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riassunto testo iuso, Sintesi del corso di Antropologia Culturale

riassunto del libro di anna iuso costruire il patrimonio

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 03/09/2023

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fabiana-tallini 🇮🇹

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COSTRUIRE IL PATRIMONIO – ANNA IUSO
Pietro Clemente: Il tempio dei destini incrociati - Il patrimonio: un mondo di azioni
L’organo dello Stato che si occupa dell’amm.ne del patrimonio è Il Ministero per i Beni e le
Attività Culturali, oggi MIC (MibacN:1974). Le “retoriche” sono i discorsi e le
argomentazioni usati partendo dall’idea che lo Stato debba proteggere i suoi beni culturali,
opere d’arte e monumenti; recentemente, anche la tutela dell’ambiente. Prima degli anni ’60
non era ovvio che i centri storici italiani non dovessero essere invasi dal traffico o che non vi si
dovesse costruire; “retoriche” = cioè discorsi per il valore patrimoniale Heritage = Eredità
trasmessa alle nuove generazioni.
Il PATRIMONIO CULTURALE si distingue in patrimonio materiale e immateriale.
Il patrimonio materiale comprende luoghi, oggetti di valore storico della nostra società;
il patrimonio immateriale sono le pratiche, le rappresentazioni, il sapere di una comunità in cui
gli individui si riconoscono e fornisce loro un senso di identità e continuità. Il patr. Cult.
immateriale si manifesta attraverso 5 ambiti dell’attività umana: tradizioni ed espressioni orali,
arti dello spettacolo, pratiche sociali, riti, feste; conoscenze naturali e sulla natura; artigianato
tradizionale. Tutto ciò trova posto in musei e archivi, ma sono nati 100inaia di musei e archivi
grazie ad ex contadini, archivi fatti di audiocassette di gente comune ecc; un’occasione di
azione dal basso. Spesso vediamo il patrimonio come “nostro” e lo difendiamo dagli abusi
degli “altri”, finendo di perdere il senso di come il patrimonio sia un campo aperto, in continua
crescita.
INTRODUZIONE
L’ultimo 20ennio del ’900 è stato caratterizzato da un forte impulso memoriale, che si fonde con il
rapporto dell’uomo col passato. Accanto al recupero di memoria collettiva, come la Shoah,
l’Occidente è stato invaso dalla “mania autobiografica” che altro non è che il corrispettivo
individuale: testimoni ne sono il mercato editoriale con autobiografie, memorie, diari, recupero
e condivisione della memoria individuale e collettiva. Questa tradizione ha origine negli anni
80: innumerevoli sono i musei, gli archivi, le associazioni, nate e ideate con lo scopo di
conservare e valorizzare elementi del passato della comunità locale, che si sono trasformati in
“patrimonio”. I 2 movimenti (recupero memoriale e istituzione patrimoniale) sono
strettamente connessi. Per vivere nel nostro presente bisogna guardare al nostro passato, che
diventa patrimonio. Questi elementi del passato diventano dei momenti di aggregazione per la
comunità locale, e vetrina per il mondo esterno. Laddove è possibile, si può attivare una
dinamica economico/turistica. Oggi sono frequenti gli inviti rivolti al visitatore ad
immergersi in esperienze sensoriali, toccando oggetti e sentendo suoni e profumi: immersione
sensoriale nel passato. Declinare il patrimonio significa osservare come esso vada
dall’espressione più concreta alla più impalpabile, dalle pratiche di massima valorizzazione di
un patrimonio riconosciuto in quanto tale alla pura e semplice invenzione del patrimonio. Si
può declinare “l’oggetto patrimonio” andando dal più tradizionale al più innovativo.
Dall’altro bisogna invece seguire le “posture patrimoniali”: estensione, individualizzazione,
mobilizzazione e mondializzazione. Estensione è la pratica che consiste nel partire da un
patrimonio ed estenderlo ai suoi prodotti derivati, alle istituzioni che lo valorizzano e così via
(Pieve Santo Stefano). L’individualizzazione consiste nel costruire un patrimonio a partire da
un individuo e fare di questo individuo, delle sue creazioni, un patrimonio (es. Vittoriale
D’Annunzio). La mobilizzazione è la società che si mette in moto per il patrimonio, creando un
movimento di salvataggio, salvaguardia del patrimonio stesso (Firenze). La mondializzazione
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COSTRUIRE IL PATRIMONIO – ANNA IUSO

Pietro Clemente: Il tempio dei destini incrociati - Il patrimonio: un mondo di azioni L’organo dello Stato che si occupa dell’amm.ne del patrimonio è Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, oggi MIC (MibacN:1974). Le “retoriche” sono i discorsi e le argomentazioni usati partendo dall’idea che lo Stato debba proteggere i suoi beni culturali, opere d’arte e monumenti; recentemente, anche la tutela dell’ambiente. Prima degli anni ’ non era ovvio che i centri storici italiani non dovessero essere invasi dal traffico o che non vi si dovesse costruire; “retoriche” = cioè discorsi per il valore patrimoniale  Heritage = Eredità trasmessa alle nuove generazioni. Il PATRIMONIO CULTURALE si distingue in patrimonio materiale e immateriale. Il patrimonio materiale comprende luoghi, oggetti di valore storico della nostra società; il patrimonio immateriale sono le pratiche, le rappresentazioni, il sapere di una comunità in cui gli individui si riconoscono e fornisce loro un senso di identità e continuità. Il patr. Cult. immateriale si manifesta attraverso 5 ambiti dell’attività umana: tradizioni ed espressioni orali, arti dello spettacolo, pratiche sociali, riti, feste; conoscenze naturali e sulla natura; artigianato tradizionale. Tutto ciò trova posto in musei e archivi, ma sono nati 100inaia di musei e archivi grazie ad ex contadini, archivi fatti di audiocassette di gente comune ecc; un’occasione di azione dal basso. Spesso vediamo il patrimonio come “nostro” e lo difendiamo dagli abusi degli “altri”, finendo di perdere il senso di come il patrimonio sia un campo aperto, in continua crescita. INTRODUZIONE L’ultimo 20ennio del ’900 è stato caratterizzato da un forte impulso memoriale, che si fonde con il rapporto dell’uomo col passato. Accanto al recupero di memoria collettiva, come la Shoah, l’Occidente è stato invaso dalla “mania autobiografica” che altro non è che il corrispettivo individuale: testimoni ne sono il mercato editoriale con autobiografie, memorie, diari, recupero e condivisione della memoria individuale e collettiva. Questa tradizione ha origine negli anni 80 : innumerevoli sono i musei, gli archivi, le associazioni, nate e ideate con lo scopo di conservare e valorizzare elementi del passato della comunità locale, che si sono trasformati in “patrimonio”. I 2 movimenti (recupero memoriale e istituzione patrimoniale) sono strettamente connessi. Per vivere nel nostro presente bisogna guardare al nostro passato , che diventa patrimonio. Questi elementi del passato diventano dei momenti di aggregazione per la comunità locale, e vetrina per il mondo esterno. Laddove è possibile, si può attivare una dinamica economico/turistica. Oggi sono frequenti gli inviti rivolti al visitatore ad immergersi in esperienze sensoriali, toccando oggetti e sentendo suoni e profumi: immersione sensoriale nel passato. Declinare il patrimonio significa osservare come esso vada dall’espressione più concreta alla più impalpabile, dalle pratiche di massima valorizzazione di un patrimonio riconosciuto in quanto tale alla pura e semplice invenzione del patrimonio. Si può declinare “l’oggetto patrimonio” andando dal più tradizionale al più innovativo. Dall’altro bisogna invece seguire le “posture patrimoniali”: estensione, individualizzazione, mobilizzazione e mondializzazione. Estensione è la pratica che consiste nel partire da un patrimonio ed estenderlo ai suoi prodotti derivati, alle istituzioni che lo valorizzano e così via (Pieve Santo Stefano). L’individualizzazione consiste nel costruire un patrimonio a partire da un individuo e fare di questo individuo, delle sue creazioni, un patrimonio (es. Vittoriale D’Annunzio). La mobilizzazione è la società che si mette in moto per il patrimonio, creando un movimento di salvataggio, salvaguardia del patrimonio stesso (Firenze). La mondializzazione

accompagna tutti i casi in cui il patrimonio è inserito nella lista UNESCO, il “riconoscimento del mondo intero” (trulli). CAP. 1 – FEDERICO II E L’USO SOCIALE DELLA STORIA A TORREMAGGIORE C. fiorentino è nel territorio di Torremaggiore e ancora nel ’900 non c’era nulla, solo una collina e ai suoi piedi una masseria. Zona molto colpita dal vento e poco frequentata. Era un luogo deserto prima che arrivassero gli archeologi e c’era la tradizione di andare lì a fare scampagnate (e pasquetta). In epoca longobarda furono costruite cittadelle fortificate x difendersi: C. Fiorentino era una delle cittadine di questa corona. Negli anni ’80 (’82) cominciano gli scavi per riportare alla luce il sito archeologico; ciò sorprese la popolazione che non vedeva in quel luogo una fonte di storia. La popolazione era costituita prevalentem. da contadini e braccianti, + un’esigua parte di piccola borghesia. L’Archeologia ha il potere di trasformare la tradizione in Storia: con questa viene legata Torremaggiore alla storia. Pare che a Castel Fiorentino sia morto Federico II ma, prima degli anni ’80, questo patrimonio non era valorizzato. Esistevano libri sulla storia di Torremaggiore; uno di E. Jacovelli e l’altro di Don Tommaso Leccisotti, bibliotecario dell’abbazia di Montecassino e storico del paese. Alla sua morte, avvenuta nel 1982, il comune ripubblica il suo manuale sulla storia di Torremagg. e, in contemporanea con l’arrivo degli archeologi, i ragazzi iniziano ad interessarsi alla storia locale e fondano l’associazione Don tommaso leccisotti. Si intravede la dimensione storica e i giovani prendono il sacerdote come lo storico di riferimento e iniziano a realizzare varie attività. Nell’84 parte il Corte Storico, cioè un modo diverso di rappresentare la storia rispetto ai libri, facendola vivere. Comprendono, quindi, che il loro paese ha partecipato alla storia. Questo è il precipitato del fenomeno con cui una cittadina muta il suo rapporto con la storia: è un uso sociale della storia (Habermas). X Habermas, l’uso pubblico della storia si oppone all’attività scientifica assumendo dimensione ideologica e manipolativa; x Gallerano, invece, può essere un fertile terreno di confronto coi cittadini, attori che modificano la coscienza storica. Il passato x i cittadini, però, non è sempre certo. Bensa propone di affrontare la storia come pratica sociale e culturale. Due date si legano alla storia di Torremaggiore: il 1250, anno della morte di Fed. II, e il 1255, saccheggiamento di C. Fiorentino. Pare ci fosse una profezia legata alla morte del puer apuliae “in quel di fiorentino”: egli era solito andare a caccia a Capitanata; un giorno, colto da un malore, viene trasportato nel Castello Ducale di Fiorentino e lì, pochi giorni dopo, muore. Era quindi, Castel Fiorentino di Puglia quello a cui si riferiva la profezia, non in Toscana. 1255: C. Fiorentino viene saccheggiata dalle truppe papali. I suoi abitanti, profughi, si spostarono a Torremaggiore. Nella chiesa Torre Maioris viene rappresentata non la morte di Federico II, ma l’arrivo dei profughi fiorentini e la loro accoglienza. Nel ’96 accade qualcosa di inaspettato: il proprietario del terreno del sito archeologico di fiorentino vende al comune di Lucera, considerato il peggior acquirente dai torremaggioresi. Lucera, infatti, era la cittadina + nobile (romana), mentre Torremaggiore era solo un borgo cittadino. Partirono ricorsi e cause legali  vittoria in circa 10 anni.

francese è un villaggio di trulli: la peculiarità sta nel fatto che sono stati eretti di recente, seppur utilizzando tecniche preistoriche: A lberobello (Bari), la città dei trulli, che conta 9. abitanti e definita la “capitale dei trulli”. Nel 1999 Alberobello passa da 9.000 a 19.000 abitanti. Solo un n° limitato di persone vive nei trulli, destinati ormai al turismo e trasformati in negozi e musei. Solo 2 quartieri costruiti esclusivamente a trullo sono rimasti intatti: il Rione Monti e l’Aja Piccola, mentre nel centro moderno i trulli sono rare eccezioni. I trulli per i turisti “sono di Alberobello”, senza prendere in considerazione quelli delle campagne circostanti, che appaiono meno “raffinati”, dispersi nel territorio, non adatti alle foto! Tra i diversi comuni si contano circa 50k trulli ed è stato istituito un comitato x la difesa e la valorizzazione della zona dei trulli, con lo sviluppo del turismo. Nel 1996 sono diventati patrimonio dell’Umanità da parte dell’ U NESCO. I trulli non sono pratici per viverci. La valorizzazione di Alberobello viene dalla ricca letteratura locale (200+ testi), degli scritti che hanno generato e della loro stessa immagine. Giovanni M acchia, storico, vi vede un “accampamento di guerrieri nani”. In effetti Alberobello è lo scenario perfetto per storie di fate e magia. 3 elementi cruciali della storiografia di Alberobello: ¹la forza della tradizione degli storici locali, ²l’importanza della storia orale come risorsa della storia scritta e ³la predominanza della logica narrativa nei racconti storici. Vi sono diverse storie su Alberobello, ma tutti gli scrittori hanno un antenato comune: Pietro G ioia, originario non di Alberobello, ma del comune al quale la città dei trulli è per lungo tempo appartenuta, Noci. P. Gioia è il solo che dal 1839 iniziò a far luce sulle origini di Alberobello, che prima era un feudo dominato dallo spietato signore Gian Girolamo II d’Aragona, conte di Conversano. All’inizio del 17° sec. la foresta di Noci fu occupata dal conte, che la disboscò per coltivarne il terreno e costruire delle “caselle”. Piano piano il piccolo agglomerato si ingrandì, trasformandosi in un vero e proprio villaggio e accogliendo banditi e fuorilegge. Tuttavia il conte violò una regola per cui era proibito ai feudatari costruire nuovi villaggi senza l’autorizzazione reale, perché non eludessero le tasse. Quel luogo quindi non esisteva ufficialmente, né doveva esistere. Nel 1704 Alberobello non aveva strada: era solo un agglomerato di trulli al margine del bosco. Per gli abitanti la situazione era critica: non possedevano nulla, né le terre che coltivavano né le case dove vivevano e pagavano per servirsi del mulino o della macelleria, non avevano alcun diritto civico: erano sfruttati e vivevano in condizioni barbare. Il trullo è presentato come un modulo abitativo imposto dal conte, che grazie alla facile scomponibilità della costruzione, poteva decidere di demolirlo per ritorsione nei confronti di un suo sottoposto o di cancellare il villaggio per sfuggire alle ispezioni reali. Nel 1797  avvenimento chiave per la storia di Alberobello: re Ferdinando 4° di Borbone, in occasione delle nozze di sua figlia, si reca in Puglia. Allora, 7 uomini tra i + istruiti della cittadina decidono di denunciare il loro caso al re e poco dopo, per decreto del re, Alberobello diventa una città autonoma: i ndipendenza conquistata senza armi. Subito dopo la liberazione fu costruita la prima casa (normale) a un piano con l’utilizzo della malta: la C asa d’ A more, che segna la fine dei soprusi. I trulli, bassi e tozzi, erano simbolo della s chiavitù dei contadini, mentre le abitazioni tirate su con la malta diventano simbolo di l ibertà. Cambiare casa sembrava la via per entrare nella modernità, o almeno questa è l’interpretazione data dagli storici. La data di nascita della città è segnata dall’abbandono dei trulli. Il secolo successivo va verso il cambiamento, lo sviluppo e il progresso, la città, ed è ora che viaggiatori e studiosi iniziano ad interessarsi a quei quartieri popolari. Le autorità di Alberobello iniziarono a far abbandonare i trulli e nel 1844 fu istituito il 1° regolamento che vietava la costruzione di abitazioni in pietra su tutto il territorio comunale. 1° legge italiana in materia di salva guardia monumentale è del 1902 , poi 1909 ; nel 1910 il Rione Monti diventa monumento nazionale. Nel

1911 in occasione della 1° Esposizione d’etnografia italiana tra le costruzioni regionali trova posto un trullo; desta curiosità, ma viene definita solamente una costruzione “bizzarra”. A livello locale, però, ciò fece sì che queste costruzioni venissero rivalutate. La politica culturale fascista vi vide un potenziale oggetto di valorizzazione, in quanto essa mirava al recupero ed esaltazione delle grandi opere del passato. In Puglia il programma fascista si concentrò sui grandi monumenti come Castel del Monte o la cattedrale di San Nicola di Bari e non ignorò i trulli. Nel 1922 oltre a riconoscergli un valore archeologico gli venne assegnato un “valore paesaggistico” e l’anno successivo fu nominato un ispettore per la sorveglianza contro qualsiasi attentato all’integrità dei trulli e furono dichiarati “monumenti nazionali” la Casa d’Amore e il Trullo Sovrano; più tardi, 1930 , anche i quartieri Aja Piccola e Rione Monti. Vengono a costituire una “zona monumentale e paesaggistica” e venne imposto uno “stile trullo” per le costruzioni a venire, come la Chiesa di Sant’Antonio costruita nel 1927. Si possiedono informazioni molto dettagliate su questa fase di monumentalizzazione di Alberobello nel periodo di regime fascista , in quanto tutti i documenti furono conservati scrupolosamente. Si moltiplicarono le visite da parte di personaggi illustri, come D’Annunzio, e si iniziano a pianificare le regole per il turismo e la sua valorizzazione. Gli anni ’30 sono fondamentali per la storia di Alberobello: l’Ufficio per il turismo ha sostenuto più tardi la realizzazione di un villaggio turistico “a trullo”, un insieme di abitazioni miste con giardino e tutti i comfort moderni, bar, ristoranti ecc. Dopo la 2° Guerra Mondiale , con lo sviluppo del turismo, i 2 quartieri si sono distinti in maniera spontanea: il quartiere turistico è Rione Monti, dove buona parte dei trulli sono stati restaurati e resi negozi per i prodotti di artigianato locale, mentre l’Aja Piccola resta estranea, anche se nessuna legge ne ha vietato l’apertura di negozi: è il fatto che qst è ostile a ogni manovra di sfruttamento dei trulli, che sono rimasti semplici abitazioni. Sembra un altro mondo, senza turisti, negozi, bar. Chi vi abita rifiuta ostinatamente i turisti curiosi e paragonano i commercianti del Rione Monti ai “mercanti del tempio” che si svendono per 2 soldi e sono causa di vergogna. La maggior parte di questi mercanti non sono abitati dei trulli, ma cittadini che hanno investito sul business dei trulli. La popolazione dell’Aja Piccola ha un’età media molto alta, perciò il quartiere non è sviluppato: dall’intervista a Maria, anziana abitante, si deduce che mancano le carte per le autorizzazioni del comune per costruire negozi, questo perché le persone anziane non sono in grado di gestire un’attività comm.le autonomamente. Inoltre nelle discussioni comunali alcuni sottolineano l’importanza di mantenere l’Aja Piccola allo status quo , per non fargli perdere la propria i dentità come successo a Rione Monti. Non si tratta di una politica di marginalizzazione, ma di s alvaguardia. La disputa è viva, tra chi guarda maggiorm. alle ricadute commerciali e coloro che vogliono preservare il paesaggio. Le prime misure di protezione risalenti all’inizio del 20° sec. avevano adottato una politica di non intervento che aveva portato ad un deterioramento fisico dei trulli. Negli anni ’70/80 si cerca di conciliare la struttura architettonica dei trulli e le esigenze della vita moderna rendendoli vivibili. Questa modernizzazione suscitò opposizione, in quanto i trulli rimodernati e ridipinti perdono le caratteristiche del tempo, anche se attirano + turisti. Un trullo per essere tale ha bisogno di essere abitato, vissuto, meglio ancora se dagli “autoctoni”. A bitare un trullo significa ovviamente rinunciare agli agi moderni (camino, riscaldamento). Inoltre, la costruzione senza aperture, ad eccez. della porta, spinge gli occupanti verso la strada, contribuendo all’intensificazione di rapporti di vicinato. Si tratta dunque di un “monumento abitato” per definizione, che non si può dire tale se non vissuto nelle sue condizioni originarie. Gli abitanti autoctoni, possono essere protagonisti della riqualificazione di un habitat storico. Nel 1996 Alberobello riceve il riconoscimento + prestigioso: l’iscrizione alla Lista del patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, dopo che un politico di Sinistra ne aveva proposto

lascia spazio a giovani x le serate o maturi x cena. Questo teatro all’aperto è arricchito da musicisti classici con ampio repertorio; i camerieri, quando arriva la notte, chiudono i locali – ma si aprono quelli x i giovani. Baudelaire (1857) ci ha insegnato che «la forma di una città cambia + in fretta, del cuore di un mortale» poiché la città è diventata il luogo x eccellenza in cui si percepisce il movimento del tempo. La 1° di queste tensioni oppone il l uogo al non-luogo  espressione di Marc A ugé (1992) che individua fra le caratteristiche della nostra modernità la proliferazione di spazi di scambio e di circolazione, come supermercati e aeroporti. Il non-luogo è un luogo di incroci senza incontri, di confluenze senza convergenza, di contatti senza scambi; insomma luoghi che la sociologia urbana definisce «spazi di traffico». Si possono distinguere 2 tipi di turisti:

  • Quelli che guardano gli oggetti di interesse e ascoltano le leggende
  • Quelli che passeggiano, figura del F laneur = l’uomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell'osservare il paesaggio. Da qui la frizione tra le 2 modalità di fruizione dello spazio  sosta VS circolazione C’è anche un’ambivalenza di percezione e di sguardo: da una parte l’architettura, gli spettacoli di strada e il movimento della folla; dall’altra la vendita dei souvenirs  forma di Colportage urbano (=vendita ambulante).  È x qst che P. Navona diventa Non-luogo, immedesimandosi con le migliaia di piazze europee che tendono tutte ad assomigliarsi e a non avere + nulla di specifico. Ma quindi: ci può essere una popolazione caratteristica del luogo? Fortunatamente la reciproca conoscenza esiste e la relazione tra quelle persone poggia sul passato: c’è Raimondo, che ha una bottega di antiquariato, e non si ritrova + in quel luogo; Paolo, che vende pentole restaurate; Onofrio, con un minimarket, è positivo si sono tutti separati dal loro luogo di lavoro, andando a vivere in altri quartieri, e sono legati alla memoria di un passato che non c’è +, la qualità della vita si è degradata (in favore dei turisti). Il posto è cambiato + velocemente del cuore. Gli unici abitanti rimasti nel quartiere sono politici e gente facoltosa. Ognuno individua un momento in cui la situazione è iniziata a cambiare: il passaggio all’€, insieme alla politica di rivalorizzazione del centro storico (Sindaco Rutelli 2000 )ciò ha provocato un aumento del prezzo degli affitti. Altri fissano il cambiamento al 1970 con l’arrivo degli americani imprenditori. È avvenuta, quindi, una Gentrificazione = Trasformaz. di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseg cambiamento della composiz. sociale e dei prezzi delle abitazioni. P. Navona è divisa in 2 parrocchie: S. Lorenzo e S. Agostino. Uno dei parroci che ha visto il cambiamento dagli anni ’80 ad oggi spiega che prima alcuni palazzi erano del Comune, perciò assegnati a famiglie di estrazione popolare, la comunità cattolica era cospicua; oggi i residenti hanno altre priorità e la comunità parrocchiale è scomparsa: l’inizio lo colloca negli anni ’60 , ma in realtà studi (E. Sonnino) sugli spostamenti e ristrutturazioni evidenziano come il processo sia partito addirittura nel ’31 , con la costruzione delle borgate (“isole del sottosviluppo”) e l’espansione ( dal 1871 capitale) della superficie e della popolazione di Roma. Si è creata una giustapposizione di palazzi riorganizzati in appartamenti borghesi con cui coesistevano altre classi sociali, con un basso standard di vita. L’abbandono del rione Parione (P.Nav) risponde proprio all’esigenza dei vecchi residenti, sopratt. giovani, di cercare migliori condizioni di vita

 Rottura demografica, descritta da diversi autori P, Romani e PPP, che descrivono quel popolo. Non è del tutto un Non-luogo della modernità; P.Nav. resiste come luogo nella memoria dei suoi residenti e nelle attività, anche lavorative, che cambiano in base al calendario (apert. e chius. del museo, mercato della befana [nei sec precedenti il mercato aveva carattere popolare ] ecc). I ristoratori, inoltre, hanno fondato l’associaz. Navona 2003 con l’obiettivo di conservare il carattere originario della piazza descritta dal Belli, rivalorizzarla e allontanare i fenomeni di microcriminalità. Tensioni e problemi quotidiani sono ovv.mente presenti, ma non “si può fermare il tempo”. Il comune concede delle licenze agli artisti della durata di 2 ore, dunque questi si alternano molto rapidamente e ciò acuisce la concorrenza (nonché polemiche sulla concessione a immigrati o VS la federazione). Pittori, attori e cantanti lottano x accedere alla piazza come gladiatori, prolungando la tradizione. P.Navona non è un palco del potere moderno, ma la romanità storica le conferisce questa forma da stadio domiziano, forma monumentale propria dell’autorità – meraviglia del mondo CAP. 4 – SALVARE IL POSSIBILE. L’INONDAZIONE DI FIRENZE DEL 1966 Dopo alcuni giorni di piogge torrenziali, nella notte del 4 novembre 1966 , verso le tre del mattino , con una violenza inattesa, l’Arno inonda Firenze. La catastrofe è dovuta a diversi fattori: tra il 3 e il 4 novembre su Firenze si abbatte 1/4 dell’acqua che normalmente cade sulla città in un anno, e vanno aggiunte le colpe dell’uomo: negli anni ’50 furono costruite 2 dighe x la produzione di energia elettrica. La sera del 3 i due bacini erano particolarmente pieni e per fronteggiare il rischio di cedimento le barriere furono aperte. Sull’Arno e i suoi affluenti si riversarono milioni di m³ d’acqua. Ma di tutto ciò i fiorentini non erano stati avvisati. Il livello dell’acqua allarmò i pompieri e l’esercito, guardie notturne chiamarono i proprietari delle gioiellerie di Ponte Vecchio per far sgomberare i negozi. Verso le 6 del mattino l’Arno irruppe in città con tutta la potenza che deriva dall’ingrossamento per le piogge e l’apertura delle dighe, inondò intorno e si diresse verso il centro. I fiorentini furono allora svegliati dal rumore: catastrofe umanitaria. A tutto ciò si aggiunga che era da poco arrivato l’inverno , quindi tutte le caldaie delle abitazioni riempite a gasolio erano piene, e vennero distrutte e svuotate. Si crea così un miscuglio di acqua, terra e gasolio che arriva ad inondare gli Uffizi, la Chiesa di Santa Croce e la Biblioteca Nazionale = catastrofe patrimoniale. L’Italia apprese della sciagura solo in serata, in quanto Firenze restò isolata: mancava l’elettricità, il telefono e l’acqua. In serata finalmente il livello dell’acqua iniziò ad abbassarsi e la notizia iniziò a diffondersi, facendo scattare i primi soccorsi: arrivarono cibi e oggetti vari, ma soprattutto si mise in moto un vero e proprio cordone umanitario. Dopo 2 giorni fu possibile fare una stima delle vittime, 34 – meno numerose di quanto si credesse (c’erano manichini che galleggiavano, non persone). Le perdite patrimoniali invece si annunciavano inestimabili. Ciò che non era stato scaraventato fu sommerso: Palazzo Vecchio, il Duomo, il Battistero. Ponte Vecchio era stato sventrato dalle acque, cosi come i suoi negozi, il corridoio di Vasari fortemente colpito. Di questo enorme disastro restano nell’immaginario 2 simboli: la Chiesa di Santa Croce, con il suo crocifisso di Cimabue gravemente danneggiato, e la Biblioteca Nazionale. Tuttavia, il peggio arrivò quando l’acqua si ritirò, lasciando un’enorme quantità di fango che seccandosi sarebbe stato difficile scrostare senza danneggiare le cose su cui era attaccato: libri, manoscritti, carte geografiche antiche, salvabili solo con procedure d’urgenza, nell’immediato. Alla Bibl. Naz. le perdite furono immense: rimase danneggiato 1/3 del patrimonio librario, 1 mln su 3, diverse collezioni

occultare le responsabilità e il fatto che il disastro sarebbe potuto, in parte, essere evitato se i lavori per mettere in sicurezza il fiume non fossero stati interrotti. Il circuito di solidarietà che si creò per questa vicenda, a livello mondiale, fu enorme, e vi contribuì l’aiuto del cinema documentaristico con film come “ Per Firenze ” e “ Le courage de Florance”. L’emergenza rivela agli occhi del mondo intero il valore fondamentale di questo tipo di mobilitazioni, ma anche le condizioni in cui gli uomini arrivano a dare il meglio di sé stessi. Un patrimonio dell’umanità minacciato spinge ad adoperarsi per salvare il possibile. La catastrofe, si rivelerebbe così un’ opportunità , che svela la natura degli uomini, l’idealismo di tutta una generazione e l’importanza dei tesori. Questo discorso è nato con l’evento stesso, ma è stato affinato e si è radicato con il passare del tempo. Lavorare sull’inondazione del ’66 significa lavorare sulla m emoria dell’avvenimento. L’inondazione si fa emblema su quei luoghi, con targhe che indicano il livello raggiunto dall’acqua, affreschi che portano ancora i segni, e la risposta alla Bibl. Naz. quando si chiede un determinato libro “assente perché inondato”, per testimoniare che il libro c’era e l’inondazione ce ne ha privato. Così la perdita diventa atto memoriale. Ma la memoria passa soprattutto attraverso il ricordo della mobilitazione di tutti i giovani che furono protagonisti, la loro emozione, l’entusiasmo. La memoria della catastrofe segue un doppio binario: quello della c ollettività e quello dell’ i stituzione. Il fenomeno di rievocazione collettiva dell’evento vive di momenti associativi cadenzati alle ricorrenze: manifestazioni commemorative dell’evento che hanno portato alla costituzione di un’associazione con lo scopo di preparare la grande festa degli angeli del fango : il raduno viene celebrato ogni anno e venne anche istituita una giornata europea del volontariato, con centro Firenze. La commemorazione, dunque, riveste una duplice funzione: la 1° r etrospettiva, imperniata sulla celebrazione della solidarietà di quel periodo ; la 2° p rospettica, che prevede la perennizzazione dell’evento e della mobilitazione, x simbolizzarli e prevedere progetti rivolti al futuro, realizzabili grazie all’ottenimento di mezzi e fondi per portare avanti la ricostruzione. La ricostruzione della memoria passa anche da iniziative su internet (2005) per raccogliere testimonianze dei circa 17.000 ragazzi coinvolti nelle operazioni. Il 40ennale ha dato vita ad una consistente produzione culturale: canzoni, romanzi, film. Ciò che si provava nel ’66 non era altro che la premessa dell’atmosfera che avrebbe circondato il ’68 , ma ovviamente non se ne aveva la consapevolezza. Chi attribuisce alla mobilitazione fiorentina le pulsioni ribelli del ’68 lo fa attraverso una lettura ex post , suggerita dal movimento generazionale che anima le celebrazioni e i raduni. In privata sede, invece, gli angeli affermeranno di essere partiti per Firenze guidati da una sorta di pulsione di salvaguardia, assumendo il ruolo di custodi di un patrimonio immenso. Quello di Firenze, dunque, fu un movimento eminentemente studentesco. Quest’inondazione di Firenze ha innescato una delle più importanti mobilitazioni patrimoniali di massa, la prima ad assumere una dimensione europea e internazionale. CAP. 5 – IL PALAZZO DELLE MEMORIE NELLA CITTA’ DEL DIARIO In Toscana i nomi che maggiormente attirano la nostra attenzione possono essere Arezzo (affreschi di Pietro della Francesca nella chiesa di San Francesco), Anghiari (luogo della battaglia rappresentata da Leonardo da Vinci), Borgo Sansepolcro, Monterchi: luoghi con grandi meraviglie. Nessuno presterebbe attenzione a un paese con circa 3.000 abitanti, Pieve Santo Stefano, che ha avuto una rivincita inattesa: un semplice archivio è riuscito a caratterizzare questo luogo, a dare valore a questo comune e riabilitarlo. Pieve Santo Stefano è una cittadina vuota, non ha un palazzo d’interesse o chiese monumentali. Eppure ha avuto un passato glorioso, prima che la Seconda Guerra Mondiale la distruggesse. Il passaggio tra la

Pieve “bella” e la Pieve odierna ha un testimone, una figura specifica: Omero Gennaioli, storico del paese. Grazie a lui si può ricostruire la Pieve che non c’è più e ripercorrerne la storia. Tutto è nuovo, come se per cancellare gli eventi tragici del passato bisognasse cancellare le tracce. Durante la Seconda guerra mondiale, racconta Omero, Pieve si trovò sulla Linea gotica, la linea del fronte che divideva l’Italia ancora in mano ai tedeschi e l’Italia che stava per essere liberata dagli alleati. Vista la posizione strategica, il paesino venne occupato, e nella ritirata nazista fu raso al suolo e venne evacuata. Pochi riuscirono a fuggire, come Omero e suo padre; al loro ritorno la città non esisteva più. Solitamente in un processo di costruzione di un discorso storico locale, si attua una politica dimessa in presenza, di ri-presentazione del passato sotto forma d’iscrizioni, di monumenti, di commemorazioni, spettacoli e cortei, dei quali la Toscana è piena. Ora, a Pieve, la memoria della distruzione non produce manifestazioni e non si fissa attraverso segni inscritti sul territorio cittadino, nessuna targa commemorativa sui luoghi con significato storico o monumenti per i caduti: ogni tentativo di inscrivere il passato nello spazio pubblico viene respinto. Addirittura, il monumento ai caduti della 2° guerra mondiale , percepito come elemento di disturbo, nel 1984 è stato ricollocato all’interno di un piccolo spazio che già ospitava la statua dei caduti della 1° guerra mondiale. Anche il Parco dei Ricordi ha subito un destino simile: dedicato ai 141 soldati di Pieve che persero la vita nella 1° guerra Mondiale con 141 alberi, ognuno con una targa riportante il nome del soldato, ad oggi questo parco è stato dimenticato dal Comune, finchè nel 2000 gli abitanti del quartiere, coniugando preoccupazioni ecologiche e “dovere di memoria”, hanno deciso di adoperarsi per la sua riabilitazione e dopo svariate richieste hanno ottenuto dall’amm.ne i materiali per costruire dei gradini su cui sedersi; alberi ombreggiano questo giardino che evoca collettivamente i ragazzi morti in battaglia. L’unico palazzo rinascimentale scampato alla distruzione e divenuto il cuore di Pieve, il suo luogo fisico e simbolico d’elezione, imponente e attrattivo, è il Palazzo Pretorio; qst accoglie gli uffici del sindaco, la sala consiliare, il teatro e, dal 1984 , l’Archivio Diaristico Nazionale. Caso di “istituzione della cultura”: L’Archivio è situato in un territorio regionale e comunale, ma la zona è percepita come frontaliera, come il suo patrimonio, perché periferico rispetto ai beni culturali canonici che garantiscono alla Toscana fama mondiale. L’Archivio non solo trova la sua collocazione sul territorio, ma opera una trasformazione del luogo, cambia la sua identità: Pieve, che non era “niente”, rinasce divenendo la Città del diario, e i cartelli proclamano questa conversione onomastica. In qualità di dimora votata alla raccolta delle storie di vita di tutti gli italiani, diviene luogo pubblico aperto all’Italia intera. Sorgendo in uno dei pochi edifici di Pieve sopravvissuto alla guerra, si attribuisce ad esso il ruolo di conservatore delle memorie scritte, operando un cortocircuito metaforico che sovrappone memoria nazionale e memoria locale. S. Tutino propose di creare un luogo che potesse accogliere le memorie di gente comune, in nome di una concezione antigerarchica della cultura. Fu istituito il Premio Pieve Banca Toscana, un concorso x la migliore autobiografia e l’Archivio ha raccolto 6k ⁺ testi.Ciò diede impulso a un gruppo amatoriale di teatro contemporaneo: il gruppo di giovani che animava l’Archivio progettò di portare in scena i testi, con buona fortuna. Seguirono tensioni, dato che i finalisti, vistisi “messi in scena”, non nascosero la loro irritazione, condivisa dalla giuria nazionale garante. La compagnia amatoriale si sciolse e fu sostituita da una professionale anni dopo. Oggi l’evento è di attività varie, presentazione di libri in concorso, incontro tra lettori e finalisti, picnic folkloristico. L’ADN ha riunito gli specialisti dell’autobiografia, i quali hanno confermato Pieve come luogo di ricerca universitaria, con partecipazione di studenti e ricercatori e organizzandovi convegni.

CAP. 6 – GABRIELE D’ANNUNZIO E IL TEATRO DELLA SCRITTURA

Gli archivi del vittoriale conservano le circa 1200 lettere inviate da G. d’Annunzio al suo fedele architetto, durante il periodo della sua costruzione in riva al lago di Garda. Attraverso questo scambio epistolare (richieste di aiuti finanziari, discorsi politici, messe a punto del minimo dettaglio x la costruzione del Vittoriale) si potrebbe fornire un resoconto minuzioso delle giornate di D'Annunzio e si potrebbe tracciare una pianta del Vittoriale, essendo questo luogo, ancor + degli scritti, capace di svelare le ambizioni di un D’Annunzio al tramonto della sua esistenza, essendone la traduzione espressa nel linguaggio delle forme, degli spazi e degli oggetti. L’artista decadente ha incarnato simultaneamente un modello opposto: quello del poeta-soldato, del vate, del depositario dello spirito della nazione, che per alcuni anni ha difeso, pensando anche di poterla dirigere. Dopo l’amarezza della perdita di Fiume D’Annunzio cerca di mantenere una sua presenza in ambiente politico contestando la nuova classe politica e i suoi metodi (assassinio socialista Matteotti). + volte considerato soggetto scomodo viene tenuto a bada da Mussolini prima promuovendo i suoi scritti, poi rendendo la villa del poeta un monumento nazionale. Imprigionato nel suo sentimento di esilio non cesserà mai di portare avanti la sua campagna per fare del Vittoriale la più sbalorditiva delle dimore d’artista rendendola immortale. Aveva barattato il suo ritiro con il Vittoriale e le sue opere complete, il potere del presente con la gloria postuma garantita dai libri e dalle pietre. SVILUPPO del Vittoriale: Il poeta acquistò dei terreni intorno alla casa per allargare il suo giardino e installarci elementi scenografici: un teatro all’aperto, un mausoleo, tutto lo spazio viene progressivamente ridisegnato da D’Annunzio, che imprime il suo marchio sugli oggetti, sulle opere, sulle strutture architettoniche. Come per la scrittura, la scelta è stata preceduta da un lungo lavoro di documentazione, ha raccolto e preso in esame un vasto insieme iconografico, così la facciata dei suoi appartamenti si ispira al palazzo del Podestà di Arezzo, le aquile di pietra che sormontano le colonne del giardino sono la copia fedele di quelle della Villa d'Este di Tivoli. Per tutta la durata della visita agli appartamenti della Prioria, dimora del poeta, una moltitudine di oggetti si impongono allo sguardo: stanze-oratori, letti-bara, eleganti statue, foto, libri, soprammobili. Questa moltitudine di cose fa vacillare + la nostra collocazione nello spazio. Il vittoriale è l'apoteosi dell'Interno decadente, della sua ossessione del dettaglio, dell’ eccentricità, ricevendo i suoi fedeli di fiume seduto sull’arengo. D’Annunzio vede la battaglia di Caporetto come una vittoria morale poiché dà agli italiani il coraggio per reagire. DONO E CONTRO-DONO: Con un atto notarile del 1923 , e poi perfezionato nel ’30 , D’Annunzio dona allo stato italiano la totalità della sua creazione. Si tratta di un gesto patrimoniale esemplare, poiché il poeta ha compreso che la continuità della sua opera sarebbe dipesa dalla sua capacità di costituirla come patrimonio comune e di legarla allo Stato, che si sarebbe dovuto assumere l’obbligo di salvaguardarla. Il primo colpo di genio consistette nel farsi concedere dallo Stato i fondi pubblici necessari per la gran parte dei lavori. Si fece pagare lautamente il suo esilio, istituendo un legame organico tra il vittoriale e lo Stato. Il ruolo giocato dal vittoriale nella vita di D'Annunzio tra il gesto creatore di cui la Villa e il risultato e la conversione patrimoniale che la rende immortale in nome della patria. Mussolini, all’inizio del compromesso, non aveva compreso in quale spirale era stato trascinato, tanto era concentrato a confinare D’Annunzio. Una delle leggende che ancora circolano sul Vittoriale è un dialogo tra il duce e i suoi sostenitori, in cui questi ultimi gli chiedevano quando avrebbe smesso di fornire soldi a D’Annunzio e quello rispose “Tu che fai quando hai un dente cariato? O lo togli, o lo riempi”. D’Annunzio aveva capito la strategia e si fece pagare caro il suo esilio, istituendo un legame tra il Vittoriale e lo Stato. È la conversione patrimoniale che rende il

Vittoriale immortale in nome della patria, e lo consegna alla leggenda. All’entrata della cittadella si può leggere incisa sul muro la frase “Io ho ciò che ho donato”, il motto più celebre di D’Annunzio. Dopo la donazione del 1923, nel 1925 il Vittoriale diventa monumento nazionale, e nel 1937 diventa una Fondazione amministrata da un consiglio e da un presidente nominato, ancora oggi, direttamente dal Capo dello Stato. Tutti gli edifici sono concepiti per trattenere la presenza di D'Annunzio: Il teatro costruito per rappresentare le sue opere, la biblioteca, che già all'epoca poteva essere aperta al pubblico, accoglie ricercatori e visitatori, gli archivi raccolgono tutte le tracce scritte del poeta, i suoi manoscritti, la sua immensa corrispondenza, le rassegne stampa. Come lasciò scritto D’Annunzio “Tutto deve essere raccolto, custodito e vivere nel Vittoriale degli Italiani”. Infatti oggi il luogo si presenta come un centro d’attività culturale a tutto campo: vi si realizzano ricerche, mostre, pubblicazioni, conferenze. Grazie alla stampa D’Annunzio ha sempre curato la sua immagine, cosi come quella della sua villa, con pezzi che descrivevano minuziosamente la cronaca delle trasformazioni del luogo. Le visite cominciarono col poeta ancora vivo: oltre a letterari, artisti, politici, la cittadella ospitò anche classi di scolari. Così, prima della sua scomparsa avvenuta nel 1938 sul suo tavolo di lavoro all'interno della prioria, in un vittoriale ancora cantiere aperto, D'Annunzio poté assaporare il gusto della sua gloria postuma. CAP. 7 – “O ROMEO ROMEO”, LA CASA DI GIULIETTA & L’ILLUSIONE LETTERARIA Casa di Giulietta 350mila visitatori l’anno. Si contende il titolo di città romantica, almeno d’Italia, con Venezia; la storia delle due città, in effetti, si lega. 2000: Verona diventa sito Unesco. Ha un patrimonio artistico architettonico classico, accompagnato anche dalla letteratura: quest’ultima è forte soprattutto grazie a Shakespeareforte impatto sulla città. Casa di Giulietta è la casa in cui avrebbe vissuto il personaggio letterario, perciò ILLUSIONE LETTERARIAla gente ci va, ma il person. Non è mai esistito, perciò la casa non può essere vera. Il visitatore fruisce solamente, non va a scardinare l’idea alle spalle. Fenomeno di Giulietta: 2° metà del ’800: 1) Operazione economica e 2) fenomeno di differenziazione dalle altre città, soprattutto x non lasciarsi schiacciare dalla potenza di Venezia. Pare che Shake. Abbia preso spunto da un autore italiano, L. Da Porto, il quale forse ha ascoltato la storia da un altro che la raccontava. Non ci sono prove. La storia vera a cui si ispirò probabilm Shake. Si svolgerebbe nel 1303, periodo delle lotte tra comuni e della guerra tra guelfi e ghibellini. Montecchi (Romeo) e Capuleti (Giulietta) sono nominati anche nel 6° canto Pg da Dante. L’origine letteraria della vicenda risale al 1531, quando Luigi Da Porto la narra nella sua Historia, miscuglio tra fonti storiche e letterarie. Una casa prima dell’800 c’era, ma non era curatavia del cappello, 23. Sull’architrave c’è lo stemma con incisione di un cappello, che riporta alla famiglia dei Cappelli, agganciata a quella dei Capuleti (gioco della verosimiglianza). Il comune, quindi, decide che si può fare di quel luogo un patrimonio: così nel 1903 acquista i vari pezzi della casa e inizia i lavori; nel ’14 viene riconosciuta di interesse