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ANALISI CONFESSIONE E SUICIDIO DI MIRRA
Tipologia: Appunti
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LaMirra appartiene al gruppo più tardo delle tragedie alfieriane:
o Trama e struttura
La tragedia si compone di cinque atti ed è scritta in endecasillabi sciolti.
La giovane Mirra, figlia del re di Creta Ciniro, vive in una disperazione profonda e inspiegabile (lo stesso spettatore non ha dati sufficienti a capirne la ragione fino alla battuta conclusiva della tragedia), che invano l’affetto della famiglia tenta di penetrare e vincere. Mirra è infatti circondata dalla premura di diversi personaggi:
LaMirra costituisce un caso-limite all’interno delle tragedie alfieriane a causa:
reprimere una parte di sé percepita come colpevole e socialmente inaccettabile, resistendo agli interrogatori dei famigliari (che tentano amorevolmente di aiutarla) e nascondendo anche a sé stessa la passione incestuosa.
o Tragedia costruita sul ‘’non-detto’’: Alfieri è stato in grado di valorizzare al massimo le tensioni implicite tra Mirra e i suoi interlocutori, i doppi sensi, i vuoti, i gesti sottointesi, le sfumature. La premura dei genitori si esprime nella comprensione dinanzi a qualsivoglia stranezza della figlia, oggetto costante di un affetto estremamente indulgente. Non a caso, Mirra cede alla rivelazione del suo segreto in seguito alla mutazione dell’atteggiamento paterno, nel momento in cui Cìniro per la prima volta la rimprovera e la minaccia (lo spettatore sa che si tratta di un’ira dissimulata, recitata con lo scopo di fare parlare Mirra).
LaMirra si rivela come espressione di un incupirsi ideologico e affettivo dell’autore: non è più possibile contare su un oggetto unitario e coerente, in nome del quale combattere contro l’ingiustizia.
Universo delle tragedie alfieriane Mirra
Contrapposizione TIRANNIA VS LIBERTA’
Contrapposizione INNOCENZA VS EMPIETA’
Soggetto forte/eroico, capace di collocarsi su uno dei due estremi del contrasto.
Soggetto vittima di lacerazioni interiori/irregolarità morali che lo rendono debole e lo escludono dalla società.
Il conflitto tra la tirannia e la libertà (tipico dell’universo alfieriano), qui si sposta sull’ASSE INNOCENZA/EMPIETA’:
Mirra è innocente finché riesce a dissimulare (per gli altri e per sé) la propria passione incestuosa.
Mirra diviene empia nel momento in cui rivela la sua passione, anche se in modo cifrato.
avesse aspettato di essere invitata ben tre volte prima di raggiungere il padre).
MIRRA ….Tu solo sei il padrone della mia vita….Io per i miei gravi… e numerosi errori… chiedevo a te una punizione, proprio io,… poco fa,…qui… - Era presente mia madre;… per carità! perché…. non mi hai uccisa…in quel momento?....
(In un precedente colloquio Mirra aveva chiesto al padre di punirla dalle sue colpe e ucciderla, anche per sottrarla alla terribile sofferenza della sua condizione. Qui il consueto desiderio della morte viene contaminato da un sentimento che sembra folle e si rivelerà fra poco come un incontrollabile furore d’amore e di gelosia).
CINIRO È [arrivato] il momento, ormai il momento, sì, di cambiare il tuo comportamento, o Mirra. Pronunci invano parole disperate; e invano rivolgi [affissi] al suolo sguardi disperati e insieme [in un] tremanti. Molto chiaramente appare [traluce] attraverso [in mezzo al] il tuo dolore la vergogna [l’onta]; tu stessa ti senti colpevole [rea]. Il tuo errore più grave, è tacere con tuo padre: quindi tu meriti del tutto [appien] il suo risentimento [sdegno]; e [desidero] che in me si spenga [cessi] l’immenso amore, che io nutrii fin’ora [già] per la mia unica figlia. - Ma come? tu piangi? e tremi? e sei terrorizzata [inorridisci]?...e taci? - Per te dunque l’ira di tuo padre sarà [fia] un dolore insopportabile?
(Queste parole ambigue contribuiscono a indebolire la resistenza di Mirra, perché la sua coscienza turbata vi scorge l’indizio dei sospetti del padre. Questo presentimento non viene tradotto in parole precise ma si intuisce dalle sfumature del discorso).
MIRRA Ahimè!... [sarà un dolore] peggiore…di ogni morte. (L’angoscia strappa a Mirra altre parole, di cui solo la rivelazione finale farà comprendere bene il dolore che tenta invano di reprimere. Potrebbero sembrare parole comuni e insospettabili, se non fossero pronunciate con un’agitazione che le trasfigura: la voce di Mirra suona faticosa, combattuta).
CINIRO Ascoltami. - Hai reso [fatto] oggetto di chiacchiere/scherno [favola] per la gente [al mondo] i tuoi genitori, e anche [quanto] te stessa, con il rifiuto [fine] infelice [infausto] che hai opposto alle nozze che tu stessa avevi voluto. Già la tua crudele offesa [oltraggio] ha portato alla morte [i giorni ha tronchi] il povero Perèo…(allusione al suicidio dello sposo in seguito alla conclusione infelice
della cerimonia nuziale)
(Ciniro allude alla crisi di angoscia che ha spinto Mirra, durante la celebrazione delle nozze con Perèo, a pronunciare terribili parole di disperazione; tali da costringere a interrompere il rito. Sottolinea anche come la scelta dello sposo fosse stata compiuta da Mirra medesima, senza alcuna imposizione.)
MIRRA Cosa sento [Che ascolto]? Oh cielo!
(Reazione alla notizia della morte di Perèo)
CINIRO Sì, Pereo è morto; e tu l’hai ucciso. Appena uscito dalla nostra vista [aspetto], egli si ritira nelle sue stanze, da solo, e [silenzioso, come se fosse] sepolto in un dolore muto: nessuno [null’uomo] osa seguirlo. Io, (misero me!) arrivo tardi, purtroppo… Trafitto dalla sua stessa spada [acciaro = acciaio, metonimia (materiale per l’oggetto)], egli giaceva in [entro] un mare di sangue: verso di [a] me rivolgeva [inalzava] gli occhi [sguardi] pieni [pregni] di pianto e di morte; … e, fra gli ultimi [estremi] lamenti, dalle sue labbra usciva ancora il nome di Mirra. - Ingrata…
(La drammaticità della morte viene resa tramite l’utilizzo del presente storico. I particolari della scena vengono esasperati, producendo un quadro truce e sentimentale riconducibile a delle tele seicentesche)
MIRRA Per carità! non dirmi più [niente]…Solo io, io sono degna di morire… E ancora respiro?...
CINIRO Il dolore terribile [duolo orrendo] dell’infelice padre di Perèo, io solo, che sono padre e infelice, posso comprenderlo [sentir lo]: io lo so, quanto deve essere (grande) in lui il risentimento, l’odio, il desiderio di compiere su di noi la (sua) dura (ma) giusta vendetta. - Io quindi, non spinto dalla paura delle sue armi, ma dalla pietà per il [del] ragazzo morto [giovinetto estinto], voglio, come [qual] deve (fare) un padre ingannato e offeso, sapere da te (e io lo voglio a ogni costo) la vera ragione di una sciagura [danno] così [sì] orribile.
Ahimè!...che cosa stai pensando?... Non vuoi uccidermi con la spada [brando];… e intanto… mi uccidi con le parole [coi detti]…
CINIRO Eppure non osi dirmi, che non sei innamorata [che amor non senti]? E se anche [anco] tu osassi [ardiresti] dirmelo, e giurarlo, io ti considererei [ti terria] una spergiura. - Ma, chi mai è degno del tuo cuore, se non poteva averlo neppure [pur] l’innamorato [amator] incomparabile, sincero [vero], appassionato [caldo], Perèo? - Ma, il turbamento in te è tanto grande; … tale (è) il tremito; così intensa [fera] la vergogna; e (questi sentimenti) in una successione [vicenda] terribile ti appaiono [ti si scolpiscono] sul volto così intensamente [forte]; (al punto) che le tue labbra negherebbero invano (che nutri un amore illecito)…
(Un’ulteriore descrizione di Mirra e della sorda e violenta lotta che la consuma. Le parole utilizzate sono incisive, dense di suggestioni tormentate, in particolare l’epiteto ‘’fera’’ = viene evidenziato tramite il suo isolamento alla fine del verso e racchiude in sé tutta la deformità morale soffocata in queste pagine; i diversi sentimenti provati da Mirra, così sconvolgenti ed esasperati, vengono condensati in quest’unico aggettivo).
MIRRA Dunque vuoi… farmi … morire … di vergogna… davanti ai tuoi occhi?... E tu saresti un padre?
(Appare quasi come una rinuncia al silenzio, ormai vano, e un’implorazione di indulgenza).
CINIRO E tu vuoi avvelenare l’esistenza [i giorni], vuoi mettere fine [troncarli] (all’esistenza) di un genitore che ti ama più di [che] se stesso, con il (tuo) inutile, crudele, ostinato silenzio? - Sono ancora (tuo) padre: scaccia il timore; qualunque sia l’amore che nutri [tua fiamma], (purché io potessi vederti felice!) io sono capace di ogni inaudito sforzo per te, se me lo riveli. Ho visto, e vedo tuttora; (povera figlia!) il nobile [generoso] orribile conflitto [contrasto], che ti strazia il cuore tra [infra] l’amore, e il tuo dovere. Facesti già troppo, sacrificando [immolando] te stessa al tuo dovere: ma Amore, più potente [possente] di te, non lo volle. La passione si può [puossi] scusare; ha molta [assai] più forza di noi;
ma il non rivelarla al padre che te lo ordina, e ti scongiura di farlo, ti rende indegna di ogni scusa.
(Alle parole ‘’che t’ama più che se stesso’’ Mirra freme e si contiene, inorridita dal suo sentimento. La fine della scena spiegherà questi moti segreti, che per adesso il lettore deve intuire. Le parole di Ciniro sono dei meri stimoli perché chi parla realmente è quella figlia taciturna, l’espressione viene affidata al volto e ai gesti di Mirra). Suvvia [deh] parlami! come a (un) fratello. Anch’io conobbi l’amore per esperienza diretta [prova]:(dimmi) il nome (dell’uomo che ami).
MIRRA Oh cielo!... Sì, sono innamorata; (lo ammetto) poiché mi obblighi a dirtelo; io sono disperata mente innamorata, e invano. Ma, quale sia l’oggetto del mio amore [ne], né tu né nessun altro (persona) lo saprà mai: egli stesso lo ignora… e io lo nego quasi a me (stessa).
(Quanto più sono affettuose le parole di Ciniro tanto più appaiono amare e laceranti nell’anima quelle di Mirra, la quale sentendo la voce amorevole del padre si illude e si delude contemporaneamente. Quando Ciniro pronuncia le parole ‘’anche io conobbi amor per prova’’, Mirra, non più padrona di sé lo interrompe con un urlo furibondo, dove fremono tutte le vane lusinghe suscitate in lei da quella frase).
CINIRO E io (invece) devo, e voglio saperlo. E non puoi essere crudele con te stessa,
senza esserlo allo stesso [a un] tempo molto di più con i (tuoi) genitori, che adorano solo te. Suvvia! parla; suvvia! - Ormai vedi che, da padre arrabbiato [crucciato], io divento [torno] supplice e piangente: non puoi morire, senza portare [trarci] anche [pur] (noi) nella tomba. - Chiunque sia colui che ami, io voglio renderlo tuo (marito). Uno sciocco orgoglio di re non può strappare il sincero amore di padre dal mio cuore [petto]. Il tuo amore, il congiungimento con te [la tua destra = la mano destra, data in segno di unione], il mio regno, possono certamente [ben] trasformare [cangiar] ogni persona, (per quanto) umile in nobile [alta] e potente [grande]: e, benché (sia di condizione) umile, sono certo, che non può essere del [al] tutto indegno l’uomo che ami. Ti scongiuro, parla: io ti voglio salva, a costo di qualsiasi sacrificio da parte mia.
MIRRA
(Si tratta di parole febbrili, l’ultima resistenza è cadute e Mirra, spaventata e sperduta, si dibatte invano contro il destino che si compie, le sue parole sono già quelle di una moribonda. La scena diviene sempre più funebre mentre Mirra tenta invano di fuggire. I trenta versi che precedono il suicidio sono via via più trepidanti e illuminano con una sovrana pietà la morte che si avvicina, contribuendo all’assoluzione dell’infelice verso cui tende l’umanità superiore del poeta).
CINIRO Ingrata: ormai facendomi disperare con i tuoi atteggiamenti, e prendendoti gioco del mio dolore, ormai hai perso per sempre l’amore di (tuo) padre.
(L’agitazione appassionata di Mirra trascina anche Ciniro che, con il suo linguaggio, ricalca quello febbrile della figlia. Non c’è più scissione tra i due personaggi che sono travolti in un impeto concitato.)
MIRRA
Oh aspra, intensa orribile minaccia! …Ora [Or] nel (momento del) mio ultimo [estremo] respiro, che già si avvicina [si appressa], … alle tante altre mie follie si andrà ad aggiungere l’odio crudele del padre [genitor]?... (Dovrò) io morire lontano [lungi] da te?... Oh madre mia fortunata [felice]!... almeno a lei sarà concesso… di morire… al tuo fianco…
(La minaccia del rancore paterno porta all’ultima esasperazione dell’amore di Mirra, alla sua implicita confessione, racchiusa tutta nell’esclamazione ‘’Oh madre mia felice!’’, c’ha ha valore in sé stessa e assume sinistri doppi sensi con l’aggiunta finale di ‘’al tuo fianco’’. Tutta la tragedia converge in questi versi, nei quali la passione si afferma e si annulla al tempo stesso: Mirra non pronuncia una parola empia senza che accanto ne compaia un’altra che la purifichi. La gelosia stessa per sua madre si colora del suo funebre proposito che già la redime).
CINIRO Che cosa vuoi dirmi?... Oh! che [qual] terribile intuizione [lampo = quello della verità, accecante come una folgore], (mi si mostra) da queste parole [accenti]!... Tu, scellerata [Empia = colpevole contro natura], forse?
MIRRA Oh cielo! che cosa dissi mai? …Povera me!... Dove sono? Dove mi nascondo?... Dove (potrò) morire? - Ma la tua spada mi servirà [mi varrà] …
(Mirra ritorna in sé per un momento, esprimendo il proposito di troncare con la morte
la vergogna della sua rivelazione. Il suicidio è la catastrofe verso cui rovina tutta la scena ed è la conclusione degli strazi iniziati ai nostri occhi con le veglie di Mirra dell’Atto 1. Qui la poesia è nell’atto e non nelle parole, che risultano scolorite e reticenti).
CINIRO Figlia… Ahimè! Che cosa facesti? la spada [il ferro = metonimia, il materiale per l’oggetto]…
MIRRA Ecco, … ora … te la restituisco … Almeno io ebbi la mano [destra] veloce [ratta] quanto [al par che] la lingua.
CINIRO …Io… resto immobile…pieno di spavento, … e di orrore, e d’ira, … e di pietà.
(La costruzione poetica risulta fredda e impacciata, la convulsione dei sentimenti è simulata attraverso artifici retorici. Qui si conclude il blocco di 6 / 7 versi infelici che troncano La commozione proprio al suo apice).
MIRRA Oh Ciniro! … Mi vedi… prossima [presso] alla morte [al morire] … Io seppi… vendicarti,… e punire me [stessa]… Proprio [stesso] tu, a viva forza, mi strappasti… dal cuore… il terribile segreto [orrido arcano]… ma, poiché esso esce…dalle mie labbra… solo insieme alla [colla] mia vita,… muoio [mi moro]… meno colpevole… […]
CINIRO Oh giorno! Oh delitto!...Oh dolore!... – A chi il mio pianto?(Ciniro non sa neppure se possa rivolgere alla figlia morente il proprio dolore, che gli appare contaminato dalla rivelazione appena ricevuta. Per questa ragione fuggire alla vista della figlia).
MIRRA Suvvia! Non piangere più;…perché io non lo merito…Ah! Scappa dalla mia visione infelice;… e a Cecri…nascondi (le ragioni del mio malessere e della mia morte) …
CINIRO Padre infelice!...Perché il terreno non si apre per inghiottirmi?...All’ingiusta morente donna non oso avvicinarmi;…eppure, non posso abbandonare mia figlia sventrata…
(Il desiderio di conservare almeno agli occhi della madre la propria innocenza verrò violato dal padre, che rifiuta anche questa minima, ma significativa sul piano simbolico, complicità con la figlia. Il termine ‘’donna’’ è pregnante perché non è mai stato usato precedentemente per descrivere Mirra, attraverso di esso Ciniro mostra di rendersi conto della inquietante profferita implicita nella femminilità della figlia).