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Commedia greca: aristofane e menandro, Dispense di Greco

Commedia greca: aristofane e menandro

Tipologia: Dispense

2021/2022

Caricato il 06/03/2023

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flavia-ciriello 🇮🇹

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La commedia greca
Questo genere è anch’esso legato al culto di Dioniso. Le commedie venivano rappresentate prima nelle Grandi
Dionisie e poi nelle Lenee.
L’etimologia della parola può avere due significato: κομος + οδη, canto della festa, nella quale i festeggianti
ubriachi cantavano per le vie della città; κομη (villaggio) + οδη, canto del villaggio.
Come per la tragedia non abbiamo certezze sull’origine del genere. Le fonti antiche datano l’inizio degli agoni
comici nel 846, i quali furono vinti per la prima volta da un certo Chione.
Secondo Aristotele l’origine della tragedia e della commedia può essere ricondotta a diverse ipotesi, la
dionisiaca e la dorica.
Nella prima l’origine della commedia sarebbe connessa ai canti fatici, precisamente all’improvvisazione fatta da
coloro che partecipavano al corteo religioso in onore di Dioniso. Aristotele istituisce un parallelismo tra tragedia
(ditirambo —> dramma satiresco —> tragedia) e la commedia, che nascerebbe appunto dai canti fatici, nei
quali venivano trasportati falli segno di fertilità (falloforie) e i festeggianti si prendevano gioco di chiunque
incontrassero. Il ricordo delle falloforie è presente nella commedia, in particolare nella parabasi.
1 momento: ingresso del coro
2 momento: invito a spostarsi e a lasciar passare
3 momento: canto
4 momento: beffe agli spettatori
Secondo l’ipotesi dorica la commedia sarebbe stata frutto del genio creativo dei Dori e farebbe pensare alla
parola κομη, il villaggio riferito dunque ai Dori. Nonostante la poca affidabilità, esiste un fondo di verità. Era vero
che in alcune città doriche i cittadini sostenevano di aver creato la commedia, ed effettivamente venivano
festeggiati riti con costumi pittoreschi e teatrali.
Proprio a Megara avrebbe operato il commediografo Susavione, supposto inventore della commedia.
I filologi alessandrini hanno individuato tre fasi importanti: l’Arcaia (antica), con Cratino, Aristofane ed Eupoli;
commedia mese (di mezzo), con Antifane di Alessandria e Alessi, dei quali non si sa nulla, tra il 380 e il 330
a.C., anch’essa rappresenta i cambiamenti politici e sociali dell’epoca, con una diminuzione dell’elemento
politico e un aumento dell’elemento parodistico; la commedia nea (nuova), con Difilo, Menandro (scritti
scoperti nel XX secolo) e Filemone, tra il 330 e il 260 a.C. (assente il riferimento alla politica, priorità alla trama e
alla tematica dell’amore —> nascita del teatro “borghese”, di intrattenimento).
L’assegnazione di un coro avviene dal 486 a.C.
La parodo e il prologo vennero probabilmente introdotti per imitazione della tragedia greca, non erano presenti
nell’età arcaica, prima del V secolo.
Prologo: antefatti + presentazione
Parodo (ingresso del coro)
Agone: scontro tra i due attori principali
Parabasi: momento nel quale gli attori rompevano l’illusione scenica e scendevano dal palco, mettendosi
davanti alle gradinate, si levavano maschere e vesti di scena, per poi sfilare davanti al pubblico. Il corifeo
esponeva il punto di vista dell’autore su varie tematiche. L’autore poteva anche difendersi cosi dalle critiche
dei suoi detrattori. Era anche un momento per beffarsi dei presenti e dei personaggi politici in vista presenti
Episodi: scene comiche
Χοριχα: parti cantate
Κώμος: corteo finale
La commedia aveva una forte connotazione satirica, che spesso sfociava in un attacco diretto verso uno
specifico bersaglio, detta
ονομαστι κομοδειν
, “prendere in giro per nome”, non solo nella parabasi ma anche
nell’agone
Se qualche cittadino, anche importante, meritava di essere screditato veniva messo alla gogna, come
testimonia Orazio con un certo disprezzo per l’eccessiva licenza e libertà di parola presa dagli autori greci. —
Le trame riflettono la realtà degli spettatori, dunque della fascia medio alta della società.
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La commedia greca

Questo genere è anch’esso legato al culto di Dioniso. Le commedie venivano rappresentate prima nelle Grandi Dionisie e poi nelle Lenee. L’etimologia della parola può avere due significato: κομος + οδη, canto della festa, nella quale i festeggianti ubriachi cantavano per le vie della città; κομη (villaggio) + οδη, canto del villaggio. Come per la tragedia non abbiamo certezze sull’origine del genere. Le fonti antiche datano l’inizio degli agoni comici nel 846, i quali furono vinti per la prima volta da un certo Chione. Secondo Aristotele l’origine della tragedia e della commedia può essere ricondotta a diverse ipotesi, la dionisiaca e la dorica. Nella prima l’origine della commedia sarebbe connessa ai canti fatici, precisamente all’improvvisazione fatta da coloro che partecipavano al corteo religioso in onore di Dioniso. Aristotele istituisce un parallelismo tra tragedia (ditirambo —> dramma satiresco —> tragedia) e la commedia, che nascerebbe appunto dai canti fatici, nei quali venivano trasportati falli segno di fertilità (falloforie) e i festeggianti si prendevano gioco di chiunque incontrassero. Il ricordo delle falloforie è presente nella commedia, in particolare nella parabasi. 1 momento: ingresso del coro 2 momento: invito a spostarsi e a lasciar passare 3 momento: canto 4 momento: beffe agli spettatori Secondo l’ipotesi dorica la commedia sarebbe stata frutto del genio creativo dei Dori e farebbe pensare alla parola κομη, il villaggio riferito dunque ai Dori. Nonostante la poca affidabilità, esiste un fondo di verità. Era vero che in alcune città doriche i cittadini sostenevano di aver creato la commedia, ed effettivamente venivano festeggiati riti con costumi pittoreschi e teatrali. Proprio a Megara avrebbe operato il commediografo Susavione, supposto inventore della commedia. I filologi alessandrini hanno individuato tre fasi importanti: l’Arcaia (antica), con Cratino, Aristofane ed Eupoli; commedia mese (di mezzo), con Antifane di Alessandria e Alessi, dei quali non si sa nulla, tra il 380 e il 330 a.C., anch’essa rappresenta i cambiamenti politici e sociali dell’epoca, con una diminuzione dell’elemento politico e un aumento dell’elemento parodistico; la commedia nea (nuova), con Difilo, Menandro (scritti scoperti nel XX secolo) e Filemone, tra il 330 e il 260 a.C. (assente il riferimento alla politica, priorità alla trama e alla tematica dell’amore —> nascita del teatro “borghese”, di intrattenimento). L’assegnazione di un coro avviene dal 486 a.C. La parodo e il prologo vennero probabilmente introdotti per imitazione della tragedia greca, non erano presenti nell’età arcaica, prima del V secolo. Prologo: antefatti + presentazione Parodo (ingresso del coro) Agone: scontro tra i due attori principali Parabasi: momento nel quale gli attori rompevano l’illusione scenica e scendevano dal palco, mettendosi davanti alle gradinate, si levavano maschere e vesti di scena, per poi sfilare davanti al pubblico. Il corifeo esponeva il punto di vista dell’autore su varie tematiche. L’autore poteva anche difendersi cosi dalle critiche dei suoi detrattori. Era anche un momento per beffarsi dei presenti e dei personaggi politici in vista presenti Episodi: scene comiche Χοριχα: parti cantate Κώμος: corteo finale La commedia aveva una forte connotazione satirica, che spesso sfociava in un attacco diretto verso uno specifico bersaglio, detta ονομαστι κομοδειν, “prendere in giro per nome”, non solo nella parabasi ma anche nell’agone Se qualche cittadino, anche importante, meritava di essere screditato veniva messo alla gogna, come testimonia Orazio con un certo disprezzo per l’eccessiva licenza e libertà di parola presa dagli autori greci. —

anche Cicerone scandalizzato (lui era esempio del civis perfetto) —> non si deve essere giudicati dagli autori teatrali ma dal tribunale Un articolo delle 12 tavole vietava di denigrare qualcuno in un opera. Gli attori recitavano usando il socco, calzatura più bassa rispetto ai coturni della tragedia greca. Spesso i coreuti impersonavano degli elementi della natura (api, nuvole).

Aristofane

Aristofane era nato a Cidatene, stesso demo del quale era nativo Creone. Sappiamo che non partecipò attivamente alla vita politica, ma si interessò comunque. Gran parte della sua produzione è a tematica politica. Abbiamo poche notizie sulla sua vita, ricavate da qualche biografia. Esordisce nel 427 con i Banchettanti, a cui segui nel 426 i Babilonesi. Queste furono composte in giovane età e presentate con uno pseudonimo poiché era ancora minorenne. Non ci sono giunte. Nel 425 esordisce con il suo nome con la commedia gli Acarnesi, che lo rese noto al pubblico ateniese e gli fece ottenere il primo premio. La sua carriera continua ininterrotta fino al 385 circa, data possibile della sua morte. Ci sono giunte solo 11 commedie delle Gli Acarnesi I cavalieri Le nuvole (423) Le vespe (422) La pace (421) —> con questa si conclude la prima fase, quella del 425-421, coincidente con la prima fase della guerra del Peloponneso (421 anno rappresentazione della Medea), conclusasi con la pace di Nicia —> ricominciata nel 415 Dal 408 al 401 avviene la terza fase della guerra e inizia il processo di declino di Atene, che verrà sottomessa prima a Tebe, poi ad Alessandro Magno. Nel 148, durante la terza guerra punica, la Grecia verrà annessa al impero romano.

Acarnesi (425)

Con gli Acarnesi del 425 ottenne il primo premio. Diceopoli (cittadino giusto) è un cittadino ateniese buono e onesto, appartenente al demo degli acarnesi. Manda dei messaggeri a contrattare per finire la guerra. Poi va nella casa in campagna per festeggiare il successo. In città Labaco, uno dei demagoghi, che vuole continuare la guerra, si affanna a procurarsi le armi, mentre Diceopoli vive nell’abbondanza e nella felicita. Lamaco, tornato ferito dalla guerra si presenta a casa di Diceopoli, che lo riceve facendosi beffe di lui.

Cavalieri (424)

I Cavalieri, presentato nelle Linee, vinse il primo premio. Il tema portante è quello della guerra e dell’attacco ai demagoghi, interessati economicamente a portare avanti la guerra. Il bersaglio qui è Creone. I protagonisti sono Paflagone (conciatore di pelli, corrisponde a Cleone), e l’avversario Demo, un vecchio credulone che si lascia abbindolare da Paflagone. Nella commedia compaiono gli strateghi Nicia e Demostene, comandanti di quel periodo, che sono visti come servi del vecchio Demos, infastiditi dall’ingenuità di questo. Decidono quindi di fuggire e di ammazzarsi, disperati per la tirannia del collega Paflagone. Un oracolo ha però predetto che il potere di Paflagone verrà soppiantato da un altro schiavo venditore di salsicce. Iniziano a cercarlo e trovano Agorabito, che riesce a entrare nelle grazie di Demo. Paflagone viene allontanato e Agorabito fa rinsavire il vecchio cuocendolo in una pentola e impastandolo (metafora).

vendetta, in quanto effeminato. Lui rifiuta e l’incarico viene dato al suocero di Euripide, che però tradisce la sua falsa identità e le donne si scagliano contro di lui. Euripide libera il suocero e dichiara alle donne di volere una tregua.

Rane (405)

Sia Eschilo che Euripide sono già morti nel 405, probabilmente anche Sofocle. Quando Dioniso e Santia giungono alla casa del dio dei morti, dopo aver attraversato la palude Stigia, trovano Euripide ma anche Eschilo, che ambisce anche lui a tornare sulla terra. Dioniso decide di imbandire un certame poetico tra i due. Decide di assegnare la vittoria ad Eschilo, in quanto la sua arte è utile, mentre quella di Euripide è solo divertente. Le commedie di questa seconda fase sono quelle dell’utopia. Nonostante Atene sia sotto l’egemonia di Tebe, conserva ancora un governo pseudo democratico. Non si tratta più della democrazia del V secolo. Quella del 4 secolo presenta maggiori restrizioni sulla libertà di parola in pubblico e in assemblea. Con l’ultima parte della sua commedia (Plesiazuze, Pluto), entriamo nella fase non più arcaica ma dell’eta di mezzo. In questa fase di Aristofane si pongono le basi per la commedia nea, borghese, mirata all’intrattenimento e non più all’insegnamento. Viene meno dunque il tema politico e la critica mirata.

Ecclesiazuse (391)

Plesiazuze. Il nuovo governo costituito dalle donne vara un programma politico, rivoluzionario, basato sull’abolizione della proprietà privata e sulla condivisione (anche sessuale).

Pluto (388)

In Pluto, Crebilo ha saputo che per migliorare le condizioni economiche della sua famiglia dovrà Incontra un cieco, il dio Pluto della ricchezza (cieco perche la ricchezza è distribuita a caso). Lo vuole recare al santuario di Asclepio, dio della medicina, nella speranza di guarirlo e fargli distribuire le ricchezze in modo equilibrato. Ma la dea Penia (povertà), entra in scena per spiegare La commedia si conclude positivamente. Nelle rane vi è un tema caro ad Aristofane, la musike. Il poeta effettua una critica letteraria. Fa un confronto tra Euripide (arte vanesia, concepita per se stessa, priva di insegnamento, corruzione del teatro tragico) ed Eschilo (la tradizione, assolve il compito di educare la polis, infondendo patriottismo e buoni costumi). Aristofane è ancora in linea con la concezione del V secolo del teatro come paideutico, utile, prima che espressione dello spirito creativo. Aristofane attacca sia i sofisti che socrate, per aver corrotto il metodo educativo tradizionale. Socrate viene deriso perché rappresentato come un naturalista, non un filosofo. A un certo punto viene assimilato ai sofisti. Gli studiosi si chiedono come un uomo dotto possa aver confuso i due, ma questa confusione è probabilmente voluta Prendersi gioco dei potenti era possibile grazie alla Patrisia (libertà di parole), anche se Cleone alla fine trascinò Aristofane in tribunale per oltraggio a un rappresentante delle istituzioni. Aristofane fu alla fine prosciolto. Tuttora si fa satira politica. I banchettanti è la prima delle commedie che non ci sono arrivate, con i babilonesi. Viene affrontato, come nelle nuvole, il tema della paideia. Un ragazzo è stato educato tradizionalmente, l’altro è stato educato dai sofisti ed è un debosciato. Nei babilonesi Aristofane attacca Cleone, iniziando il loro perenne scontro. Parabasi degli Acarnesi 628-658 (rivedere definizione parabasi) —> commedia che lo porta alla notorietà Questa parabasi serve per raccontare, assumendosi il rischio, ciò che è giusto, la verità Intenzione: scrivere commedie che abbiano come obiettivo l’insegnamento delle cose giuste, migliori (τα βελτιστα διδασκων) A parlare è il corifeo. Il poeta è stato trascinato in tribunale (lo lascia intendere, non esplicitamente)

Gli Ateniesi vengono definiti mutevoli poiché, come dirà nei Cavalieri, il popolo ateniese è come un vecchio rincitrullito privo di senso critico che si lascia abbindolare dal politico di turno che fa invece i propri interessi Il poeta vuole creare empatia tra lui e il pubblico, usando comunque elementi della poesia giambica, quindi molto aggressiva e critica (Ipponatte, Archiloco), ed elementi della prosa oratoria (testi da tribunale). Troviamo anche procedimenti propri della filosofia sofistica, basata sui dissoilocui, duplici (opposti) discorsi, nei quali il filosofo sostiene la veridicità di un tema e a sua volta fa il contrario, dimostrando la non veridicità del discorso giusto. Il poeta inveisce contro i suoi concittadini perché in passato erano stati presi in giro dagli stranieri per la loro stupidità (coronati di viole, ossia molli e deboli), e non ne avevano colto il valore di offesa. Dunque gli ateniesi non sono stati capaci di tollerare le accuse del proprio concittadino (il poeta) ma quelle degli stranieri, confermando di non essere capaci di discernere il giusto dallo sbagliato. Aristofane si lamenta della cattiva accoglienza dei suoi cittadini e si vanta di aver ottenuto fama all’estero, fino alla Persia (iperbole) La letteratura ha utilità pratica ed è sentita come un metodo per valutare la civiltà di una polis. Non era concepita l’arte speculativa all’epoca, fine a se stessa (età ellenistica). Il poeta continua a recriminare che se avessero ascoltato i suoi insegnamenti, non seguendo certi politici, avrebbero vinto la guerra. Li invita dunque ad ascoltarlo nel loro interesse e a fidarsi di lui, criticando i politicanti pieni di chiacchiere. Agone dei Cavalieri Dietro la figura di Paflagone, si adombra la figura di Cleone, rappresentante degli estremi democratici. In questa sezione della commedia vediamo come vengono messe a frutto le conoscenze del poeta delle tecniche dei sofisti per sostenere le tesi. Non erano importanti le argomentazioni, ma la capacità di convincere. Nella discussione Paflagone usa delle argomentazioni volgari e insulse, mirate solo ad aggirare. Il salsicciaio trionfa mostrando a Demos una cesta vuota in quanto tutto ciò che conteneva è stata donata al popolo (cesta che pensa al popolo), mentre quella di Paflagone è piena, mostrando il suo egoismo. Demo viene paragonato a un giovane che si lascia raggirare dalle persone più infime, ingannatrici rifiutando le persone raccomandabili (paragone con la politica). Dopo la morte di Pericle la scena politica era dominata da arrivisti spinti solo dal proprio interesse e spesso di bassa estrazione sociale. Anche Nicia proveniva dalla borghesia. Aristofane non sopporta che al potere arrivino personaggi che, in quanto borghesi, fanno solo l’interesse della propria classe (nonostante Nicia avesse realizzato la pace, il suo nome non compare). Il salsicciaio risponde e sminuisce i meriti che Paflagone si attribuisce. L’intermezzo del coro sostiene il demos esortandolo ad aprire gli occhi e a rendersi conto della falsità di Paflagone. Il salsicciaio dimostra che Paflagone non si cura dei cittadini e arriva a rubare da loro. Non si preoccupa dello stato pietoso del vecchio (sulle pietre, ossia i sacrifici del popolo in guerra), a differenza del salsicciaio. Puzza di cuoio —> Cleone Aristofane mette in evidenza come i politicanti abbiano sempre proposto al popolo l’idea di diventare ricchi grazie alla guerra e all’espansione, senza poi mantenere alcuna promessa. Fuori dalle case veniva appeso un ramo di ulivo segno di prosperità carico di primizie. Nuvole (tema della paihdeia) La versione che ci è arrivata non è l’originale, ma una seconda versione rivista dal poeta, probabilmente perche la prima non aveva riscosso abbastanza successo. Il figlio del contadino è diventato capace di aggirare tramite i discorsi imparati dai sofisti. Ha appreso l’esistenza di due discorsi, quello forte e quello debole. Il discorso forte tende a mettere in evidenza i lati positivi, mentre quello debole quelli negativi. I due modelli nei banchettanti sono entrambi limitati, uno troppo severo e uno troppo permissivo. Nel modello tradizionale viene ispirata la fortificazione, mentre i ragazzi educati alla nuova maniera erano più effeminati e molli. Aristofane mette in evidenza gli aspetti negativi del nuovo metodo che ha effemminato i giovani, disorientandoli e facendo danni anche ai genitori.

scuola di dotti, un’accademia) e di una delle più grandi biblioteche dell’antichità, nonché una biblioteca minore detta serapeo. Questo regno fu l’ultimo ad essere conquistato dai romani, nel 31 a.C. con la battaglia di Azio guidata da Ottaviano. Il regno di Siria fu preso da Seleuco, il quale diede vita alla dinastia dei Seleucidi, che regno per due secoli. Questo fu particolarmente noto per lo splendore di città come Antiochia e Seleucia. Nel 64 a.C. entrò a far parte dell’impero romano per via della conquista di Pompeo Magno. Il regno di Pergamo venne fondato da Eumene I, il cui figlio fece raggiungere l’autonomia. Egli assunse il titolo di re e diede origine alla dinastia degli Attalidi, nemici dei sovrani d’Egitto. Pergamo contendeva con Alessandria in splendore e mecenatismo. Gli attalidi fondarono infatti anche loro una famosa biblioteca. Il regno di Pergamo venne preso nel 129 dai romani che chiamarono questa zona Asia minore (Turchia). Se fino a buona parte del 4 secolo le polis avevano avuto governi di tipo democratico, con i macedoni e gli Antigonidi, furono ridotte in sudditi. Il concetto di cittadino attivamente partecipante è abolito, in quanto tutte le decisioni vengono prese dal sovrano. Si ridisegna la società e lo scopo della letteratura. L’assenza del cittadino e della famiglia come istituzione pubblica modifica le abitudini sociali. L’uomo, non essendo più a capo ed essendo a sua volta sottoposto a un sovrano, è in grado di comprendere la condizione di subordinazione della donna e di dialogare. Migliora quindi la condizione della donna, che assume più autonomia familiare e partecipa all’educazione dei figli; può inoltre ereditare proprietà dal padre e ricevere un’educazione. Questa, se prima riguardava lo stato, che la imponeva, in eta ellenistica la famiglia decide autonomamente dell’educazione dei figli. Muta cosi anche l’ambito di indagine della letteratura. Se prima i temi e la materia erano il dibattito politico e culturale, la vita della polis, a scopo paideutico, ora la dimensione pubblica del cittadino è venuta meno, cosi come la funzione paideutica. Si ripiega nell’ambito privato e di vita quotidiana, con il discostarsi dall’impegno politico. La letteratura diventa espressione dell’artista e dei suoi sentimenti, delle sue esperienze personali. Vi è maggiore attenzione quindi all’analisi delle emozioni e dell’interiorità. Mutano anche i canoni. Callimaco stabilisce che la nuova letteratura debba rispettare la varietas, la brevitas (erudizione) e il Labor limae. Il greco è semplificato rispetto a quello dell'età classica, che si avvicina alla lingua parlata. Diventa strumento di comunicazione anche a livello politico ed economico tra diversi popoli. Il periodo tra la morte di Alessandro e il 529 a.C. (anno in cui Giustiniano chiude l’ultima scuola di filosofia ad Atene, che perde il suo ruolo culturale, collegamento con Dante) viene definito dagli storici età ellenistica. Si usa dividere l’età in greco-alessandrina (fino al 31 a.c.) e greco-romana. Il primo a definire questa età, nonostante le differenze politiche e culturali, avesse elementi di continuità con quella precedente alla morte di Alessandro, fu Droisen. L’eta ellenistica fu un periodo nuovo, ma che mantiene alcune caratteristiche della precedente. Il termine ellenismo era utilizzato in epoca classica per indicare colui che era in grado di parlare perfettamente in greco. Droisen utilizza il termine per indicare i greci di questa epoca prendendo spunto da un libro del nuovo testamento della Bibbia, gli atti degli Apostoli, in cui per riferirsi agli ebrei della diaspora, che avevano assunto la lingua e la cultura greca, ellenizzati. Menandro è rappresentante della commedia nea, che ha caratteri completamente differenti da quelli della commedia arcaia di Aristofane. La periodizzazione della commedia è convenzionale e basata sulle differenze stilistiche e tematiche. Dopo la morte di Aristofane la produzione continua e sopravvive anche più a lungo nel IV e III secolo. La commedia di mezzo inizia nel IV secolo a.C.. Nel Pluto di Aristofane del 388 si intravedono elementi di cambiamento e innovazione. Non c’è la parabasi (rottura dei ruoli con funzione paideutica) e l’agone quindi le sue ultime commedie presentano un impoverimento delle parti dedicate al coro. L’unica parte corale è limitata alla parodo. Gli stasimi, che costituivano degli stacchi più che dei momenti di riflessione, spariscono. Il fatto che questi non ci siano arrivati fa pensare che non avessero nulla a che fare con il contenuto degli episodi della commedia. Cambiano anche i temi. Scompare la critica delle posizioni politiche di personaggi pubblici, e si attinge maggiormente alla mitologia. Sappiamo che Cratino, già nella commedia antica, aveva attinto molto al mito per ricavare argomenti per le sue commedie tramite parodia, caratteristica costante della commedia di mezzo. Uno dei rappresentanti della commedia di mezzo è Antifane, che prende in giro le figure del mito o rovescia le trame di testi classici. Opere: Asclepio, Atamante.

Nella commedia di mezzo iniziano ad essere presenti dei personaggi diversi da quelli reali della polis. Sono più che altro personaggi verosimili ma non presi dalla realtà. Si affermano delle figure convenzionali, fissi, che corrispondono a determinati tipi umani o professioni. Sono cristallizzati e particolarmente legati alla loro condizione sociale. Tra questi il tipo pieno di sé e sprezzante, il servo intrigante, il soldato megalomane, che ispireranno il commediografo latino Plauto, che trae i suoi personaggi dalla commedia di mezzo e nea. Rispecchiano di più la vita degli spettatori presenti alle rappresentazioni. Le vicende riflettono con verosimiglianza: giovani coppie separate, figli ritrovati, tensioni tra parenti. Con la commedia di mezzo e la commedia nea viene innalzata la cosiddetta 4 parete, che separa gli attori dal pubblico. Questa non esisteva nella commedia antica perché nella parabasi si rompeva l’illusione scenica e gli attori parlavano con gli spettatori. Con la separazione tra palcoscenico e teatro, le vicissitudini vengono percepite maggiormente come finzione, come una realtà autonoma. Prima delle rappresentazioni teatrali si svolgevano delle processioni in onore del dio, come le falloforie con funzione apotropaica. Il linguaggio si adatta a questo per educare e divertire allo stesso tempo. Ma nella commedia di mezzo, non essendoci più l’obbligo di partecipare alle rappresentazioni, il pubblico era costituito solo da chi era interessato, ossia i rappresentanti delle classi sociali medio alte (il biglietto non era più pagato dallo stato). Non essendo più un affare di stato, bisogna preoccuparsi solo del pubblico, che è ora più raffinato e non ama le scurrilità. Si concepisce anche l’idea della replica, per via del sempre maggiore distacco dalle festività e anche per la diffusione della carta, che permette la conservazione dei testi. Il mutamento nella storia e nella politica influenza l’arte. Si era tentato ben due volte di mettere un bavaglio all’espressione libera, con due leggi, poi cancellate per via delle proteste da parte del democratico popolo ateniese. Rimangono i 5 atti della commedia antica, ma scompaiono agone e parabasi. Rimangono esodo e prologo (antefatto). Della commedia di mezzo ci sono arrivati solo nomi, titoli e frammenti Della commedia nea ci sono giunte le 5 commedie di Menandro, di cui non ci è arrivato l’esodo (commedie mutile), oltre a titoli, nomi di autori e frammenti. Altri rappresentanti della commedia nea sono Filemone di Siracusa, Difilo e Apollodoro di Caristo.

Menandro

Menandro nasce ad Atene in una famiglia nobile, secondo alcuni nel 342 o secondo altri nel 341. Questi ultimi sostengono ciò in virtù della nascita nello stesso anno del filosofo Epicuro, definito amico di Menandro. Ebbe uno zio di nome Alessi, che fu commediografo e suo maestro. Menandro sarebbe stato allievo del peripatetico Teufrasto, a sua volta allievo di Aristotele. Menandro visse la sua giovinezza in un periodo travagliato, poiché dopo la morte di AM nel 323 iniziarono delle lotte intestine per riaffermare Atene. Viene instaurato un regime oligarchico guidato da un certo Demetrio Falereo, anch’egli allievo di Teofrasto e amico di Menandro. Quando Demetrio fu soppiantato da un altro Demetrio poliorcete, Teofrasto fu esiliato e anche Menandro rischiò, se non per l’aiuto di un suo protettore. Mori intorno al 293-292 a.C., quindi visse circa 50 anni. Nei trent’anni dopo la morte di AM, avrebbe fatto creato, secondo la tradizione, 105 commedie. Non si tratta di un’esagerazione; infatti sappiamo che le sue commedie ebbero grande successo e furono rappresentate fino all’Alto Medioevo, in cui poi si smise di ricopiare i suoi testi. Dato che ce ne sono giunte cosi poche, è possibile che non tutte queste commedie fossero destinate alla rappresentazione ma solo alla lettura. La riscoperta avviene nel 800 nel monastero di Santa Caterina, sulla penisola del Sinai, furono ritrovati dei monasteri, luogo di trascrizione. Tra fine 800 e inizio 900, grazie a delle campagne archeologiche in Egitto, si ritrovarono casualmente dei papiri che hanno restituito i versi della fanciulla tosata, della donna di samo e dello scudo. Alcuni autori riportano anche una sesta commedia, dal titolo l’uomo di Sicione,

Questa è una commedia degli equivoci, in cui i personaggi si trovano a credere cose che non sono vere, ma anche una commedia delle reticenze. Questi due elementi danno un intreccio pieno di tensione, rischiando di far precipitare la situazione in una crisi irrisolvibile. I personaggi principali, Criside, Demea e Moschione, non sono relazioni primarie o ufficiali. Criside è concubina, non moglie legittima; Moschione è figlio adottivo. I personaggi, pur non essendo legati da legami ufficiali, sono uniti da un autentico sentimento di affetto, che li porta ad ammettere i propri errori e ad essere generosi. Ancora una volta la tukh regola tutto per riportare l’equilibrio

Lo scudo

Lacunosa nella parte centrale, ci sono giunti per intero i primi 3 atti, alcuni frammenti del 4 e del 5. Il personaggio centrale è un certo Smicrine, noto per la sua avarizia (avaro di Molière). Un giorno gli giunge la notizia della morte del nipote in battaglia. Il vecchio servo del giovane Cleostato porta in scena la notizia. La sorella di Cleostrato, che abita in casa del padre Cherestrato, fratello di Smicrine, eredita i beni del fratello. Dunque potrebbe sposarsi. È stata promessa in sposa a Cherea al figliastro (adottivo) Cherea. Smicrine mira a sposare la nipote per evitare la fuoriuscita del patrimonio, secondo il diritto dell’epoca. Si oppone dunque al matrimonio. Il vecchio servo di Cleostato è affezionato alla sorella del padrone e vuole che lei sposi il giovane Cherea di quale è innamorata. Escogita un piano. Cherestrato ha anche una figlia, che in realtà ha un patrimonio molto più cospicuo dell’altra ragazza. Il servo fa sapere a Smicrine di questa ragazza, cosi che sposi questa nipote piuttosto che l’altra. Nel 4 e 5 episodio, da come sono stati ricostruiti, Cleostato torna a casa e la sorella può sposare con il consenso del fratello, che può decidere il destino della sorella prima dello zio. Il vero protagonista è il vecchio servo, che incarna la figura ripresa da Plauto del servus currens, ossia sempre indaffarato e preoccupato di tramare ai danni del padrone a favore del padrone più giovane.

La fanciulla tosata

Molti ritengono che questa commedia sia stata rappresentata post mortem. Moschione e Gricera sono due fratelli gemelli esposti da neonati. Moschione è stato adottato dalla ricca vedova Mirrine, mentre Gricera è stata adottata da una povera vecchia ed è diventata la concubina del soldato Polemone. I due, separati alla nascita, non si frequentano. Mentre Gricera sa che Moschione è suo fratello, questo è ignaro. Incontrandola si innamora di lei perdutamente. Lei chiaramente non ricambia ma non ha il coraggio di dirle la verità. Intanto Polemone viene a sapere dell’interesse di Moschione per Gricera e, preso da un attacco di gelosia, decide di punirla e le rasa i capelli a zero. Questa scappa e si rifugia a casa di Mirrine, madre adottiva di Moschione, alimentando i sospetti di Polemone. Questi decide di dare fuoco alla casa di Mirrine, ma viene fermato da un amico, il quale si offre di fare da mediatore tra lui e la ragazza. Gricera vuole lasciare Polemone a causa dell’oltraggio subito, e chiede che le venga restituita la cassa piena di ornamenti e gioielli che aveva con lei quando era stata esposta. Polemone le restituisce quanto richiesto, ma l’amico riconosce nei gioielli degli ornamenti fatti dalla moglie. Capisce cosi che quei ragazzi sono i suoi figli che aveva deciso di esporre in un momento di crisi. Quando Moschione capisce di essere fratello di Gricera, desiste dal suo sentimento, e viene dato in sposo a un’altra ragazza, mentre Gricera torna da Polemone. La protagonista sovrannaturale è l’agnoia, l’ignoranza, il non sapere, di cui è complice la stessa Gricera. In questa commedia viene caratterizzato anche il personaggio del miles, il soldato, che diventerà gloriosus in Plauto. Questo è il ritratto del tipico soldato forzuto e pieno di sé. Altro tema fondamentale è quello della generosità umana. Le caratteristiche proprie di Menandro, oltre all’assenza dell’agone (no idee politiche), della parabasi e delle parti corali. I testi che ci sono arrivati sono contrassegnati dalla scritta koru (meros), ossia parte del coro, tra un episodio e un altro, forse per motivi di risparmio di carta, in quanto le parti corali non riguardavano direttamente la commedia. Mentre dalle commedie di Aristofane il messaggio ricavato è di natura politica, quello di Menandro è di natura poetica ed etica. Non troviamo un protagonista e un antagonista, i suoi personaggi sono dei tipi umani, uomini con pregi e difetti, rappresentazioni viventi di vizi marcati, caricaturali ma allo stesso tempo capaci di indurre indulgenza e solidarietà da parte dello spettatore, senza essere presi di mira. La commedia dell'età nuova è spesso definita commedia di evasione, in quanto non impegnata politicamente o interessata a fornire insegnamenti paideutici, ma piuttosto destinata a intrattenere. Questo non significa che

questa non possa essere apprezzabile per la finalità dell’autore che vuole comunque veicolare un messaggio. Il pubblico più colto ha gusti raffinati e il teatro lo aiuta a dimenticare i problemi della quotidianità ma allo stesso tempo fa riflettere. Per questo è sbagliato definire la commedia nuova non impegnata. Il commediografo non indaga più l’ambito pubblico, la comunità della polis, ma l’ambiente familiare, i sentimenti, mostrando l’importanza della famiglia, non più intesa come genos, ma come mondo privato di collaborazione e rapporto affettivo. In assenza di una dimensione pubblica e politica, subentra il cosmopolitismo, valore che si diffonde durante l'età ellenistica e che non aveva caratterizzato il 5 e 4 secolo a.C., in cui le polis erano rimaste chiuse in se stesse pur allacciando rapporti commerciali, questo perché ora entrano a far parte dell’impero di AM, aprendosi a scambi anche culturali con altri popoli (che prima consideravano inferiori), in una condizione di sudditanza e di umanità che li accomuna tutti (fratellanza tra sottomessi). In questa aria di fratellanza e di comunità di affetti si crea nei personaggi lo sforzo per mantenere l’unita della famiglia, minata dall’esterno e fondamentale per la stabilità. Si assiste anche a un cambiamento sociale nei rapporti tra generazioni. Se prima il rapporto tra giovani e vecchi si basava sul principio di autorità, che subordinava i giovani al volere degli anziani, ora i rapporti sono più amichevoli, quasi in principio di parità. Le polis e la democrazia non esistono più, dunque i padri comprendono mogli e figli, si sentono più simili a loro. L’austerità dei secoli precedenti lascia il posto a una maggiore autonomia, informali e intimità nei rapporti. Vengono indagati l’amicizia, l’amore e gli elementi che danno stabilita alla società. L’amore viene qualificato in modo diverso, simboleggiando il cambiamento. Mentre l’amore non era contemplato nelle unioni matrimoniali, che erano piuttosto dei contratti, in età ellenistica nasce la consapevolezza che i rapporti tra uomo e donna non possono che essere fondati sull’amore per rendere la convivenza possibile. L’amore significa stima e affetto sinceri nei confronti dell’altro, come nella fanciulla tosata, dove Polemone si pente delle sue azioni violente nei confronti della donna poiché la ama. I personaggi di Aristofane hanno fiducia cieca nella ragione, unico modo per arrivare a delle soluzioni in una realtà difficile, mentre i personaggi di Aristofane si rendono spesso conto che questa è insufficiente. Talvolta i loro piani razionali sono ostacolati dalla sorte, che spesso è l’unica che riesce a sciogliere le situazioni. La tukh non è una presenza negativa. Il sistema religioso greco tradizionale in età ellenistica entra in crisi, poiché non sembra più soddisfare gli interrogativi dei fedeli. Si diffonde una grande fiducia non più negli dei della tradizione (Eschilo e Giove come garante di giustizia), ma nella tukh. Più che avere fiducia, l’uomo accetta che il suo destino è incontrollabile, arbitrario e inconoscibile. Gli dei in Menandro sono quasi del tutto assenti, e se vi sono non hanno un ruolo rilevante. Un momento importante nelle commedie di Menandro è l’agnoris, o annizio in latino, ossia il riconoscimento. Le vicende arrivano allo scioglimento quando si rivelano verità che alcuni personaggi ignoravano e che risolvono le questioni.