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Letteratura greca: l’ellenismo, Menandro e la commedia
Tipologia: Appunti
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È il periodo che va dalla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) alla battaglia di Azio (31 a.C.): la periodizzazione è frutto di una convenzione, tuttavia in questo caso è anche vero che gli antichi stessi avevano la percezione della frattura esistente tra l'età antecedente ad Alessandro e quella successiva. L'impero di Alessandro Magno e le vicissitudini dei regni ellenistici conseguenti alla sua disgregazione furono percepite come una pagina completamente nuova nella storia dei territori di lingua greca. Alessandro Magno aveva creato uno stato territoriale di sconfinata ampiezza; nelle regioni greche, il suo impero aveva sostituito le realtà locali della póleis con una struttura politica unitaria, all'interno della quale Alessandro aveva sviluppato, sul piano sociale, politico e amministrativo, una serie di iniziative volte all'integrazione dei macedoni e dei vari popoli attraverso:
forte resistenza sia tra i compagni che nell’esercito. Alla sua morte nel 323 aC, i suoi generali, i cosiddetti diadochi, non furono in grado di curare l'unità di un territorio così vasto. Dopo cinquant'anni di guerre per il potere tra i diadochi, intorno al 280, si conseguì una definitiva e stabile divisione dei territori e l'instaurazione di una serie di regni, i cosiddetti regni ellenistici.
Il regno di Macedonia fu retto dalla dinastia degli Antigonidi. La Macedonia dovette affrontare il problema dei perenni conflitti con i Greci e Din particolare con Atene, tanto che il governatore della regione affidò la città ad un politico colto, Demetrio Fakareo ma che fu poi cacciato da Demetrio Poliocrete. Queste ed altre divisioni all'interno del regno macedone ne costituirono la debolezza intrinseca e fecero sì che esso fosse il primo dei regni ellenistici a cadere sotto il dominio romano.
In Egitto si instaurò il regno dei Tolomei, che si sposavano tra di loro. Il regno rimase nelle mani dei Tolomei fino all'avvento del potere romano. Si presentarono come i successori dei Faraoni e attuarono un'intelligente politica di rispetto e valorizzazione delle varie etnie, dagli autoctoni egiziani alla popolazione di origine greca. Notevole l'apertura dei Tolomei verso i Greci e la politica culturale improntata a un forte mecenatismo
Si estendeva su gran parte dei territori conquistati da Alessandro Magno nelle regioni dell’Asia. Ha trovato proprio nella sua vasta estensione il suo principale motivo di debolezza. A fronte di una vasta differenziazione etnica del territorio, i regnanti scelsero di esercitare il loro controllo attraverso una politica di intensa ellenizzazione con la fondazione di numerose città greche: incontrarono così la resistenza di molte delle popolazioni locali, alle quali l'elemento greco appariva, più che un fattore unificante, il simbolo di un odioso dominio. Questa debolezza del regno seleucide provocò:
dei Romani, dall'est Ovest.
formatosi all'interno di quello dei Seleucidi, ebbe come fondatore Eumene III e come suo rappresentante più celebre il suo successore fu Attalo I. Il piccolo regno dovette continuamente fare i conti con i Seleucidi, vicini insidiosi, e con la Macedonia: per contrastare questi potenti avversari attuò una politica filoromana, che gli permise di sopravvivere fino al 133 a.C., quando Attalo III , morto senza eredi, lasciò in eredità il regno a Roma, che ne fece il nucleo della provincia d'Asia. Pur non essendo una potenza politica e militare degna di nota, il regno di Pergamo era economicamente fiorente e soprattutto i suoi sovrani attuarono una politica culturale di notevole spessore, permettendo alla capitale, Pergamo, di diventare uno dei centri culturali più notevoli dell’epoca.
Nel III secolo a.C. la potenza romana entrò in rapporti diretti con i regni ellenistici per la prima volta ed in particolare con la Grecia.
Negli ultimi decenni del secolo, le guerre illiriche avevano portato Roma nella penisola balcanica, cioè nell'area di influenza del regno di Macedonia (da nord). Quando poi, durante la seconda guerra punica, Filippo V di Macedonia si alleò con i Cartaginesi contro i Romani, il conflitto tra Roma e il regno macedone si aprì e sfociò nelle quattro guerre macedoni che portarono Roma alla definitiva vittoria sul regno macedone nel 147 a.C. Nel corso di questi conflitti Roma si presentò spesso come paladina dell'autonomia dei Greci dalla Macedonia: così nel 196, al termine della seconda guerra di Macedonia in cui i Romani avevano vinto, il console proclamò la libertà della Grecia. Le mire espansionistiche romane si fecero però sempre più esplicite e non sfuggirono nemmeno ai Greci: quando, nel 146 a.C., Corinto e la Lega Achea cercarono di opporsi alla pericolosa avanzata del potere romano, Roma distrusse la città di Corinto e ridusse la Grecia in proprio potere.
I Greci dunque, con l’impero di Alessandro Magno, si trovarono inseriti in un grande ed unitario Stato territoriale. Questa esperienza continuò anche all'interno dei regni ellenistici, anche se in forma minore. È certo però che il cittadino greco, abituato a concepirsi come parte di una comunità politica a lui familiare, si è trovato inserito, in un breve lasso di tempo, in una realtà incomparabilmente più grande, di cui probabilmente gli sono sfuggiti i confini e i contorni. All’interno di questo nuovo mondo, i greci si trovano a condividere l'appartenenza alla stessa comunità politica con popolazioni che, pur conoscendosi da secoli, si considerano barbare. L’ambito di diffusione della lingua e della cultura greca si sta notevolmente allargando rispetto al passato, ma sono inevitabilmente paralleli fenomeni di adattamento e integrazione reciproca tra elemento greco e non greco. In maniera parallela coesistono dunque due dimensioni contrastanti, due poli di una stessa realtà:
cittadino del mondo allora conosciuto, non conosce più i limiti imposti dalla ristretta dimensione sociale cui erano abituate le generazioni precedenti.
legami sociali che definiscono la sua natura di cittadino. Nella realtà ristretta della polis, l'individuo era infatti sia “cittadino” che in costante rapporto con la realtà sociale della sua città. L'appartenenza alla vita della città ne definiva anche le caratteristiche personali, aiutava l'individuo a comprendere il proprio ruolo. In un contesto cosmopolita, l'uomo si sente solo, un singolo individuo, liberato da legami sociali che non gli appartengono più. La lingua ufficiale dell'impero di Alessandro era una particolare forma di greco, non corrispondente ad alcuno dei dialetti locali dell'età arcaica e classica, anche se fondata su base essenzialmente attica. Per questo si parla di κοινή διάλεκτος (“lingua comune”). In virtù della sua importanza sul piano culturale e letterario, i Macedoni, dovendo scegliere una lingua "internazionale" per l'amministrazione dei territori conquistati, si affidano ad un dialetto prestigioso, come quello ateniese. Più che di un solo κοινή, però, dovremmo parlare più κοιναὶ διάλεκτοι: una cosa era, infatti, la lingua parlata dalla popolazione, una cosa la lingua letteraria, un'altra ancora la lingua della burocrazia e dell'amministrazione. Inoltre, va detto che nelle regioni della Grecia i dialetti locali sono sopravvissuti a lungo come lingue d'uso.
Il libro non è un'invenzione dell'età ellenistica ed probabile, se non certo, che già in età arcaica si facesse uso dei libri. Tuttavia ancora in età classica molte opere letterarie venivano rese pubbliche attraverso l’oralità: in alcuni casi è il genere letterario a imporlo, come il teatro, in altri casi ciò avviene per la scelta di un particolare metodo comunicativo. La novità dell'età ellenistica è la crescente diffusione del libro non solo come strumento di composizione letteraria, ma anche come principale veicolo di diffusione di testi poetici e in prosa.
Anche la tragedia risente fortemente delle mutate condizioni politiche che caratterizzano l'età ellenistica: vengono messe in scena repliche o reinterpretazioni delle tragedie antiche, che però, svincolate dal loro ambiente naturale, perdono molto della loro capacità di riflettere sui grandi temi attorno ai quali sono nati. Il teatro diventa così un momento di intrattenimento piuttosto che un evento sociale e culturale come lo era stato ad Atene nel V secolo; al centro non sono più il messaggio del drammaturgo e la chiave interpretativa dell'episodio mitico da lui proposto, ma la bravura degli attori, la creatività di chi allestisce lo spettacolo e ne cura la scenografia In contesti in cui i sovrani proteggono ed incentivano il teatro, fioriscono anche nuove opere drammatiche: tra tutte è utile ricordare l'esperienza dei cosiddetti "poeti della Pleiade". La loro denominazione è legata al fatto che la costellazione delle Pleiadi era formata da sette stelle, tante quante erano le "stelle" lucenti del gruppo poetico in questione, composto da personaggi che spesso praticavano la poesia accanto a quella filologica Un papiro del sec. II-III d.C. ha conservato un gruppo di trimetri giambici derivanti da una tragedia di soggetto storico, nota come "Dramma di Gige" e variamente assegnata dagli studiosi a diversi periodi della storia letteraria, tra l'età arcaica e la piena età ellenistica. La tragedia, che dimostrerà la vitalità del genere della tragedia storica in età ellenistica, ha come contenuto la vicenda di Gige e Candaule, narrata da Erodoto nel primo libro delle Storie. Da Fliace, demone della fecondità e della vegetazione legato al culto di Dioniso, prese nome un genere drammatico popolare dell'Italia meridionale, il φλυαξ, caratterizzato da contenuti farseschi e tono pungente. Tra la fine del IV sec. e l'inizio del III a.C. un personaggio, Rintone, originario di Siracusa, riprese questo genere drammatico popolare reinterpretandolo in una direzione particolare: introdusse cioè la parodia delle tragedie antiche, creando un'originale forma teatrale alla quale diede il nome di "ilarotragedia" o “fliace tragico". Il metro utilizzato da Rintone sembra essere principalmente il trimetro giambico.
scritti nel IV secolo d.C., di due commedie di Menandro, Phásma ed Epitrépontes. Questo esemplare fu il primo di una lunga serie di libri antichi, per lo più in papiro, che, scoperto negli anni successivi, ci ha permesso di ampliare esponenzialmente la nostra conoscenza dell'opera menandrea nell'arco di poco più di un secolo: oggi, infatti, Menandro è secondo solo a Omero per numero di papiri che trasmettono la sua opera a noi.
dilettava nella lettura di autori antichi ed era anche un poeta mediocre: questo personaggio, chiamato Dioscoro, utilizzò alcune pagine del suo manoscritto menandreano per proteggere documenti d'archivio conservati, come era consuetudine, dentro un'anfora.
rosso, che ricopriva alcune parti del corpo del defunto. Esso ha restituito frammenti di un rotolo molto antico (III sec. a.C.) successivo allo stesso Menandro di poco più di mezzo secolo. La struttura delle commedie
I valori morali: Atene non è più la "grande" Atene, ma una delle tante espressioni di una realtà politica complessa e ampia. I cittadini ateniesi non sono più i protagonisti della vita politica del loro tempo; essi, come i loro coetanei in altre comunità nate dalla disgregazione dell'impero di Alessandro, sono cittadini del mondo, di un mondo troppo grande perché loro siano veramente protagonisti. Menandro poi dice la sua non sulla realtà della "piccola" Atene, ma piuttosto sui problemi legati alla mutata situazione culturale, situazione in cui gli uomini devono trovarsi prima di tutto se stessi, misura della loro umanità. Non è dunque un disimpegno, quello di Menandro, non è un teatro di evasione, ma è una forma d'arte con cui il poeta invita a sorridere benevolmente dei difetti dell'uomo e, allo stesso tempo, a trovare il modo di riscattarlo da mediocrità, aiutandolo a stabilire rapporti sereni con i suoi simili. Al centro di questo nuovo orizzonte etico la poesia di Menandro parla non solo agli ateniesi, ma potenzialmente a tutti gli uomini. La solidarietà tra gli individui è il valore centrale, additata come la condizione umana più degna di rispetto. Il primo luogo in cui si esprime questa solidarietà è quello dei rapporti di parentela, della famiglia, che tende ad allargarsi attraverso nuovi vincoli matrimoniali. Il matrimonio, come abbiamo visto, è spesso il lieto fine delle commedie, serve a rinsaldare i legami familiari ma anche a rinsaldare i rapporti di amicizia attraverso un fondamento giuridico: può capitare che due amiche si sposino sorelle, come avviene in Dýskolos. I legami familiari sono visti con occhio disincantato, modernissimo: Menandro mette in scena le incomprensioni tra padri e figli. Menandro, inoltre, dà spazio anche agli aspetti problematici dei rapporti sociali: nelle storie di personaggi che, abbandonati da bambini, si ritrovano e si riconoscono parenti da adulti, viene adombrata la piaga delle “esposizioni” dei neonati, che evidentemente era doveva rappresentare un problema nella società del tempo. Menandro e la filosofia: è giusto notare nei drammi menandrei una forte componente di riflessione sulla vita: la condizione dell'uomo, in balia del caso, la sua incapacità di prevedere e controllare gli eventi che lo riguardano, la responsabilità nei confronti della sua coetanei, l'importanza della virtù, il valore dell'amicizia e della solidarietà, la "misura" e l'equilibrio nei comportamenti sono temi che Menandro ha in comune con le filosofie ellenistiche, tutte debitrici all'insegnamento di Aristotele. La fortuna di Menandro Furono soprattutto i drammaturghi latini, e in particolare Plauto e Terenzio, a fare di Menandro il loro paradigma (rielaborano il modello menandreo).