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La Divina Commedia, Dante Alighieri, Tesi di laurea di Letteratura Italiana

Questo documento contiene un capitolo essenziale per poter scrivere una tesi sulla figura di Dante Alighieri.

Tipologia: Tesi di laurea

2024/2025

In vendita dal 17/09/2025

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1.2.3: La Divina Commedia
«Se la Commedia riflette una vita, cioè la sua vita, è perché tale vita il poeta si
era sforzato di amarla di grandi idee e solenni aspirazioni: le idee e le aspirazioni
che dovevano dare un significato eterno al suo poema»1. Come sappiamo Dante
alla morte di Beatrice si dedicò alla filosofia, tale disciplina generò in lui una sorta
di superbia intellettuale che lo condusse lontano dalla religiosa spiritualità di
Beatrice. In seguito, però trovò l'accordo tra la filosofia e la teologia, il quale
aveva come unico scopo quello di guidare gli uomini “a scienza e vertù”. Si
accorse che per un compito così importante il linguaggio arido della filosofia era
insufficiente; dunque, ricorse alla necessità di parlare alla ragione e al
sentimento, affermando che l'uomo non è soltanto un essere razionale, come
insegnava la filosofia, ma è anche dotato di intelletto ed amore. Dante affronta le
questioni filosofiche dibattute al suo tempo quelle inerenti alla salvezza, al libero
arbitrio e alle funzioni dell'anima umana. Il viaggio è anche un viaggio letterario
in cui Dante ripercorre la sua formazione e la sua storia di poeta non a caso nel
quarto canto dell'
Inferno
Dante si colloca come unico e degno erede della più alta
tradizione classica ponendosi al seguito di Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio e
Lucano. Il nostro poeta conobbe altre narrazioni di viaggi nell'oltretomba
ricordiamo la
Visio Sancti Pauli
risalente all'XI secolo, ove l'inferno è
marionettistico con gli avari sospesi ad un albero, gli impenitenti arsi in una
fornace e altri peccatori nella bocca del Balzebù. La
Navigatio Sancti Brandani
di
origine irlandese, la quale tratta di un'isola romanzesca, dei peccatori e del
tormento. La
Visio Tungdali
proveniente sempre dall’Irlanda, Tundalo visse nel XII
secolo probabilmente e alla sua morte la sua anima compì un viaggio nei regni
dell'oltretomba ritornando poi nel corpo dopo aver visto cose raccapriccianti
1 IVI, pag. 3
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1.2.3: La Divina Commedia

«Se la Commedia riflette una vita, cioè la sua vita, è perché tale vita il poeta si era sforzato di amarla di grandi idee e solenni aspirazioni: le idee e le aspirazioni che dovevano dare un significato eterno al suo poema»^1. Come sappiamo Dante alla morte di Beatrice si dedicò alla filosofia, tale disciplina generò in lui una sorta di superbia intellettuale che lo condusse lontano dalla religiosa spiritualità di Beatrice. In seguito, però trovò l'accordo tra la filosofia e la teologia, il quale aveva come unico scopo quello di guidare gli uomini “a scienza e vertù”. Si accorse che per un compito così importante il linguaggio arido della filosofia era insufficiente; dunque, ricorse alla necessità di parlare alla ragione e al sentimento, affermando che l'uomo non è soltanto un essere razionale, come insegnava la filosofia, ma è anche dotato di intelletto ed amore. Dante affronta le questioni filosofiche dibattute al suo tempo quelle inerenti alla salvezza, al libero arbitrio e alle funzioni dell'anima umana. Il viaggio è anche un viaggio letterario in cui Dante ripercorre la sua formazione e la sua storia di poeta non a caso nel

quarto canto dell' Inferno Dante si colloca come unico e degno erede della più alta

tradizione classica ponendosi al seguito di Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio e Lucano. Il nostro poeta conobbe altre narrazioni di viaggi nell'oltretomba

ricordiamo la Visio Sancti Pauli risalente all'XI secolo, ove l'inferno è

marionettistico con gli avari sospesi ad un albero, gli impenitenti arsi in una

fornace e altri peccatori nella bocca del Balzebù. La Navigatio Sancti Brandani di

origine irlandese, la quale tratta di un'isola romanzesca, dei peccatori e del

tormento. La Visio Tungdali proveniente sempre dall’Irlanda, Tundalo visse nel XII

secolo probabilmente e alla sua morte la sua anima compì un viaggio nei regni dell'oltretomba ritornando poi nel corpo dopo aver visto cose raccapriccianti (^1) IVI, pag. 3

come Lucifero su una graticola e i demoni che attizzavano il fuoco. Il purgatorio di

San Patrizio sempre proveniente dall’Irlanda e la Visio Alberici del XII secolo. Tali

opere potrebbero essere considerate precursori di Dante ma quelle rappresentazioni rozzamente atroci non avevano paragoni con il nostro poeta, poiché egli utilizza l'arte che supera quelle visioni infantili. Il titolo originario fu

Commedia, il “divina” fu aggiunto in seguito dal Boccaccio quando nel 1373 fu

chiamato dal Comune di Firenze a leggere e a commentare nella chiesa di Badia l'opera di Dante, pubblicato poi da Ludovico Dolce nel 1555. Tale opera viene

chiamata Commedia perché, come una commedia, ha un principio triste e il fine

lieto, si serve dello stile mezzano, ovvero uno stile comico e non dello stile alto, il quale viene utilizzato per argomenti tragici. Dante peccatore cercava di uscire dalla selva oscura con l'aiuto della ragione e con la conquista della verità e della salvezza. Affermava che per rinnovare la società è necessario rinnovare in primis se stessi, la verità è offerta dai filosofi come Aristotele definito maestro di coloro che sanno, dai padri della Chiesa e da San Tommaso. Quando tratta della selva oscura egli fa riferimento all'età adolescenziale. Nel medioevo valevano ancora le regole imposte da Aristotele, il quale affermava che esistevano tre stili della poetica, ovvero il tragico per le opere di grande importanza, l’elegiaco per le composizioni in cui prevaleva il sentimento come la poesia d'amore e la lirica in genere e il comico uno stile definito anche medio che si addiceva di più all'opera immaginata da Dante. L'allegoria, l'insegnamento e il ragionamento vengono messi da parte dall'artista, il quale mette in risalto le creature della sua fantasia, mostrandole al lettore. Dante stesso sente con viva passione e si immedesima con esse, si innamora dello strumento e trascura il fine. Lo strumento è considerato vita, natura, umanità e poesia mentre il fine è il concetto. Il poeta non sente questa materia come dottrina, ma la vive come forma essenziale del

vita fantastica»^2. È preso anche lui dal francescanesimo, esso si diffuse nel XIII secolo; infatti, troviamo dei segni nel suo poema, il quale può essere considerato mistico e umano, sacro e laico, un poema considerato mediatore fra sanità della dottrina e l'umiltà del volgo con lo strumento della lingua comune al posto della

lingua Latina. Continui i richiami agli episodi sia dell’ Eneide che dei Testi Sacri in

tutta l'opera, in questo modo fa sì che ci sia continuità fra il pensiero degli antichi e quello cristiano, tra moralità dei Romani e l'etica cristiana. Dante tramite l'Io cristiano o io narrante, narra in prima persona l'esperienza esistenziale, l'Io però va distinto tra il Dante-autore e il Dante-personaggio o viandante, il primo è

l' auctor ovvero colui che racconta in modo onnisciente il viaggio come

esperienza conclusa, utilizza il tempo presente o futuro, il secondo al contrario è

il viator ovvero il protagonista del viaggio la cui prospettiva è interna, utilizza il

passato remoto. Dante si sforza sempre di rinsaldare la propria identità con il protagonista del viaggio. La dimensione autobiografica la ritroviamo in diverse figure come quella di Beatrice, di Brunetto Latini, di Forese Donati e soprattutto nelle numerose profezie riguardanti l'esilio. Inoltre, Dante prova forti emozioni come la paura, la compassione e la vergogna. Il nostro poeta può essere

considerato Everyman poiché si fa portavoce del messaggio universale

ponendosi come qualsiasi uomo. La Divina Commedia si basa principalmente sul

conflitto tra il papato e l'impero, il quale influisce gravemente sulla concezione politica di Dante, egli infatti tratta di una Firenze decaduta a livello sociale e morale, la quale è stata la causa dell'esilio dei cittadini onesti. Come ben sappiamo Bonifacio VIII fu schiaffeggiato dai Colonna ad Anagni, quest’umiliazione doveva essere motivo di soddisfazione per Dante, ma egli disapprovava il comportamento inqualificabile dei Colonna, poiché vedeva nel (^2) IVI, pag.

pontefice Cristo stesso. Egli non si fa vincere dal desiderio di vendetta e non gode per la disgrazia del nemico superbo caduto nelle mani degli oppositori senza scrupoli. Pier delle Vigne era pronotaro di Federico II, egli era vittima innocente dell'invidia, la quale viene citata come il primo dei mali di Firenze, poiché dall'invidia ebbero origine i contrasti e le lotte tra i cittadini. Dice Ciacco:” La tua città ch’e è piena/ d’ invidia sì che già trabocca il sacco”, queste parole le

leggiamo nel canto VII dell' Inferno. Inseguito Dante la unirà alla superbia e

all'avarizia con le quali compone Le tre faville c'hanno i cuori accesi. Nel trittico

dei canti di Sordello è sintetizzata la concezione politica di Dante, la quale viene commisurata alla situazione storica, inoltre sappiamo che l’aquila imperiale è simbolo vivente del suo ideale politico, poiché è il simbolo di quell'impero al quale è affidato direttamente da Dio il potere di amministrare la giustizia sulla terra. L'invettiva trae spunto proprio dall'abbraccio tra Sordello e Virgilio, due mantovani uniti dall'amor di patria. Loro differiscono dagli italiani, i quali da tempo si dilaniano in seno ad ogni città. Della più grande opera di Dante restano circa settecento manoscritti, alcuni di essi sono datati ma nessuno è la copia autografa di Dante, il più antico risale tra il 1329 e il 1330. È presente una

testimonianza definita l'epistola di frate Ilaro, tale documento epistolare è

tutt'oggi conservato. Frate Ilaro era un humilis monacus del convento di Santa

Croce del Corvo al confine tra la Toscana e la Liguria. Egli scrisse ad Uguccione della Faggiuola per raccontargli che un uomo, non menzionato ma paragonabile a Dante, diretto al di là dei monti, attraverso la diocesi entrò nel monastero. Lo stesso Ilaro conosceva il visitatore per fama, il nostro poeta estrasse dalla tasca

un libretto dicendo: “ Ecce -dixit- una pars operis mei, quod forte nunquam vidisti.

Talia vobis monumental relinquo, ut mei memoriam firmus teneatis” ovvero

“Ecco una parte della mia opera che forse non hai mai visto. Questo ricordo lascio

completa della Commedia fu curata dal figlio Jacopo, mentre la prima edizione a

stampa si ebbe nel 1472. Dante parte da Gerusalemme, il viaggio immaginario dura una settimana dal Venerdì Santo dell’8 aprile 1300 sino al giovedì dopo Pasqua ovvero il 14 aprile dello stesso anno. Dante sceglie la settimana di Pasqua per tre ragioni, per la sua condizione di peccatore in cerca di redenzione, tale è il simbolo della Pasqua, il secondo motivo è che la Pasqua cade in primavera e per questo c'è il rinnovamento della stagione e della vita e infine perché il 1300 fu l'anno Santo dedicato al ripensamento spirituale. Il primo canto ha la funzione di introdurre l'opera ma può apparire disorientante, dal momento in cui non è chiaro se esso sia una visione mistica, poiché Dante stesso afferma di essere “pieno di sonno”, non si comprende se si tratti di sonno della coscienza o sonno in

senso letterale. Sappiamo però che la Commedia va letta al di là del senso

letterale poiché è di carattere allegorico. L'allegoria è un procedimento della cultura medievale, consiste nel riconoscere significati altri rispetto a quelli espressi nella lettera del testo, si tratta di una tecnica polisemica che permette di interpretare diverse parti del testo senza forzarne la lettura. Dinnanzi alle tre fiere ovvero la lonza, la lupa e il leone, che rappresentano i vizi umani, i quali tentano di ricacciarlo nella selva oscura e dell'orrore, egli si sente tremar le vene

e i polsi per il terrore di quella ricaduta senza scampo. Alcune parole della Divina

Commedia infatti hanno un senso simbolico e allegorico in questo caso la lupa

dantesca è un animale in senso letterale, ma tale parola ci richiama alla mente la voracità e la cupidigia, dunque diventa simbolo dell'avarizia e dell'avaro. La lonza invece nel suo significato letterale indica la fiera dal mantello screziato, nel suo significato simbolico indica la lussuria e infine nel suo significato allegorico- politico indica la Firenze divisa tra i guelfi bianchi e guelfi neri. Il Leone invece nei suoi significato letterale sta a significare una fiera nota per la sua forza, nel suo

significato simbolico indica la superbia e nel suo significato allegorico-politico indica il Regno di Francia. Beatrice scende nel Limbo per sollecitare il soccorso di Virgilio verso Dante, il quale è smarrito nella selva oscura ed è minacciato dalle fiere. Virgilio stesso obbedisce alla donna, la quale ha «un moto di femminilità irresistibile»^3. Lui parla a Dante con quella terzina soavissima: Poscia che m’ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lacrimando volse; per che mi fece del venir più presto. Con Virgilio, il quale viene mandato dalla Vergine per mezzo di Lucia e di

Beatrice, varca la porta dell' Inferno, qui sovrasta la scritta disperata.

Alla prima vista di lucifero enorme e spaventoso, il nostro poeta viene colto da crisi di stanchezza, avute nuovamente nell'arrampicata faticosissima fra la sesta e la settima bolgia. La psicologia di Dante sarà di tipo riflesso, ovvero una reazione di pietà, di ironia, di curiosità, di sdegno e di vendetta alle parole dei dannati. Tra l'antinferno e l'inferno scorre il fangoso Acheronte, attraverso il quale Caronte, la prima figura mitologica, con la sua barca trasporta le anime da una riva all’altra. Caron dimonio, così definito, ha gli occhi di fiamma, è rude e cruccioso. Dante, perduti sensi sulla riva del fiume, al suo risveglio si trova sulla (^3) IVI, pag. 3

pioggia, grandine e neve, vengono inoltre offesi dai latrati del cane tricipite Cerbero e lacerati dai morsi di lui. Gli avari e i prodighi presenti nel quarto cerchio vengono distinti in due schiere ambulanti intorno a due semicerchi e spingenti col petto massi pesanti. Gli iracondi e gli accidosi li troviamo nel quinto cerchio ossia nella palude Stige, i primi vengono sbranati bestialmente mentre i secondi covano sotto il fango la loro accidia per sopravvivere alla morte. Il Dio della ricchezza, chiamato Pluto fa la guardia agli avari e ai prodigi mentre Flegiàs, un personaggio della mitologia greca, fa la guardia alla palude Stige. Il Minotauro, una creatura mostruosa e bestiale, fa la guardia ai violenti presenti nel settimo cerchio. Essi si distribuiscono in tre gironi, una pianura percorsa dal fiume di sangue bollente Flegetonte, nel quale vengono tuffati i violenti contro il prossimo, i feritori e gli omicidi saettati dai centauri, troviamo poi una selva paurosa che racchiude nelle piante secche e avvelenate le anime di violenti contro la propria persona quindi coloro che sono morti per suicidio, mentre i violenti contro i propri averi sono rincorsi e sbranati da nere cagne. Infine, troviamo una landa infuocata sulla quale piovono falde di fuoco a punizione dei violenti contro Dio, l'arte e la natura. Troviamo poi il regno della frode nella quale l'anima peccatrice più si degrada, poiché sta a indicare l'abuso della ragione. Anche in questo regno c'è una distinzione, dipende se essa viene esercitata verso chi non si fida o verso chi si fida e quindi è disarmato. Dante invoca le Muse al

principio del II canto dell’ Inferno. Nel Purgatorio invocherà Calliope e Apollo. Le

invocherà nuovamente nelle prime pagine del Paradiso, ma in questo caso sono

solo immagini di ispirazione poetica. Tuttavia, le Muse non sembrano invocate solo per imitazione della tradizione classica, il suo scopo è incarnare in queste creature del mito pagano la sua ansia di canto e di luce superiore. “La faccia della donna che qui regge” con queste parole Farinata allude a Proserpina, regina

dell’Averno pagano e incarnazione infernale della stessa divinità rappresentata dalla luna, dimentica che nell'inferno di Dante non c’è una regina e che Lucifero non è Plutone. In questo modo Dante rende omaggio ancora una volta al fascino

del mondo antico. Nel secondo canto dell' Inferno il nostro poeta manifesta a

Virgilio i suoi timori per il viaggio, egli infatti non si ritiene degno di tale impresa, poiché solo due uomini l'avevano compiuto, ovvero l’eroe del mondo classico

Enea e San Paolo. Il modello virgiliano dell’ Eneide viene ripreso da Dante poiché

riconosce tale testo come portatore di valori religiosi e profetici e poiché esso gli fornisce immagini e spunti poetici, tra cui la descrizione dei mostri infernali. Di

Paolo egli fa riferimento alla seconda Epistola ai Corinzi dove l'apostolo afferma

di essere stato rapito al cielo. La Commedia in realtà però si spinge ben oltre

quella che è la tradizione latina delle visiones e quella dei poemetti allegorici in

volgare, Dante concepisce un poema sacro senza precedenti, possiamo parlare

di un unicum straordinario. Nel Purgatorio troviamo Stazio, un poeta latino,

liberato dal girone degli avari e prodighi, non viene collocato nel limbo perché si convertì segretamente al cristianesimo. Storicamente non è possibile affermare questa cosa, ma al tempo di Dante giravano tante leggende. Egli accompagna Dante e Virgilio sino al Paradiso Terrestre ove incontrano il cantore Enea. Alla sua vista, Stazio dimentica di essere ombra e tenta di abbracciargli le ginocchia. Il

Paradiso è il regno della verità assoluta, essa può essere vista e descritta dal

poeta dopo che è stato deterso da ogni impurità nell'attraversare i regni inferiori. Ma questa verità è descritta più che insegnata, poiché sono tesi di teologia, filosofia, morale e fisica, svolte dai beati e da Beatrice. Proprio i Beati danno a Dante una lezione d’amore. Il materiale di pensiero viene attinto dalla tradizione medievale, è l'energia attiva dell'uomo terreno che prende la rivincita sulla