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La Ginestra - Leopardi, Appunti di Italiano

Appunti chiari e approfonditi sulla ginestra di Leopardi - strofa 1

Tipologia: Appunti

2024/2025

Caricato il 20/11/2025

Cosimojsjsksk
Cosimojsjsksk 🇮🇹

3 documenti

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Ginestra O flore del deserto
La ginestra fu composta nel 1836 a Torre del Greco, presso villa Ferrigni, alle falde del Vesuvio. Venne pubblicata postuma nel 1845 da Antonio Ranieri; a
Napoli Leopardi prima della sua morte vede il Vesuvio che nel 79 d.C. distrusse Ercolano e Pompei.
L’opera consta di 317 versi, sette strofe di endecasillabi e settenari Ogni strofa si chiude con rima ed endecasillabo.
Il tema della prima strofa è L’opposizione tra il deserto e la ginestra e il valore simbolico del fiore.
la ginestra si apre con un’epigrafe in greco antico che
polemizza Sulle idee contemporanee:
Le tenebre per Leopardi rappresentano la fede nel
progresso e nell’uomo, la luce invece la consapevolezza
della tragicità della condizione umana .
Leopardi mentre si trova sulle
brulle pendici del Vesuvio, si
rivolge all’odorata ginestra
che sparge i suoi rami solitari.
Il monte è definito
formidabile, dall’etimologia
latina della parola formido
cioè timore
Qui sulle brulle pendici
Del terribile vulcano
Vesuvio, il distruttore delle genti,
che non sono rallegrate da nessun altro
albero né fiore,
spargi i tuoi rami solitari,
o profumata ginestra,
felice di trovarti nei deserti. Ti vidi anche
Abbellire con i tuoi cespi le campagne
disabitate che circondano Roma
la quale fu dominatrice di popoli un tempo,
e con il loro aspetto severo e silenzioso
sembrano rendere al viandante una
testimonianza della potenza ormai perduta.
Ti rivedo ora su questo suolo,
amante di luoghi tristi e abbandonati dalla
gente, tu che sei compagna di sorti
sventurate.
Queste distese, cosparse di ceneri non
produttive e ricoperte
di Lava solidificata
Che risuona sotto i passi del viandante;
Dove il serpente si annida e si contorce sotto
il sole, e dove il coniglio torna all’abituale tana
tra le caverne;
queste distese furono villaggi prosperi e
campagne coltivate, e biondeggiarOno di
spighe e risuonarono
di muggiti di mandrie.
Giardini e regge furono
Un gradito rifugio
Per gli ozi dei potenti; e ci furono città
famose
Che il vulcano superbo con i suoi torrenti di
lava eruttata dalla sua bocca di fuoco
seppellì, insieme ai suoi abitanti. Ora qui
intorno la desolazione avvolge tutto, là dove
tu hai radici, o fiore gentile, e come per
commiserare i danni prodotti da altri, Spandi
verso il cielo un profumo assai dolce, che
allieta il paesaggio desertico.
In questi luoghi deserti si rechi chi è solito
lodare in maniera esaltata la condizione
umana, e si renda conto di quanto la natura ci
ami. E qui potrà anche giudicare in modo
corretto
la potenza del genere umano, che la natura
crudele, quando l’uomo meno se l’aspetta,
con una scossa impercettibile in parte
distrugge in un momento e può con scosse un
poco più forte annientare del tutto.
Leopardi sull’arida schiena del
Vesuvio ritorna a vedere la
ginestra, che con i suoi rami
simboleggia la presenza
dell’antica città a coloro che
passano guardandola
Alle falde del Vesuvio
nell’antichità sorgono
sontuose ville, dove i
romani vanno in
villeggiatura. Ma dopo
l’eruzione del 79 d.C.
tutto ormai è
desolato e resta solo
la ginestra che emana
un profumo soave che
consola questi luoghi
ormai desertici
Qui vediamo l’idea della natura
matrigna di Leopardi: l’uomo di
fronte ad essa non può nulla
Canti
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maturita
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G. Leopardi, Canti

XXXIV – La ginestra o il fiore del deserto

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre

che la luce.

GIOVANNI, III, 19.

Qui su l’arida schiena

del formidabil monte

sterminator Vesevo,

la qual null’altro allegra arbor né fiore,

tuoi cespi solitari intorno spargi, 5

odorata ginestra,

contenta dei deserti. Anco ti vidi

de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade

che cingon la cittade

la qual fu donna de’ mortali un tempo, 10

e del perduto impero

par che col grave e taciturno aspetto

faccian fede e ricordo al passeggero.

Or ti riveggo in questo suol, di tristi

lochi e dal mondo abbandonati amante 15

e d’afflitte fortune ognor compagna.

Questi campi cosparsi

di ceneri infeconde, e ricoperti

dell’impietrata lava,

che sotto i passi al peregrin risona; 20

dove s’annida e si contorce al sole

la serpe, e dove al noto

cavernoso covil torna il coniglio;

fûr liete ville e cólti,

e biondeggiâr di spiche, e risonâro 25

di muggito d’armenti;

fûr giardini e palagi,

agli ozi de’ potenti

gradito ospizio; e fûr città famose,

che coi torrenti suoi l’altèro monte 30

dall’ignea bocca fulminando oppresse

con gli abitanti insieme. Or tutto intorno

una ruina involve,

ove tu siedi, o fior gentile, e quasi

i danni altrui commiserando, al cielo 35

di dolcissimo odor mandi un profumo,

che il deserto consola. A queste piagge

venga colui che d’esaltar con lode

il nostro stato ha in uso, e vegga quanto

è il gener nostro in cura 40

all’amante natura. E la possanza

qui con giusta misura

anco estimar potrà dell’uman seme,

cui la dura nutrice, ov’ei men teme,

con lieve moto in un momento annulla 45

in parte, e può con moti

poco men lievi ancor subitamente

Nella prima strofa il poeta si rivolge alla ginestra ( tuoi cespi , 5; ti vidi , 7; ti riveggo , 14…), l’unica pianta che cresce sulle pendici del Vesuvio e con il suo profumo le rallegra. Già ( anco ) l’aveva vista nelle contrade, ora spopolate, attorno a Roma, dove sembra ricordare ai passanti il glorioso passato perduto. Ora la rivede sul suolo deserto del vulcano, dove è l’ amante di luoghi tristi e abbandonati e la compagna costante nei destini ( fortune ) dolorosi. La ginestra ha dunque sempre un ruolo di sostegno affettuoso. Ricorda il passato di questi luoghi, un tempo ricoperti di fertili campi e pascolo di mandrie di animali, sede di palazzi e giardini (romani) e di città famose. Tutto fu però coperto dall’eruzione (nel 79 d. C., ma molte altre si sono poi succedute. Ad esempio, nel periodo in cui L. è a Napoli, se ne registrano due). Ora tutt’intorno è avvolto dalla desolazione, ma la ginestra fiore gentile sembra commiserare i danni altrui esalando un profumo che il deserto consola. Invita infine, con amara ironia, tutti coloro che esaltano positivamente la condizione umana a osservare qui ( a queste piagge , cioè su questi pendii) quanto la natura ami la nostra specie ( gener nostro , 40); a considerare quanto è potente l’essere umano (letteralmente l’uman seme , è la discendenza umana), che può essere annullato in parte da un lieve moto della natura proprio ov’ ei men teme , cioè dove si sente più sicuro, e con moti poco men lievi , e anche improvvisamente, completamente annientato. Ginestra O flore del deserto La ginestra fu composta nel 1836 a Torre del Greco, presso villa Ferrigni, alle falde del Vesuvio. Venne pubblicata postuma nel 1845 da Antonio Ranieri; a Napoli Leopardi prima della sua morte vede il Vesuvio che nel 79 d.C. distrusse Ercolano e Pompei. L’opera consta di 317 versi, sette strofe di endecasillabi e settenari Ogni strofa si chiude con rima ed endecasillabo. Il tema della prima strofa è L’opposizione tra il deserto e la ginestra e il valore simbolico del fiore. la ginestra si apre con un’epigrafe in greco antico che polemizza Sulle idee contemporanee: Le tenebre per Leopardi rappresentano la fede nel progresso e nell’uomo, la luce invece la consapevolezza della tragicità della condizione umana. Leopardi mentre si trova sulle brulle pendici del Vesuvio, si rivolge all’odorata ginestra che sparge i suoi rami solitari. Il monte è definito formidabile, dall’etimologia latina della parola formido cioè timore Qui sulle brulle pendici Del terribile vulcano Vesuvio, il distruttore delle genti, che non sono rallegrate da nessun altro albero né fiore, spargi i tuoi rami solitari, o profumata ginestra, felice di trovarti nei deserti. Ti vidi anche Abbellire con i tuoi cespi le campagne disabitate che circondano Roma la quale fu dominatrice di popoli un tempo, e con il loro aspetto severo e silenzioso sembrano rendere al viandante una testimonianza della potenza ormai perduta. Ti rivedo ora su questo suolo, amante di luoghi tristi e abbandonati dalla gente, tu che sei compagna di sorti sventurate. Queste distese, cosparse di ceneri non produttive e ricoperte di Lava solidificata Che risuona sotto i passi del viandante; Dove il serpente si annida e si contorce sotto il sole, e dove il coniglio torna all’abituale tana tra le caverne; queste distese furono villaggi prosperi e campagne coltivate, e biondeggiarOno di spighe e risuonarono di muggiti di mandrie. Giardini e regge furono Un gradito rifugio Per gli ozi dei potenti; e ci furono città famose Che il vulcano superbo con i suoi torrenti di lava eruttata dalla sua bocca di fuoco seppellì, insieme ai suoi abitanti. Ora qui intorno la desolazione avvolge tutto, là dove tu hai radici, o fiore gentile, e come per commiserare i danni prodotti da altri, Spandi verso il cielo un profumo assai dolce, che allieta il paesaggio desertico. In questi luoghi deserti si rechi chi è solito lodare in maniera esaltata la condizione umana, e si renda conto di quanto la natura ci ami. E qui potrà anche giudicare in modo corretto la potenza del genere umano, che la natura crudele, quando l’uomo meno se l’aspetta, con una scossa impercettibile in parte distrugge in un momento e può con scosse un poco più forte annientare del tutto. Leopardi sull’arida schiena del Vesuvio ritorna a vedere la ginestra, che con i suoi rami simboleggia la presenza dell’antica città a coloro che passano guardandola Alle falde del Vesuvio nell’antichità sorgono sontuose ville, dove i romani vanno in villeggiatura. Ma dopo l’eruzione del 79 d.C. tutto ormai è desolato e resta solo la ginestra che emana un profumo soave che consola questi luoghi ormai desertici Qui vediamo l’idea della natura matrigna di Leopardi: l’uomo di fronte ad essa non può nulla Canti della maturita formametraan · égápésan hot (^) anthropol mallon Spirito aspro skotos e^ phos

(^) vangelo più^ misterioso personificazione

latinismo (anjamb.

Si (^) rivolge anastrofe

allanestra^ apostrofe

=> M al ⑪ & Jansamb anastrofe Jansamb.

  • (^) alliterazione (


alliterazione C imm anatora =

polisindeto

SSe^ -- w Caus metafora metafora

Janj

·

annichilare in tutto.

Dipinte in queste rive

son dell’umana gente 50

«Le magnifiche sorti e progressive».

Qui mira e qui ti specchia,

secol superbo e sciocco, che il calle insino allora

dal risorto pensier segnato innanti 55

abbandonasti, e vòlti addietro i passi,

del ritornar ti vanti,

e procedere il chiami.

Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,

di cui lor sorte rea padre ti fece, 60

vanno adulando, ancora

ch’a ludibrio talora

t’abbian fra sé. Non io

con tal vergogna scenderò sotterra;

ma il disprezzo piuttosto che si serra 65

di te nel petto mio,

mostrato avrò quanto si possa aperto;

bench’io sappia che obblio

preme chi troppo all’età propria increbbe.

Di questo mal, che teco 70

mi fia comune, assai finor mi rido.

Libertà vai sognando, e servo a un tempo

vuoi di novo il pensiero,

sol per cui risorgemmo

della barbarie in parte, e per cui solo 75

si cresce in civiltà, che sola in meglio

guida i pubblici fati.

Così ti spiacque il vero

dell’aspra sorte e del depresso loco

che natura ci die’. Per queste il tergo 80

vigliaccamente rivolgesti al lume

che il fe’ palese; e, fuggitivo, appelli

vil chi lui segue, e solo

magnanimo colui

che sé schernendo o gli altri, astuto o folle, 85

fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme

che sia dell’alma generoso ed alto,

non chiama sé né stima

ricco d’òr né gagliardo, 90

e di splendida vita o di valente

persona infra la gente

non fa risibil mostra;

ma sé di forza e di tesor mendìco

lascia parer senza vergogna, e noma 95

parlando, apertamente, e di sue cose

fa stima al vero uguale.

Magnanimo animale

non credo io già, ma stolto,

quel che nato a perir, nutrito in pene, 100

dice: — A goder son fatto, —

e di fetido orgoglio

empie le carte, eccelsi fati e nòve

felicità, quali il ciel tutto ignora,

Molto sarcasticamente, osserva infine che costui vedrà come sono rappresentati su queste pendici i destini ( sorti ) magnifici e in costante progresso dell’umanità. Qui L. tra virgolette cita un verso da una poesia di un suo contemporaneo. Ora si rivolge al suo tempo, chiamandolo con disprezzo secol superbo e sciocco , perché ha abbandonato le conquiste razionali dell’illuminismo ( il calle del risorto pensier ) per un nuovo spiritualismo (allude alla recente diffusione del pensiero religioso) e, malgrado questo, si vanta di essere progredito. La disistima di L. è sottolineata dai termini pargoleggiar (comportarsi da bambini) , adulando, ludibrio (significa ‘deridere’, ma si può osservare che contiene la radice ludus , che significa gioco). Il poeta si distanzia da chi si adegua acriticamente: non è disposto a morire con una simile vergogna. Piuttosto mostrerà apertamente il suo disprezzo per questa posizione, anche se sa che chi non piace ai propri contemporanei sarà dimenticato ( l’obblio, 68 ). Al v. 72 riprende un verso famoso di Dante (Pg, I, 71): con Libertà vai sognando sottolinea come (forte la contrapposizione creata tra libertà e servo , nello stesso v.72!) nell’Ottocento si vuole ancora imbrigliare il pensiero razionale_._ Quel pensiero che ci aveva allontanati dalla barbarie, per il quale si cresce in civiltà, la sola cosa che può migliorare il destino comune ( pubblici fati ). Per questo, dispiacendogli il vero (78), l’Ottocento ha voltato vigliaccamente la schiena alla luce della ragione (il lume della ragione – lumen, luminis in latino – è contenuto in ‘illuminismo’) e, fuggendo da questa verità, chiama vile (cioè disprezza) chi ancora la persegue; addirittura, ingannando sé stesso o gli altri, innalza la condizione umana fin sopra le stelle (cioè le attribuisce origine e fine soprannaturale). Da questo momento, il concetto di ‘vero’ sarà ripetuto in molte occasioni e forme. Nella terza strofa L. chiarisce che la vera grandezza d’animo sta nel riconoscere verità scomode. Un individuo di animo generoso e nobile, che sia povero o di salute fragile, non si dichiara né ricco né gagliardo né si finge tale; senza vergogna, invece, si manifesta qual è ( al vero uguale ). Non ritiene invece magnanimo ma sciocco chi – sapendo di essere mortale e sottoposto al dolore – afferma di essere fatto per essere felice e attorno a questo scrive molte pagine menzognere, Qui sono rappresentate le sorti magnifiche progressive delle stirpi umane Nella prima strofa troviamo un’opposizione tra il deserto e la ginestra :

  • Troviamo anche tre immagini: il formidabile monte che concretizza la potenza distruttrice della natura;
  • Le terme contrade intorno a Roma che sono le immagini di desolazione;
  • Le ceneri feconde che sono le immagini di morte. La ginestra invece rappresenta la pietà verso gli esseri umani perseguitati dalla natura crudele; questa pietà si esprime mediante la poesia. Si tratta di un’espressione ricavata da Leopardi dagli Inni Sacri di Terenzio Mamiani.