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viene affrontata la figura dell'educatopre, come deve essere il buon educatore
Tipologia: Appunti
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LEGGE: Attualmente il profilo professionale dell’Educatore Professionale è stato riconosciuto dal solo Ministero della Sanità attraverso il DM 8 ottobre 1998, n. 520 “Regolamento recante norme per l¹individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’educatore professionale, ai sensi dell’articolo 6, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502”
CHI è:
Con il seguente profilo: “L’educatore professionale è l’ operatore sociale e sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante, attua specifici progetti educativi e riabilitativi , nell’ambito di un progetto terapeutico elaborato da un’èquipe multidisciplinare, volti a uno sviluppo equilibrato della personalità con obiettivi educativi/relazionali in un contesto di partecipazione e recupero alla vita quotidiana ; cura il positivo inserimento o reinserimento psico-sociale dei soggetti in difficoltà”. L' EDUCATORE PROFESSIONALE organizza e gestisce progetti e servizi educativi e riabilitativi in ambito socio-sanitario rivolti a persone in difficoltà: minori, tossicodipendenti, alcolisti, carcerati, disabili, pazienti psichiatrici e anziani. Lavora in équipe multidisciplinari, stimola i gruppi e le singole persone a perseguire l'obiettivo di reinserimento sociale definendo interventi educativi, assistenziali e sanitari rispondenti ai bisogni individuali attraverso lo sviluppo dell’autonomia, delle potenzialità individuali e dei rapporti sociali con l’ambiente esterno.
“L’educatore professionale è un operatore che, in base a una specifica formazione professionale di carattere teorico e tecnico-pratico e nell’ambito dei servizi socio-educativi e educativo-culturali extrascolastici, residenziali o aperti, svolge la propria attività nei riguardi di persone di diverse età, mediante la formulazione e attuazione di progetti educativi caratterizzati da intenzionalità e continuità, volti a promuovere e contribuire al pieno sviluppo delle potenzialità di crescita personale e di inserimento e partecipazione sociale, agendo, per il perseguimento di tali obiettivi, sulla relazione interpersonale, sulle dinamiche di gruppo, sul sistema familiare, sul contesto sociale e ambientale e sull’organizzazione dei servizi in campo educativo”.
Questa definizione, contrariamente agli obiettivi che si pose la Commissione, non contribuì a produrre un profilo professionale giuridicamente riconosciuto.
La figura dell’educatore professionale nasce nel secondo dopoguerra con l’obiettivo principale di curare l’educazione, la cura e l’inserimento/reinserimento sociale delle persone in stato di disagio e dei bambini rimasti orfani. Nel 1984, con un decreto noto come decreto Degan, questa professione viene riconosciuta ufficialmente e vengono stabiliti come percorsi adeguati per la sua formazione: diplomi universitari e corsi di formazione post-diploma. Alcuni anni dopo, con il decreto ministeriale 520 del 1998, la professione di Educatore Professionale viene nuovamente regolamentata e viene definita come “l’operatore sociale e sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante, attua specifici progetti educativi e riabilitativi , nell’ambito di un progetto terapeutico.
Un nuovo neologismo: quello che proponiamo è una rivisitazione della parola disabile e una sua trasformazione in "diversabile". A livello formale cambia solo un prefisso, ma significa spostare l'accento dalle "non abilità" alle "abilità diverse", contribuendo a cambiare la cultura del dis-valore e a passare a una logica del valore diverso. Diversabile è una parola positiva e propositiva allo stesso tempo. Crediamo che adottare questo termine possa aiutare a considerare la persona con deficit in una prospettiva nuova, più attenta alla storia personale di acquisizione delle abilità e di superamento delle difficoltà.
Occorre un salto di qualità che è insieme politico e culturale: quasi mai si pensa che l'integrazione non è solo l'accoglienza del "diverso" da parte del "normale", ma anche l'accoglienza del "normale" da parte del
"diverso". Il diversabile deve prendere consapevolezza e accettare i propri deficit, ed evitare che l'handicap influenzi negativamente il rapporto con un'altra persona, che a sua volta si sforza di fare altrettanto: entrambi devono accettare i propri limiti. Per ritornare poi al termine proposto, "diversabile" presenta certamente imperfezioni, almeno quanto "disabile", ma con il pregio di infondere un po' di ottimismo in più senza per questo cadere nell'errore di dimenticarsi del deficit e dell'handicap. La persona diversabile non è normodotata, almeno quanto non lo è il disabile. Diversabile poi non è la parolina magica che automaticamente cambia le cose; può però forse cambiare il nostro modo di percepirle, e questo è il punto di partenza per qualunque percorso di ulteriore cambiamento.
Si configura non solo come punto di partenza ma anche come mezzo per il rapporto educativo, ovvero “progettare la trasformazione significa mettersi all’opera per creare la diversità” Come necessità dell’educazione: la stessa educazione per tutti o non è educazione [tutti i diversi sono uguali e lo sono proprio perché diversi]. Dunque il riconoscimento della diversità come postulato per l’uguaglianza, riconoscimento di un doppio diritto, ovvero all’uguaglianza e alla diversità.
per lungo tempo la formazione di individui classificati sulla base di parametri che ne hanno sancita una diversità spacciata per ontologica e tale da decretare la loro impossibilità ad essere educati [diversità sessuale, di etnia, di religione, sociale, fisica, ecc.]
Rifiuto del monstrum; emarginazione dei disabili in scuole speciali separate dalla scuola di “tutti”; mero assistenzialismo [vd. “Storia della disabilità”]