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L'operatore sociale sulla strada, Appunti di Scienze dell'educazione

Il lavoro dell'operatore sociale sulla strada

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 12/08/2019

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Sezione: Pedagogia Sociale, Interculturale e della Cooperazione 2007, 2
L’educatore sociale fra i Servizi e l’intervento di strada
Chiara Giustini
Pedagogista
Abstract
Ci siamo sempre poste molte domande sulla povertà, sulle cause
dell'impoverimento, sulle responsabilità di noi “ricchi”, sulle possibilità che ogni
persona ha di cambiare le cose. Forse è per questo che tre anni fa abbiamo deciso
di aderire alla proposta del prof. Genovese e di partecipare al progetto "Un sacco a
pelo per l'inverno" promosso dalla Caritas Diocesana di Bologna: da questa
collaborazione è nato il Gruppo Nuove Povertà, tuttora impegnato in attività di
ricerca sulla povertà, di impegno concreto e di sensibilizzazione al tema della
marginalità nella nostra città e di formazione per gli studenti della Facoltà di
Scienze della Formazione. Forse è sempre per questo che per le nostre tesi
abbiamo affrontato il problema della povertà e delle nuove povertà, la condizione
dei senza dimora e le risposte dei Servizi. Ne sono nati due articoli: il primo,
firmato da Federica Filippini, affronta il tema della povertà nella sua
multidimensionalità e analizza in particolare la condizione dei senza dimora, il
percorso di impoverimento, le difficoltà della vita in strada, il rapporto con la città
e i Servizi; il secondo, firmato da Chiara Giustini, si sofferma, invece, sulla figura
dell'educatore, sia all'interno dei Servizi rivolti ai senza dimora, sia nel lavoro di
strada.
Parole chiave:
senza dimora; lavoro di strada; servizi; educatore sociale
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1. I servizi
1.1 I senza dimora, la città e i servizi.
La condizione delle persone senza dimora è costellata di sradicamenti lenti,
progressivi e che si accumulano, per cui essi alla fine non condividono più gli spazi
e i luoghi degli altri cittadini, ed è contraddistinta da immobilismo di fronte al
cambiamento, da una sorta di adattamento a una vita di espedienti (che alcuni
autori hanno definito “anoressia istituzionale”) e che rappresenta un estremo
meccanismo di difesa per evitare ulteriori fallimenti di fronte alla stanchezza fisica
e mentale della vita in strada. Dove curarsi, dove lavarsi, dove trovare un cambio
di vestiti, dove dormire, dove mangiare (colazione, pranzo e cena distribuiti in
luoghi diversi), dove poter ottenere ascolto..., i senza dimora, e più in generale
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Sezione: Pedagogia Sociale, Interculturale e della Cooperazione 2007, 2

L’educatore sociale fra i Servizi e l’intervento di strada

Chiara Giustini Pedagogista

Abstract Ci siamo sempre poste molte domande sulla povertà, sulle cause dell'impoverimento, sulle responsabilità di noi “ricchi”, sulle possibilità che ogni persona ha di cambiare le cose. Forse è per questo che tre anni fa abbiamo deciso di aderire alla proposta del prof. Genovese e di partecipare al progetto "Un sacco a pelo per l'inverno" promosso dalla Caritas Diocesana di Bologna: da questa collaborazione è nato il Gruppo Nuove Povertà, tuttora impegnato in attività di ricerca sulla povertà, di impegno concreto e di sensibilizzazione al tema della marginalità nella nostra città e di formazione per gli studenti della Facoltà di Scienze della Formazione. Forse è sempre per questo che per le nostre tesi abbiamo affrontato il problema della povertà e delle nuove povertà, la condizione dei senza dimora e le risposte dei Servizi. Ne sono nati due articoli: il primo, firmato da Federica Filippini, affronta il tema della povertà nella sua multidimensionalità e analizza in particolare la condizione dei senza dimora, il percorso di impoverimento, le difficoltà della vita in strada, il rapporto con la città e i Servizi; il secondo, firmato da Chiara Giustini, si sofferma, invece, sulla figura dell'educatore, sia all'interno dei Servizi rivolti ai senza dimora, sia nel lavoro di strada.

Parole chiave: senza dimora; lavoro di strada; servizi; educatore sociale


  1. I servizi 1.1 I senza dimora, la città e i servizi. La condizione delle persone senza dimora è costellata di sradicamenti lenti, progressivi e che si accumulano, per cui essi alla fine non condividono più gli spazi e i luoghi degli altri cittadini, ed è contraddistinta da immobilismo di fronte al cambiamento, da una sorta di adattamento a una vita di espedienti (che alcuni autori hanno definito “anoressia istituzionale”) e che rappresenta un estremo meccanismo di difesa per evitare ulteriori fallimenti di fronte alla stanchezza fisica e mentale della vita in strada. Dove curarsi, dove lavarsi, dove trovare un cambio di vestiti, dove dormire, dove mangiare (colazione, pranzo e cena distribuiti in luoghi diversi), dove poter ottenere ascolto..., i senza dimora, e più in generale

coloro che si trovano in condizione di povertà ed emarginazione, si destreggiano in questo elenco: questa è la loro città, questi i punti di riferimento che scandiscono la loro giornata. I Servizi sono la rete cittadina dei senza dimora: orari, regole e “soglie” delineano le caratteristiche delle strutture e selezionano anche l’utenza a cui si rivolgono. La difficoltà dei Servizi a incontrare queste persone risiede probabilmente proprio nell’osservanza rigida delle regole e delle prassi di comportamento, a cui si abbina l’isolamento dei senza dimora e la loro progressiva cronicità (più tempo dura la permanenza in strada più diventa difficile un loro rientro in stili di vita “normali”). Le difficoltà nell’attuare interventi efficaci sta dunque nel fatto che il senza dimora non è abbastanza utente in quanto non ha la capacità di usare in parte o del tutto i Servizi presenti sul territorio, ma non appartiene neppure a una tipologia specifica tale da essere “inglobato” in un determinato sistema di Servizi. “Il povero estremo e senza dimora non incarna una tipologia assistenziale codificata per uno specifico e prevalente problema, mentre al contrario, buona parte dell’assistenza è organizzata come offerta di prestazioni in base all’appartenenza a una categoria di bisogni”^1. L’analisi di Gui sul rapporto fra Servizi e senza dimora prosegue in maniera spietatamente lucida colpendo in pieno i limiti dell’intervento pubblico che ha disegnato la figura dell’utente ricalcandola sul concetto di cliente: “il cittadino utente, quindi non è solo colui che utilizza (si avvantaggia) dell’erogazione di prestazioni, è colui che prima è riuscito correttamente a decifrare il proprio bisogno, altrettanto correttamente e tempestivamente ha saputo individuare il servizio preposto a soddisfarlo e si è, quindi, recato ad utilizzare il servizio secondo la prassi più indicata”^2. Per andare incontro alle esigenze di una popolazione estremamente eterogenea come quella dei senza dimora è necessario che siano presenti sul territorio delle strutture di accoglienza diversificate. Queste risorse devono però essere integrate e coordinate fra loro, per non disperdere le energie: il lavoro di rete risulta fondamentale per programmare le tappe di percorsi di uscita dalla povertà estrema, in un continuum che va dalla riduzione del danno, dalla “bassa soglia”, dall’accoglienza “senza nulla in cambio” per dare momenti di tregua alla vita in strada, fino a momenti più strutturati, come gruppi appartamento, comunità alloggio o altro. La bassa soglia dovrebbe (il condizionale è necessario in quanto c’è uno scarto fra definizione/teoria e realtà quotidiana) essere accessibile a tutti senza criteri di accesso e offrire una risposta ai bisogni primari e una relazione

(^1) S. Rossetti, “Nelle vite senza dimora”, in Adultità, Fascicolo 7, Anno 1998, p. 83. (^2) Idem, p. 85.

che si è depositari di vissuti unici e irripetibili, capaci di destare interesse nell’altro, permette di divenire consapevoli che “si è qualcuno”. Infine è importante sottolineare come l’eterogeneità dei vissuti di queste persone è monito per ogni operatore a non abusare delle categorie, che se da un lato semplificano il lavoro e aiutano a incanalare la complessità, dall’altro appiattiscono e omologano le sfaccettature che ogni persona si porta dietro e dentro; è dalla loro unicità che bisogna far nascere qualsiasi progetto, pena il fallimento dello stesso.

1.2. Uno sguardo alla realtà di Bologna. Bologna è una città che offre numerosi Servizi, anche molto diversi fra loro per il tipo di risposte che mettono in campo, le metodologie utilizzate e l’utenza che raggiungono. I senza dimora organizzano il territorio in maniera diversa attraverso i Servizi a loro destinati, creando uno spazio di socializzazione e appartenenze che Paolo Guidicini e Giovanni Pieretti hanno definito “città degli esclusi”: un sistema alternativo “dentro al quale non solo si possono trovare risposte ai bisogni contingenti, ma dove si possono anche sviluppare nuove forme di socialità, di appartenenza, di legami affettivi, amicali, di gruppo”^4 e che si caratterizza per la molteplicità delle risorse offerte. Questo sistema variegato di Servizi della città di Bologna ha un’altra caratteristica: la capacità che i suoi due protagonisti, le persone in condizione di marginalità e i Servizi, hanno sviluppato nel tempo di adattarsi a vicenda e che Pieretti definisce “accoppiamento strutturale”^5. Le strutture incontrate (il dormitorio “Casa del riposo notturno Massimo Zaccarelli” di via Carracci; Piazza Grande e in particolare la Cooperativa “Oltre la strada” e “Fare Mondi” e il Servizio Mobile di Sostegno; il Centro per Lavoratori in Difficoltà, il Pronto Soccorso Sociale e la Casa per donne “Suor Caterina Elkan” dell’Opera Padre Marella; una Casa Famiglia dell’associazione Papa Giovanni XXIII; lo Sportello della Caritas all'interno del Centro di Permanenza Temporaneo; lo Sportello Sociale e il Centro diurno di via del Porto; il dormitorio “Casa del riposo notturno” di via Lombardia; il Servizio Sociale Adulti; il dormitorio “Beltrame”; il dormitorio “Casa del riposo notturno Madre Teresa di Calcutta” di viale Lenin; il Centro d’Ascolto immigrati e lo Sportello per i rifugiati e i richiedenti asilo della Caritas; la Cascina e l’Isola che non c’è) operano i loro interventi su una linea continua immaginaria che va dall’approccio della riduzione

(^4) P. Guidicini, “Città globale e città degli esclusi”, in Guidicini Paolo, Pieretti Giovanni (a cura di), Città globale, città degli esclusi, Milano, FrancoAgeli, 1995, p. 35. (^5) G. Pieretti, “La città degli esclusi: soggetti e strutture”, in Guidicini Paolo, Pieretti Giovanni, (a cura di), Città globale, città degli esclusi, op. cit., p. 41.

del danno a quello comunitario, sempre però cercando di uscire da una logica di pacchetti preconfezionati che relega gli individui a categorie con risposte standardizzate; “le strutture costituiscono un sistema integrato di interventi, scommettono sul diritto alla vita dei soggetti in povertà urbana estrema non considerando necessariamente quest’ultima come una cronicità alla quale adattarsi”^6. La rete dei Servizi cerca di fornire una risposta articolata che superi il problema dei bisogni primari, pur esistente e da non dimenticare, come mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, per puntare a un reinserimento della persona, attraverso percorsi da costruirsi con la persona. Questo tipo di risposta però, come già evidenziato, può essere realmente effettuato solo se alla base c’è un buon lavoro di rete, se le diverse risorse presenti sul territorio cooperano con e per la persona in stato di necessità, offrendo soluzioni diversificate negli obiettivi e nelle metodologie e agevolando il passaggio fra una struttura e l’altra, per garantire un percorso fluido e non fatto di gradini insuperabili, come invece spesso accade. Nel visitare i diversi Servizi di Bologna abbiamo notato alcuni punti critici su cui sarebbe utile una riflessione:  la necessità di rodare ulteriormente il lavoro di rete: si stanno operando dei tentativi, ma sono ancora slegati e in fase embrionale;  la carenza di alloggi a disposizione di queste fasce deboli: dal dormitorio, alle comunità, agli affitti esorbitanti, il passo è troppo lungo;  la presa in carico: deve essere curata maggiormente, devono essere chiare le competenze di ciascun agente sociale, in particolare per coloro che presentano più problematiche gravi (la maggior parte!) gli sforzi dovrebbero essere moltiplicati, invece succede spesso che si mette in atto la “ping pong therapy”^7 , avanti e indietro da un Servizio all’altro;  la “bassa soglia con gradino”, come è stata definita da alcuni operatori: il passaggio di accesso ai dormitori, rappresentato dallo Sportello Sociale, da molti senza dimora non è compiuto, questo per diversi motivi: lo stigma che tale Servizio ha di essere rivolto in particolare a tossicodipendenti, la mancanza di motivazione o di informazioni, l’incapacità di alcune persone di compiere questo primo passo, di fare una fila e sostenere un colloquio, etc. Forse si potrebbe pensare di lasciare un numero di persone da accogliere direttamente gestito dai dormitori e solo in seguito attivare lo Sportello. Inoltre le liste di attesa sono chiuse, ciò è dovuto all’insufficienza dei posti letto rispetto alla

(^6) Idem, p. 45. (^7) A. Fioritti, “Disturbi mentali e abuso di sostanze”, in Povertà e disturbi mentali, Atti del Convegno promosso dalla Caritas diocesana di Bologna tenutosi al Centro S. Petronio (Bologna) tra il 15 Gennaio e il 23 Aprile 2003, p. 23.

loro ruoli. Lo scopo è sviluppare le risorse del soggetto non imponendole dall’esterno, nella certezza della libertà di ognuno di scegliere la vita che preferisce. L’approccio dell’accompagnamento è “fatto di piccoli passi continui, di contrattazioni specifiche; il tratto comune di questi interventi è tenere agganciata costantemente una persona, e offrirle sempre una risposta umana. (...) Il fine è mantenere una persona in vita, ridarle attaccamento alla vita e aiutarla a ritrovare un senso”^9. La relazione con un operatore di riferimento è una risorsa simbolico-affettiva di grande importanza che risponde al bisogno di socialità, sostegno emotivo e affermazione del sé, la presa in carico e la relazione significativa con un operatore è il presupposto per mettere in atto “progetti personalizzati, articolati in tappe, che richiedono una certa durata e investimento nel tempo, ma che tengono conto anche dei diversi tempi di risposta di ciascun assistito”^10. Alla base di questa relazione ci sono pratiche di motivazione e incentivazione, ma anche di negoziazione continua fra l’idea dell’operatore di “giusto e sbagliato” e la libertà del soggetto. La presa in carico deve essere in grado di costruire attorno al soggetto un sistema integrato di risorse da cui attingere, deve riuscire ad attivare interventi di tipo sanitario, abitativo, relazionale, formativo e lavorativo, nella consapevolezza della multidimensionalità del bisogno di cui un senza dimora è portatore. La relazione in questo tipo di intervento è coinvolgente e profonda e necessita da parte dell’educatore sia di un continuo lavoro formativo, sia di una sua buona capacità di mettersi in discussione, da cui deriva la possibilità di calibrare le aspettative sulla base dell’evoluzione della relazione stessa e dei miglioramenti dell’interlocutore. Attraverso i diversi benefits (dai Servizi di prima accoglienza come mense e dormitori, a quelli più strutturati come laboratori, borse lavoro, comunità alloggio), diventati mezzi, strumenti e non più i fini della relazione, “bisogna aiutare a sviluppare nei soggetti processi di maturazione e di crescita umana e sociale in cui è l’operatore lo strumento prevalente”^11.

(^9) G. Pieretti, “Povertà e povertà estreme: elementi di discussione per il servizio sociale”, in C. Landuzzi, G. Pieretti (a cura di), Servizio sociale e povertà estreme: accompagnamento sociale e persone senza dimora, Milano, FrancoAngeli, 2003, p.70. (^10) L. Gui, “L’accesso ai servizi da parte di persone in condizione di esclusione”, in Tra, Diritti&Servizi, Numero I, Anno 16°, Rivista della Federazione Italiana Organismi per le persone senza dimora – FIO.psd, curato dall’Associazione “SANS ABRI”, Marzo 2004, p.56. (^11) G. Pieretti, “Povertà e povertà estreme: elementi di discussione per il servizio sociale”, in C. Landuzzi, G. Pieretti (a cura di), Servizio sociale e povertà estreme: accompagnamento sociale e persone senza dimora, Milano, FrancoAngeli, 2003, p. 72.

In quest’ottica anche le ricadute sono ammesse e non devono necessariamente essere considerate un fallimento. L’intervento è graduale e richiede tempo: “c’è un intervento che va fatto in strada, di primo aggancio, di bassa soglia, ci sono livelli di intervento gradualmente più sofisticati, dei contratti da stipulare con l’utente, la capacità di ripartire da zero, il fatto di capire soprattutto che un intervento può essere perfettamente riuscito anche se dura sette, otto, nove anni. C’è qualcuno che si “mette a posto” in tempi brevi, c’è qualcuno che necessita di tempi lunghi, c’è qualcuno che, forse, non si sistema mai”^12. Dunque ci sono due necessità fondamentali per ogni educatore che si mette in gioco con un senza dimora in un approccio di accompagnamento sociale: la prima è che oltre a saper fare deve saper essere, perché entra in una relazione significativa, instaura un legame forte con un’altra persona, la seconda è la consapevolezza che non esistono due persone uguali e non c’è un punto di arrivo valido per tutti. L’approccio dell’accompagnamento non si esaurisce nella diade educatore soggetto, ma comporta un ulteriore contributo dell’educatore che deve cercare di coinvolgere il tessuto comunitario, attraverso la collaborazione di altri soggetti presenti sul territorio (i familiari della persona quando possibile, altri Servizi, volontari e operatori del terzo settore), per attivare intorno al soggetto un sistema integrato di risorse.

  1. L’educatore nel lavoro di strada. 2.1 Il lavoro di strada. Tutta la storia dell’educazione è caratterizzata da ritorni alla strada: don Bosco, Makarenko, Decroly, Illich, Freire, Don Milani, Lodi… ognuno in modo diverso ha tentato di incontrare i ragazzi per strada e di recuperare un dialogo con loro, al di fuori dell’ambito formale della scuola. Il lavoro di strada quindi non è una novità, rappresenta anzi per certi versi un ritorno della pedagogia alle sue origini: basti pensare, come fa notare Demetrio, all’educazione di Socrate, che insegnava sulle strade di Atene attraverso la conversazione o a Gesù e al suo stile educativo basato sul “farsi carico”, “l’avvicinarsi”, “lo stare con”, a cui fa riferimento Don Luigi Ciotti. La prima caratteristica che specifica il lavoro di strada è appunto la centralità che, in questa modalità di intervento educativo, viene ad assumere la strada: “è nella strada che gli educatori intervengono con tutta la loro personalità, la loro esperienza e la loro competenza, tanto in un lavoro di interrelazione con quanti li interpellano spontaneamente, quanto […] (in un lavoro di scambio con)

(^12) Idem, p. 74.

luogo di contenimento: nell’educatore la persona può trovare un rifugio, un sostegno e un punto di riferimento. Inoltre il lavoro di strada fornisce “agli individui vulnerabili, in conflitto, e ai gruppi antagonisti uno spazio-tempo di negoziazione e regolamentazione, […] una moratoria psicologica, cioè una messa tra parentesi dell’acutezza dei problemi, […] al fine di farne un oggetto di riflessione e di analisi, di ascolto e di intervento”^16. È quindi uno spazio-tempo transizionale, verso l’autonomizzazione del soggetto, intendendo per autonomia non tanto il non avere bisogno degli altri (la dipendenza infatti è una condizione ineliminabile dell’esperienza umana), ma il darsi da sé le proprie regole ed essere responsabile di fronte ad esse. L’educatore di strada, secondo Campedelli, “deve osservare i comportamenti dei soggetti e le dinamiche dell’ambiente in cui questi vivono, relazionarsi con questi soggetti in modo diretto e dialogico, valutare sia i bisogni che esprimono che le risorse di cui dispongono, operare nella normalità sociale e ambientale in cui questi vivono, costruire progetti possibili e condivisi sia con i destinatari, sia con le altre figure operanti, valorizzare la rete delle opportunità formali e informali”^17. Fare lavoro di strada significa quindi lavorare in un setting ricco di risorse, ma altamente ansiogeno e soprattutto privo di protezioni, strutturali o simboliche, che aiutino a gestire relazioni d’aiuto ad alto coinvolgimento emotivo; per questo si parla di educatori e di educatrici di strada come di “acrobati senza rete”^18.

2.2 Le diverse tipologie del lavoro di strada. Le prime esperienze italiane di lavoro di strada si sono sviluppate verso la fine degli anni sessanta, ad opera di singoli e gruppi di volontariato che ricercavano il contatto con gli ultimi e gli emarginati. Marco Rossi Doria rappresenta il primo esempio di “maestro di strada” in Italia: insieme ad alcuni colleghi ha creato una scuola per i ragazzi drop out dei quartieri spagnoli di Napoli. L’Italia non è certo il primo paese a sperimentare il lavoro di strada: iniziative analoghe si stanno portando avanti da molto tempo in Brasile a Belém, con la repubblica del Piccolo Commerciante, e a Bogotà, dove opera dalla Fondazione per l’Assistenza alla Gioventù. Nel nostro paese si è iniziato a parlare di “lavoro di strada” in modo

(^16) Idem, p. 189. (^17) Idem, p. 66. (^18) S. Bella, “Cenerentola non torna a mezzanotte. Trasgredire per educare in strada”, in Adultità, (15), 2002, p. 136.

specifico solo a partire dagli anni ottanta, in seguito allo scambio professionale e culturale con gli operatori francesi e tedeschi. Inizialmente si sono sviluppati tentativi di “educativa territoriale”, cioè interventi volti a supportare nei propri luoghi di minori e adolescenti segnalati dai servizi sociali^19. Presto si è capito che l’intervento sul singolo ragazzo non poteva avere effetti significativi se non si coinvolgevano anche la famiglia e le risorse territoriali. A partire da questa riflessione sono nati altri modi di pensare il lavoro di strada e, di conseguenza, nuove figure professionali:  l’educatore a domicilio, che si occupa del sistema famiglia nel suo insieme;  l’educatore che cerca le risorse e i possibili collegamenti tra di esse. A partire dalla metà degli anni ’80 il lavoro di strada si configura come “azione preventiva delle dipendenze”: gli educatori di strada lavorano con gli adolescenti “a rischio” e sul territorio, nel tentativo di potenziare la comunità locale, scoprire i disagi nascosti, creare collegamenti tra le risorse territoriali e facilitare la comunicazione, interna ed esterna, dei gruppi informali di adolescenti. Successivamente, con il diffondersi dell’HIV, gli educatori di strada si sono impegnati nella “prevenzione dell’AIDS” e nella tutela della salute dei tossicodipendenti. Queste diverse tipologie di lavoro di strada si sono andate affiancandosi l’una alle altre, così che oggi il lavoro di strada comprende interventi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria delle dipendenze, di prevenzione dell’HIV, azioni di sostegno socio-educativo con minori in difficoltà e di promozione sociale delle comunità locali^20. Il mondo del lavoro di strada è quindi una realtà complessa, gli interventi si distinguono per destinatari, obiettivi e metodologie. Il target dei destinatari^21 è ampio e vario, infatti sulla strada vivono diverse tipologie di persone accomunate da una situazione di marginalità o di rischio, alle volte anche di devianza, ma l’intervento del lavoro di strada non è rivolto solo a loro e mira a coinvolgere in modalità e forme diverse tutta la comunità sociale:  persone in situazione di devianza: tossicodipendenti, bande minorili che compiono o meno atti delinquenti, persone coinvolte nella prostituzione;  situazioni a rischio: senza dimora, ragazzi di strada, individui o famiglie multi problematiche;  gruppi informali;  la popolazione giovanile nel suo complesso;  gli adulti preposti a compiti educativi, genitori e insegnanti;  le Istituzioni, i Servizi, le Associazioni;

(^19) Quaderni di animazione e formazione. Il lavoro di strada. Prevenzione del disagio delle dipendenze dell’AIDS. op. cit., p. 6. (^20) Idem, p. 7. (^21) L. Regoliosi, La strada come luogo educativo, Milano, Unicopli, 2000, pp. 75-76.

far valere i propri diritti;  promozione della socializzazione: presa di coscienza dei propri desideri, sviluppo di pensieri propositivi e attivi;  formazione;  accompagnamento e sostegno: azione di cambiamento personalizzata^25 ;  ricerca;  sensibilizzazione e informazione dell’opinione pubblica;  lavoro di rete;  sviluppo dell’intera comunità sociale. Possiamo riassumere le diverse anime del lavoro di strada distinguendo tra interventi di:  riduzione del danno: tenta una separazione per proteggere i soggetti marginali e il resto della popolazione, si tratta di interventi di prevenzione terziaria (evitare danni gravi e permanenti all'interno di situazioni devianti e di rischio e conservare il più a lungo possibile l'integrità biologica, sociale, psicologica) secondo la logica del prendersi cura e dell'abbassare la soglia (setting non strutturati, informali e flessibili, che portano all'instaurazione di legami deboli), attraverso la creazione di unità mobili di strada;  educativa di strada: nasce dalla pedagogia sociale e dalla volontà di superare la logica dei contenitori educativi andando a educare dove vivono le persone, nello spazio della quotidianità e della strada. È rivolta alle aggregazioni informali di adolescenti, in particolare quelle che presentano fattori di rischio e di disagio, per accompagnarle verso percorsi evolutivi positivi che rispondano ai bisogni di crescita, autonomia e relazione dei giovani. Il lavoro di strada ha valenza educativa se è presente l'intenzionalità educativa, la funzione di ascolto, la stimolazione dei processi di apprendimento attraverso il fare esperienze insieme e il narrarle, e la trasmissione dei valori attraverso la valorizzazione del positivo;  mediazione sociale: interviene creando legami e relazioni in contesti territoriali eterogenei, frammentati, poco integrati e conflittuali adottando una prospettiva sistemica ed ecologica. Il conflitto nasce su oggetti scatenanti molto concreti e la mediazione vede nel territorio stesso il luogo competente per la risoluzione del conflitto attraverso l'integrazione socioculturale tra le parti;  sviluppo di comunità: nasce da una lettura dei disagi che non pone al centro il singolo, ma la comunità. Lo sviluppo di comunità è perseguito attraverso l'incremento del senso di appartenenza, l'integrazione dei bisogni, l'empowerment e il senso di responsabilità: si tratta di un modello di intervento sociale, denominato welfare community, che si basa sulla responsabilizzazione, la partecipazione e il coinvolgimento della comunità locale rispetto alla

(^25) Idem, pp. 54-

produzione e gestione di servizi, beni relazionali, ambienti sani, azioni di prevenzione del disagio e promozione dell'integrazione sociale^26.

2.3 L’educatore e l’educatrice di strada. L’educatore di strada non è uno psicologo, né un terapeuta e neppure un sociologo, ma la sua professionalità si gioca nella relazione con l’altro, perciò si può definire come un caregiver o helper, in quanto la relazione e la comunicazione che instaura con le persone che incontra sulla strada possono avere ricadute terapeutiche. Nel suo essere catalizzatore di risorse ha una funzione maieutica, nel senso che Socrate attribuiva a questo termine: si tratta di aiutare la persona, attraverso la relazione instaurata, a trovare dentro di sé le motivazioni, i bisogni, le risposte, le aspettative, partendo dai suoi vissuti, l’educatore lo stimola a “pensarsi” in una condizione non più statica e irrimediabile, ma dinamica ed evolutiva in cui lui è il protagonista e il promotore. Egli inoltre è un “sensore sociale ed occupa uno spazio intermedio che pone in relazione il mondo esterno con l’interno dell’individuo, consentendo di attivare capacità di recupero (resilienza), agendo sul concreto, nella quotidianità, in un rapporto definito appunto di orientamento, previo all’educational counseling vero e proprio”^27. L’educatore di strada è anche un “linking agent”, un attivatore dei diversi nodi (risorse) della rete dei Servizi e delle risorse del territorio: deve collegare, infatti, l’utente col Servizio, coordinarne le risorse, promuovere, quando necessario la presa in carico, sollecitare l’intervento del Servizio e allo stesso tempo l’attivazione del soggetto; egli è contemporaneamente dentro la rete e fuori, posizione scomoda, di sollecitazione, di mobilitazione. Il lavoro di strada si fonda sulla relazione che l’educatore instaura con l’utente: la gestione di questo rapporto, mai dato una volta per tutte, permette la conoscenza reciproca, la possibilità di mediare, di far emergere le domande implicite, di promuovere risorse e di permettere il cambiamento. Il legame che si instaura fra il soggetto in difficoltà e l’educatore di strada è un “legame debole”, tutto si gioca sulla qualità della relazione; per questo chi opera in strada deve possedere alcune capacità relazionali fondamentali, quali: la capacità di osservare, ascoltare, empatizzare, comunicare, pensare (prima di agire), avere pazienza, tollerare la frustrazione, utilizzare le emozioni come strumento professionale di conoscenza, contenere l’ansia, accettare l’altro e se stessi, collaborare, ragionare per cause, apprendere dall’esperienza, cambiare, assumersi la responsabilità nel lavoro e verso

(^26) P. Paroni, Un posto in strada. Gruppi giovanili e intervento sociale, Milano, Franco Angeli, 2004. (^27) Schettini Bruno (a cura di), L’educatore di strada: teoria e metodologia della formazione e dell’intervento di rete, Lecce, Pensa Multimedia, 1998, p. 188.

Da diversi anni le associazioni degli educatori e dei pedagogisti si stanno battendo per l’istituzione di percorsi formativi ad hoc per gli educatori di strada: i problemi da affrontare sono relativi al contenuto, al metodo, al contesto organizzativo e in particolare lo scontro riguarda la scelta di inserire la formazione al lavoro di strada nei corsi per educatori professionali e animatori sociali, prevedere itinerari di specializzazione post-diploma, o predisporre percorsi di aggiornamento sul campo.

2.4 Il lavoro di strada tra motivazioni e rischi. Dopo questa panoramica sulle diverse realtà accomunate nel termine “lavoro di strada” e sulla figura dell’operatore di strada, possiamo analizzare i punti forti e i punti deboli di questi interventi e prospettare eventuali ipotesi di sviluppo nel futuro. Lo sviluppo del lavoro di strada è il portato del bisogno di trovare forme alternative alle politiche socio-educative effettuate nei centri e nei servizi di accoglienza, che si sono rivelate inefficaci. Da un lato infatti ci si è resi conto del fatto che molti soggetti, pur vivendo in situazioni di disagio e problematicità, non si rivolgono a nessun Servizio, dall’altro lato si è sentita l’esigenza di prevenire il disagio. Un altro motivo che ha contribuito all’espandersi del lavoro di strada è il fascino esercitato sugli operatori dalla nuova metodologia di lavoro, basata sull’idea di uscire dai Servizi per andare incontro agli utenti. Ma l’uscita dai Servizi e dalla formalità comporta anche il confronto obbligato con l’incertezza e con i rischi propri di un lavoro “senza protezioni”; infatti fin da subito è apparso chiaro che fare lavoro di strada significa convivere con l’incertezza di una situazione di informalità e perennemente sperimentale, in cui nulla è garantito e neppure la relazione educatore-utente può essere data per scontata, ma risulta fragile e incerta, mai conquistata una volta per tutte, con il rischio di produrre false alleanze e collusioni, di sovrapporre le proprie motivazioni e intenti alla libertà e all’autonomia del soggetto o di adeguarsi alla situazione senza modificarla. Vi è inoltre il rischio è che gli educatori, interagendo con i bisogni di riconoscimento di quanti vivono in strada, facciano propria questa esigenza di riconoscimento formale, assumendo a loro volta nei confronti delle istituzioni lo stesso ruolo. Un altro ambito problematico concerne la capacità degli operatori che lavorano in strada di “rimanere opachi”^30 : riuscire ad essere visibili agli utenti e si Servizi con cui si lavora in rete, ma rimanere relativamente invisibili al resto del mondo. Non si mette in dubbio l’utilità del lavoro di strada nei confronti dei tossicodipendenti, dei senza dimora, delle prostitute, dagli stranieri… ma si chiede agli operatori di farlo con discrezione e soprattutto lontano dagli occhi dei cittadini “normali”. Solo in un secondo tempo è possibile pensare ad un allargamento del consenso, nel frattempo occorre saper gestire gli inevitabili conflitti. Il malinteso tra mandato

(^30) C. Renzetti, “Le forme del malinteso nella vita dei servizi a bassa soglia”, nell’Inserto di Animazione Sociale, (1), Gennaio 2002, p. 46.

istituzionale, risorse umane e istanze dei fruitori del Servizio è il pane quotidiano di chi opera nel lavoro di strada, ma secondo Renzetti, questo non capirsi è la “condizione affinché le persone e i sistemi organizzativi siano costretti a spiegarsi meglio per stabilire modelli di convivenza continuamente aggiornati”^31. Vi sono poi critiche che hanno accompagnato gli interventi di riduzione del danno fin dal loro sorgere e si sono estese al lavoro di strada e alla bassa soglia in genere:

  1. la distribuzione di siringhe incentiva l’uso di sostanze illegali e l’offerta di profilattici incentiva la prostituzione;
  2. l’accoglienza di stranieri clandestini accentua il flusso di immigrati;
  3. gli interventi di riduzione del danno hanno contenuto la diffusione dell’AIDS, ma hanno portato molti consumatori all’utilizzo di sostanze meno gestibili, ad esempio la cocaina;
  4. le unità mobili e i centri pensati come luogo di aggregazione, socializzazione, informazione e riduzione del danno diventano sempre più teatro di attività illecite e di disturbo della quiete pubblica;
  5. la cultura della riduzione del danno favorisce negli utenti atteggiamenti aggressivi di rivendicazione di prestazioni sanitarie;
  6. gli operatori dei Servizi a bassa soglia inviano messaggi contrastanti rispetto agli orientamenti dei sistemi formali di cura^32. Renzetti, di fronte a queste critiche e all’ostilità che circonda il lavoro di strada, propone di attuare alcune strategie per ridurre il malinteso:  ospitare il nemico: permettere agli oppositori di fare esperienza diretta degli interventi da loro criticati, direttamente o attraverso la documentazione di chi opera nel settore;  restare in gioco cambiando gioco: ridefinire i rapporti tra equipe di strada e forze dell’ordine, creando spazi di confronto e formazione, verso una collaborazione e una comune intesa;  gestire il rischio: la gestione del rischio , portando alla luce tutto ciò che è dannoso alla salute, permette di analizzarlo, valutarlo e correggerlo, orientando le persone alla riduzione del danno^33. I problemi evidenziati dalle esperienze di lavoro di strada finora attuate, sembrano essere collegati anche all’impreparazione di molti operatori, la superficialità con cui il lavoro di strada viene affrontato da molti enti, la presenza di una forte prospettiva di intervento individualistico e correzionale, l’isolamento degli interventi di strada e la forte centratura sul fare che caratterizza il lavoro degli operatori. Su questi punti occorre sviluppare una riflessione per migliorare la

(^31) Idem, p. 44. (^32) Idem, p. 47. (^33) Idem, p. 49.

costruire e, perché no, per incominciare a pensare diversamente la strada. E la scuola”^36. E, aggiungerei io, i Servizi.

Conclusione

La povertà ci interroga: quando camminando per strada ci imbattiamo in chi su quella strada vive, quando facciamo i conti e ci chiediamo come arrivare a fine mese, quando pensiamo al nostro futuro e vediamo solo instabilità. Ma ci interroga anche come studentesse universitarie e come educatrici professionali. Riteniamo infatti che i cambiamenti nel fenomeno della povertà richiedano risposte a livello sociale, politico, di ricerca e di welfare state. Nel nostro lavoro abbiamo evidenziato come la povertà sia un fenomeno dinamico e come tutti oggi siamo più fragili ed esposti al rischio di impoverimento; abbiamo descritto come si diventa senza dimora, come si vive da senza dimora; abbiamo analizzato il sistema dei Servizi riflettendo in particolare su alcuni nodi problematici: il lavoro di rete ancora troppo limitato, la categorizzazione degli utenti, le soglie di accesso. Pensiamo sia importante ripensare il lavoro dei Servizi che si occupano della marginalità e della povertà urbana estrema: ad esempio passando dalla categoria di povertà al povero che si ha di fronte, dal pacchetto preconfezionato al percorso di accompagnamento sociale, dallo scambio di informazioni alla rete, dall'erogazione di benefits alla relazione. Inoltre pensiamo sia molto importante anche uscire dai servizi, andare sulla strada per incontrare chi non è utente, non lo e più e forse non lo sarà mai e quindi investire sul lavoro di strada. In ogni caso lo strumento principale di ogni intervento è l'educatore, per cui la priorità forse dovrebbe essere la formazione, la supervisione e il lavoro d'equipe.

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(^36) Idem, p. 118.

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