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La sofferenza, sbobina, Sbobinature di Psicologia Clinica

Sbobina su sofferenza, mito di Niobe, dolore psichico, sofferenza e disperazione, livelli di sofferenza, melanconia. Ho cercato di essere più aderente possibile alla spiegazione del professore, purtroppo ho fatto la sbobina da una registrazione e si sentiva poco. Spero possa essere comunque utile.

Tipologia: Sbobinature

2022/2023

Caricato il 20/01/2023

anna_arne
anna_arne 🇮🇹

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LA SOFFERENZA – Prof. Salvatore Settineri, Università degli Studi di Messina
Intro:
Nella psicologia clinica se non ci fosse il malato, la malattia, non ci sarebbe questa materia.
L’esperienza di malattia l’abbiamo vissuta in maniera diretta, indiretta, in maniera grave o meno grave, non possiamo
capire la sofferenza se non l’abbiamo vissuta.
La sofferenza è una rappresentazione del mondo e dell’oggetto psichico. L’oggetto psichico è tale se ha una valenza
di investimento di carattere emotivo, affettivo, ecco la differenza tra relazione funzionale e ontica.
Di fronte la sofferenza, l’oggetto psichico prende dei punti di vista diversi che spiegano che anche la nostra
conoscenza pratica può essere diversa, a parità di preparazione, l’applicazione è diversa perché deriva dal nostro
rapporto con la sofferenza (con l’oggetto psichico) che è possibile per una diversa regolazione emozionale. L’oggetto
psichico è una rappresentazione, tale perché c’è un investimento emotivo, per quanto si cerca di dare dei protocolli
(modalità di comportamento dettati dall’altro). Per quanto i protocolli possano essere uguali, nella pratica non è così
semplice. Quando si affronta una malattia c’è sempre una componente soggettive, se non ci conosciamo bene può
essere una componente in nostro favore o sfavore, conscia, sarà determinata da un meccanismo di difesa, da un
controllo emozionale: la proiezione. Quando entriamo in contatto con un malato, con questo oggetto psichico, ci
esercitiamo con il carattere emozionale e in casi particolari potrà scaturire in noi una malattia (burn out: malattia
affettiva degli operatori sanitari, le persone che hanno un contatto con la sofferenza). Se noi scendiamo nel profondo
con l’oggetto psichico o investiamo la nostra emozione e abbiamo un rapporto di cura ontico, oppure possiamo
avere con questo oggetto psichico un disconoscimento del suo status di umanità e trattare il malato come un robot.
Il robot non ha un cuore, non ipotalamo, non ha affetto, il rapporto sarà tecnologico.
La bravura di psicologo sarà la capacità di distinguere l’esame di realtà dal desiderio del processo primario. Si genera
un conflitto con la necessità della realtà, esame di realtà e la necessità del desiderio.
Differenza tra Jung e Freud: Jung pone la teleologia come fine della professione umana, va avanti perché c’è un
senso. Freud guarda più l’etiopatogenesi, la causa.
Il Mito di Niobe.
Il problema della sofferenza nasce da un comportamento.
Niobe era la mitica figlia del re Tantalo e sposa del talebano Anfione. Era fiera della sua prole (aveva avuto parecchi
figli), per cui si vantava di essere superiore e più feconda di Latona (madre di Apollo e Artemide), pretendeva che a
lei spettassero gli onori divini. La superbia di Niobe arrivò alle orecchie di Latona che incaricò ad Apollo di uccidere i
suoi figli. Niobe soffrì e pianse così tanto per il dolore che implorò Zeus di trasformarla in pietra, ma pianse
comunque in eterno.
Niobe ebbe una componente emozionale di superbia, aspetto del comportamento umano dannoso, è anche
aggressiva nella sua essenza. Il contrario di superbia è l’umiltà, è anche uno stile di vita.
La superbia è tradita con il dolore, nel mito, punita con l’uccisione dei figli. Nasce il mito del dolore di Niobe.
Nelle lacrime troviamo la convergenza tra dolore fisico e psichico, questo elemento è tipicamente umano. Gli animali
hanno l’esperienza della perdita, però non hanno l’elemento della lacrima. (Le lacrime possono essere anche lacrime
di gioia, collegate comunque a un oggetto psichico anche conquistato). Nasce la depressione, è la psicopatologia più
importante non solo nella malattia ma anche nella normalità. Chi piange non è malato, nella sofferenza si vive
l’esperienza della corporeità.
Il cervello in quanto tale non ha terminazione dolorifiche (i tumori celebrali si riscontrano troppo tardi), soltanto le
meningi hanno queste terminazioni nervose. Anche il fegato non ha terminazioni dolorifiche.
Il dolore dal punto di vista corporea partecipa alla rappresentazione come le emozioni.
La sofferenza è una condizione inevitabile della situazione umana. Può intervenire durante una situazione di
malattia, incapacità fisica o psichica, una modificazione dell’immagine corporea o di una perdita significativa.
Abbiamo diversi tipi di sofferenza, può essere sofferenza psichica che si sente con il corpo.
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LA SOFFERENZA – Prof. Salvatore Settineri, Università degli Studi di Messina Intro: Nella psicologia clinica se non ci fosse il malato, la malattia, non ci sarebbe questa materia. L’esperienza di malattia l’abbiamo vissuta in maniera diretta, indiretta, in maniera grave o meno grave, non possiamo capire la sofferenza se non l’abbiamo vissuta. La sofferenza è una rappresentazione del mondo e dell’oggetto psichico. L’oggetto psichico è tale se ha una valenza di investimento di carattere emotivo, affettivo, ecco la differenza tra relazione funzionale e ontica. Di fronte la sofferenza, l’oggetto psichico prende dei punti di vista diversi che spiegano che anche la nostra conoscenza pratica può essere diversa, a parità di preparazione, l’applicazione è diversa perché deriva dal nostro rapporto con la sofferenza (con l’oggetto psichico) che è possibile per una diversa regolazione emozionale. L’oggetto psichico è una rappresentazione, tale perché c’è un investimento emotivo, per quanto si cerca di dare dei protocolli (modalità di comportamento dettati dall’altro). Per quanto i protocolli possano essere uguali, nella pratica non è così semplice. Quando si affronta una malattia c’è sempre una componente soggettive, se non ci conosciamo bene può essere una componente in nostro favore o sfavore, conscia, sarà determinata da un meccanismo di difesa, da un controllo emozionale: la proiezione. Quando entriamo in contatto con un malato, con questo oggetto psichico, ci esercitiamo con il carattere emozionale e in casi particolari potrà scaturire in noi una malattia (burn out: malattia affettiva degli operatori sanitari, le persone che hanno un contatto con la sofferenza). Se noi scendiamo nel profondo con l’oggetto psichico o investiamo la nostra emozione e abbiamo un rapporto di cura ontico, oppure possiamo avere con questo oggetto psichico un disconoscimento del suo status di umanità e trattare il malato come un robot. Il robot non ha un cuore, non ipotalamo, non ha affetto, il rapporto sarà tecnologico. La bravura di psicologo sarà la capacità di distinguere l’esame di realtà dal desiderio del processo primario. Si genera un conflitto con la necessità della realtà, esame di realtà e la necessità del desiderio. Differenza tra Jung e Freud: Jung pone la teleologia come fine della professione umana, va avanti perché c’è un senso. Freud guarda più l’etiopatogenesi, la causa. Il Mito di Niobe. Il problema della sofferenza nasce da un comportamento. Niobe era la mitica figlia del re Tantalo e sposa del talebano Anfione. Era fiera della sua prole (aveva avuto parecchi figli), per cui si vantava di essere superiore e più feconda di Latona (madre di Apollo e Artemide), pretendeva che a lei spettassero gli onori divini. La superbia di Niobe arrivò alle orecchie di Latona che incaricò ad Apollo di uccidere i suoi figli. Niobe soffrì e pianse così tanto per il dolore che implorò Zeus di trasformarla in pietra, ma pianse comunque in eterno. Niobe ebbe una componente emozionale di superbia, aspetto del comportamento umano dannoso, è anche aggressiva nella sua essenza. Il contrario di superbia è l’umiltà, è anche uno stile di vita. La superbia è tradita con il dolore, nel mito, punita con l’uccisione dei figli. Nasce il mito del dolore di Niobe. Nelle lacrime troviamo la convergenza tra dolore fisico e psichico, questo elemento è tipicamente umano. Gli animali hanno l’esperienza della perdita, però non hanno l’elemento della lacrima. (Le lacrime possono essere anche lacrime di gioia, collegate comunque a un oggetto psichico anche conquistato). Nasce la depressione, è la psicopatologia più importante non solo nella malattia ma anche nella normalità. Chi piange non è malato, nella sofferenza si vive l’esperienza della corporeità. Il cervello in quanto tale non ha terminazione dolorifiche (i tumori celebrali si riscontrano troppo tardi), soltanto le meningi hanno queste terminazioni nervose. Anche il fegato non ha terminazioni dolorifiche. Il dolore dal punto di vista corporea partecipa alla rappresentazione come le emozioni. La sofferenza è una condizione inevitabile della situazione umana. Può intervenire durante una situazione di malattia, incapacità fisica o psichica, una modificazione dell’immagine corporea o di una perdita significativa. Abbiamo diversi tipi di sofferenza, può essere sofferenza psichica che si sente con il corpo.

La conseguenza dell’incapacità di potere alleviare la sofferenza porta all’operatore sanitario a un trattamento impersonale e quindi poco terapeutico. Il dolore psichico è un aspetto della sofferenza, somatizzato genera un altro tipo di dolore: il dolore simbolico. La sofferenza ha numerosi rapporti con altre esperienze: il dolore in particolare. La rappresentazione è veicolo di sofferenza corporea ma anche di sofferenza esterna. Ogni dolore sollecita un’attività emotiva: nel senso della sua elaborazione: tristezza. Nel senso dell’anticipazione: angoscia. Nel senso dell’allontanamento: disgusto. Sofferenza associata all’emozione del dolore per:

- Episodi parossistici del dolore che causano una reazione emozionale: Le forme parossistiche, possiamo avere dei disturbi mentali senza alterazione del copro, che generano dolore: sono due psicopatologie. Il dolore algogeno, di cui fa parte il dolore isterico. L’altra forma di dolore che si trova come malattia del corpo, ovvero il disturbo somatoforme. L’altro tipo di dolore, l’ipocondria, anche quello è un oggetto psichico malato, utilizza come mezzo emotivo il corpo. L’ipocondriasi l’autori lo mettono nelle difese perché è una forma mediata attraverso il corpo. - Sviluppo di uno stato affettivo grave L’esperienza di dolore la troviamo anche in situazioni gravi, ad esempio in uno stato affettivo grave. Si viene a creare con la persona che vive questa malattia, e la sua ricerca di senso a questa malattia, un’uscita. Il dolore molte volte può essere la strada, di origine esogena, una persona soffre perché non muore liberando dall’impaccio i propri cari. - Un insieme di precedenti Sofferenza e disperazione Il senso della sofferenza inaugura non la tristezza, ma la parte più profonda del dolore, la disperazione. La disperazione l’abbiamo nella malattia corporea grave ma anche nella malattia psichiatrica grave, nella melanconia ad esempio. La melanconia (denominazione classica di depressione), che ha origine greca, conservata nella nosografia nelle forme più gravi di depressioni. La disperazione grave, la disperazione melanconica è quasi impossibile da capire attraverso il linguaggio. C’è bisogno di un altro linguaggio per il soggetto, che non sia la parola, per spiegare questo stato. E qual è il linguaggio che spiega questa scissione? Un tentativo di riunificazione degli elementi del corpo scisso. Il linguaggio simbolico, quello che Jung definisce come una possibilità di trasmissione non altrimenti possibile con la parola. = definizione di simbolo. Melanconia di Albrecht Durer. In primo piano un angelo in posizione tipicamente malinconica. L’angelo guarda il vuoto, per antonomasia il simbolo della depressione. Nella depressione abbiamo un taglio nella relazione oggettuale, non è una relazione. Tutte le forme depressive (qui parliamo del grado estremo) sono fenomeni in cui non ci sono relazioni oggettuali, sono torpide, assenti. Nella depressione post partum ila madre guarda il bambino ma non lo vede. C’è un angelo più piccolo, una bilancia in equilibrio rappresenta l’omeostasi delle emozioni, il bilanciamento. Nella depressione la bilancia delle emozioni è un meccanismo squilibrato. C’è la clessidra, il tempo, è fatto per le emozioni. Il desiderio che da felicità è il desiderio soddisfatto, la felicità è transitoria, è un evento della nostra vita che deve venire, il depresso non lo conosce, da tempo, mesi, anni. Il tempo della clessidra è il tempo che deve terminare. L’oggetto psichico mancante genera sofferenza. Le proto-emozioni a livello ipotalamico sono collegate a molte zone, in particolare il collegamento è tra le emozioni e le vie indottrino logiche, che a loro volta sono collegate all’immunità. La depressione porta immunodepressione, porta cancro. La risposta emotiva dell’oggetto psichico può essere lenta o rapida.

  • La sua decontestualizzazione della personalità.
  • Gli aspetti della cronicizzazione.
  • Il concetto di Pil in relazione alla malattia.