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La svolta autobiografica di Anna Iuso, Sintesi del corso di Antropologia Culturale

Riassunto di La svolta autobiografica di Anna Iuso e del Canto del Nord

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

In vendita dal 01/10/2019

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La svolta autobiografica (infanzia e memoria nell’800 italiano) di Anna Iuso
Il legame tra autobiografia e antropologia si è affermato all’inizio del secolo scorso negli Stati Uniti.
Secondo Lévi-Strauss è stata la storia la prima disciplina che ha conferito alla narrazione di una vita la
dignità di una forma di conoscenza particolare. Propone una gerarchia delle storie: la storia biografica e
aneddotica si trova in fondo a questa scala, perché è la meno esplicativa; ma la più ricca sul piano
dell’informazione, poiché considera gli individui nella loro particolarità. Non è soltanto una testimonianza,
ma l’individuo è chiamato ad intervenire per un’analisi totalizzazione in una coscienza. Es. autobiografia
dell’indiano hopi Talayesva, dà al suo lettore la sensazione di apprendere la sua cultura con lui, partecipiamo
insieme a lui. Scrittura è quindi fondamentale per riordinare i fatti. Se la narrazione “totalizza” davvero
un’esperienza, se gli conferisce un senso, non è semplicemente perché espressione di una cultura, ma in
quanto storia vissuta da un individuo. Qualsiasi biografia significa far entrare la rappresentazione di una
persona nella forma di un genere letterario: fa emergere un’identità narrativa molto specifica.
Verso la fine del XVIII c’è stato un cambiamento che ha reso la narrazione di sé una pratica comune. La
narrazione in prima persona si suddivide in tre pratiche: l’autobiografia in senso stretto (narrazione
retrospettiva di un’esistenza); il diario personale e la corrispondenza privata. L’egodocumento,
l’autobiografia è la tipologia che ci mette più in stretto contatto con le modalità di costruzione di una vita
attraverso la narrazione. L’autobiografia viene qui trattata non solo come genere testuale ma anche come
pratica sociale. Sono stati presi in esami diverse autobiografie italiane (di autobiografi nati nel XIX secolo)
per capire come e perché la pratica di questo genere testuale si sia diffusa e quali sono stati i cambiamenti
più importanti (in merito a relazioni familiari, vita domestica, modelli di trasmissione del sapere, ruolo della
scrittura). Spesso l’autobiografia non è uno scandagliare nelle profondità dell’Io dello scrittura ma è soltanto
una documentazione di azioni compiute e scene vissute, per lo più superficiali. Ma questi piccoli eventi
ordinari possono essere rilevanti se vengono posti nella prospettiva del cambiamento correlato di valori e
modi di vita.
In Italia l’autobiografia ha preso forma più precocemente rispetto ad altrove. Siamo nel 700: Giovan Artico
da Porcìa lancia un appello ai suoi letterati, cioè di scrivere di proprio pugno ognuno la sua vita e i proprio
studi Progetto ai letterati d’Italia. Si richiede quindi una descrizione della propria formazione scolastica,
l’evolversi del proprio pensiero, proponendo la propria esperienza a colleghi e vasto pubblico. I letterati sono
scettici e non rispondono in molti all’appello, perché timorosi di esporsi al giudizio e alle critiche dei
colleghi. Giambattista Vico fu l’unico a scrivere una biografia realmente rispondente ai canoni imposti da
Giovan Artico. Nonostante questo la pratica del “saggio autobiografico” aveva già dei precedenti illustri:
Discours sur la méthode di Descartes, che sottolinea appunto il proprio percorso intellettuale. Questa fu la
prima inchiesta autobiografica italiana.
1768. Nell’Appendice (circa lo scrivere la Vita di me medesimo) del Trattato di Callimaco di Almici
l’autore traccia gli aspetti della biografia ideale. Scopo della biografia: rendere giustizia al merito e alla virtù,
dare al pubblico un modello con cui potersi ispirare. Aveva quindi una dimensione formativa. Almici
propone modelli laici e religiosi, sottolineando così la doppia natura dell’autobiografia che può avere un fine
esclusivamente secolare (dare agli altri notizie di sé) o perseguire uno scopo più alto (confessarsi a Dio).
Quindi alla dimensione pedagogico-formativa si aggiunge quella morale. La difficoltà sta nello scrivere di sé
evitando di esagerare le proprie virtù e nascondendo i proprio difetti (vedi patto autobiografico: obbligo di
veridicità che l’autore contrae nei confronti del pubblico).
1891. Il Giornaletto dei Ragazzi incomincia la pubblicazione dei ricordi d’infanzia degli illustri
contemporanei”. Narrano a puntate episodi della propria infanzia. Era un settimanale per ragazzi che oggi
definiremmo interattivo, perché c’erano enigmi da risolvere, concorsi a cui partecipare etc. il direttore della
rivista è Onorato Roux, molto impegnato sul versante educativo. Prima di fare questa richiesta ai
contemporanei, la rivista si era impegnata in 60 racconti autobiografici di persone illustri italiane, da Marco
Aurelio a Petrarca, da Garibaldi a Leopardi. Uno sguardo diacronico sulla cultura italiana che elegge a rango
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La svolta autobiografica (infanzia e memoria nell’800 italiano) di Anna Iuso

Il legame tra autobiografia e antropologia si è affermato all’inizio del secolo scorso negli Stati Uniti. Secondo Lévi-Strauss è stata la storia la prima disciplina che ha conferito alla narrazione di una vita la dignità di una forma di conoscenza particolare. Propone una gerarchia delle storie: la storia biografica e aneddotica si trova in fondo a questa scala, perché è la meno esplicativa; ma la più ricca sul piano dell’informazione, poiché considera gli individui nella loro particolarità. Non è soltanto una testimonianza, ma l’individuo è chiamato ad intervenire per un’analisi → totalizzazione in una coscienza. Es. autobiografia dell’indiano hopi Talayesva, dà al suo lettore la sensazione di apprendere la sua cultura con lui, partecipiamo insieme a lui. Scrittura è quindi fondamentale per riordinare i fatti. Se la narrazione “totalizza” davvero un’esperienza, se gli conferisce un senso, non è semplicemente perché espressione di una cultura, ma in quanto storia vissuta da un individuo. Qualsiasi biografia significa far entrare la rappresentazione di una persona nella forma di un genere letterario: fa emergere un’identità narrativa molto specifica. Verso la fine del XVIII c’è stato un cambiamento che ha reso la narrazione di sé una pratica comune. La narrazione in prima persona si suddivide in tre pratiche: l’autobiografia in senso stretto (narrazione retrospettiva di un’esistenza); il diario personale e la corrispondenza privata. L’egodocumento, l’autobiografia è la tipologia che ci mette più in stretto contatto con le modalità di costruzione di una vita attraverso la narrazione. L’autobiografia viene qui trattata non solo come genere testuale ma anche come pratica sociale. Sono stati presi in esami diverse autobiografie italiane (di autobiografi nati nel XIX secolo) per capire come e perché la pratica di questo genere testuale si sia diffusa e quali sono stati i cambiamenti più importanti (in merito a relazioni familiari, vita domestica, modelli di trasmissione del sapere, ruolo della scrittura). Spesso l’autobiografia non è uno scandagliare nelle profondità dell’Io dello scrittura ma è soltanto una documentazione di azioni compiute e scene vissute, per lo più superficiali. Ma questi piccoli eventi ordinari possono essere rilevanti se vengono posti nella prospettiva del cambiamento correlato di valori e modi di vita.

In Italia l’autobiografia ha preso forma più precocemente rispetto ad altrove. Siamo nel 700: Giovan Artico da Porcìa lancia un appello ai suoi letterati, cioè di scrivere di proprio pugno ognuno la sua vita e i proprio studi → Progetto ai letterati d’Italia. Si richiede quindi una descrizione della propria formazione scolastica, l’evolversi del proprio pensiero, proponendo la propria esperienza a colleghi e vasto pubblico. I letterati sono scettici e non rispondono in molti all’appello, perché timorosi di esporsi al giudizio e alle critiche dei colleghi. Giambattista Vico fu l’unico a scrivere una biografia realmente rispondente ai canoni imposti da Giovan Artico. Nonostante questo la pratica del “saggio autobiografico” aveva già dei precedenti illustri: Discours sur la méthode di Descartes, che sottolinea appunto il proprio percorso intellettuale. Questa fu la prima inchiesta autobiografica italiana.

  1. Nell’ Appendice (circa lo scrivere la Vita di me medesimo) del Trattato di Callimaco di Almici l’autore traccia gli aspetti della biografia ideale. Scopo della biografia: rendere giustizia al merito e alla virtù, dare al pubblico un modello con cui potersi ispirare. Aveva quindi una dimensione formativa. Almici propone modelli laici e religiosi, sottolineando così la doppia natura dell’autobiografia che può avere un fine esclusivamente secolare (dare agli altri notizie di sé) o perseguire uno scopo più alto (confessarsi a Dio). Quindi alla dimensione pedagogico-formativa si aggiunge quella morale. La difficoltà sta nello scrivere di sé evitando di esagerare le proprie virtù e nascondendo i proprio difetti (vedi patto autobiografico: obbligo di veridicità che l’autore contrae nei confronti del pubblico).
  2. Il Giornaletto dei Ragazzi incomincia la pubblicazione dei ricordi d’infanzia degli illustri contemporanei”. Narrano a puntate episodi della propria infanzia. Era un settimanale per ragazzi che oggi definiremmo interattivo, perché c’erano enigmi da risolvere, concorsi a cui partecipare etc. il direttore della rivista è Onorato Roux , molto impegnato sul versante educativo. Prima di fare questa richiesta ai contemporanei, la rivista si era impegnata in 60 racconti autobiografici di persone illustri italiane, da Marco Aurelio a Petrarca, da Garibaldi a Leopardi. Uno sguardo diacronico sulla cultura italiana che elegge a rango

di documento storico non la vita intellettuale ma l’infanzia. Quindi Roux organizzò une vera e propria inchiesta autobiografica rivolta a personaggi famosi suoi contemporanei. L’unico testo critico esistente sul lavoro di Roux è la sua introduzione alla raccolta. Ci furono diversi rifiuti, causati dal pudore forse o dal ritenere la propria infanzia banale e indegna di essere presa ad esempio. Qual è l’infanzia che merita di essere narrata? Per Roux era essere un bambino prodigio, testimone di eventi storici o soggetto di azioni speciali, ecco qual era l’interesse per l’infanzia. Se con Giovan Artico si temeva l’esposizione al pubblico, qui si pone il problema di scrivere su una parte di se stessi lontana e difficile da riconoscere, Giovan Artico richiedeva un’autobiografia intellettuale senza alcuna componente personale, al contrario Roux richiedeva solo una narrazione dell’infanzia concepita come periodo di formazione. In entrambi i casi la pratica autobiografica è riconosciuta come momento conoscitivo, fonte di realizzazione e trasmissione di un sapere.

  1. Philippe Lejeune pubblica L’autobiographie en France , volume in cui presentava a grandi linee la definizione, la storia e le problematiche dell’autobiografia, concepita come una narrazione a posteriori del corso di una vita. Questo scritto aprì le porte a numerose riflessioni, tra cui un saggio di Georges Gusdorf , il quale, nel tentativo di dimostrare come l’autobiografia sia una pratica antichissima, ha esaminato una serie di inventari di autobiografie prodotti prevalentemente in ambito tedesco e anglosassone. Dall’enorme quantità di materiale rinvenuto si è capito dunque quanto l’autobiografismo fosse un fenomeno praticamente ignorato dalle scienze sociali. La querelle Lejeune-Gusdorf verte essenzialmente su due punti: (1) esigenza di una definizione dell’autobiografia in quanto genere letterario, e (2) identificare la sua nascita che secondo Lejeune è avvenuta con le Confessions di Rousseau. Tra il 1700-1800 l’autobiografia conobbe un enorme sviluppo qualitativo → età delle grandi autobiografie. Ma lo sguardo sull’800 è riduttivo, poiché ci si limita a grandi scrittori e grandi personaggi politici. Per misurare la pratica serve prendere in considerazione anche quei testi che non possono essere utilizzati nella critica letteraria, perché letterari non sono. I curatori di antologie di taglio letterario considerano l’800 come il grande secolo della memorialistica italiana, le cui cause saranno poi rintracciate nel rilievo che il Romanticismo diede all’individuo. Questi materiali sono estremamente ricchi proprio perché oscillano tra vita dell’individuo e storia sociale che gli fa da sfondo. Ma i dati delle antologie non bastano quindi Iuso ha iniziato un lavoro collettivo finalizzato alla costruzione di un Catalogo dell’autobiografia italiana dell’800.

Postulato fondamentale è che l’autobiografia implica e consente un processo autoconoscitivo. Segue per intero il corso di un’esistenza. Definizione di Lejeune : “chiamiamo autobiografia la narrazione retrospettiva che qualcuno fa della propria esistenza, quando mette l’accento principale sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della sua personalità. Elementi che appartengono a tre categorie diverse: 1) la forma del linguaggio → racconto, prosa; 2) il soggetto trattato → vita individuale, storia della personalità; 3) la situazione dell’autore → identità autore narratore e personaggio, prospettiva retrospettiva.”

Autobiografia VS memorie → l’autobiografia non è una memoria. L’elemento discriminante è l’intenzione dell’autore, il suo progetto di scrittura. Le memorie sarebbero dei testi destinati a fare la storia della propria epoca, sono narrazioni il cui unico interesse è di ordine storico; mentre le biografie hanno un’intenzione metastorica, e si segue la cronologia della vita personale. I memorialisti si vantano di narrare fatti inediti e sono convinti che non ci sia altro punto di vista al di fuori del proprio. L’autore delle memorie si pone come testimone della storia. L’autore delle biografie può esserlo o anche meno. Ciò che gli interessa è tracciare il suo percorso, segnalare il suo contributo alle vicende pubbliche o private del proprio paese.

La critica letteraria non propone una buona via d’accesso per lo studio delle scritture dell’io, perché la maggior parte di queste scritture si pongono al di fuori dell’ordine propriamente letterario. Il solo modo di lettura che sia veramente adatto è una critica antropologica , attenta all’economia interna della realtà umana (Lejeune). Patto autobiografico → l’autore stipula un contratto con il lettore, e afferma l’identità tra autore, narratore e personaggio e si impegna a rispettare la veridicità dei fatti narrati. Si assume quindi la responsabilità delle sue scelte, operando una selezione di elementi più pertinenti per la presentazione della propria persona. Importante quindi il progetto dell’autore e la sua volontà: viene messa in discussione la sua

Nella seconda metà del 700 le città italiane vedono la scrittura uscire dalle chiese e dalle corti per apparire nei luoghi della frequentazione più quotidiana. Quindi ogni giorno il cittadino si ritrova a frequentare la scrittura. La diffusione della scrittura dipende anche da un nuovo e più diretto rapporto dell’individuo con lo stato, basato anche sull’obbligo di un’istruzione elementare. Il nuovo entra nel tessuto sociale tradizionale, costruendo nuovi rapporti e significazioni. Si trattava inizialmente di un sapere parziale, bastava saper leggere, scrivere e contare o solamente una di queste. C’erano inoltre i cosiddetti maestri “informali”, i quali insegnavano soltanto come secondo lavoro e non erano quindi estremamente competenti. Tutti concordano nel considerare l’800 il secolo dell’alfabetizzazione. Ma questo non fu graduale e uniforme: ad es. c’erano molte differenze tra scuole cittadine, spesso migliori di quelle rurali. Ci volle molto tempo prima che le scuole divennero un luogo davvero chiuso, in cui poter controllare il bambini ed educarlo; soltanto progressivamente l’insegnante lavorava a tempo pieno. I pochi autobiografia che descrivono la scuola come luogo di reale apprendimento sono coloro che avevano la fortuna di frequentare scuole private; ma si tratta di una minoranza. Però c’è un gran numero di autobiografi che nati in condizioni più o meno utili, sono riusciti a cambiare la propria vita grazie all’istruzione. Come ad es. Francesco Tarducci che proveniva da una situazione economica familiare molto precaria, ed aveva paura di non poter concludere il proprio iter formativo. Ma la passione del ragazzo venne premiata accogliendolo gratis nell’istituto. Finiti gli studi comincerà ad insegnare in una scuola di grammatica. La sua storia si rincontra in molti altri autobiografi, che hanno sperimentato la diffusione dell’istruzione e della scuola. Struttura sempre più solida all’interno della quale poter far riconoscere i propri meriti individuali. C’è quindi un passaggio inevitabile tra due modelli formativi: l’école buissonière (cioè imparare immersi nella natura, apprendistato nel mondo) si oppone alla scuola che è più incentrata sull’apprendimento teorico.

Con la trasformazione delle società, da un sistema olista si è arrivati ad uno individualista. Louis Dumont, Marcel Gauchet e Norbert Elias sono tre figure chiave per capire questo:

Il nuovo individuo della modernità → pratiche di civilizzazione di Norbert Elias → nuova concezione della vita seconda la quale l’uomo non è più schiavo delle pulsioni ma le controlla per ottenere il massimo profitto sociale, anche su lunga durata. Nelle autobiografie notiamo nuovi elementi, come ad es. nel caso di Gabriele Rosa. La morte della madre scatena in Gabriele la voglia di ricercare se stesso. Nonostante sia di poverissima famiglia, gli viene permesso di viaggiare e fare lunghe escursioni, durante le quali emergono nuove pratiche: riflessione solitaria, viaggio come esperienza di formazione iniziatica e individuale, libro come compagno silenzioso → dialogo con se stessi, annotazioni su un diario → costruzione di un individuo nuovo. Il processo di civilizzazione studiato da Elias ha isolato l’individuo nel suo rapporto con lo Stato e con la società. In La civiltà delle buone maniere (1982) conduce un’analisi accurata sui manuali di civiltà: a partire dal Medioevo nota un graduale irrigidirsi delle regole del vivere civile; tutto ciò che concerne il corpo (dal sesso all’abbigliamento, dal conversare al camminare) è sottoposto ad una regolamentazione sempre più severa e radicale, che sottolinea quanto l’individuo sia isolato rispetto ai suoi simili. Egli non mostra più le proprie pulsioni, ha imparato a reprimerle e padroneggiarle. Questo controllo dà vita a una “seconda natura”. L’interiorizzazione di questo meccanismo, per Elias, rappresenta una trasformazione fondamentale della struttura della personalità. Si va così a creare una sfera privata dell’esistenza, non soggetta alle regole della vita pubblica, nella quale l’individuo può essere se stesso senza il controllo sociale. Questi meccanismi di controllo delle pulsioni prendono il nome di “coscienza” e “ragione”. Elias dà particolare importanza al periodo infantile, perché è la fase durante la quale il bambino “guarda se stesso”, e ancora incapace di dominare le proprie pulsioni, viene sottoposto a un’educazione disciplinante fino al momento in cui non si crea una “seconda natura”.

Intimità → centrale è lo spazio domestico in molte autobiografie. Viene descritta l’infanzia passata spesso da soli, studiando in casa nella propria stanzetta personale. Processo di privatizzazione della cultura. Le autobiografie sono quindi testimoni dei cambiamenti culturali che nell’arco del secolo XIX investono il vivere quotidiano di tutte le classi sociali. Primo, essenziale fattore della vita quotidiana è ovviamente la famiglia, il valore più grande. La casa stessa subisce delle trasformazioni, diventando sempre più comoda, e

più frazionata in stanze divise che consentono una maggiore intimità. Il nuovo spazio domestico influenza anche una nuova concezione del corpo: maggiore cura degli abiti, della propria immagine e della toilette. Questa attenzione verso l’esteriorità si accompagna ovviamente a una cura della propria realtà interiore: vita spirituale e morale è connessa a momenti di solitudine, riflessione e meditazione. Preghiera, lettura, monologo interiore viene favorito sin dall’infanzia da elementi come giocattoli, animali domestici. Giocattoli che più avanti verranno rimpiazzati da libri. Marcel Gauchet → nozione di intimità in cui il nuovo individuo si rifugia per coltivare la propria personalità. Qualsiasi società ha bisogno di porsi rispetto ad un’alterità, prima era costituita dal divino, ora è invece rappresentata dallo Stato. Quindi si tratta di un’alterità umana. Il dialogo con se stessi è quindi anche legato alle trasformazioni di ordine politico e religioso. Consolidandosi il rapporto dell’individuo con lo Stato, succede lo stesso anche alla pratica della scrittura, fondamentale per mantenere stabile il rapporto. Abbiamo quindi una scrittura obbligata, quella delle istituzioni; e una scrittura privata, intima, nella quale il soggetto di rivela. La società moderna è quindi, per Gauchet, soggetta solo a se stessa e alle proprie leggi, senza dover fare riferimento a un’istanza esterna e superiore → désenchentement du monde. Esaltazione della sfera privata rispetto al contatto con l’esterno, sempre più discreto.

Louis Dumont fa delle riflessioni sul rapporto società-individuo. Secondo lui nelle società moderne ogni uomo in quanto essere biologico e soggetto pensante, incarna l’umanità stessa. Gli individui considerano la società il mezzo per raggiungere i principi di libertà e uguaglianza. Il valore supremo non è più la sopravvivenza del gruppo, ma la soddisfazione delle esigenze del singolo individuo. Il processo di affermazione dell’individuo culmina per Dumont, con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789. Dumont si concentra sulle ideologie francesi e tedesche, osservando la formazione del nuovo individuo moderno soprattutto attraverso la biografia di Wilhelm von Humboldt. Egli tentò di dare risalto alla pratica di formazione dell’io, conosciuta come Bildung. Humboldt concepiva l’individuo come un essere embrionale la cui formazione doveva essere completata dall’esperienza del mondo: lo sviluppo del nucleo personale ( Ausbildung ) è possibile solo grazie all’interazione con l’ambiente circostante ( Anbildung ). Non c’è conoscenza di se stessi, se ciò che si percepisce non è espresso attraverso il linguaggio, o meglio la scrittura. Essa è indispensabile per qualsiasi forma di conoscenza, poiché permette di ordinare, logicamente e intimamente, l’esperienza del mondo, l’osservazione degli altri e di se stessi. Cosa sono quindi le autobiografie se non delle narrazioni di Bildung? Gli autori sentono la necessità, per conoscersi, di sondare il proprio essere attraverso la scrittura, a partire dall’infanzia e dall’adolescenza, cioè da quel periodo in cui le proprie inclinazioni hanno iniziato a manifestarsi. Infanzie che terminano con l’accettazione di un ruolo, una funzione sociale.

mnemonici. Attivati da sguardo, sensazioni e affetti. Per esprimere sensazioni che a parole sembra impossibile fare, si ricorre alla rammemorazioni dei luoghi che hanno suscitato tali sensazioni. I luoghi condensano esperienze affettiva ed emozionali intraducibili nel linguaggio dell’adulto, che si accontenta di rievocare singola scene vissute. Nelle autobiografie quindi le regole della vita dei bambini e i suoi momenti forti sono rappresentante come indissolubilmente legati ad alcuni luoghi specifici. La dovizia di particolari spaziali presenti nelle autobiografie può essere letta come il segno di un processo cognitivo specifico dell’infanzia. I bambini hanno continuamente bisogno di verbalizzare le proprie azioni, raccontando sempre che cosa hanno fatto e per farlo riportano i percorsi spaziali che hanno compiuto. Fare per i bambini significa esplorare l’ambiente, stabilire percorsi, fare delle mappe. Luoghi e oggetti diventano coordinate del proprio sentire. Come descrivere l’infanzia con il linguaggio degli adulti quindi? Ripercorre gli stessi spazi, cercare nella propria mente le antiche immagini per far riemergere sensazioni remote. La descrizione spaziale non solo tenta di far rispettare il reale sentire di se stessi bambini, ma crea nell’adulto delle condizioni psichiche che, attraverso lo stimolo del ricordo visivo, consentirà di re-immergersi in quella perduta condizione esistenziale in cui lo spazio era un dato significante, mentre del tempo non si aveva alcuna percezione. L’autobiografo deve quindi ri-trasporre nelle sua logica e nel suo linguaggio adulto, il suo modo di essere da bambino. Si tratta di un “essere altro”: narrare l’essere che si è stati è possibile soltanto accogliendo gli echi del passato “leggendario” di quando si era bambini. L’identità poetica si oppone a quella narrativa, specifica dell’età adulta (Ricoeur). Piccoli ricordi, impressioni, emozioni che riemergono aiutano a ricostruire l’esperienza stilando una sorta di “topografia della coscienza”, in una narrazione al contempo analitica ed emozionale. Queste narrazioni sono uno stimolo di investigazione e scoperta. Le autobiografie d’infanzia sono dei veri e propri esercizi mnesici. L’autobiografo deve riscoprire un sé che non è più. Per fare tutto ciò comunque c’è bisogno del procedimento topico che guida l’esplorazione nelle vecchie memorie: molti ne sono a conoscenza e infatti ritornano nei luoghi della loro infanzia con l’intento di risvegliare qualcosa.

La prima infanzia si pone come la sfida per eccellenza. L’impresa è difficile ma può essere superata grazie ad alcuni metodi: (1) prendere coscienza della discontinuità delle impressioni infantili, ammettere il loro carattere poetico ed organizzarle secondo schemi topologici; (2) raccogliere e sottolineare nell’infanzia tutti gli eventi che sembrano rivelare la mano del destino, che designa il ruolo dell’individuo:

Il presagio → presenza nelle biografie di racconti di un incidente o di una malattia avvenuti in tenerissima età, che hanno quasi portato alla morte il bambino. Eventi che diventano oggetto di ripetute narrazioni nell’ambiente familiare. Questi eventi premonitori introducono la storia di una vita, ma questa non è un’innovazione visto che si è sempre fatto anche per quanto riguarda l’infanzia di Cristo o quella dei re. Personaggi straordinari che vedono la loro nascita posta sotto il segno di una configurazione cosmica. L’autobiografo si presenta quindi come un sopravvissuto. Il rischio di morte è un elemento narrativo con due intenzioni: la dimensione ermeneutica dell’autobiografia e l’affermazione della propria persona. Il banale presagio diventa una chiamata vocazionale. La propria personalità risulta quindi rinvigorita dalle avversità. Viene vista come una rinascita, un ritorno alla vita. Lottare per sostenere la propria vocazione. Il presagio di presenta quindi come una forma moderna del destino. La fuga → anche l’evento della fuga viene spesso legato al manifestarsi della vocazione artistica. Nel bambino matura un’idea di ribellione. Evento chiave dell’infanzia che prende ampio spazio nella narrazione: colori, luce, sensazioni che rimangono impresse nella memoria. Ebbrezza del primo momento a cui sopraggiunge poi la paura. Interazione con estranei incontrati: primo contatto col mondo esterno. L’avventura è ricca di dettagli che si imprimono nella memoria come se fossero allucinazioni. La fuga mette alla prova il carattere, la capacità decisionale. È un gesto adulto, di emancipazione. Però la fuga non dura mai a lungo, il fuggitivo torna sempre sui suoi passi. Ma qualcosa in lui è cambiato. La fuga è un gesto di rottura liberatrice e imposizione della propria individualità. La fuga a volte è un rifiuto della legge del padre, troppo invadente ed oppressiva. Sono comunque una separazione troppo precoce dal mondo dell’infanzia. La fuga attiva la funzione di auto-analisi, ed esibisce per la prima volta l’incertezza dell’individuo. Il viaggio → intesto come distacco dalla famiglia che sembra quasi una scena epica. Scoprire il mondo tutto nuovo. Bambino che deve diventare uomo deve imparare a gestirsi nel mondo esterno e ad affrontare la

società. Che sia in macchina, in treno o su un asino, il mezzo di trasporto è sempre degno di molta attenzione. Frattura definitiva con il paese d’origine. Questa è la vera partenza. Il viaggio deve avvenire in funzione di una formazione, così come vuole la tradizione. Il collegio → es. del piccolo Brofferio che entra nel collegio per la prima volta e ne è spaventato. È un ambiente estraneo ed aggressivo. Nel collegio gli autori entrano in una società nuova, diversa dalla famiglia. La biografia di Brofferio è particolarmente ricca di particolari di questo suo periodo della vita. Il primo cambiamento è nei ritmi di vita: alzarsi sempre alla stessa ora, svolgere tutto all’insegna della disciplina, dell’ordine e dell’efficienza. Anche i rapporti con i compagni sono regolamentati. Tutti vestono allo stesso modo. Il programma scolastico, per la maggior parte imposto da Gesuiti, è molto legato alle discipline umanistiche. È una piccola società con leggi proprie. Ma basta che i superiori voltino le spalle per rilevare un’altra facciata: le interazioni tra collegiali. Essi vivono una doppia socialità: una prevista dal collegio e una nascosta. Tutto è uguale per tutti → anonimato. I ragazzi perdono la propria libertà e privacy. Elementi fondamentali del collegio:

  • Gerarchia dei meriti
  • Affinità elettive → trovare una figura speciale nei maestri o negli altri allievi. Apertura dello spazio effettivo, esaltazione dell’amicizia, della confidenza e della complicità.
  • Consapevolezza e controllo di sé → pratiche spirituali, esami di coscienza.
  • Cultura dell’espressione → scrittura scolastica, scrittura epistolare, diari personali, esami di coscienza, scrittura creativa: tutte pratiche di scrittura che mirano a scoprire se stessi. Ripensando alla propria esperienza del collegio ogni autobiografo la vede come una piccola società completa, cui attribuisce i caratteri della modernità ideale. Soprattutto grazie al sistema meritocratico. Nonostante alcuni ricordi siano penosi e alcune esperienze traumatiche, l’esperienza complessiva del collegio può essere integrata in una Bildung generale. Diventa un passaggio obbligato, una tappa esistenziale, attraverso la quale bisogna passare per imparare ad essere se stessi nella propria società. Il collegio è il luogo dove sperimentare la propria individualità rispetto agli altri.

storie di famiglie che vivono in contesti con una forte propensione alle migrazioni per ragioni strutturali (es. povertà). Le condizioni di vita delle campagne del Sud erano molto gravi, e sommando questo al canto ammaliatore delle città del Nord ecco che la gente desiderava di partire. Il sogno era quello di un riscatto in un altro luogo. Raggiungere le grandi città, i luoghi industriali ed iniziare una nuova vita e un nuovo lavoro. Molte storie di emigrazione sono anche storia di riscatto materiale e simbolico, per questo sono a loro modo viaggi iniziatici e racconti di formazione. L’etnografia (= ricerche sul campo) è per gli antropologi sia documento che testo, sia letteratura che descrizione. Ascoltando o leggendo un racconto si ha una particolare attenzione per i dettagli della vita quotidiana, per gli stili delle persone, per la ritualità.

Rito di passaggio → Milano è qualcosa di “altro” rispetto alle campagne, all’inizio viene vista soprattutto per differenza, cioè vengono raccontati prima i luoghi e le relazioni della vita precedente nelle campagne. Milano è un’alterità, uno spazio sognato e temuto. La città è oggetto di iniziazione attraverso nomi di luoghi che via via diventano consueti. Nasce una mappa cognitiva collettiva cercando lavoro, parenti, casa, perdendosi tra i tram e i bus. La città esce pian piano dall’ombra e diventa un luogo più conosciuto. Luoghi che scandiscono il dramma del primo periodo di disagio, adattamento, di ricerca. La città più descritta è quella degli appartamenti in cui si sta in affitto, delle pensioni e dei luoghi di lavoro. Lo sguardo turistico viene completamente annullato. Processo di fondazione di un nuovo io urbano (neofita) fino a diventare quell’io che scrive e del quale Milano è entrata a farne parte. La città quindi non viene vista come guardabile con un occhio esterno, turistico e estetico, considerazioni di questo genere vengono riservate soltanto agli abitanti, alla fretta, al flusso di gente, alle abitudini, alla metro. Sono più particolareggiate le descrizioni di persone, amici, datori di lavoro e incontri casuali che la Milano stessa. Milano è quindi onnipresente ma non guardata. Secondo Victor Turner nel rito è fondamentale la liminalità (cioè la cristallizzazione dello status del neofita-iniziato). Questa liminalità somiglia a una sospensione riflessiva. Si è neofiti solo se vengono messe in gioco collocazioni precedenti, abitudini spaziali e le stesse identità dei soggetti → questa esperienza è fortemente segnalata anche nell’immigrazione attuale. L’emigrazione facilita la sospensione e trasformazione riflessiva del giudizio e dell’identità sociale e culturale. Per Turner il limen nelle società moderne e industriali potrebbe essere rappresentato dalla poesia, il cinema, sport, teatro, musica etc. Questi possono generare modelli di vita alternativi rispetto a quello di partenza. La scrittura stessa potrebbe essere una dimensione liminoide, in cui viene messa in gioco l’identità di chi scrive.

La scrittura è conquista di sé → diventare cittadini di quell’entità, percorso di vita concluso. Esempio di Amalia Molinelli. Nasce nella provincia di Piacenza nel 1929. Emigra a Milano 7 anni dopo la partenza del marito. Inizialmente descrive la vita della campagna e la miseria cui era sottoposta. Arrivata a Milano si ritrova chiusa in casa da sola, in una città estranea. Descrive come la gente di campagna si trova particolarmente disorientata di fronte alla freddezza della gente del nord. Si sente estremamente isolata. La città diventa simbolo di solitudine. Descrive le strade e i mezzi pubblici. Confessa il suo sentimento doloroso. Milano è una città che distrugge, senza nessun calore umano. La donna si sente in questo modo finché non ha un’opportunità, cioè iscriversi ai corsi di 150 ore per conseguire la licenza media. Ecco che il viaggio migratorio diventa costruzione di sé. Viene espressa la traumaticità e il bisogno di riscrivere la propria vita.

L’emigrazione si trova dunque in una rete di confronti che impegnano passato e presente. Sono tracce volontarie e forti della costruzione della storia fatta da gente comune. Nelle parole troviamo il disagio, la volontà di racconto. Racconto traumatico, con i ricordi dei mercati generali, delle mense caritatevoli, della prostituzione ma anche racconto epico di trasformazione → gli individui riescono a resistere e a riorganizzarsi per trasformare le loro storie diventando parte di una società nuova.

  1. Elena Bachiddu , Torino e Milano nella rappresentazione autobiografica delle migrazioni storiche

Amalia Molinelli nel suo quaderno dattiloscritto pieno di appunti sparsi e pensieri, riflessioni e racconti, ci dà la possibilità di seguire l’emergere e il fissarsi di visioni e consapevolezze → un percorso di crescita culturale e personale. Il racconto si apre sul presente milanese dell’autrice e sull’attività solitaria di casalinga. Scrive perché ha come intenzione il voler tornare alle proprie radici, all’infanzia in Emilia. Quando era appena un’adulta, come tutti gli altri, Amalia è costretta a partire per andare a lavorare come mondina o domestica, ma questi sono viaggi (in treno o a piedi) che hanno durata limitata poiché poi si ritorna a casa. Negli anni ’60 abbiamo la definitiva e vera partenza per Milano. Milano, per chi vi si trasferisce dalle campagne vicine, non è una destinazione completamente ignota e lontana, ma è una spinta verso l’autonomia, la ricerca di una nuova identità, un destino necessario. Il cambiamento è quindi in parte attutito dalla relativa vicinanza della meta migratoria. Sarebbe una versione moderna delle migrazioni stagionali del lavoro agricolo. Spostandoci invece più a Sud la partenza appare con toni più drammatici → il dramma del distacco. Quando al paese tornavano coloro che erano emigrati portavano una ventata di modernità e speranza, e i loro racconti invogliavano chi era rimasto a partire. Partire per raggiungere autonomia professionale ed economica, una volontà di emancipazione. Contesti familiari di grande povertà spingono alla partenza, anche da mete lontane come la Sardegna. La città del nord vive nell’immaginario collettivo alimentato dai racconti di chi torna per le feste, di chi scrive e di chi offre il proprio appoggio iniziale (per aiuto o ospitalità). Si parte per fuggire alla miseria e alla violenza, per aiutare la famiglia, per costruirsi un’esistenza migliore. Si va in cerca di un’identità nuova, in cui trovi spazio la propria individualità fuori dai vincoli familiari e dai valori tradizionali della comunità. Conquista di una maggiore coscienza di sé e una nuova autonomia fondata su studio e sapere. Importantissimo l’aspetto dell’individualità della scelta di emigrare che riscontriamo nelle nostre autobiografie. Il prezzo da pagare è il distacco, la separazione e il viaggio verso l’ignoto. L’ iniziazione alla vita adulta e la conquista di sé come individuo comportano delle prove. L’unico aiuto giunge da chi già ci è andato, da chi torna e porta indietro i racconti.

▲ Il viaggio → fondamentale nelle autobiografie. Occupa uno spazio simbolicamente pregnante. Saliti sul treno si comincia a realizzare il distacco. Affiorano i ricordi, le riflessioni, le paure: si liberano in sospensione. Es. treno che per molti diventa un modo narrativo per riguardare la propria vicenda. Treno come dimensione liminare del viaggio di emigrazione. Nel transito tra due realtà (partenza e arrivo) l’insorgere di ricordi e l’attività riflessiva sembrano necessari a preparare tutti quei processi di ri-formazione dell’identità. La rammemorazione è utile per il raccoglimento di sé prima che questo si metta in gioco nelle prove impreviste. Questa dimensione tra il prima e il dopo si traduce nella scrittura nel doppio registro narrativo (1) della memoria dell’infanzia e dei propri cari e (2) dell’anticipazione immaginativa o prefigurazione della meta. Le stazioni di partenza e di arrivo sono le soglie che marcano lo spazio di uscita e entrata dai vecchi mondi a quelli nuovi. ▲ L’ arrivo → scesi dal treno i personaggi sono colti come da un effetto di rapimento, per trovarsi in uno spazio estraniante ed esorbitante rispetto a quanto erano abituati. Densa di stimoli visivi, rumori, odori e persone, la stazione suscita timore o smarrimento, ma in tutti l’immediata sensazione di un’enormità spaziale. Per i più fortunati, il richiamo di una voce, un indirizzo in tasca e qualche lira per prendere un mezzo di trasporto orientano i primi passi. Per altri invece c’è l’improvvisazione, la ricerca di un posto per dormire e l’urgenza di poter guadagnare qualcosa. Il primo periodo dell’insediamento è quello che presenta più difficoltà. Le donne partono avendo la sicurezza di una prima accoglienza, ma rimangono tutte le altre difficoltà. Spesso la radicalizzazione avviene con il matrimonio con un piemontese. All’inizio si accetta qualunque lavoro pur di rimanere, anche i peggiori. La prima affrettata ricerca lascia poi il posto a quella per migliori guadagni e migliori condizioni lavorative. Importante l’aspetto delle relazioni umane → oltre all’aiuto materiale, le persone possono rendere meno estraneo lo spazio della città. Tra le figure che forniscono appoggio iniziale non troviamo soltanto compaesani o parenti, ma anche sconosciuti. Una sorta di incontro risolutore, come ad es. una persona buona che offre il proprio alloggio per la notte o un anziano che guida il neofita per la città facendogliela conoscere. Per quanto riguarda il lavoro, si punta

mentre per l’Italia fu un’occasione per risolvere la dilagante disoccupazione. Alla destinazione finale si arriva dopo un lungo viaggio, che poteva durare fino a 52 ore, ma era ben organizzato e pagato dal governo italiano. Durante il viaggio tutti i minatori erano sottoposti a ben 4 visite mediche, di cui l’ultima all’arrivo nella miniera. Arrivati nel luogo di lavoro si andavano a creare comunità di italiani, ma si incontravano anche stranieri provenienti da molti altri paesi, anche fuori dall’Europa. La miniera si configura come un mondo altro, come un universo a sé. Le scritture di questa esperienza sono molteplici. Più immediate le lettere, meno filtrate dal ricordo. Più lontane nel tempo invece le memorie e le autobiografie d’emigrazione. Una memoria d’emigrazione è un testo con alto potenziale antropologico, poiché la scrittura autobiografica dovrebbe spingere il migrante, in un gesto autoriflessivo proprio delle scritture di sé, ad esplicitare determinate coordinate culturali di cui è portatore. L’autore di questi testi è un individuo posto tra due mondi culturali, testimone di un incontro con l’alterità. E nel momento in cui scrive, è portatore di un’identità che ha subito ed elaborato il passaggio culturale da una società all’altra. Il viaggio verso questa nuova vita è accompagnato da scritture: il contratto di lavoro, i permessi, i certificati medici, i libretti di lavoro. Era un dossier indispensabile per il lavoro, al quale si era molto legati. Quindi alle scritture ufficiali, quelle dei media (si leggeva molto il giornale) e quelle prodotte dalla miniera stessa come istituzione, si vanno ad unire a scritture più private dove il minatore diventa autore e narratore. Realtà banalmente straordinarie → tragedie che però colpiscono un gran numero di gente e quindi ci si abitua. Così è la miniera. Una realtà terribile ma banale in miniera è la morte. Il rischio di incidenti, per quanto le misure di sicurezza possano essere efficienti, è sempre onnipresente. L’incidente sul lavoro è un topos narrativo molto usato. Come ad es. la tragedia di Marcinelle del 1956 nella quale persero la vita più di 200 operai, che viene raccontata e ripresa nelle storie di molti minatori. Epigrafia mineraria → alcuni autori raccontano dei ritrovamenti nelle caverne di incisioni sul muro fatte dai minatori rimasti intrappolati nelle profondità della terra. Viene poi spesso menzionato il potere stupefacente della miniera, definito come un luogo che riesce a farti sognare ad occhi aperti. La condizione fisico-psicologica estrema pare acuire le sensazioni del minatore, il quale è predisposto ad avvertire esperienze forti e più intense. Come ad esempio incontri col paranormale o semplicemente suggestioni, storie di fantasmi e racconti lugubri. Queste esperienze intense vengono poi raccontate oralmente, e portano a momenti di riflessione quasi poetici. La miniera si configura come un vero e proprio agente trasformatore: “ la mina in principio ti spaventa ma poi diventa tenera e viva con te […] ti entra nel sangue, e non ti lascia più […] il corpo si abitua alla temperatura e all’aria laggiù”. Perenne confronto con la dualità dell’esistenza: polarità alto/basso, in superficie/in fondo. Più le esperienze sono estreme (es. lavorare in vene di carbone alte 40 cm) e più chi fa questi lavori viene idolatrato e considerato come un essere superiore, temuti e rispettati da tutti → composizione di nuovi ordini sociali. La miniera si delinea come un mondo iniziatico retto su prove di forza e di capacità di imporsi, che parla un linguaggio guerriero. Un mondo meritocratico: vanno avanti i più forti, più furbi, più accaniti contro la pietra il gas e il carbone. Molti minatori usano un linguaggio bellico per descrivere la vita della miniera (avanzamento, medaglia etc). Situazioni estreme analoghe alla guerra, che sconvolgono la natura dell’uomo, rendendolo un altro, quasi una bestia quando si trova “in fondo”. Esperienza estrema e perturbante. Esempio eccellente di un romanzo di un minatore è La légion du sous-sol di Eugène Mattiato. Italiano con ascendenze austriache diventato minatore a soli 14 anni. Nel romanzo autobiografico descrive la tragedia di Marcinelle e la vita dei minatori italiani nelle miniere belghe. Nella maggior parte delle scritture c’è un interesse collettivo e non puramente individuale: in quasi tutti parte del racconto è destinata alla memoria dei compagni. La memoria dei minatori condensa quindi ricordo personale e dimensione collettiva, integrando al testo scritto la memoria orale, le fotografie e i documenti.