione. La Tv è causa ed effetto della riduzione delle occasioni di socialità legate al tempo libero, diminuendo le possibilità educative relazionali. 5. Il lavoro Costituisce un’esperienza educativa poiché vede la convivenza di persone con culture e punti di vista differenti. Nell’ambiente di lavoro di impara a relazionarsi con i pari e con le autorità. 6. Le dimensioni collettive Si intendono gruppi, organizzazioni, contesti sociali. Viene riconosciuto il senso del noi, cioè la sensazione di apprendere come in una vera e propria comunità. Esempi ne sono collettività religiose, politiche, di volontariato, sportive.. 7. Le cose Una fonte educativa sono gli oggetti, soprattutto nella prima fase della vita ( sostenuto anche da Pasolini). Esistono esperienze che contribuiscono all’auto-formazione: viaggi, consumo di prodotti artistici, musicali e culturali, lettura, luoghi. LA VITA È EDUCAZIONE? Moltissimi eventi sono educativi in quanto stimolano, direttamente o indirettamente, delle trasformazioni negli individui. A determinare se un evento è educativo o meno è il soggetto stesso che deve essere disponibile per entrare nel circuito educativo. La domanda “La vita è educazione?” è sia affermativa che negativa. La risposta dipende dagli intenti di chi da e riceve educazione. L’educatività non è direttamente proporzionale all’intenzionalità educativa e all’autorità di chi educa. La storia educativa è imprevedibile e unica, ricostruibile sono a posteriori. I soggetti educati non solo subiscono il sistema educativo ma contribuiscono a crearlo. Ritenere di poter governare il proprio percorso educativo è illusorio quanto ritenere di poter controllare la propria vita. È necessario avere la cognizione della complessità del sistema educativo e la consapevolezza dell’esistenza di più condizionamenti.
L’educatore è l’operatore che entra in gioco quando vi è una situazione di crisi all’interno del sistema delle esperienze educative. Le crisi possono essere da carenza, eccesso o conflitto educativo. Carenze educativa -> l’esperienza educativa non è ritenuta in grado di raggiungere gli obiettivi che le sono stati dati oppure il soggetto non è coinvolto Eccesso educativo -> l’esperienza è educativa ma verso obiettivi non auspicabili Conflitto educativo -> all’interno del sistema di esperienze educative si assiste a diversità non conciliabili e integrabili. L’educatore interviene quando:
- La crisi supera la soglia accettabile - La notizia della crisi giunge a chi è intenzionalmente preposto a conoscerla e affrontarla - La crisi è riconosciuta in quanto tale - Esistono e sono attivabili risorse finanziarie, professionali e metodologiche La crisi educativa è influenzabile dall’ambiente, dalle convinzioni sociali e culturali e dalla percezione dell’osservatore. Per poter considerare una crisi tale deve esserci la capacità di fornire loro delle adeguate risposte L’educatore è impegnato nei confronti delle crisi educative in interventi che possono essere sostitutivi, aggiuntivi e compensativi. Interventi sostitutivi -> Si hanno quando gli ambiti educativi naturale (come la famiglia) non vengono ritenuti adeguati a consentire un normale percorso di crescita. È il caso delle comunità per minori o per disabili. Interventi aggiuntivi -> Le esperienze educative non sono adeguate a formare il soggetto. Si affiancano agli interventi in atto per rafforzarli non sostituirli. Esempio : interventi di sostegno legati alla scuola, assistenza domiciliare disabili. Interventi compensativi -> Vengono attuati quando gli ambienti vengono ritenuti educativi ma verso direzioni non volute per questo si inseriscono interventi in grado di contrapporsi o controbilanciare i processi educativi in atto. Es : interventi educativi in carcere o in strada La ripartizione di tipo di interventi non rende l’idea della complessità degli interventi. Si rivela per questo utile l’incrocio del tipo di azioni con il tempo di svolgimento di essere cioè interventi di breve, medio e lungo raggio
Il cambiamento Il cambiamento può essere assunto come paradigma fondamentale dell’evento educativo (Duccio Demetrio). Il cambiamento in ambito educativo è un bilancio positivo tra la situazione iniziale e la situazione finale. Il cambiamento è un processo sequenziale, cumulativo, accrescitivo che si conclude con il raggiungimento di una stabilità. L’educatore deve stimolare il cambiamento attraverso didattiche implicite ed esplicite. Il cambiamento può essere anche un passaggio temuto e il soggetto può essere resistente al cambiamento. Quando questo si verifica è necessario che l’educatore attivi una relazioni e attrezzi ambienti nei quali i rischi diminuiscono. L’autonomia L’autonomia rappresenta uno dei nodi principali e più complessi del lavoro educativo. Rappresenta la finalità per eccellenza di qualsiasi progetto educativo. Il termine autonomia significa poter esercitare la libertà di scelta e poter vivere la complessa rete che lega un soggetto agli altri. L’autonomia acquisibile dai soggetti dipende da molte variabili e non è meccanicamente determinabile. Il fine dell’educazione è l’autonomia ma spesso il rapporto educativo comporta riduzione dell’autonomia. L’esperienza educativa deve generare autonomia da se stessa, operare per la propria estinzione. Un rischio può però essere che si generi falsa autonomia del soggetto che in realtà viene abbandonato dal sistema. Esiste un confine sottile tra la fine della dipendenza dai servizi e l’abbandono.
L’attualità dei ragazzi selvaggi Il selvaggio quando si è rilevato nell’incontro con il non selvaggio ha sempre rappresentato una sfida della definizione di “natura” e “cultura”. Ci ha portati a pensare al rapporto tra ciò che è innato e ciò che è appreso. Il ragazzo selvaggio è una sfida per la società che lo accoglie. Chi autorizza l’educazione? Il ragazzo selvaggio e l’aspirante suicida Salvare una persona dal tentato suicidio ci sembra normale, ma se questa persona condivide con noi un linguaggio, sarà tentata a dirci tutte le sue ragioni mettendo in dubbio l’utilità del nostro aiuto. Al contrario il ragazzo selvaggio, non condividendo con noi il linguaggio, non può dirci se davvero vuole essere educato. Victor e Nell Sono due ragazzi selvaggi, sono Nell e Victor. Nell, a contrario di Victor, è riuscita a cambiare se
stessa, ma anche coloro che si occupavano di lei. I due soggetti rappresentano la distanza tra la loro condizione e quella ritenuta per loro auspicabile. Pericolosità e spiacevolezza Ciò che autorizza ad educare è la necessità di fornire ai soggetti strumenti e competenze per consentire loro di “affrontare la vita” e rendersi autonomi sul piano affettivo, professionale e relazionale, indipendentemente dall’esistenza di una domanda esplicita. In realtà l’autorizzazione ad educare si poggia su un malessere del soggetto che viene educato, cioè dalla distanza tra ciò che l’altro è e ciò che potrebbe, vorrebbe essere. FORMAZIONE E/O EDUCAZIONE? Per Franco Cambi i due termini non sono equipollenti e hanno uno statuto fenomenologico diverso ma entrambi animano il pedagogista. Educazioe = più in senso sociale, istituzionale pone in rilievo la dimensione della conformazione e delle guida. Strutturazione di processi funzionali in base a modelli sociali. L’educazione è più conformativa e autoritaria. Formazione = il soggetto prende forma secondo la propria natura e individualità tramite un percorso del quale è protagonista. Il termine formazione appare più naturale, per questo è da preferire al termine educazione. Secondo Duccio Demetrio il concetto di formazione unisce due termini: educazione e istruzione / addestramento. I due termini sono uniti da un comune tramite: l’apprendimento. Infatti sia istruzione che l’educazione implicano l’acquisizione di sapere. Nella recente tradizione pedagogica la tendenza è stata quella di separare la formazione dall’educazione e oggi il termine formazione indica un ambito specialistico di interventi, saperi e prestazioni professionali. La differenza tra educazione e formazione pone quesiti ad esempio: i luoghi nei quali si apprende, la controllabilità dei processi educativi, l’autonomia dei soggetti educandi, i valori che si intendono trasmettere e le finalità dell’azione educativa. LA BUONA EDUCAZIONE La formazione è un processo che interessa tutta la vita e tende al raggiungimento della forma più ricca possibile di personalità. Nel mondo esistono diverse concezioni di educazione in quanto nella società esistono diverse tendenze culturali e politiche. Più differenze ci sono in una società e più saranno le concezioni di buona educazione. Un problema nel lavoro educativo è la rielaborazione della buona educazione da parte dei soggetti destinatari. Infatti è per questo che l’educatore professionale accompagna costantemente il soggetto per scoprire le risorse impiegabili nel proprio progetto di vita. Darsi una filofofia Ogni operatore sceglie la propria buona educazione, in cui nel progetto il soggetto diventerà diverso da come era. Il processo educativo si basa sulla storia dell’educatore e sulla sua concezione del mondo. L’educatore deve dotarsi di una sua filosofia dell’educazione attraverso l’autoriflessione. L’educazione è oggetto di molte domande, alcune non hanno una risposta certa.
L’asimmetria della consapevolezza e della responsabilità Pensando all’asimmetria si potrebbe pensare all’autoritarismo, a un eccesso di direttività, al disconoscimento della diversità. Ma gli aspetti sul quale si basa l’asimmetria educativa sono la consapevolezza e la responsabilità. All’educando non si può chiedere di essere consapevole e responsabile e di ciò deve farsi carico l’educatore (per questo la relazione è asimmetrica) IL PREGIUDIZIO Il pregiudizio è considerato negativamente come un limite e un condizionamento. È un idea su persone e fatti prima di conoscerli davvero. Il giudice ideale è colui che giudica con giudizio, che non si lascia influenzare da idee anteriori all’esposizione dei fatti. Secondo Gadamer, il pregiudizio è un giudizio pronunciato prima di un esame completo e definitivo, questo non significa che sia però un giudizio falso. È impossibile non avere pregiudizi. Il pregiudizio non deve essere inteso come immodificabile, ma deve comportare una costante autoriflessione che comprende l’altro e se stessi in relazione all’altro e alla propria storia.. Non fatemi lavorare con..Fatemi lavorare con Esistono pregiudizi negativi e positivi. Spesso si pensa che l’educatore abbia pregiudizi positivi. L’obiettivo non è quello di trasformare i pregiudizi da negativi a positivi né quello di eliminarli, ma di favorirne il dubbio. IL COINVOLGIMENTO EMOTIVO Il coinvolgimento emotivo nella relazione é un elemento negativo perché di disturbo, da frenare e controllare ma è anche positivo se inteso come partecipazione emotiva e realizzazione di incontro umano. Il mancato coinvolgimento può essere causa della ridotta frequenza di incontri tra operatore e utente, dal limitato tempo di ogni incontro, dalla necessità di essere non coinvolti per essere obiettivi ed efficaci. Il coinvolgimento emotivo rappresenta uno strumento di lavoro per l’educatore, ma anche un rischio ( se eccessivo o scarso). Giusta distanza non è definita a priori ma varia da operatore, momento e caso. I VALORI PROPRI, I VALORI ALTRU I valori sono i criteri rispetto ai quali si costruisce il consenso o conflitto in una determinata collettività o gruppo e che nella realtà quotidiana si traducono in norme sociali che decidono anche la qualità e il grado della devianza. Attuando un atteggiamento di neutralità l’educatore non deve tentare di trasmettere ad altri i propri valori. È impossibile non avere dei valori, non giudicare quelli degli altri e non proporre i nostri valori. È bene prendere consapevolezza dei nostri valori e pregiudizi, sottoporli a critica e anche cambiarli, esplicarli all’altro per fargli capire meglio i nostri comportamenti.
Il lavoro educativo è un intricato nodo da sciogliere. Non c’è la presunzione di indicare certezze metodologiche ma piuttosto di immergersi nel problema per coglierne gli aspetti che lo compongono. LA PREVENZIONE La prevenzione assume diverse forme, dalle compagne informative a un’opera di presidio di alcune realtà territoriali. In certi casi essa si riduce a informazione e spiegazione, come se alcuni comportamenti i sviluppassero solo per mancanza di informazioni tra i soggetti a rischio. L’attenzione non deve essere sull’acquisizione di strumenti in grado di favorire nel destinatario operazioni di decodifica delle esperienze nelle quali è inserito senza alcuna certezza del bon esito dell’intervento. Prevenire significa far incontrare e interagire due punti di vista su un argomento sperando che l’incontro possa far intravedere le possibilità di altre possibilità rispetto a quelle a rischio. LA LEGALITÀ E L’ILLEGALITÀ L’educatore è una figura ponte tra legalità e illegalità. Il suo comportamento risentirà della collocazione dell’episodio nel progetto, nell’attribuzione di importanza che l’educatore stesso conferirà al comportamento illegale, dalla necessità di salvaguardare una relazione. ACCANIMENTO EDUCATIVO È considerato un falso problema. Il vero problema è rappresentato dal disinvestimento e dall’arrendevolezza educativi precoci. L’accanimento educativo è lo sforzo volontario teso a raggiungere obiettivi auspicabili come sfida per ottenere gli esiti sperati. È l’eccesso di insistenza operativa dove non sembrerebbe ci possano essere disponibilità da parte del soggetto di essere coinvolto in un progetto di cambiamento. Alcuni rischi sono rappresentati da: fallimenti, insuccessi, immobilità. L’accanimento educativo è inteso come tentativo di non dichiarare la propria sconfitta o ritardarla. Ha due volti: eccesso di azioni verso persone che hanno requisiti psicofisici e eccesso di azione verso persone che non ne hanno. L’accanimento educativo si traduce in forme di rifiuto quando si accetta che l’intervento debba passare al altri operatori o che l’intervento non porti a niente. IL BURNOUT Esaurimento delle motivazioni e energie rispetto alla propria professione, incapacità di dotarsi di un progetto di cambiamento. Disinvestimento e sfiducia verso gli utenti, i metodi e i servizi. Per gli educatori capita che questi non vengono percepiti come lavoratori e per questo non gli vengono riconosciuti diritti e doveri. Inoltre agli educatori si chiedono sforzi non propri della sua professione. LA SUPERVISIONE
Un rischio è quello di immedesimarsi totalmente in uno o più fantasmi non portando l’utente a un cambiamento. L’influenza di questi fantasmi, se moderata, è positiva.
L’educatore si relaziona e lavora con figure professionali “forti” (come medici, psicoterapeuti,insegnanti, infermieri) che hanno competenze e saperi diversi che potrebbero entrare in conflitto. Ognuno deve chiedersi “chi fa che cosa?”, ma la cosa importante è che non deve essere trascurata la globalità dell’utente, che talvolta viene frantumata per la divisione dei ruoli. Spesso anche i familiari non riescono a distinguere il lavoro assistenziale da quello educativo. LAVORO EDUCATIVO E LAVORO SANITARIO Il lavoro educativo e sanitario non sono percepiti come paritari, ma spesso su livelli diversi. Il rapporto tra questi può essere studiato su due livelli: reale e auspicabile. L’esperienza della patologia rappresenta per il soggetto un’esperienza educativa non intenzionale che modifica la percezione che il soggetto ha di sé, delle proprie possibilità e limiti, collocandolo a volte in una situazione di dipendenza in cui si trova asimmetria di saperi, decisioni, importanza data all’esperienza. La malattia costituisce un’esperienza che modifica il soggetto e stimola gli apprendimenti. La presenza dell’educatore in questi casi (es. in ospedale) rientra nel campo dell’auspicabile, questa figura potrebbe accompagnare e far acquisire consapevolezza, controllo e decisionalità al soggetto coinvolto e a chi gli sta intorno. In campo sanitario l’educatore è presente nella prevenzione e cura delle dipendenze, nei servizi diurni, comunità residenziali e per realizzare percorsi riabilitativi. Il lavoro sanitario è terapeutico e riabilitativo. Il lavoro educativo può essere interpretato come: Strumento sanitario insieme ad altri strumenti -> l’educatore attua programmi decisi da altre figure Processo autonomo diagnostico con obiettivi e metodologie che si affiancano al lavoro sanitario -> l’educatore definisce e attua i progetti cui l’obiettivo è il recupero, mantenimento e aumento autonomia. In questo caso il lavoro sanitario ed educativo sono messi alla pari e il soggetto al centro LAVORO EDUCATIVO E ASSISTENZIALE Il lavoro educativo produce cambiamento, il lavoro assistenziale produce la riproduzione delle condizioni esistenti. Come precedentemente affermato questi due tipi di lavoro dovrebbero intrecciarsi, avendo come punto fisso il prendersi cura dell’altro. La distinzione tra i due lavori è data dalla collocazione nel progetto di cura, dal senso che viene
attribuito e ricostruito dagli operatori impiegati e dall’atteggiamento dell’individuo e dell’istituzione. LA RELAZIONE EDUCATIVA E LE ALTRE RELAZIONI È difficile distinguere la relazione educativa da quella non educativa o altre professionali. L’importante è che la relazione educativa sia pensata sull’utente. Ci chiediamo perché c’è tanto interesse a dare una solida definizione di relazione educativa, quando esistono relazioni che sono educative anche se non intenzionalmente nate per educare.
Tutte gli operatori impegnati in attività educative, anche gli educatori professionali, sono stati educati e affiancheranno allo loro pratica educativa professionale una pratica educativa non professionale. Spesso l’educatore opera in contesti nei quali si trova un’intenzionalità educativa e una curativa (prendersi cura). La cultura può essere utile e agisce, forma, critica mette in discussione o valorizza il nuovo, contribuisce ad aggiornare le strategie e le tattiche professionali. Utile per la formazione e l’aggiornamento è l’uso dell’autobiografia di sé stessi e degli altri. LA SCOPERTA DELL’UTENTE Per conoscere l’utente nella sua globalità bisogna conoscere la sua individualità. Mettersi, autobiograficamente nei panni di L’aspetto positivo dell’autobiografia è raccontare a se stessi prima che agli altri. Serve a rintracciare le esperienze in cui si è occupata la posizione di educatore e di educando. Mettersi nei panni dell’utente significa mettersi prima di tutto nei propri panni, riscontrare la presenza di elementi universali e quelli che sono propri dell’utente. Inoltre sperimentare in prima persona le certezze della metodologia e l’incertezza del progetto educativo stesso. La didattica autobiografica Autobiografia significa mettersi nei propri panni, ma non è conseguenza che si riesca a mettersi nei panni dell’altro (obiettivo che non si raggiungerà mai completamente). Non è detto che ciò che è andato bene a noi andrà bene anche per gli altri, per questo deve prevalere l’atteggiamento dubitativo.