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LA MISSIONE DELLA DEVOZIONE, Traduzioni di Pedagogia

LA MISSIONE DELLA DEVOZIONE Di RUDOLF STEINER (da F582) Monaco, 12 Marzo 1910 Traduzione di Luisa Fliess e Lina Schwarz

Tipologia: Traduzioni

2018/2019

Caricato il 13/05/2019

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marcoeas 🇮🇹

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LA MISSIONE DELLA DEVOZIONE
Di RUDOLF STEINER
(da F582)
Monaco, 12 Marzo 1910
Traduzione di Luisa Fliess e Lina Schwarz
Già in passato, citando il detto del grande filosofo greco Eraclito: "Per quanto
tu percorra tutte le vie, mai non potrai trova- re i confini dell’anima, tanto
vaste sono le sue regioni", osservai che questa verità può essere rintracciata
solo a patto di mettere prima un certo ordine nella considerazione dell’anima.
Potremo penetrare alquanto il congegno complicato, solo se non ci fer-
miamo a contemplare l’anima quale ci si presenta in una somma di fluttuanti
sentimenti, istinti, bramosie, rappresentazioni, idee, ideali ecc., ma se ci
rendiamo chiaramente conto del fatto che quest’anima si scinde in tre campi
distinti: in quello che nell’uomo può a tutta prima chiamarsi Anima
Senziente, in quello che può chiamarsi Anima razionale o affettiva, e
finalmente nel terzo e sommo elemento che può chiamarsi Anima cosciente.
Poiché queste diverse parti dell’anima hanno tre diverse specie di condi-
zioni di sviluppo, lo sviluppo di una di queste parti non si pre- sta a chiarirci
in pari tempo le leggi e le condizioni di sviluppo delle altre due.
La nostra anima senziente ci appare a tutta prima come quella che risponde in
noi agli stimoli provenienti dal di fuori, sia dalla natura esteriore sia dalla vita
umana, ci appare cioè come quella che per prima riceve delle impressioni dal
mondo esteriore e in base ad esse sviluppa poi le passioni, le brame che ci
spin- gono a voler fare e avere questa o quella cosa. Dunque tutti gli istinti, le
bramosie, le passioni, la vita animica sregolata quale si sviluppa anche
nell’anima più bassa, tutto ciò appartiene al campo dell’anima senziente.
Quando poi l’uomo progredisce nel suo sviluppo, quando come si potrebbe
dire egli si interiorizza, allora si manifesta quel che può chiamarsi il
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LA MISSIONE DELLA DEVOZIONE

Di RUDOLF STEINER (da F582) Monaco, 12 Marzo 1910 Traduzione di Luisa Fliess e Lina Schwarz Già in passato, citando il detto del grande filosofo greco Eraclito: "Per quanto tu percorra tutte le vie, mai non potrai trova- re i confini dell’anima, tanto vaste sono le sue regioni", osservai che questa verità può essere rintracciata solo a patto di mettere prima un certo ordine nella considerazione dell’anima. Potremo penetrare alquanto il congegno complicato, solo se non ci fer- miamo a contemplare l’anima quale ci si presenta in una somma di fluttuanti sentimenti, istinti, bramosie, rappresentazioni, idee, ideali ecc., ma se ci rendiamo chiaramente conto del fatto che quest’anima si scinde in tre campi distinti: in quello che nell’uomo può a tutta prima chiamarsi Anima Senziente, in quello che può chiamarsi Anima razionale o affettiva, e finalmente nel terzo e sommo elemento che può chiamarsi Anima cosciente. Poiché queste diverse parti dell’anima hanno tre diverse specie di condi- zioni di sviluppo, lo sviluppo di una di queste parti non si pre- sta a chiarirci in pari tempo le leggi e le condizioni di sviluppo delle altre due. La nostra anima senziente ci appare a tutta prima come quella che risponde in noi agli stimoli provenienti dal di fuori, sia dalla natura esteriore sia dalla vita umana, ci appare cioè come quella che per prima riceve delle impressioni dal mondo esteriore e in base ad esse sviluppa poi le passioni, le brame che ci spin- gono a voler fare e avere questa o quella cosa. Dunque tutti gli istinti, le bramosie, le passioni, la vita animica sregolata quale si sviluppa anche nell’anima più bassa, tutto ciò appartiene al campo dell’anima senziente. Quando poi l’uomo progredisce nel suo sviluppo, quando – come si potrebbe dire – egli si interiorizza, allora si manifesta quel che può chiamarsi il

sorgere, di fronte all’anima senziente, dell’ani- ma razionale o affettiva. Finché l’uomo, per una spinta esteriore qualsiasi, si lascia dominare dall’ira, finché per un’espressione esterna qualsiasi si lascia vincere dalla paura, non possiamo par- lare se non di anima senziente. Ma quando l’uomo elabora indipen- dentemente nel suo interno i sentimenti, le impressioni che gli provengono dal mondo esterno; quando, oltre all’abbandonarsi al mondo esterno può approfondirsi alquanto in sé medesimo in modo da congiungere e combinare le impressioni del mondo esterno stesso, allora egli si eleva a poco a poco dal semplice fluttuare dell’a- 1 nima senziente, e giunge in sé stesso a ciò che possiamo chiamare un dominio ragionevole degli istinti, delle brame, delle passioni, giunge a compenetrarle di idee, ovvero giunge a placare e purifi- care gli istinti e le passioni sfrenate colla forza dell’anima stessa. Insomma l’anima razionale o affettiva è l’elemento grazie al quale l’uomo si eleva al di sopra della mera anima senziente. Che una siffatta elevazione abbia luogo, che l’uomo possa disto- gliersi dalle cose esteriori ed elaborare entro di sé le impres- sioni fino a una certa perfezione, ce lo insegna la vita esterio- re. Consideriamo l’esempio seguente: Certo vi furono molti uomini contemporanei dei fatti svoltisi dal 1750 al l815, periodo in cui la vita subì mutamenti profondi. Avviciniamoci ora con occhio scrutatore a coloro che subirono l’influsso di codesti eventi: ve- diamo che essi agirono sulla loro anima senziente. Tutti coloro che assistettero a quegli eventi furono travolti dai sentimenti e dalle impressioni che ne derivarono, ma più saggi, più ricchi di saggezza di vita e di esperienza divennero soltanto quegli uomini che elaborarono in sé quelle impressioni. Costoro nel 1815 si tro- varono di fronte al mondo con la loro vita interiore ben più ricca di quanto fosse stata per esempio nel 1770. In ciò consiste lo sprigionarsi dell’anima razionale o affettiva dall’anima senzien- te. Ma se in noi fosse attiva soltanto quest’anima razionale o af- fettiva, discenderemmo sempre più dentro a noi stessi, diverremmo bensì più ricchi quanto a saggezza e esperienza di vita, ma non acquisteremmo ciò che chiamiamo conoscenza del mondo, conoscenza delle grandi leggi nascoste

sulla sua anima. E così la collera, oscurando l’Io, togliendo all’Io la sua piena e chiara coscienza, impedendogli di affermarsi in un’esistenza completamen- te autonoma, frena beneficamente quest’Io ancora poco sviluppato. Non gli permette di sfogarsi, lo smorza fino a una specie di impo- tenza e con ciò produce effettivamente un bene. Perché altrimenti l’Io ancora del tutto schiavo dell’anima senziente, si abbandone- rebbe totalmente agli istinti, rafforzandosi nel suo egoismo. In ciò abbiamo veduto la missione della collera per l’educazione dell’Io. La collera smorzando l’Io, avvelena l’egoismo. E così tutti gli affetti producono come una specie di autoregolazione dell’anima e dell’Io. Abbiamo inoltre dimostrato come serva a educare l’Io, la Verità nell’anima umana. La verità che l’uomo deve riconoscere in sé, se vuol veramente sperimentarla nel suo Io. L’Io deve dunque vivere completamente in sé se vuole arrivare ad una vera Verità. Che un milione di uomini votino contro la verità che 3x3=9, se l’Io ha afferrato questa verità in sé stesso, la possiede irrevocabilmen- te. L’Io dunque è totalmente in sé quando riconosce la verità. In pari tempo, la verità però non lascia che l’Io cada in preda all’egoismo, perché riconduce l’Io fuori di sé. La Verità è la so- la cosa che deve venir totalmente sperimentata nell’Io, e che in pari tempo può spogliare l’Io di ogni egoismo 2. Poiché la Verità che sperimentiamo nell’Io non appartiene al singolo Io, ma è pa- trimonio generale di ogni Io. Perciò la Verità è un possente edu- catore dell’anima razionale perché conduce l’Io fuori dall’egoismo e in pari tempo stimola al massimo grado le forze dell’egoità. Co- (^1) Vedi le altre conf. della F582 e quelle parallele della oo 58 Metamorfosi del- la vita dell’anima 2 Gv 8,32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi [NdE] 3 sì vi è un’altra facoltà che educa invece l’anima cosciente e que- sta è la devozione. Possiamo dire che la devozione è la guida dell’anima cosciente che indica la giusta via per cui ricongiungerci col mondo esterio- re, con quel mondo che è al di là del nostro Io. E la vera missio- ne della devozione ci apparirà soltanto

nell’imparare a conoscere il suo compito in rapporto a questo terzo elemento dell’anima, all’anima cosciente. Tuttavia, per poter abbracciare con lo sguar- do tutta quanta la missione della devozione nell’anima umana, do- vremo penetrare un po’ più a fondo nel congegno stesso di questa nostra anima. La devozione è propriamente ciò che fa uscire l’uomo da sé stesso per farlo penetrare nel dominio di altre cose, nella regione a tutta prima ignota che sta dietro al visibile, al perce- pibile. Ma per comprendere il fatto della devozione, chiediamoci: La Scienza dello Spirito – dal cui punto di vista parliamo – come deve considerare il rapporto complessivo dell’uomo o dell’Io umano con l’ignoto? Abbiamo sempre più ripetuto e rilevato che appunto la Scienza dello Spirito è chiamata a penetrare attraverso al mon- do esteriore della realtà fisica fino a quella regione che a tutta prima per questa realtà fisica è l’ignoto, è l’occulto. E sempre di nuovo abbiamo fatto osservare che l’uomo può penetrare nel mon- do spirituale a lui ignoto e situato dietro al mondo fisico, sol- tanto se egli stesso desta nella sua anima gli organi spirituali, le facoltà di percezione spirituale che conducono dietro al mondo fisico sensibile. E per intenderci bene, accennerò brevemente alla vita che l’anima può intraprendere verso il mondo spirituale, via che troverete esposta ampiamente nel mio libro L’Iniziazione^3 e nella seconda parte di Scienza Occulta^4. L’uomo può diventare egli stesso un investigatore spirituale e dare delle comunicazioni intorno al mondo dello Spirito, se elabo- ra la sua anima in modo che le forze e facoltà in lui latenti rag- giungano un’attività esteriore. Occorre perciò che l’uomo susciti in sé con la sua volontà e la sua coscienza, uno stato che normal- mente nella vita quotidiana subentra senza il concorso della sua volontà. Questo che avviene ogni giorno nell’uomo senza il concor- so della sua volontà è il fatto che quando è stanco cessano di ri- manere coscienti nella sua anima le fluttuanti percezioni, gli stimoli e le brame e tutte si sommergono in un’oscurità indistin- ta. Cessano così nell’addormentarsi le impressioni esteriori. Ma in pari tempo l’uomo cade in uno stato di incoscienza o meglio di sub-coscienza, la sua anima si vuota di impressioni esteriori, e- gli non sa più nulla di un mondo qualsiasi, né di esperienze inte- riori. Questo fatto che si compie così involontariamente, l’inve- stigatore spirituale, colui che vuole cominciare a vivere nel mon-

spirituale che si arrestasse a questo non potrebbe ascendere fino a penetrare con lo sguardo nel mondo dello Spirito. Egli deve aggiungere a quanto precede un terzo fatto, il quale consiste nel saper mitigare per propria forza, durante l’immersione profonda in sé medesimo, l’impressione suddetta, al- trimenti la sua anima ne rimarrebbe scossa come da un terremoto; invece egli deve trasformare tutta la sua vita animica in una pie- na e perfetta calma interiore. Se è capace di dominare ed elabora- re così la sua anima, egli sperimenterà allora il sorgere dal suo interno di organi spirituali paragonabili, solo a un livello più alto, ai suoi sensi esteriori. 5 A questo punto il mondo dello Spirito che lo circonda fluisce in lui come i colori e la luce pervengono all’occhio del cieco nato, al quale un’operazione abbia reso la vista. Così dunque l’uomo può penetrare nel mondo dello Spirito. Così gli si rivela l’occulto elemento spirituale che vive ed opera dietro al fisico visibile; gli si rivelano i fatti spirituali e le entità spirituali, che non esistono per una concezione della realtà meramente sensibile e ra- zionale. Ora l’uomo si trova veramente circondato da un mondo di vita spirituale, e tuttavia questo mondo a tutta prima si sottrae allo sguardo e al raziocinio fisico dell’uomo. Orbene, quali cause precludono questo mondo spirituale allo sguardo e al raziocinio fisico umano? Queste cause esistono e ce le chiariremo chiedendoci qual è il punto in cui nella vita solita ci appare un confine tra mondo fisico e mondo spirituale. E’ quel momento che abbiamo desi- gnato or ora. Che cosa fa, in fondo, l’investigatore spirituale quando attiva le sue forze animiche inferiori? Egli rende coscien- te quel momento che di solito sopraggiunge per l’uomo in modo in- volontario, il momento dell’addormentarsi; egli trasmuta appunto in un’esperienza altissima quello che normalmente subentra nell’addormentarsi. Per la coscienza comune si sommerge allora in una tenebra incosciente tutto ciò che l’uomo può vivere e speri- mentare. Nel mondo in cui si sprofonda ogni notte e nel quale ri- mane durante il sonno, l’uomo potrebbe percepire il mondo spiritu- ale, poiché appunto in questo tempo l’entità animica esce fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico vitale con lui connesso. Ma nell’istante in cui sopravvenendo il sonno ciò che chiamiamo enti- tà animica si trae fuori dal corpo, ecco cessare appunto ogni co- scienza per l’uomo normale; vale a dire

che il mondo in cui entra gli si copre come d’un velo, sicché non può vederlo. Invece colui che diviene investigatore spirituale, è veggente in quel mondo. Ora, dopo il sonno l’uomo riacquista la coscienza del mondo este- riore allorché si immerge di nuovo nel suo corpo fisico e di nuovo si vale degli organi fisici e dell’intelletto fisico legato al cervello. Ma con questo egli è costretto entro il limite degli or- gani fisici. Invece l’investigatore spirituale, una volta raggiun- to ciò che qui abbiamo descritto per sommi capi, una volta conqui- state queste facoltà interiori, rientra nel suo corpo fisico senza aver più bisogno di percepire soltanto mediante i sensi fisici, ma essendo capace di percepire intorno a sé in via immediata anche con gli organi interiori dell’anima. Grazie a questa possibilità, egli vede attraverso a quel confine che abbraccia tutto il mondo fisico e che copre il vero mondo dello Spirito. L’investigatore spirituale impara a guardare dietro a ogni colore, la causa da cui il colore viene prodotto; sente l’entità spirituale che sta dietro ad ogni suono, vede dietro a qualsiasi impressione percepibile. Il mondo gli risulta limpido come cristallo. E così mirando attraver- 6 so il velo alla coltre opaca del mondo esteriore, gli si rivelano le Entità e le realtà dello Spirito. Ma nel penetrare in tal modo nel mondo spirituale, così che lo investiga, non può fare a meno di subire nel corso della sua iniziazione e del suo sviluppo, sen- za correre pericolo di naufragare, due esperienze importanti. Que- ste (più esattamente descritte nei libri citati) si chiamano l’incontro coi Guardiani della Soglia. La cosa sta così che l’uomo, prima che si destino in giusto modo le interiori sue facoltà animiche, prima che egli si sprofondi in quella tenebra del sonno e percepisca la realtà che vi sta dietro, deve incontrare quell’Essere che si denomina il Piccolo Guardiano della Soglia. E’ questa la percezione grazie alla quale in una re- ale autoconoscenza, appare chiaro ed evidente davanti all’anima dell’uomo il suo essere. L’uomo impara a comprendere per questo mezzo ciò che egli è veramente. Impara ad appropriarsi soprattutto la vera conoscenza individuale della Reincarnazione e del Karma. Poiché impara a riconoscere come sia andato attraversando l’una vita dopo l’altra prima di entrare in quella presente; impara a conoscere come è venuto iscrivendo nel suo karma questo o quel fatto a seconda che egli ha vissuto in un modo o

un tal conflitto col mondo che il suo egoismo consume- rebbe lui stesso per primo. Possiamo comprendere da questo che l’uomo gode di un certo beneficio durante la sua vita per il fatto che la sua coscienza gli viene oscurata nel momento del prender sonno. Se egli non fosse incosciente nel sonno, trarrebbe dal mon- do nel quale sarebbe allora coscientemente, un continuo accresci- mento del proprio egoismo e della propria falsità. Ora, di tutte quelle cose che per il fine dell’evoluzione debbo- no sorgere ad un gradino umano più elevato, esistono nella vita comune dei lievi riflessi delle preparazioni. Possiamo dire: anche se nella presente sua incarnazione, l’uomo non è portato a proce- dere verso un gradino di coscienza più elevato, può tuttavia pre- pararvisi anche in questa vita. E una preparazione a questo appro- fondimento della propria anima, una preparazione che agisce sì da proteggere l’anima normale dall’affondare in un egoismo, in una falsità totale, sa in tutto quello che la nostra anima senziente accoglie in sé di sentimenti, di sensi di umiltà. L’umiltà è un mezzo efficace di auto- educazione; se noi la lasciamo dominare in noi durante la vita cosciente diurna, se ce ne saturiamo, essa in- nesta nella vita dell’anima un elemento atto a proteggerla dal prevalere di tutte le forze dell’egoismo nell’Io, allorché discen- diamo nel mondo spirituale. Perciò l’umiltà è tanto raccomandata come qualità preparatoria a tutti coloro che nella solita vita di veglia vogliono cominciare a educare la loro anima a sciogliersi dall’egoismo là dove essa, diversamente, potrebbe essere indotta ad accoglierlo. Per mezzo di tutto quello che suscitiamo nell’anima come senso di umiltà, ci facilitiamo altresì l’incontro col Guardiano della Soglia, poiché allora, allo stato di veglia, ci siamo già resi conto delle nostre manchevolezze e il Guardiano non ci si para davanti in una figura così terribilmente raccapric- ciante. Lo spogliamo, per dir così, del ribrezzo che ci potrebbe incutere. L’umiltà ci si presenta dunque come buon mezzo di allenamento alla discesa in quelle profondità dell’anima che normalmente per il nostro bene ci sono precluse. Finché siamo immaturi, esse deb- bono esserci precluse onde evitare il pericolo di naufragare. Qui 8 tocchiamo una specie di confine verso il basso, verso quello che giace nei

sostrati della nostra vita animica e che nel sonno ci occulta a noi stessi. Ma esiste anche un altro confine, e questo ci apparirà se ci ac- costiamo a conoscere meglio le cose esposte più sopra. Abbiamo detto che l’investigatore spirituale quando riprende possesso del proprio corpo fisico, non è limitato alla sola percezione fisica, al solo pensiero razionale, ma che può far emergere in sé delle facoltà interiori dell’anima mediante le quali i sostrati spiri- tuali gli diventano trasparenti, ed egli vede le entità e i fatti spirituali del mondo. Ora, anche questi si sottraggono allo sguar- do esteriore dell’uomo nella coscienza normale. E perché? Perché l’uomo, il quale affrontasse impreparato ciò che sta dietro al mondo dei sensi come causa prima, ne sarebbe abbagliato, quasi an- nientato. La via per la quale l’uomo esce dalle sue facoltà corpo- ree consuete, affrontando il mondo esteriore spiritualmente nella maniera più mite, sul gradino più facile, è stata chiamata estasi. Ma l’estasi a dir il vero non è nulla di buono. E’ vero che essa conduce l’uomo ad elevarsi in certo modo al di sopra della vita fisica, dell’udire e del comprendere consueto, verso una specie di contemplazione spirituale del mondo esteriore, ma ottenebra in pa- ri tempo l’immediata concezione dell’Io. Nell’estasi l’uomo è fuo- ri di sé stesso, egli non porta seco il suo Io nel mondo delle e- sperienze spirituali. Come il sonno distende un velo su quello che sperimenteremmo a nostro danno perché ci costringerebbe a diventa- re egoisti, così il velo della realtà esteriore si distende sul retrostante mondo spirituale: e anche ciò esercita la sua azione benefica di fronte all’uomo che volesse penetrare impreparato in questo mondo spirituale. Chi da vero scienziato voglia penetrare in questo regno dello Spirito, deve avere un altro incontro ancora: ed è l’incontro col Grande Guardiano della Soglia. Ed è il Guardiano della Soglia che, nell’istante in cui facciamo breccia attraverso alla veggenza ed alla comprensione consueta, ci pone sott’occhio quanto siamo lon- tani da una comprensione completa del mondo. Viene allora verso di noi il Grande Guardiano della Soglia, e ci indica con chiarezza come non ci convenga più porre così senz’altro delle domande sulle ragioni ultime, come non dobbiamo più voler entrare curiosi dietro al velo dell’Essere, senza aver prima elaborato con cura, lenta- mente, grado per grado quelle facoltà che ci guidano in alto e ci schiudono via via la visione dall’uno all’altro mondo. Impariamo da questo Grande Guardiano della

ancora comprendere. Se in noi non ci fosse proprio niente che ci indicasse la via verso quello che non siamo ancora capaci di intendere, come potrebbero in noi destarsi la spinta e l’anelito per giungere fino all’ignoto? Tutto ciò che vo- gliamo imparare a comprendere e che potremo comprendere soltanto dopo che vi saremo penetrati, tutto ciò deve prima agire in noi come un oscuro anelito latente. Ed il senso che ci attira verso un sapere di cui non siamo ancora all’altezza, nella cui cerchia non abbiamo ancora potuto entrare, è il senso della devozione. Vera- mente devoti possiamo essere appunto di fronte a quello che sap- piamo di non avere ancora compenetrato con le nostre forze animi- che, con la nostra conoscenza, e allora la devozione ci accosta proprio nel modo giusto a questa regione sconosciuta, ci permette 10 di entrarvi degnamente, sicché ne possiamo acquistare una cono- scenza vera e non volgare. E’ chiaro a tutta prima che qualsiasi conoscenza deve essere preceduta da un sentimento siffatto. Basta riflettere che l’uomo deve, è vero, persuadersi di tutto mediante la logica, che la lo- gica è quella che può tutto trovarci; ma la logica stessa da che cosa ci viene provata? Se non si vuol arrivare a una contraddizio- ne in termini dicendo che la logica prova sé medesima, bisogna am- mettere che nell’anima umana oltre alla logica vi sia un altro e- lemento che a sua volta prova la logica. La logica può venir pro- vata soltanto mediante qualcosa che per sé stesso non ha nulla a che fare con la logica, e cioè il senso sano della verità ingenito nell’uomo. La logica ci riconduce così in ultima analisi al senti- mento. Ogni comprensione ci riconduce così al sentimento, di qui non si esce, a voler essere sinceri. Qual meraviglia dunque, se il supremo riconoscimento dell’inconoscibile che sta dietro alle cose sorge a tutta prima in noi in quel sentimento di dedizione che de- signiamo col nome di devozione? E devozione nel senso più profondo è quello che, vivendo e operando nella nostra anima prima che l’oggetto della nostra venerazione ci sia conoscibile, ci guida in alto, su pel monte, verso la luce che si rivelerà poi alla nostra conoscenza. Ma tutto ciò che appare più tardi alla massima potenza, ci appa- re anche al di fuori quando è ancora incipiente. Certo la devozio- ne somma, perfetta, vive

in noi nella dedizione all’ignoto, nell’anelito a che esso possa un giorno dischiudercisi allorché saremo maturi a comprenderlo; ma ad un grado minore questa devo- zione esiste anche nel mondo esteriore solito, di fronte a quello che non conosciamo, che non comprendiamo ancora. Se per esempio un giovinetto alza lo sguardo ad un uomo anziano, esperto, non può naturalmente farsene un criterio completo, poiché è presunzione il credere come oggi spesso si è portati a fare, che da qualsiasi gradino dell’esistenza si possa ergersi a giudici di ogni cosa. A chi si è formato un concetto della conoscenza, appare cosa risibi- le quando un tizio qualsiasi crede per esempio di poter descrivere biograficamente una personalità vasta e completa come Goethe. Poi- ché sta il fatto che in fondo possiamo capire soltanto colui del quale siamo già divenuti gli eguali. Se non ci fosse possibile en- trare in un altro rapporto con colui del quale non siamo ancora divenuti gli eguali, non potremmo mai arrivare a comprenderlo. Ma l’anima umana se consente il suo modo di sentire sano, ha la capa- cità di venerare a lungo una cosa, di dedicarvisi devotamente pri- ma di conoscerla. E così avviene per tutto quello che matura nell’anima. Chi considera la vita, sia pure nelle sue profondità esteriori, troverà la conferma di un fatto che ho spesso rilevato, e cioè con quanta gratitudine ricordiamo sempre nella vita i mo- 11 menti nei quali, nella nostra infanzia, ci fu dato venerare con piena devozione questo o quell’essere umano, questa o quella per- sonalità. Supponiamo che in una famiglia venga venerata in modo particolare una certa personalità. Un fanciullo della famiglia non ha ancora conosciuto quella persona, non ne ha avuto ancora nessu- na impressione esteriore; ma per quello che egli ne sente raccon- tare, guarda per così dire verso quella persona come verso un i- gnoto grandemente venerato. Viene poi il giorno in cui il fanciul- lo vede questa persona venerata e ne riceve una prima impressione nell’esperienza esteriore. E lo vediamo starsene con timida reve- renza colla mano sulla maniglia della porta che deve introdurlo davanti alla persona che egli imparò a venerare. Allora l’impres- sione esteriore agirà su di lui in tutt’altro modo e sull’anima sua si spanderà quella luce che proviene appunto dai sensi della devozione e della venerazione. Poiché la devozione e la venerazio- ne sono lumi meravigliosi, capaci di illuminare di fasci di luce quello che in realtà ci si

che quasi ci trascinano verso di esso. Così ovunque la vita ci dà impulso e motivo sufficiente alla devozione e di ciò dovremo tener conto. Soprattutto non dovrebbe trascurare l’elemen- to della devozione una vera e vitale pedagogia, poiché molto im- porta che fin dall’infanzia accogliamo i doni che da essa ci pos- sono venire pel destino della nostra vita. Nel considerare la vita fra morte e nascita, si può trovare quello che si chiama il karma, la grande legge del destino che ci appare come la concatenazione di cause e di effetti spirituali; ma essa ci appare in modo peculiare. Certe cose per esempio poste in noi come cause nella primissima gioventù, le vediamo produrre i loro effetti in età avanzata. Impressioni che accogliemmo in noi da bimbi in ragione di una data circostanza, rilevano i loro ef- fetti nella vecchiaia. E secondo come furono le cause, saranno gli effetti. Gli effetti non sono eguali alle cause, ma sono tali che dobbiamo prima capire il rapporto tra causa e effetto. Il giovane che, educato con giusto senso e senza che la devozione venga svi- sata e traviata, viene crescendo coltivando in sé la giusta devo- zione, potrà osservare che nella sua anima questa si tramuta. Ne risulta un fatto che può venir notato qua e là da un’osservazione più intima della vita, quando vediamo qualcuno entrare in mezzo a un gruppo di persone, forse egli parla poco o nulla, ma la sua so- la presenza già diffonde intorno ciò che potremmo chiamare un ele- mento benefico. La presenza di un uomo siffatto è benedizione e felicità per quanti gli stanno intorno, ma quello che irradia dal- la sua anima vi è stato instillato in gioventù e precisamente per mezzo del sentimento di devozione. La devozione coltivata in gio- vinezza attraverso la vita subisce una metamorfosi e diventa in vecchiaia facoltà di benedire. Ecco un rapporto karmico che si presenta a noi fra nascita e morte, che anche senza la Scienza dello Spirito, conoscendo la vita, possiamo osservare ovunque e che si potrebbe riassumere nelle parole simboliche: "Chi in giovi- nezza non fu capace di adorare a ginocchia piegate e a mani giun- te, non potrà mai distendere la mano a benedire". Le ginocchia piegate e le mani giunte in gioventù sono la causa che in vecchia- ia si trasforma nell’effetto delle mani che si stendono a benedi- re. Questo fatto appartiene ormai al nostro tesoro di saggezza di vita. Ed ecco una di quelle forze che ci fluiscono dal mondo spi- rituale, anche se non siamo ancora in grado di percepirlo.

Mentre ci è ancora precluso l’accesso al mondo dello Spirito, perché il Grande Guardiano della Soglia non vuole ancora rivelar- cisi, la devozione ci avvia verso quel mondo che si chiude sì di- nanzi a noi, ma ci manda incontro le forze che tutto permeando dei loro effetti, si manifestano poi nelle nostre azioni stesse. Così possiamo educare in noi il seme della devozione di fronte a un 13 mondo sconosciuto. Noi forse non saremo ancora in grado di pene- trare in esso fino a conoscerlo, ma ci riversa dal suo grembo quelle forze che nella nostra anima si trasmutano in impulsi di volontà per la nostra vita esteriore. Proprio come avviene che la sera, stanchi, ci addormentiamo e la mattina poi ci ridestiamo i- lari e freschi, così come la notte ci reca refrigerio e nuova ca- pacità di lavoro per le nostre braccia stanche; così accade nella vita esteriore se sappiamo accostarci reverenti ai mondi scono- sciuti, nascosti dietro la realtà dei sensi e nei quali non riu- sciamo ancora a guardare. Similmente al sonno soave, potranno na- scondere le loro forze alla nostra coscienza, ma nondimeno ce le donano. E’ la devozione che ci concede di peregrinare verso mondi sconosciuti e ce ne rivela le forze segrete, tirandoci fuori da noi stessi col nostro Io e rendendoci atti così all’azione nel mondo esteriore. Ecco dunque come il nostro Io avvicinandoci devo- tamente ai mondi sconosciuti, ne viene arricchito a sua volta di tutto ciò che può condurlo di nuovo a contatto col di fuori. I do- ni della devozione ci rendono più potenti e più forti. Questa è la missione della devozione per quella parte dell’anima umana che in- dichiamo col nome di anima cosciente, la quale ci permette di u- scir fuori di nuovo da noi stessi e di riversare al di fuori il nostro Io. Tutto ciò che ci rende produttivi e fecondi per il mon- do esterno noi lo dobbiamo al nostro atteggiamento di devozione per le cose venerabili e chi non è capace di avere senso di devo- zione mancherà di iniziativa. Ci sono delle persone che dicono: "A me nulla riesce, la gente non mi crede, non mi vuol capire!". Ma nel dire questo si notano soltanto le manifestazioni, non si ap- profondiscono le cause. E le cause stanno in ciò che queste perso- ne che si sentono sempre incomprese, non hanno mai saputo suscita- re in sé alcun senso di devozione. Ora dobbiamo anche renderci conto che sebbene la devozione conduca l’Io a uscir fuori da sé stesso, l’uomo nell’epoca presente dell’evoluzione, se vuol

arrivare per via di idee astratte, ma ci arriveremo soltanto se in tutta la nostra anima si spanderà l’effetto di una devozione saggiamente guidata. Ed è perciò che nell’educare a sen- si di devozione, agisce così fortemente il vedere altre persone devote: e l’esercizio è in ciò così potente. Questo ci spiega al- tresì il fatto perché là dove la devozione doveva venir coltivata, si dava tanta importanza al coltivarla in comune con altri, e per- ché l’uomo che se ne va singolo e solo pel mondo ci può arrivare poco. Inoltre, come la devozione facilmente si sviluppa in noi nel contemplare la devozione altrui, così essa è pure la facoltà che ci trae fuori da noi stessi e ci unisce agli altri; poiché nulla infiamma tanto la nostra devozione come il poterla condividere con altri che guardano riverenti alle medesime altezze. Anche sotto questo rispetto la devozione guida sempre l’anima a quelle sommità dove, come anima cosciente, esce fuor da sé stessa e comunica col mondo esterno. Nella devozione è dato all’uomo l’elemento per cui può uscire da sé stesso, liberarsi dal sentire, volere e pensare meramente egoistico, coltivare nel suo Io in comunione con altri, un’alta mèta alla quale levare lo sguardo. Ecco dunque la missione della devozione nella società umana. Essa conduce un Io verso l’altro, e coltivata giustamente spande una disposizione d’animo, un’atmosfera meravigliosa, soprattutto una comunità. Sia nella vi- 15 ta solita, come in quella più elevata, la devozione ha per l’uomo una missione di somma importanza. La devozione ci guida altresì verso le più alte vette della vi- ta; ed è questo il fine di coloro che vogliono rompere il velo che copre il mondo dei sensi e penetrare nel mondo dello Spirito. Que- sto è quello a cui si sforzano, mossi dallo stimolo della devozio- ne: arrivare all’oggetto della loro venerazione devota, poter vi- vere in comunione con l’oggetto da prima devotamente venerato, po- tersi unire ad esso, poter penetrare nell’ambito delle cose che prima avevano tentato di raggiungere dal basso in su. Tale fatto fu sempre noto col nome di "unio mystica", unione spirituale col mondo spirituale, mondo dal quale l’uomo è uscito, ma a cui può coscientemente riunirsi se a poco a poco sa rendersi a ciò maturo. L’unione mistica fu sempre l’alto ideale di coloro che si sforza- rono di raggiungere lo Spirito. E sempre ad essi apparvero come elemento femminile quelle forze che nell’anima umana

tendono devo- tamente verso l’alto, perso quell’elemento che permea l’universo di azione e di vita, e che è atto a fecondare l’anima come elemen- to maschile. Coscio di tali misteri, Goethe nella sua profonda conoscenza delle attitudini mistiche che si svolgono nell’evoluzione umana, fu mosso a scrivere appunto come chiusa alla sua opera monumentale del Faust, il "Chorus mysticus". Ivi scrisse le parole che rie- cheggiano nella nostra anima quasi eco di recondite vastità spiri- tuali, ponendo davanti al nostro occhio spirituale l’enigma dell’anelito evolutivo dell’anima stessa: parole che ci dicono co- me tutto quanto ci si presenta al di fuori è simbolo di cose eter- ne, e come lo sforzo spirituale possa raggiungere quello che è i- naccessibile allo sforzo dei sensi; come nel fonderci con la luce che dai mondi spirituali suscita il nostro entusiasmo, l’esperien- za che favella fisica non può descrivere, si trasmuta in fatto re- ale. Culminano poi queste mirabili parole nella sentenza meravi- gliosa, la quale ci dice: L’anima è l’Eterno Femminino che si la- scia fecondare dall’elemento che come "Maschile Eterno" vive nei Misteri universali dietro all’esistenza sensibile. Il Chorus mysticus di Goethe ci risuona all’orecchio come soluzione del grande enigma dell’evoluzione umana. Tutto l’effimero non è che immagine: L’irraggiungibile qui vien raggiunto, L’indescrivibile qui vien compiuto, L’Eterno Femminile ci attira in su. Ma se nel comprendere la missione della devozione impariamo a comprendere altresì la nostra anima medesima e vediamo come in es- sa, l’Eterno Femminile ci sospinge verso l’Eterno Maschile che de- 16 ve far fluire in noi quale saggezza universale: comprenderemo an- cora l’essenza dell’unione reale col Maschile Eterno del mondo. E pur davanti alla vastità dei Misteri universali, si desterà in noi la certezza che questa "unio mystica" potremo raggiungerla un giorno mediante il nostro sforzo spirituale, e che grazie appunto al senso della devozione ci avvicineremo sempre più a questa "unio mystica", giungendo finalmente a viverla un giorno.