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Una panoramica della tragedia greca, dalla sua origine in occasione di agoni drammatici fino alle sue caratteristiche strutturali e ai suoi personaggi famosi. Il testo illustra come la tragedia greca era presentata in scene, il ruolo del coro e degli attori, e fornisce informazioni sui primi tragediografi e opere pervenutaci. La tragedia greca è caratterizzata da atmosfere funebri, scene ricche di pathos e grandi scene corali.
Tipologia: Appunti
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La tragedia era la rappresentazione di una vicenda mitica, di un episodio storico. I tragediografi attualizzavano gli episodi mitici per le vicende politiche e sociali alla loro realtà storica, ricercavano ragioni etiche e religiose.lo scopo del tragediografo era indagare le condizioni tra uomo e dio, analizzando le responsabilità e i comportamenti di essi. Le vicende mitiche erano conosciute dall’uomo e la creatività del tragediografo era basata non sull’invenzione del tema ma sulla strutturazione drammatica e dall’interpretazione etica. In questo modo forniva n orientamento educativo agli spettatori. Le scelte avvenivano in stretta relazione con le richieste del pubblico. MESSA IN SCENA La presentazione della tragedia era regolata dalle istituzioni e avveniva in occasione di agoni drammatici, competizioni teatrali che si tenevano in onore dei Dioniso. Queste erano state istituite da Pisistrato e si tenevano ogni anno. Esistevano le Grandi Dionise, rappresentazioni tragiche per lo più repliche, esistevano che le Piccole Dionise organizzate dai singoli demi attici e riservate ai cittadini ateniesi. SVOLGIMENTO DELLA GARA Nelle grandi dionise tre tragediografi presentano ciascuno una tetralogia costituita a tre tragedie e un dramma satiresco. Ciascuna tetralogia era presentata in un giorno diverso e la vittoria assegnata era rappresentata da cinque giudici che venivano condizionati dalla reazione del pubblico durante le rappresentazioni che rischiavano sanzioni qualora il loro operato fosse stato viziato da qualche irregolarità. LO SPETTACOLO E GLI USI DEL TESTO TRAGICO Ad ogni tragediografo era assegnato un corègo scelto tra gli uomini più ricchi della città e ritenuto in grado di assumersi il costo della messa in scena. La spesa maggiore era per gli oneri per l’organizzazione e la preparazione del coro, che era affidata al maestro del coro. La regia, la coreografia, e la composizione della musica erano compito del tragediografo che era anche attore protagonista dei suoi drammi. GLI ATTORI E LA RECITAZIONE Ogni rappresentazione aveva attori e coro. All’inizio era solo un atto e corrispondeva al tragediografo, quando Eschilo introdusse il secondo attore i due ruoli si distinsero. Gli attori erano normalmente più di tre, ogni attore era chiamato a svolgere più ruoli, anche quel femminile poiché le donne non potevano recitare. Il loro abbigliamento era caratterizzato da una maschera che facilitava i cambi di ruolo, costumi appariscenti. Doti apprezzate di un attore erano la duttilità, il timbro e la potenza di emissione della voce, la forza di comunicazione e il coinvolgimento emotivo. IL CORO Il coro f costituito da Eschilo da 12 coreuti aumentati a 15 da Sofocle. Alla guida del coro vi era il capocoro che ne era portavoce nei dialoghi che nel corso del dramma si susseguono con gli attori. Il coro svolgeva funzioni diverse:
Per la struttura formale abbiamo la testimonianza di Aristotele che indicò le parti principali: Il prologo, gli episodi e l’esodo erano recitati dagli attori Il parodo, gli stimi e i kommoi erano propri del coro PROLOGO La prima parte della tragedia quella che precede l’ingresso del coro nel corso del V secolo si trasformo in primo episodio per diventare poi una semplice esposizione dell’antefatto EPISODI Normalmente 5 oppure articolati da varie scene, erano delimitate da due canti del coro. La vicenda si svolgeva attraverso la recitazione dell’attori, che poteva assumere la forma di monologhi o di dialoghi LA PARODO, GLI STASIMI E I KOMMOI Il parodo è definita sempre da Aristotele come il primo intervento tutto del coro e gli stasimi come i canti del coro senza anapesti e trochei, cioè senza versi recitati. Gli stasimi erano 4, separano gli episodi e sono formati in genere da una o più coppie antistrofiche la responsione metrica. I kommoi Aristotele gli definisce “lamento comune del coro della scena” gli usano anche per duetti lirici privi di lamento.
Per gli alessandrini il luogo d’origine fu l’Attica e la sua genesi andrebbe ricercata in certi riti di culto per Dioniso. Anche loro offrivano una spiegazione di carattere etimologico: la parola TRAGODIA che significa “canto per il capro” o “canto per il sacrificio del capro” inteso come premio di gara culturale nei riti in onore di Dioniso. DIBATTITO MODERNO Molti studiosi hanno ritenuto attendibile la testimonianza di Aristotele integrandola con fonti più tarde identificandola come punto di partenza per l’indagine. ARIONE E IL DITIRAMBO La più antica Roma di ditirambo risulta il poeta Arione. In Erodoto si legge che Arione, nato a Metimna nell’isola di Lesbo tra il VII e inizio VI secolo, alla corte del tiranno Corinto pierandro, sarebbe stato il primo a comporre un ditirambo e l’avrebbe fatto rappresentare a Corinto, nostre ariane sarebbe attribuita anche l’introduzione dei satiri. Sarebbe stato proprio lui a rappresentare il primo dramma. RITI ARCAICI Alcuni pensano che questa sia attribuita però ad alcuni riti acacia facendo riferimento anche alla comparazione etnografica. La tragedia sarebbe derivata da alcuni riti celebrativi ricorrenti noi anno sulle tombe degli eroi.
Nacque intorno al 530 a.C. ad Atene. due titoli delle opere di Frinico mostrano che i temi delle tragedie possono essere presi non solo dal mito ma anche dalla storia contemporanea. LA CONQUISTA DI MILETO Fu messa in scena nel 492 a.c due anni dopo la distruzione di Mileto da parte dei persiani. La forte impressione degli ateniesi, è ricordata da Erodoto. Lo storico racconta che gli ateniesi piansero e inflissero poi una multa di mille dracme a Frinico perché aveva ricordato un episodio di “lutto nazionale”. LA FENICE 476 a.c furono messe in scena le vittoriose Fenicie. Il tema era il trionfo dei greci sui persiani del 480 a.c. il coro era formato dalle vedove dei marinai fenici, alleati con i persiani, ALTRI TITOLI Egizi, Danaidi, Alcesti, Anteo, Atteone, Donne di Pleurone, Tantalo.
Teatro di idee. Prospettive ideologiche rappresentano il centro delle sue opere. Le grandi scene corali, le atmosfere funebri e paurose e le scene ricche di pathos devono la loro forma teatrale alla tensione ideale e alla profondità delle motivazioni concettuali. LA VITA Nacque nel demo attico di Eleusi da una famiglia di proprietari terrieri. Sarebbe morto eroicamente a Maratona in un assalto ad una nave persiana. Le sue esperienze fondamentali della vita militare furono: combattere contro i persiani a marantona nel 490, a salamina 480 e a platea 479. A 25 anni partecipa per la prima volta agli agoni tragici dove gli attribuirono ben 13 vittorie. Fece due viaggi in Sicilia 476/475 quando celebro le tragedie di etnee in onore della fondazione della città. Il secondo viaggio 456/455 fu successivo all’ orestea e durante questo soggiorno morì. In segno di devozione, gli ateniesi decretarono che chiunque volesse interpretare un opera di Eschilo otteneva sovvenzioni dallo stato. LE OPERE Scrisse tra le 70 e le 90 opere tra tragedie e drammi satireschi ma a noi sono giunte solo sette tragedie:
dalle Fenicie (le mogli dei rematori fenici che formavano l’equipaggio della flotta persiana) e dal loro dolore per la morte dei congiunti. Il vero protagonista della tragedia si trova comunque fuori dalla scena ed è il popolo ateniese , che siede sui gradini del teatro. Nei Persiani non traspare alcun disprezzo per i nemici vinti, né vi è in essi alcuna rabbia per la sconfitta subita. Sarebbe stato facile infatti per Eschilo presentare sotto una luce sfavorevole i temuti e odiati Persiani, e far giudicare i Greci, per bocca degli stessi nemici, guerrieri eccezionali e addirittura eroi, ma i risultati sarebbero stati scadenti, sconfinando nella vuota esaltazione nazionalistica. In Eschilo sono invece costantemente presenti misuratezza e forte religiosità. La vittoria dei Greci è stata sì frutto del loro valore, ma anche del favore di Dike (la giustizia) e di Zeus , sotto la cui protezione essi hannno pienamente combattuto, fidando nella forza della libertà e della giustizia contro la prepotenza e l’arrogante dispotismo di un uomo che si paragonava a un dio. ¹ Frinico , nato intorno al 535 a.C., secondo la tradizione sarebbe stato il primo a introdurre in scena personaggi femminili. Fra il 511 e il 508 a.C. conseguì la sua prima vittoria in un agone tragico; ne riportò un’altra sicuramente nel 476 a.C. col dramma le Fenicie , che celebrava la battaglia di Salamina, tema ripreso qualche anno dopo nei Persiani di Eschilo.
Sette contro Tebe è la celebre tragedia di Eschilo rappresentata per la prima volta nel 476 a.C. ad Atene, durante le Grandi Dionisie (feste in onore del dio Dioniso , nel corso delle quali venivano messe in scena tragedie e commedie ). Costituiva assiema a Laio e a Edipo (andate entrambe perdute) la trilogia tebana. ANTEFATTO I Sette contro Tebe di Eschilo è ispirato al conflitto tra Eteocle e Polinice, i due figli maschi nati dal rapporto incestuoso tra Edipo e la propria madre, Giocasta, vedova di Laio, ucciso inconsapevolemnte dal figlio Edipo. Conosciuta la verità che lo riguarda, Edipo fugge da Tebe dopo aver maledetto la propria discendenza. La maledizione ha effetto: Eteocle e Polinice, senza più curarsi del padre, pensano soltanto a contendersi la successione. Si accordano, infine, per regnare un anno ciascuno. Il trono tocca inizialmente a Eteocle e Polinice si allontana dalla città. Alla conclusione del periodo Eteocle rifiuta, però, di cedergli il potere. Polinice allora, chiamati in aiuto sei principi greci, muove guerra a Tebe, nonostante sia la sua patria. È a questo punto che prende avvio il dramma. TRAMA L’attacco di Polinice e dei suoi sei alleati alle sette porte della città di Tebe è imminente. Un messaggero, inviato in esplorazione da Eteocle, annuncia al re l’esito del sorteggio con il quale i sette condottieri hanno scelto ciascuno la porta della città contro cui guidare le truppe.
È quindi necessario che Eteocle scelga a sua volta sette guerrieri da contrapporre a quelli nemici. Eteocle individua un eroe tebano in grado di fronteggiare ciascuno di quelli. A Polinice contrappone se stesso, nonostante i tentativi del coro di dissuaderlo. Eteocle infatti sa che morirà, ma sa anche che solo in questo modo la città sarà salva e la maledizione sulla stirpe avrà termine. Lo scontro si scatena in tutta la sua ferocia. I due fratelli cadono dandosi reciprocamente la morte. Ma mentre Eteocle sarà sepolto a Tebe con tutti gli onori, il cadavere di Polinice dovrà essere abbandonato fuori della città senza sepoltura. A questa decisione si oppone Antigone, sorella, assieme a Ismene, di Eteocle e Polinice. Giura di seppellire personalmente il fratello nonostante il divieto.
Le Supplici di Eschilo è l’unico dramma conservato di una trilogia che comprendeva Egizi , Danaidi e il dramma satiresco Amimone. Le Supplici di Eschilo – la datazione Si pensava fosse il più antico dramma conservato, ma poi dalla scoperta di un papiro si è dedotto che la rappresentazione della tragedia avvenne in un concorso al quale partecipò anche Sofocle ; dunque non prima del 468 a.C., probabilmente nel 463 a.C. Il testo è pervenuto alquanto danneggiato: mancano infatti alcune pagine. LA TRAMA Antefatto – L’argomento del dramma è offerto dalla vicenda mitica delle Danaidi. Danao ed Egitto, fratelli gemelli, condividono il regno d’Egitto. Il primo ha avuto cinquanta figlie, il secondo altrettanti figli. Egitto tenta di imporre un matrimonio tra i propri figli e le nipoti; Danao e le figlie rifiutano e fuggono ad Argo, inseguiti dagli Egizi. Inizia la tragedia – L’inizio del dramma mostra le fanciulle appena approdate ad Argo, ancora terrorizzate. Subito dopo compare Danao che esorta le figlie a raggiungere il recinto sacro. Qui i supplici hanno per antico diritto un asilo inviolabile; lì devono attendere l’arrivo degli abitanti di quella terra. Compare infatti il re di Argo Pelasgo. Le Supplici gli narrano la loro storia e implorano di essere accolte e difese secondo le leggi dell’ospitalità. Il re è riluttante, per timore di una guerra contro gli Egizi, ma promette di riferire all’assemblea cittadina; le ragazze a loro volta giurano di impiccarsi alle statue degli dèi se non verranno accolte. Il re esce in compagnia di Danao che lo accompagna per sostenere le ragioni delle figlie. Dopo il canto del coro, rientra Danao con buone notizie: l’assemblea unanime ha deciso di accogliere la preghiera delle ragazze. Segue un canto di ringraziamento delle fanciulle rivolto ad Argo e ai suoi abitanti; poi il colpo di scena: gli Egizi sono sbarcati lì vicino e si accingono a rapire le ragazze. Danao parte per la città in cerca di soccorso. Subito dopo arriva l’araldo degli Egizi con le guardie e tenta di portare via a forza le fanciulle. Pelasgo interviene energicamente e impedisce il rapimento. L’araldo egizio esce con parole di minaccia: ormai è la guerra tra Egiziani e Argivi. Uscito Pelasgo, rientra Danao, incaricato di scortare le figlie dentro le mura.