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Riassunto di "La svolta autobiografica. Infanzia e memoria nell'Ottocento italiano" di Iuso Anna Maria, Appunti di Antropologia Sociale

Riassunto realizzato dalla lettura di "La svolta autobiografica. Infanzia e memoria nell'Ottocento italiano" di Iuso Anna Maria. Per esame di antropologia sociale o antropologia culturale.

Tipologia: Appunti

2019/2020

In vendita dal 02/05/2020

FabrizioSani
FabrizioSani 🇮🇹

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25 documenti

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La svolta autobiografica
Capitolo 1
L’autobiografia, in Italia, è diventata un fenomeno sociale quando ha
iniziato a interessare le classi popolari. Prima era solo una questione
letteraria dei grandi autori. E nei secoli XVIII e XIX sono nate vere e
proprie inchieste tese a sollecitare la pratica autobiografica.
Giovan Artico Da Porcia, nel 1721, si prefissò di scrivere un progetto
raccogliendo le testimonianze autobiografiche dei letterati amici suoi
per discreditare l’insegnamento dei gesuiti. L’unico a rispondere al suo
appello fu Giambattista Vico – il suo progetto fu dunque un fallimento,
tuttavia realizzò la prima inchiesta autobiografica della storia d’Europa.
Stesso discorso nel 1768, quando Almici pubblica un trattato sullo
scrivere biografie di persone illustri con un’appendice dello scrivere di
se stessi. Anche questo testo non ebbe grandi fortune ma precedette di
pochi anni le prime grandi autobiografie, quasi a simboleggiare che i
tempi erano maturi. Già Almici sosteneva energicamente la veridicità
necessaria, prevedendo quello che due secoli dopo Lejeune definirà
“patto autobiografico”.
Dopo un secolo e mezzo da Giovan Artico da Porcia, ci prova Onorato
Roux a raccogliere nel “Giornaletto dei ragazzi” le testimonianze
autobiografiche di illustri contemporanei. È il 1891. A cambiare però è
l’approccio, totalmente; Roux chiede di raccontare l’infanzia, anche in
forma aneddotica, Da Porcia chiedeva di raccontare la formazione; il
primo chiedeva di svelare delle componenti private, il secondo di
limitare al minimo la componente personale. Anche Roux non ebbe
grande fortuna e ricevette molti rifiuti, riuscendo tutta via a trovare
materiale sufficiente per riempire sette volumi.
Capitolo 2
Tra i molti studiosi è soprattutto Lejeune, negli anni ’70, a notare come
l’autobiografia sia un fenomeno di grandi dimensioni - sviluppatosi
notevolmente tra XVIII e XIX secolo – ancora scarsamente approfondito
dalle scienze sociali.
In quegli anni, in Italia, non si stava ancora affrontando un discorso di
studi omogeneo e chi si affacciava a questi studi si rifaceva alla querelle
Gusdorf-Lejeune; che essenzialmente verte su due punti: la definizione
di autobiografia e il suo atto di nascita, nei quali Gusdorf affidava
all’ambito filosofico-antropologico e Lejeune a quello letterario.
Le riflessioni di Guglielminetti in Italia portano l’autobiografia, da
oggetto culturale, all’autobiografo come soggetto culturale. Anche
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La svolta autobiografica

Capitolo 1 L’autobiografia, in Italia, è diventata un fenomeno sociale quando ha iniziato a interessare le classi popolari. Prima era solo una questione letteraria dei grandi autori. E nei secoli XVIII e XIX sono nate vere e proprie inchieste tese a sollecitare la pratica autobiografica. Giovan Artico Da Porcia , nel 1721, si prefissò di scrivere un progetto raccogliendo le testimonianze autobiografiche dei letterati amici suoi per discreditare l’insegnamento dei gesuiti. L’unico a rispondere al suo appello fu Giambattista Vico – il suo progetto fu dunque un fallimento, tuttavia realizzò la prima inchiesta autobiografica della storia d’Europa. Stesso discorso nel 1768, quando Almici pubblica un trattato sullo scrivere biografie di persone illustri con un’appendice dello scrivere di se stessi. Anche questo testo non ebbe grandi fortune ma precedette di pochi anni le prime grandi autobiografie, quasi a simboleggiare che i tempi erano maturi. Già Almici sosteneva energicamente la veridicità necessaria, prevedendo quello che due secoli dopo Lejeune definirà “patto autobiografico”. Dopo un secolo e mezzo da Giovan Artico da Porcia, ci prova Onorato Roux a raccogliere nel “Giornaletto dei ragazzi” le testimonianze autobiografiche di illustri contemporanei. È il 1891. A cambiare però è l’approccio, totalmente; Roux chiede di raccontare l’infanzia, anche in forma aneddotica, Da Porcia chiedeva di raccontare la formazione; il primo chiedeva di svelare delle componenti private, il secondo di limitare al minimo la componente personale. Anche Roux non ebbe grande fortuna e ricevette molti rifiuti, riuscendo tutta via a trovare materiale sufficiente per riempire sette volumi. Capitolo 2 Tra i molti studiosi è soprattutto Lejeune, negli anni ’70, a notare come l’autobiografia sia un fenomeno di grandi dimensioni - sviluppatosi notevolmente tra XVIII e XIX secolo – ancora scarsamente approfondito dalle scienze sociali. In quegli anni, in Italia, non si stava ancora affrontando un discorso di studi omogeneo e chi si affacciava a questi studi si rifaceva alla querelle Gusdorf-Lejeune; che essenzialmente verte su due punti: la definizione di autobiografia e il suo atto di nascita, nei quali Gusdorf affidava all’ambito filosofico-antropologico e Lejeune a quello letterario. Le riflessioni di Guglielminetti in Italia portano l’autobiografia, da oggetto culturale, all’autobiografo come soggetto culturale. Anche

perché molte autobiografie non sono importanti per il loro valore letterario, di per sé minimo. Difatti, già dalla fine dell’Ottocento si è iniziato ad antologizzare e, in qualche modo, fare inventari delle autobiografie. Ma c’è una forte concentrazione di studi su autobiografie illustri mentre in questo libro si cerca di portare alla luce l’autobiografia come fenomeno diffusissimo nell’Ottocento, in maniera trasversale. Capitolo 3 L’autobiografia consente un processo di autoconoscenza. Lejeune la definisce così: è un racconto retrospettivo e individuale della propria esistenza e della propria personalità e identità. Tale definizione è contestata sia perché spesso, leggendo un’autobiografia, ci rendiamo conto che una volta completata questa funzione ne esaurisce altre che questa definizione non include. Ma lo stesso Lejeune afferma che l’autobiografia si definisce per opposizione ad altri generi simili, come le “memorie”; poiché in questo genere è rivolto più alle situazioni storiche e sociali. Tuttavia, le differenze non sono così grandi, spesso dei libri intitolati “memorie di ...” rispettano la definizione di Lejeune di autobiografia. In più, come sostiene Briot, il valore testimoniale della soggettività non può essere sottovalutato e, anzi, impreziosito dall’unicità del punto di vista. Quindi le differenze che delineava Lejeune sono molto più sottili. Gusdorf stesso sottolinea come, nel descriversi, l’autobiografo, descriva anche il suo mondo ed è quindi un legame influente e di interesse antropologico. Guido Nobili riesce a realizzare un’autobiografia molto soggettiva ma di alto livello letterario e interesse storico. Questo genere è emerso da dei presupposti: la maggiore alfabetizzazione, i cambiamenti dei modi di vivere nel corso del XIX, i cambiamenti della società verso un pieno individualismo e ricerca di se stessi. PARTE II Capitolo 4 Nel XIX la scrittura divenne un’esigenza per i rapporti con lo stato ed entrò come un cavallo di troia, nella quotidianità delle persone. L’esigenza di imparare a scrivere nacque e perlopiù era chi sapeva leggere e scrivere, anche senza nessun titolo, a insegnare agli analfabeti. Difatti il lavoro di maestro affiancava o veniva affiancato da altri lavori.

permette di rendere comunicabile e ordinata la nostra esperienza del mondo. Come sottolinea Gauchet , la società ottocentesca si emancipa delle istanze superiori, siano esse religiose o monarchiche. Però lo stesso Gauchet afferma che per avere un fondamento, qualsiasi società deve porsi rispetto a un’alterità, che diventa lo Stato; seppur democratico. E con la scoperta dell’inconscio, ripete, l’individuo trova dentro di sé un’alterità rispetto alla quale costruirsi. È quindi anche figlio di questi aspetti l’autobiografismo ottocentesco: testimoniare gli eventi risorgimentali, sentirsi democraticamente importante ma soprattutto conoscersi e conoscere l’altro che è in sé. Elias si concentra a studiare le costrizioni sociali che l’Ottocento impone come seconda natura, il controllo ferreo del proprio corpo e delle proprie reazioni, fin da bambini. L’infanzia è, dunque, nell’Ottocento, il periodo in cui il bambino apprende le regole di rapporto con la società e viene stimolato all’interiorità – vivendo questa netta separazione fra individuo e società. PARTE III Capitolo 7 Durante il XIX due pratiche scaveranno nelle individualità in maniera intima, al solo scopo di conoscere se stessi e distinguersi: il diario personale (incessante tentativo di auto-definizione) e l’infanzia, territorio privilegiato del racconto di sé come individuo ancora in potenza. La storia dell’infanzia, da cui molte autobiografie dell’Ottocento cominciano, viene sempre raccontata dagli adulti. E seppure l’Ottocento sembri il secolo in cui il bambino viene valorizzato e considerato nella sua particolarità, il sentimento e la valorizzazione dell’infanzia si sono accompagnati a una sua limitazione, costrizione in forme educative rigide e autoritarie. La pubblicazione dell’ Emilio di Rousseau , nel 1762, provoca una svolta nella concezione del bambino. Alla descrizione poetica dell’infanzia se ne sostituisce una positivista. Un secolo dopo, però, a metà Ottocento, le tesi di Rousseau vengono ribaltate da studiosi come Paola Lombroso, che identifica l’infanzia dell’uomo con l’infanzia dell’umanità, il bambino

con il selvaggio: non fondamentalmente buono ma con una morale negativa. Egoista, vanitoso e crudele. Le prima scuole nacquero assieme al capitalismo industriale in Inghilterra, dove Owen creò uno spazio per i figli dei suoi dipendenti, Questo già nel secolo XVIII. Mentre in Italia il problema nacque solo agli inizi del XIX, dove nel lombardo-veneto si fecero degli asili per la loro manodopera. Ben presto ci fu l’opposizione della chiesa e dei nobili, che le vedevano come possibili focolai di ribellione. Solo nel 1848, in Piemonte, ci sarà la Legge Boncompagni, primo atto di laicizzazione della scuola che comprese anche l’istruzione popolare. Poi nel 1859 la Legge Casati, estesa anche a Lombardia e Toscana e successivamente all’intera nazione, rendeva le scuole elementari obbligatorie per i più poveri – mentre i ceti più alti venivano seguiti privatamente. Questa scuola svolse anche un ruolo di persuasione sociopolitica, cercando di imprimere i nuovi ideali borghesi. Come si può vedere nei casi del Giannetto di Parravicini e il Giannettino di Collodi, personaggi che portano nelle scuole ideali di moralità decisamente borghesi; il secondo meno pedante del primo. Pratica importante per la conoscenza di sé è l’archeologia del proprio io rappresentato dai ricordi di infanzia, come ci mostro Monaldo Leopardi ricercando i suoi ricordi più remoti. La ricerca del primo ricordo fa pensare anche fisiologicamente a un momento in cui la memoria diventa una funzione attiva e quindi a un nuovo stadio dell’intelligenza del bambino. Nella ricerca del primo ricordo si va a scavare nel sepolto dell’anima e, negli studi, intrecciandosi con altre ricerche sull’ipnosi che hanno portato poi alla scoperta dell’inconscio assieme agli aspetti letterari, come quelli messi in luce da Proust e nell’esempio proposto da Brofferio , dove luoghi, suoni e odori riportano alla mente ricordi sepolti. E quindi molti dei ricordi dell’infanzia possono essere rievocati solo involontariamente perché appartenenti a un io diverso da sé. In molte biografie sono i luoghi a dominare le prime pagine: case, stanze, corridoi. E ricordando il tempo dell’infanzia vengono spesso investiti di forte emotività che condensano esperienze affettive e emozionali ormai intraducibili nel linguaggio adulto. Le stesse città, scuole e campagne compaiono nitidamente come se i ricordi non possano prescindere dalla loro collocazione spaziale. E ogni luogo assume anche il carattere emotivo che lo rappresentava: la scuola come reclusione, la campagna come libertà. Città e campagna venivano conosciute e sperimentate attraverso i giochi, su tutti quello della guerra - come racconta De Amicis.

Diverso dalla fuga è il viaggio. Pur se nella fuga le mete sono sfuocate e raramente raggiunte, essa si prefigura come un salto verso il futuro dal quale si esce cresciuti perché non si ha altri che se stessi su cui contare. Laddove il viaggio, per la sua organizzazione, fa in modo che attraverso figure meno estranee l’adolescente venga trasportato grazie a molti aiuti al suo arrivo. Meta di questi viaggi istituzionali erano spesso i collegi – luoghi spaventosi al primo impatto. Al collegio si mette in atto una doppia socialità che porta quasi a uno sdoppiamento della personalità: quella canonica e istituzionale; quella tra i collegiali fatta spesso di sottomissioni alle leggi del gruppo. Nel collegio si evidenziano quattro settori dove le due realtà si influenzano: la gerarchia dettata dai meriti; le affinità elettive; la consapevolezza e il controllo di sé; la cultura dell’espressione. Il collegio si struttura quindi come un microcosmo che riproduce il mondo esterno, di conseguenza funziona anche come preparazione al mondo adulto. Epilogo Gli autobiografi non sono inconsapevoli della portata culturale e sociale dell’atto che compiono. Difatti si può ben dire che una delle pratiche più private che si possa immaginare è, in realtà, una pratica collettiva. L’autobiografo non ne è inconsapevole perché a sua volta ha letto autobiografie. Sul finire dell’Ottocento vennero introdotte anche nel percorso scolastico, per leggere le infanzie di chi ha costruito la loro nazione.