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“La ginestra” leopardi, Appunti di Italiano

Analisi e Commento della poesia “la ginestra”di leopardi

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 06/06/2021

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sofia-0967 🇮🇹

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LA GINESTRA
La ginestra è un fiore che produce dei fiori gialli molto profumati e che si sviluppa in cespugli che spesso
crescono in luoghi anche impervi. La poesia è scritta nell’ultimo periodo della vita di Leopardi ed è il
34esimo canto del poeta (in tutto sono 41 composizioni).
Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
5tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti.
Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
10la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
15lochi e dal mondo abbandonati amante
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
20che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fûr liete ville e cólti,
25e biondeggiâr di spiche, e risonâro
di muggito d’armenti;
fûr giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fûr cittá famose,
30che coi torrenti suoi l’altèro monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme.
Or tutto intorno
una ruina involve,
ove tu siedi, o fior gentile, e quasi
35i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
Dal punto di vista dei versi, questi sono estremamente
corti, infatti i settenari sono presenti in maggior numero
rispetto agli endecasillabi, come a fornirci l’idea dei piccoli
rametti della ginestra.
“Monte sterminatore e formidabile”: Leopardi assistette,
durante la sua permanenza in una villa a Torre del Greco,
ad un’eruzione del Vesuvio, sulle cui pendici crescono i fiori
della ginestra.
Leopardi afferma che la ginestra ha abbellito la “città
signora degli uomini”, Roma, ricordando con un aspetto
grave e taciturno a tutti i passanti che un tempo la città era
stata grande.
Il poeta definisce la ginestra come un fiore che si
accompagna a momenti drammatici, come se sapesse
consolare i luoghi e gli uomini che hanno perduto la
propria fortuna.
(Come i luoghi seppelliti dal Vesuvio e come Roma che ha
perduto la sua grandezza di un tempo).
I campi cosparsi di ceneri infeconde e ricoperti dalla lava
impietrita (nella quale, dove viene trovato un vuoto, viene
inserito il gesso per creare in calco) che ora non sono p
abitati se non da serpenti o conigli, prima ospitavano gli ozi
dei potenti. Tuttavia, adesso dove risiede il “fiore gentile”,
la rovina avvolge ogni cosa.
“armenti”, sono le bestie, le vacche.
“città famose”, si riferisce a Pompei ed Ercolano.
Successivamente Leopardi rivolge una critica a tutti coloro
che esaltavano il progresso umano e l’uomo come creatura
signora del mondo, come se quest’ultimo fosse stato
creato per l’esclusiva felicità dell’uomo.
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LA GINESTRA

La ginestra è un fiore che produce dei fiori gialli molto profumati e che si sviluppa in cespugli che spesso crescono in luoghi anche impervi. La poesia è scritta nell’ultimo periodo della vita di Leopardi ed è il 34esimo canto del poeta (in tutto sono 41 composizioni). Qui su l’arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo, la qual null’altro allegra arbor né fiore, 5 tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti. Anco ti vidi de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade che cingon la cittade 10 la qual fu donna de’ mortali un tempo, e del perduto impero par che col grave e taciturno aspetto faccian fede e ricordo al passeggero. Or ti riveggo in questo suol, di tristi 15 lochi e dal mondo abbandonati amante e d’afflitte fortune ognor compagna. Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, 20 che sotto i passi al peregrin risona; dove s’annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio; fûr liete ville e cólti, 25 e biondeggiâr di spiche, e risonâro di muggito d’armenti; fûr giardini e palagi, agli ozi de’ potenti gradito ospizio; e fûr cittá famose, 30 che coi torrenti suoi l’altèro monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme. Or tutto intorno una ruina involve, ove tu siedi, o fior gentile, e quasi 35 i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola. A queste piagge venga colui che d’esaltar con lode il nostro stato ha in uso, e vegga quanto Dal punto di vista dei versi, questi sono estremamente corti, infatti i settenari sono presenti in maggior numero rispetto agli endecasillabi, come a fornirci l’idea dei piccoli rametti della ginestra. “Monte sterminatore e formidabile”: Leopardi assistette, durante la sua permanenza in una villa a Torre del Greco, ad un’eruzione del Vesuvio, sulle cui pendici crescono i fiori della ginestra. Leopardi afferma che la ginestra ha abbellito la “città signora degli uomini”, Roma, ricordando con un aspetto grave e taciturno a tutti i passanti che un tempo la città era stata grande. Il poeta definisce la ginestra come un fiore che si accompagna a momenti drammatici, come se sapesse consolare i luoghi e gli uomini che hanno perduto la propria fortuna. (Come i luoghi seppelliti dal Vesuvio e come Roma che ha perduto la sua grandezza di un tempo). I campi cosparsi di ceneri infeconde e ricoperti dalla lava impietrita (nella quale, dove viene trovato un vuoto, viene inserito il gesso per creare in calco) che ora non sono più abitati se non da serpenti o conigli, prima ospitavano gli ozi dei potenti. Tuttavia, adesso dove risiede il “fiore gentile”, la rovina avvolge ogni cosa. “armenti”, sono le bestie, le vacche. “città famose”, si riferisce a Pompei ed Ercolano. Successivamente Leopardi rivolge una critica a tutti coloro che esaltavano il progresso umano e l’uomo come creatura signora del mondo, come se quest’ultimo fosse stato creato per l’esclusiva felicità dell’uomo.

40 è il gener nostro in cura all’amante natura. / /E la possanza qui con giusta misura anco estimar potrá dell’uman seme, cui la dura nutrice, ov’ei men teme, 45 con lieve moto in un momento annulla in parte, e può con moti poco men lievi ancor subitamente annichilare in tutto. Dipinte in queste rive 50 son dell’umana gente «Le magnifiche sorti e progressive». Qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco, che il calle insino allora 55 dal risorto pensier segnato innanti abbandonasti, e vòlti addietro i passi, del ritornar ti vanti, e procedere il chiami. Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti, 60 di cui lor sorte rea padre ti fece, vanno adulando, ancora ch’a ludibrio talora t’abbian fra sé. Non io con tal vergogna scenderò sotterra; 65 ma il disprezzo piuttosto che si serra di te nel petto mio, mostrato avrò quanto si possa aperto; bench’io sappia che obblio preme chi troppo all’etá propria increbbe. 70 Di questo mal, che teco mi fia comune, assai finor mi rido. Libertá vai sognando, e servo a un tempo vuoi di novo il pensiero, sol per cui risorgemmo 75 della barbarie in parte, e per cui solo si cresce in civiltá, che sola in meglio guida i pubblici fati. Cosí ti spiacque il vero dell’aspra sorte e del depresso loco 80 che natura ci die’. Per queste il tergo vigliaccamente rivolgesti al lume che il fe’ palese; e, fuggitivo, appelli vil chi lui segue, e solo magnanimo colui 85 chi sé schernendo o gli altri, astuto o / Invita questi uomini a vedere quanto il genere umano sta a cuore alla natura che tanto ci ama: questo luogo così ricco così fertile era stato completamente distrutto dalla natura. Il poeta parla della natura come di colei che sembra aver creato questo mondo per l’uomo, quando in realtà, nel momento in cui l’uomo non se l’aspetta può con un lieve moto distruggere una parte della sua esistenza oppure, con moti più forti, improvvisamente distruggere ogni cosa. “Dipinte in queste rive son dell’umana gente «Le magnifiche sorti e progressive»”: questo verso era del cugino Terenzio Magnani, il quale aveva scritto gli “inni sacri”, delle poesie contenenti un’idea provvidenzialistica dell’esistenza umana. In essa, secondo Magnani, vi era un Dio che era intervenuto guardando agli uomini come ai suoi figli, i quali avrebbe condotto verso un progresso materiale e spirituale. Segue poi una polemica contro gli spiritualisti del suo tempo, ovvero contro coloro che, dopo l’illuminismo (“risorto pensier”) e quindi dopo una visione razionale dell’esistenza, hanno ricominciato a vedere quest’ultima con dei parametri religiosi e spirituali, facendo un passo indietro invece di procedere verso il progresso. Leopardi afferma che non sarà mai capace di illudersi nella maniera in cui fanno gli anti-progressisti (indica il loro modo di ragionare come un pargoleggiare, come fa un bambino) infatti egli nonostante sa che probabilmente è condannato all’oblio, assume tuttavia un atteggiamento titanico, con il quale si scaglia coraggiosamente contro il proprio tempo. “lume” illuminismo, la visione razionale delle cose.

Costei chiama inimica; e incontro a/ questa congiunta esser pensando, siccom’è il vero, ed ordinata in pria l’umana compagnia, 130 tutti fra sé confederati estima gli uomini, e tutti abbraccia con vero amor, porgendo valida e pronta ed aspettando aita negli alterni perigli e nelle angosce 135 della guerra comune. / / Ed alle offese dell’uomo armar la destra, e laccio porre al vicino ed inciampo, stolto crede cosí, qual fôra in campo cinto d’oste contraria, in sul piú vivo 140 incalzar degli assalti, gl’inimici obbliando, acerbe gare imprender con gli amici, e sparger fuga e fulminar col brando infra i propri guerrieri. Cosí fatti pensieri quando fien, come fûr, palesi al volgo; e quell’orror che primo contra l’empia natura strinse i mortali in social catena, 150 fia ricondotto in parte da verace saper; l’onesto e il retto conversar cittadino, e giustizia e pietade altra radice avranno allor che non superbe fole, 155 ove fondata probitá del volgo cosí star suole in piede quale star può quel c’ha in error la sede. Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno 160 veste il flutto indurato, e par che / ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa, in purissimo azzurro veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, cui di lontan fa specchio 165 il mare, e tutto di scintille in giro per lo vòto seren brillare il mondo. E poi che gli occhi a quelle luci appunto, ch’a lor sembrano un punto, e sono immense, in guisa 170 che un punto a petto a lor son terra e/ mare veracemente; a cui l’uomo non pur, ma questo globo, ove l’uomo è nulla, sconosciuto è del tutto; e quando miro 175 quegli ancor piú senz’alcun fin remoti nodi quasi di stelle, ch’a noi paion qual nebbia, a cui non/ La nobiltà d’animo è quella che chiama la natura nemica: è la natura la vera nemica e contro di essa l’uomo ha formato la società per difendersi. (L’uomo nobile è colui che ritiene che la società si sia formata in risposta all’inimicizia della natura e che quindi gli uomini devono stare uniti e si devono aiutare nei pericoli e nelle angosce di una guerra comune contro la natura). Quando gli uomini combattono fra di loro è stolto, come lo sarebbe, quando si è in una guerra, combattere contro i propri compagni lasciando perdere i nemici. Gli uomini devono comprendere che la società è importante perché soltanto attraverso la “social catena”, un’unione tra gli uomini, si può progredire contro la natura. La società, pertanto, si deve fondare sulle idee razionali, “verace saper”, e non su fantasie superbe, “superbe fole”, come ad esempio il sentirsi un essere straordinario. Il periodo è molto lungo e faticoso infatti, questo pensiero riporta all’idea dell’infinito che è più amaro, non è dolce. Leopardi guarda le stelle e le vede come un punto nel cielo eppure esse sono immense, allora che cosa sarebbe l’uomo se fosse guardato da quelle stelle, non sarebbe nulla. Che cos’è l’uomo sotto questa immensità? Il suo pensiero piano piano si allarga, tocca l’infinito e da esso ridiscende per dire che l’uomo è un nulla. La quarta strofa ha inizio con la descrizione degli spazi cosmici contemplati da Leopardi quando, di notte, egli si siede sulle pendici del Vesuvio, ricoperte da uno strato nero di lava pietrificata. Guardando le stelle, il poeta diviene consapevole della nullità dell'uomo dinanzi alla vastità dell'universo («globo ove l'uomo è nulla, v. 173»), talmente immenso che il pianeta Terra, al confronto, è un «granel di sabbia» (v. 191). Questa contemplazione del cosmo, tutt'altro che idillica, offre al poeta l'opportunità di riprendere la polemica contro le ideologie ottimistiche, che in una visione assurdamente antropocentrica del mondo, ritengono che l'uomo sia stato concepito per dominare

l’uomo e non la terra sol, ma tutte in uno, del numero infinite e della mole, 180 con l’aureo sole insiem, le nostre stelle o sono ignote, o cosí paion come essi alla terra, un punto di luce nebulosa; al pensier mio che sembri allora, o prole 185 dell’uomo? E rimembrando il tuo stato quaggiú, di cui fa segno il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte, che te signora e fine credi tu data al Tutto; e quante volte 190 favoleggiar ti piacque, in questo oscuro granel di sabbia, il qual di terra ha nome, per tua cagion, dell’universe cose scender gli autori, e conversar sovente co’ tuoi piacevolmente; e che, i derisi 195 sogni rinnovellando, ai saggi insulta fin la presente etá, che in conoscenza ed in civil costume sembra tutte avanzar; qual moto allora, mortal prole infelice, o qual pensiero 200 verso te finalmente il cor m’assale? Non so se il riso o la pietá prevale. Come d’arbor cadendo un picciol pomo, cui lá nel tardo autunno maturitá senz’altra forza atterra, 205 d’un popol di formiche i dolci alberghi cavati in molle gleba con gran lavoro, e l’opre, e le ricchezze ch’adunate a prova con lungo affaticar l’assidua gente 210 avea provvidamente al tempo estivo, schiaccia, diserta e copre in un punto; cosí d’alto piombando, dall’utero tonante scagliata al ciel profondo, 215 di ceneri e di pomici e di sassi notte e ruina, infusa di bollenti ruscelli, o pel montano fianco furiosa tra l’erba 220 di liquefatti massi e di metalli e d’infocata arena scendendo immensa piena, le cittadi che il mar lá su l’estremo lido aspergea, confuse 225 e infranse e ricoperse in pochi istanti: / /onde su quelle or pasce la capra, e cittá nove sorgon dall’altra banda, a cui sgabello son le sepolte, e le prostrate mura 230 l’arduo monte al suo piè quasi/ calpesta. l'universo, favorito anche da un irreale rapporto con le divinità, le quali scenderebbero sulla Terra per conversare piacevolmente con i suoi abitanti e partecipare alle vicende umane. Attonito, il poeta non sa se ridere della sciocca superbia propria del genere umano o commiserare la sua misera condizione («Non so se il riso o la pietà prevale», v. 201). In questi versi viene descritta un’azione a noi impercettibile: un frutto maturo che cade su un formicaio e ne sconvolge la vita, ciò a causa di una forza naturale, il frutto cade senza pensare alle conseguenze che potrebbe avere sugli animaletti là sotto. Ed è così che è accaduto quando il vulcano ha avuto la sua eruzione ed ha distrutto tutto. “Schiaccia, diserta (distrugge completamente) e copre” (v.211) tre verbi lapidari a confronto con tutto il lavorio di questi animali. Quando il Vesuvio eruttò fu gettata in alto una grande nube di materiali formati da elementi piroclastici (ciò viene raccontato da Plinio il vecchio) che “Confuse infranse e ricoperse” le città. “Utero tonante”, la terra è madre ma anche matrigna (“madre di parto e di voler matrigna”), essa tira fuori la nube (la morte). “Confuse infranse e ricoperse” (v.225), confuse perché le circondò di buio, le infranse perché le distrusse e alla fine le ricoprì (le città). Dove stavano quelle città ora vivono le capre, animali che mangiano in luoghi isolati e poveri di erba, segno del fatto che sono terre infeconde. Dall’altra parte invece sorgono città nuove a cui le altre fanno da sgabello (es l’Ercolano antica e la città nuova).

case, ove i parti il pipistrello asconde, come sinistra face 285 che per vòti palagi atra s’aggiri, corre il baglior della funerea lava, che di lontan per l’ombre rosseggia e i lochi intorno intorno tinge. Cosí, dell’uomo ignara e dell’etadi 290 ch’ei chiama antiche, e del seguir che/ fanno dopo gli avi i nepoti, sta natura ognor verde, anzi procede per sí lungo cammino che sembra star. Caggiono i regni intanto, 295 passan genti e linguaggi: ella nol vede: e l’uom d’eternitá s’arroga il vanto. E tu, lenta ginestra, che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni, 300 anche tu presto alla crudel possanza soccomberai del sotterraneo foco, che ritornando al loco giá noto, stenderá l’avaro lembo su tue molli foreste. E piegherai 305 sotto il fascio mortal non renitente il tuo capo innocente: ma non piegato insino allora indarno codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma non eretto 310 con forsennato orgoglio inver’ le stelle, né sul deserto, dove e la sede e i natali non per voler ma per fortuna avesti; ma piú saggia, ma tanto 315 meno inferma dell’uom, quanto le frali tue stirpi non credesti o dal fato o da te fatte immortali. Questi versi ricordano la descrizione dei cimiteri presenti nei “Sepolcri” di Ugo Foscolo, e descrivono come i pipistrelli di notte nascondano i propri figli nelle rovine fuggendo dal bagliore della lava che illumina le rovine. Viene rappresentata l’immagine della “natura ognor verde”: la natura infatti trova la sua bellezza anche nella disgrazia e nella rovina e segue sempre una via per rigenerarsi e per rimanere verde, in quanto essa è eternamente giovane. Il procedere della natura inoltre è tale che sembra sempre essa neanche si muova, essendo sempre la signora dell’universo. Mentre le cose umane passano, poiché cambiano le lingue e cadono i regni, la natura è eterna e va avanti per la sua strada. È l’uomo infatti che si attribuisce il vanto di essere eterno nonostante sia mortale. L’ultima strofa della poesia è più breve delle altre, come è solito nei commiati. Anche la ginestra “lenta” sarà sommersa presto dalla forza del fuoco sotterraneo, che tornando sul territorio stenderà il suo strato avaro (in quanto infecondo) e avido (tende a portare tutto con sé) sulle foreste. La ginestra piegherà il capo solamente nell’effettivo momento della morte, senza chiedere prima pietà al suo oppressore: ginestra come simbolo di eroismo. La ginestra è più saggia dell’uomo in quanto non ha la presunzione di ritenere che le fragili stirpi sono state rese immortali dal destino o per opera propria. La ginestra qui è pertanto il simbolo della forza dell’uomo che ha coscienza della propria condizione e del proprio status. “Il pessimista è un ottimista assai ben informato”: il pessimismo estremo in questo caso può consolare l’uomo. Il pessimista è colui che fa della ragione un’arma che gli consenta di vedere la realtà esattamente per come è. Bisogna pertanto essere ben informati sulle cose per avere una solida base dalla quale partire e per inserirsi all’interno della società. Possiamo dire complessivamente che nella ginestra Leopardi fa un grande passo avanti, poiché presenta l’unica possibilità di progresso che ha l’uomo, quale la social catena. Pertanto, viene messa in evidenza la necessità di unirsi per combattere la reale nemica di tutti gli uomini, la natura.

LA GINESTRA: riassunto

La poesia è scritta nell’ultimo periodo della vita di Leopardi ed è il 34esimo canto del poeta.

Dal punto di vista dei versi, questi sono estremamente corti, infatti i settenari sono presenti in

maggior numero rispetto agli endecasillabi, come a fornirci l’idea dei piccoli rametti della ginestra.

Leopardi afferma che la ginestra ha abbellito la “città signora degli uomini”, Roma, ricordando a

tutti i passanti che un tempo la città era stata grande.

Il poeta definisce la ginestra come un fiore che si accompagna a momenti drammatici, come se

sapesse consolare i luoghi e gli uomini che hanno perduto la propria fortuna.

Successivamente Leopardi rivolge una critica a tutti coloro che esaltavano il progresso umano e

l’uomo come creatura signora del mondo, come se quest’ultimo fosse stato creato per l’esclusiva

felicità dell’uomo.

Il poeta parla della natura come di colei che sembra aver creato questo mondo per l’uomo,

quando in realtà, nel momento in cui l’uomo non se l’aspetta può con un lieve moto distruggere

una parte della sua esistenza oppure, con moti più forti, improvvisamente distruggere ogni cosa.

Segue poi una polemica contro gli spiritualisti del suo tempo, ovvero contro coloro che, dopo

l’illuminismo e quindi dopo una visione razionale dell’esistenza, hanno ricominciato a vedere la

natura con dei parametri religiosi e spirituali, facendo un passo indietro invece di procedere verso

il progresso. Leopardi afferma che non sarà mai capace di illudersi nella maniera in cui fanno gli

anti-progressisti, infatti egli nonostante sa che probabilmente è condannato all’oblio, assume

tuttavia un atteggiamento titanico, con il quale si scaglia coraggiosamente contro il proprio tempo.

Il poeta successivamente fa una riflessione dicendo che l’uomo che riconosce con chiarezza la sua

misera condizione è una persona caratterizzata da un grande animo, mentre Leopardi definisce

stolti coloro che mentono sulla loro grandezza economica e sulla loro forza.

L’uomo nobile per il poeta è colui che alza lo sguardo e osserva con coraggio il destino comune

degli uomini e che afferma con chiarezza il basso e fragile stato dell’uomo.

La nobiltà d’animo è dunque quella che si mostra grande e forte nella sofferenza, quella che alla

sua miseria non aggiunge l’odio e l’ira e quella che non incolpa gli altri uomini per il suo dolore.

L’unica vera colpevole infatti è colei che ci partorisce madre degli uomini ma che nel suo

intendimento diventa loro matrigna, la natura.

L’uomo nobile è colui che ritiene che la società si sia formata in risposta all’inimicizia della natura e

che quindi gli uomini devono stare uniti e si devono aiutare nei pericoli e nelle angosce di una

guerra comune contro la natura.

Gli uomini devono comprendere che la società è importante perché soltanto attraverso un’unione

tra gli uomini si può progredire contro la natura. La società, pertanto, si deve fondare sulle idee

razionali e non su fantasie superbe

La quarta strofa ha inizio con la descrizione degli spazi cosmici contemplati da Leopardi quando, di

notte, egli si siede sulle pendici del Vesuvio, ricoperte da uno strato nero di lava pietrificata.

Guardando le stelle, il poeta diviene consapevole della nullità dell'uomo dinanzi alla vastità

dell'universo, talmente immenso che il pianeta Terra, al confronto, è un «granel di sabbia» (v.

191). Questa contemplazione del cosmo, tutt'altro che idillica, offre al poeta l'opportunità di

riprendere la polemica contro le ideologie ottimistiche, che in una visione

assurdamente antropocentrica del mondo, ritengono che l'uomo sia stato concepito per dominare

l'universo. Attonito, il poeta non sa se ridere della sciocca superbia propria del genere umano o

commiserare la sua misera condizione («Non so se il riso o la pietà prevale», v. 201).

Nei versi successivi viene descritta un’azione a noi impercettibile: un frutto maturo che cade su un

formicaio e ne sconvolge la vita, ciò a causa di una forza naturale, il frutto cade senza pensare alle