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Approfondimenti sulla tragedia greca e le caratteristiche dei tragediografi Eschilo e Sofocle
Tipologia: Appunti
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Durante il V secolo a.C. matura il genere letterario del teatro e la lirica corale avvia un processo associativo tra l’elaborazione mentale del pubblico creando le prime forme di spettacolo: commedia e tragedia. Nella rappresentazione tragica, il poeta estrapola momenti ben precisi della narrazione mitica, come con il mito di Edipo, e attraverso costumi, maschere e la scena completa il personaggio e lo fa agire e parlare autonomamente. Il mito è un tempo chiuso, circolare e conosciuto da tutti. Le storie simboliche diventano realtà e per analogia l’uomo fa riferimento alla sua vita politica. Inoltre a teatro venivano messe in scena situazione che servivano a educare l’uomo, svolgendo quindi una funzione paideutica. L’humus (collettività cittadina) fa nascere e sviluppare la tragedia, ovvero coloro che partecipano e assistono attivamente alla scena. Da questo stato conflittuale prendono vita sulla scena passioni che secondo Aristotele coinvolgono emotivamente il pubblico e ha un effetti catartico, ovvero di purificazione. Infatti il tragico come idea si sviluppa quando l’uomo inizia a percepire il senso della vita e comprende la propria identità, ovvero la dimensione del proprio dolore. L’uomo è capace di rappresentare i suoi sentimenti e le sue scelte di vita solo quando matura la consapevolezza del sé. Se l’uomo non assume questa consapevolezza racconta ma non rappresenta, poiché rappresentando si ha un dialogo, non fisico, con il pubblico (dialogo virtuale) in cui anche lo spettatore si immedesima nelle vicende che vede svolgersi in fieri (in diretta). Tra l’Iliade e l’Odissea per esempio vi sono differenze con le opere tragiche, ovvero in entrambi i casi vi è un dialogo diretto ma nel genere epico manca la visione dell’uomo al centro, infatti durante il V secolo a.C. si afferma la sofistica che sposta al centro dell’attenzione l’uomo VISIONE ANTROPOMORFA. Inoltre con la tragedia si ha inizio alla civiltà definita dagli antropologi colta, poiché si rappresentano le πραξεισ di un eroe, tutta quanta l’azione tragica invece è il δραμα, ovvero la porzione di destino che la divinità riserva a ogni uomo. Invece ciò non avviene con la civiltà dell’epos, la quale è ritenuta la civiltà della vergogna, perché i valori che persegue l’eroe ruotano a un valore fondamentale (τιμη, onore) e quindi l’eroe agisce solo per essere accettato, ovvero il bisogno di sentirsi importanti. La struttura: prologo, svolgimento, riepilogo/conclusione καταστροφε, che non significa necessariamente la morte dell’eroe ma an momento di grande tensione, ovvero quando l’uomo comprende la sua identità (la dimensione del proprio dolore), che è il momento di sofferenza massima del protagonista del δραμα. δραμα sostantivo in μα, μακοσ e i sostantivi neutri indicano il concreto. Il capofamiglia delle parole è δραω che significa fare nel senso di agire quindi δραμα significa azione. (AGIRE=SOFFRIRE) Per δραμα si intende anche la porzione di destino assegnata dalla divinità a ogni uomo. Destino gestito dalla μοιρα, il cui verbo è μειρομαι che significa dividere in parti. La visione tragica significa percorrere il cammino della sofferenza e significa scoprire se stessi.
L’uomo deve agire, nessun uomo non può non agire, l’uomo è libero di agire. Periodo costituito da coppie antitetiche che costituiscono un paradosso. Il tragico infatti si basa su un conflitto inconciliabile (antitetico). L’idea del tragico nasce proprio quando l’uomo capisce il paradosso, l’uomo non è libero di agire in quanto il δραμα è già stato deciso dalla divinità. Infatti l’uomo agendo accelera il suo δραμα, perché agendo soffre e prende consapevolezza tramite il peso della sofferenza. Tale peso è aggravato e alleggerito dalla consapevolezza che ognuno ha del proprio se (γνωθι σεαθτον). L’uomo è libero ma sottomesso al destino quindi è soggetto al destino (contraddizione-paradosso), l’uomo vive all’interno del γενοσ che a sua volta è all’interno della πολεισ, proprio da questo nasce un ulteriore conflitto, perché l’interesse della comunità si scontra con quello del γενοσ. L’unica alternativa è che grazie alla sofferenza l’uomo si riconcilia sia con la πολεισ e con il γενοσ: (paradosso espresso all’interno della trilogia eschilea) L’uomo è libero di soffrire ma la sofferenza è uno sbaglio (altro paradosso) L’uomo che soffre sbaglia, e Ate deve punirlo, Ate racchiude in sè il castigo, ed è la punizione per un crimine voluto o accidentale, per chi si è macchiato di ubrìs (superbia). Infatti l’uomo sbaglia ma la divinità deve punirlo, provocando sofferenza, ma è un bene perché ripristina la giustizia per l’umanità. Se non c’è giustizia il mondo si disintegra. Le colpe passano in generazione in generazione, quelle dei padri ricadono sui figli, quelle dei re sui sudditi (richiamo all’epos, ovvero alla civiltà della vergogna). La giustizia si afferma quando prevale la sofferenza πάθει μάθος, Zeus ha posto la strada dell’equilibrio, alla cui base c’è appunto l’apprendimento attraverso la sofferenza. Le punizioni si tramandano finché la catena non si spezza per volere della giustizia (Dike, figlia di Zeus e Temis e indica la giustizia divina che l’uomo non percepisce). Temis appartiene alla generazione olimpica; Zeus si unì con Temis (principio di giustizia) e generarono Dike. Eschilo pone le basi per la Teudicea ( theós: “dio” e díke: “giustizia”): concetto che nasce nel 600 ed è lo studio e la riflessione su come si manifesta la giustizia di Dio Amore e giustizia. Ci si chiede come la giustizia di Dio si manifesta e come l’uomo riesce a vederla. Prima di Eschilo ci sono stati vari tentativi per spiegarlo, tra i quali ritroviamo anche Esiodo che ne “Le opere e i giorni” aveva parlato delle isole dei beati, dove si ritrovano gli eroi valori (es. Achille), colore che nel corso della vita hanno perseguito la giustizia. Anche in Pindaro c’è un tentativo di rappresentazione dell’aldilà (visione escatologica, quindi della vita che continua dopo la morte e che l’anima allora è immortale). Situazione oscura perché ce un preludio della metempsicosi, ovvero della reincarnazione dell’anima di matrice pitagorica e espressa in miglior modo da Platone. Il mondo antico era affascinato dal concetto della reincarnazione dell’anima quando l’anima ha compiuto il suo ciclo di purificazione finisce nella sua sede definitiva: il moderno paradiso/ l’isola dei beati o il moderno inferno o il Tartaro. La stessa visione di Dante si basa sul concetto che Dio è giustizia e amore, però non vi è una visione matura e certa sul modo di agire di Dio perché non vi è chiarezza circa il perché. Quella di Eschilo rispetto alla visione di Pindaro e di Esiodo è più matura e infatti pone le basi per la teudicea ma certamente non è l’iniziatore. Il coro svolge un ruolo importante nelle tragedie; al tempo di Eschilo era composto da 12 coreuti, che divennero 15 con Sofocle. Il coro raccoglieva l’umore della città e lo esprimeva. Al tempo di Eschilo il coro eseguiva il suo canto in armonia con la musica e con la danza. Anche quando non agisce, il coro è sempre presente, ma non blocca ne devia il corso dei fatti. Il coro dialogava con gli attori, commentava l’azione e guidava lo spettatore nella comprensione di ciò che accadeva. Rappresenta la pluralità e la ricchezza dell’insieme di pareri diversi. Quando la catena si spezza, l’uomo apprende l’errore e si purifica. In conclusione quando si pone il paradosso di Eschilo, l’uomo è libero di agire/soffrire, ma l’uomo non è uomo se non sbaglia. Quindi l’uomo deve sbagliare e soffrire, ma l’uomo non è uomo se non sbaglia. Eschilo afferma che il problema è dell’uomo, è libero di agire, ma ciò corrisponde alla sofferenza e alla punizione.
Il titolo delle tragedie, nonostante solitamente indica il protagonista del drama, nell’Agamennone la scena è quasi tutta per Clitemnestra, paziente nella vendetta, capace di impugnare un’ascia e uccidere a sangue freddo il consorte. Agamennone quindi non è il protagonista ma la vittima. Come per la precedente nelle Coefore il titolo del drama non coincide con il protagonista, ovvero Oreste. Clitemnestra invece se nella precedente era la protagonista all’interno delle Coefore è invece la vittima. Per quanto riguarda l’ultima tragedia invece le protagoniste sono le Erinni ma accompagnate dalla presenza di Oreste che è sia vittima che protagonista. L’Orestea ci fa capire la teudicea poiché si manifesta la giustizia di Zeus nonostante ad agire sia Apollo, poiché agisce per volere di Zeus. L’antefatto della tragedia “Agamennone” è il sacrificio di Ifigenia, poiché Agamennone si trovò a scegliere perché la flotta greca era bloccata in Aulide, impossibilitata a salpare alla volta di Troia. Gli atridi però sono discendenti di Pelide, il quale fu cotto e sacrificato agli dei. Solo Demetra mangiò la spalla, infatti quando Zeus fece ricostruire il corpo, la spalla fu sostituita dall’avorio. Il capostipite essendosi macchiato di ubris nei confronti degli Dei ha maledetto l’intera discendenza. Infatti Agamennone sbaglia ma solo perché le colpe gli furono tramandate. L’indovino Calcante rivela il motivo per cui la flotta rimane bloccata, rivelando che è per il volere di Artemide, che vuole un sacrificio umano Ifigenia. Agamennone quindi dovrà scegliere tra l’amore della poleis e quello della figlia ma sbaglierà in entrambi i casi: la metafora presente nel testo Eschilo è che l’uomo è in trappola. La situazione si sblocca con il sacrificio della figlia e quando Clitemnestra scopre il vero motivo per cui la figlia fu attratta in aulide si riserva una vendetta. L’uomo è inserito all’interno di un oikos che a sua volta è all’interno della poleis, quindi i conflitti si complicano. Secondo Di Benedetto l’eroe tragico che è un modello esistenziale, è una cellula scissa tra due fuochi. Cellula scissa: non nel senso moderno, come i personaggi pirandelliani per esempio dove vi ala dissoluzione dell’io, dopo l’esperienza della follia il problema è irrisolvibile. Nel senso classico invece alla fine l’equilibrio si ripristina e il senso di colpa non porta alla dissoluzione dell’io. Infine l’ultima figura del drama è Egisto in ordine di apparizione, cugino e acerrimo nemico di Agamennone e antico pretendente di Clitemnestra e ora suo amatissimo. Nelle coefore ha molta risonanza la scena dell’incontro tra Elettra e Oreste e il riconoscimento presso il tumolo del padre tramite sia la ciocca di capelli e le orme lasciate sul terreno e Elettra attribuisce istintivamente entrambe le tracce al fratello. Altamente emotivi risultano sia l’incontra tra Oreste e la madre e il brutale assassinio di quest’ultima. In questa scena appare anche il personaggio di Pilade che è la voce del dovere di Oreste Alterego. Nelle tragedie antiche il monologo è presente ma è rivolto agli altri, mentre il monologo interiore viene rappresentato da un altro personaggio, l’Alterego. Oreste infatti viene incitato da Pelide, che è l’altro personaggio che ricorda il dovere a Oreste. Antefatto Coefore: La tragedia inizia con il protagonista dell’opera Oreste, figlio di Agamennone, ritornato di nascosto in Argo per ordine del dio Apollo di vendicare il padre, accompagnato dall'amico Pilade. Recatosi presso la tomba del padre, prende subito la parola invocando “Ermes ctonio” affinchè gli dia la forza per vendicarne la morte. Subito dopo l’invocazione, Oreste tagliatosi una ciocca di capelli in offerta per il padre, vede da lontano l’arrivo di una processione di donne in testa alla quale riesce a riconoscere la sorella Elettra. Invocato anche Zeus si ritira per osservare meglio tale processione. Κομμός: durante il lamento Oreste interiorizza il comando di Apollo, trasformandolo in un atto della propria volontà e assumendosi la piena responsabilità del matricidio con una decisione presa liberamente. L’innovazione della tragedia eschilea è nel tentativo di integrare il determinismo teologico e il libero arbitrio. L'uomo messo in scena è un essere libero, di cui è rappresentata precisamente la libertà, vale a dire lo sviluppo delle motivazioni interiori, che determinano il suo comportamento. Oreste, un personaggio moderno, infatti in Eschilo il personaggio singolo non si configura come un soggetto tragico in sè concluso, ma la sua vicenda e i suoi dilemmi personali sono proiettati nella prospettiva di un ordine universale, alla luce del quale la narrazione mitica acquista il suo vero e profondo significato. L’uomo libero dal fardello divino si assume così la responsabilità delle proprie azioni, e la libertà implica anche il dubbio e l’incertezza. Antefatto delle Eumenidi: Perseguitato dalle Erinni per il matricidio, Oreste è nel tempio di Apollo, dove chiede aiuto al dio. Quest’ultimo, promettendogli la sua protezione, lo invia ad Atene, presso il tempio della dea Atena. Appare poi il fantasma di Clitemnestra, che aizza le Erinni a perseguitare il figlio per il suo orribile delitto. Zeus è il garante dell’ordine cosmico ed equo dispensatore di giustizia e intorno alla sua figura, il poeta giustifica il male del mondo: Zeus assegna agli uomini mali e sofferenze secondo un suo progetto universale, ma all’uomo, è riservato l’esercizio del libero arbitrio attraverso la possibilità di scelta. Nelle eumenidi il πάθει μάθος trova una traduzione in termini politici φοβω σοφροσουνει, la legge incute paura, l’uomo si rende conto che la legge è la misura della prudenza, ovvero la moderazione.
Trama: La tragedia è ambientata a Susa, la residenza del re di Persia, dove la regina Atossa, madre del regnante Serse, ed i vecchi e fedeli soldati di Dario, lasciati a presidiare la capitale, attendono con ansia l'esito della spedizione persiana contro la Grecia. In un'atmosfera cupa e colma di presagi funesti, la regina racconta un sogno angoscioso fatto quella notte. Non appena la regina finisce di narrare il sogno, arriva un messaggero, che porta l'annuncio della totale disfatta della flotta dei Persiani a Salamina. La battaglia viene raccontata accuratamente, dapprima con la descrizione delle flotte,[2] poi con l'analisi delle fasi dello scontro e infine con il quadro desolante delle navi persiane distrutte, galleggianti in rottami in mare e dei soldati superstiti privi di aiuto.[1] Lamenti e pianti riempiono la scena fino alla comparsa dello spettro del defunto padre di Serse, Dario, marito di Atossa. Lo spettro dà una spiegazione etica alla disfatta militare, giudicandola la giusta punizione per la hýbris (tracotanza) di cui si è macchiato il figlio, che non ha voluto limitarsi, come il padre Dario, ad amministrare il proprio impero, ma ha voluto estenderlo verso l'Europa. Arriva infine il diretto interessato, lo stesso re Serse, sconfitto e distrutto, che unisce il proprio lamento di disperazione a quello del coro, in un canto luttuoso che chiude la tragedia L'opera presenta alcune caratteristiche tipiche delle tragedie più arcaiche: l'assenza del prologo, il basso numero di personaggi, la semplicità della trama, nonché l'importanza preponderante attribuita al coro, che qui rappresenta un gruppo di anziani consiglieri del re. D'altro canto l'opera ha una caratteristica molto peculiare nel corpus di tragedie che ci sono rimaste: è l'unica che tratti un argomento storico, anziché rifarsi alla mitologia. Per molto tempo si è pensato che fosse una tragedia acefala (quindi che non ci fosse pervenuto il prologo), in seguito grazie ai nuovi studi si è giunti alla conclusione che invece non venne mai scritto. Il coro è il protagonista del δραμα ed entra subito senza avere bisogno di un prologo Eschilo sarebbe ricorso ad un trucco banale, il ribaltamento del punto di vista, un po' come se si leggesse l'Iliade dal punto di vista dei Troiani anziché dei Greci, infatti Eschilo problematizza il conflitto, non accontentandosi di raccontare che e come si è svolto, ma domandandosi perché le cose siano andate come sono andate, domanda tipicamente tragica. I persiani infatti hanno assorbito le caratteristiche dell’esercito greco; i sentimenti e il modo di concepire la storia riflettono la mentalità greca non persiana. L’esaltazione dell’esercito greco che riesce a sconfiggere quello persone è tipico della visione ellenocentrica. Infatti questo doppio piano di comunicazione non è conflittuale perché era solito misurare con il punto di vista greco. L’uomo greco vede l’altro come uno specchio, la tragedia quindi non ci serve a studiare la storia. Il πάθει μάθος vale anche per le vicende storiche; la sofferenza non del singolo individuo ma della popolazione. L'opera faceva parte, secondo la ricostruzione dei filologi, di una trilogia tragica che comprendeva anche Fineo e Glauco, cui si aggiungeva il dramma satiresco Prometeo che accende il fuoco. Tale ricostruzione però è dubbia, poiché Eschilo in genere usava la trilogia legata (ossia tre tragedie che raccontavano un'unica lunga storia), mentre questa ipotetica trilogia non avrebbe un unico intreccio narrativo. Si è ipotizzato quindi che le tragedie di questa trilogia fossero legate, più che dalla trama, dal ricorrere di alcune tematiche ed immagini. In particolare, sembrerebbe che la contrapposizione tra Europa ed Asia (evidentissima nella guerra tra greci e persiani) riappaia nei personaggi di Fineo e di Glauco: Fineo abita la costa europea del Bosforo, mentre Glauco è progenitore dei re della Licia, regione dell'Asia Minore. La tragedia è di una modernità straordinaria e pone delle riflessioni sulla guerra e sulle vittime innocenti. Il vero protagonista infatti non è Serse ma il popolo persiano che è la vittima della guerra. La regina invece rappresenta la poesia che presagisce, infatti l’ombra di Dario appare in sogno alla regina. Il messaggero (αγγελος) invece racconta tutte le parti che non possono essere rappresentate in teatro, ciò rappresenta il legame tecnico tra il nuovo genere letterario e l’epos. La colpa di Serse è quella di valicare le leggi imposte dagli dèi, oltrepassando i limiti dell’essere umano. Ciò suscita l’invidia da parte della divinità (φθόνος τῶν θεῶν) , una divinità invidiosa del potere degli uomini e che, capricciosamente, decide di punire l’arroganza dell’uomo. Sembra un genitivo oggettivo, ovvero che gli Dei provano invidia per Serse. Apparentemente sembra un sintagma blasfemo ma in realtà il problema dell’uomo che cerca di superare i suoi limiti. Infatti φθόνος oltre a significare invidia ha anche il significato di abbondanza e l’intento di Serse era proprio quello di creare un impero unico, una sorte di Olimpo sulla terra, motivo per il quale verrà punito dagli dei. È in assoluto la più antica opera teatrale pervenuta. È inoltre l’unica tragedia greca pervenuta il cui argomento sia un fatto di storia reale e contemporanea (la seconda guerra persiana).
Nozioni biografiche: Nasce nel 497 a.C. a Colono, un sobborgo di Atene, politicamente molto vicino a Pericle, a 54 anni fu presidente degli Ellenotami e dopo la disfatta ateniese i Sicilia nel 413, fece parte del Collegio dei probuli, incaricati di trovare un accordo tra le fazioni politiche che laceravano Atene, ma con il fallimento del progetto venne creata la premesse per una dittatura reazionaria che venne detta dei “400” e Sofocle ne venne ritenuto responsabile. Morì nel 406 a.C. Le opere: Dei 123 drammi attribuitigli sono sopravvissute soltanto 7 tragedie e alcune di incerta cronologia: Aiace, Antigone, Trachinie, Elettra, Filottete, Edipo re, Edipo a Colono. Le vicende proposte del teatro di Sofocle sono tutte molto note poiché sono tratte dal patrimonio mitico greco. Il motore dell’azione tragica è collocato dal drammaturgo non più come in Eschilo nel lento cammino di una colpa ma nell’uomo, con la conseguenza di aprire così il complesso problema del ruolo della volontà nell’azione umana. Non ci rimane nessuna trilogia anche se sappiamo che ne scrisse molte su modello dell’Orestea. Per esempio l’Edipo re svolgeva le storie della stirpe aristocratica del popolo tebano e come dramma satiresco la Sfinge che allentava il pathos. I personaggi non sono piatti, ne sono messi in evidenzia i dubbi, i tormenti, le esitazioni, i rimpianti del passato, gli errori fatti: sono ricchissimi a livello psicologico. Non sono immobili come quelli di Eschilo ma si evolvono proprio perché arrivano a cambiare in seguito alle vicende che vivono. Sono quindi caratterizzati dal concetto tecnico della μεταβολη, il cambiamento profondo dell'interiorità del personaggio che avviene nel momento in cui il personaggio arriva a essere consapevole, attraverso le vicende dolorose della vita, del dolore e di sé stesso e quindi matura una conoscenza che all'inizio della tragedia non ha e che alla fine ha completamento acquistato. Tuttavia questa consapevolezza è dolorosa, anche perché si acquisita attraverso un percorso di notevole sofferenza compiuto da solo. Sofocle non mette in scena solo il momento della κρισισ, la scelta, ma un processo più tortuoso, quello di ricerca nel tempo di tutti gli elementi che hanno portato alla situazione presente, per arrivare alla consapevolezza che giunge all'improvviso in un momento preciso, come frutto di questo lungo processo. Elementi del suo Teatro [differenti da Eschilo] La Funzione degli Dei: in Eschilo gli dei sono i garanti della giustizia, Zeus in particolare punisce ατη e υβρισ garantendo un equilibrio doloroso nel mondo. Sofocle invece lascia gli dei totalmente sullo sfondo: non propone una concezione provvidenziale della storia umana. Tutt'altro, la sua interpretazione della realtà crede che gli dei esistano, non sono esclusi, ma agiscono secondo percorsi misteriosi tortuosi non intellegibili, che l'uomo non può comprendere. Operano nella storia dell'uomo ma l'uomo non può comprendere le loro vie. Non si parla di Ateismo ma di "eliminazione del sovrannaturale dalla realtà umana": se l'uomo non ha più questo appoggio divino nel mondo è completamente solo. I rapporti tra Sofocle e il tempo sono moltissimi, è influenzato dalla sofistica e dalla retorica. Nelle sue tragedie c'è sempre un personaggio che porta in scena la sua idea e la sua spiegazione contrapponendola a quella di qualcun altro [tipico meccanismo di retorica e sofistica].
mi L’Edipo re La tragedia di Sofocle (496 a.C. - 406 a.C.) Edipo re viene messa in scena per la prima volta tra il 430 e il 420 a.C. ad Atene e fa parte con altre due tragedie, l’ Edipo a Colono e l’ Antigone , del ciclo tebano, ossia relative alla saga dei Labdacidi, ovvero di Laio, Edipo e dei suoi discendenti. Antefatto: La pietà del pastore incaricato da Laio, re di Tebe, di abbandonare Edipo in un bosco, e che invece l'ha affidato a un altro pastore, ha salvato il neonato, figlio dello stesso Laio e di Giocasta, dall'essere ucciso in quanto destinato dal dio a commettere parricidio e incesto. Divenuto adulto, saputo del suo destino, egli ha abbandonato la famiglia che lo ha allevato a Corinto ed è giunto a Tebe dopo avere inconsapevolmente attuato la prima profezia: a un incrocio di strade per un litigio ha infatti ucciso un vecchio, che egli ignorava essere Laio. Ha poi liberato la città dalla Sfinge ricevendone in premio il regno e le nozze con Giocasta, vedova dello stesso Laio, compiendo così la seconda profezia. Dopo tanti anni la città è ora devastata da un morbo letale e i Tebani sono andati dal sovrano a chiedere aiuto. Momenti più importanti del mito di Edipo: La nascita di Edipo, figlio di Laio e di Giocasta, il quale quando nascerà verrà preso dalle caviglie, motivo per cui è zoppo. La zoppia è caratteristica di tutta la famiglia, simbolo o emblema del potere. 1° paradosso: Edipo finché non sa la verità pensa di conoscere ma in realtà non conosce, la conoscenza provoca sofferenza μαθει παθοσ: dalla conoscenza scaturisce il dolore. Ciò che si pensa di conoscere in realtà non è la verità, in quanto l’uomo si affida alla conoscenza sensibile. Per Sofocle tutto è possibile tramite il λογοσ nella sfera della conoscenza. L’uomo vivendo la solitudine tragica, non si sente più adeguato al presente quando scopre di non conoscere. Edipo infatti per contrappasso si accieca per rimuovere l’organo che lo ha ingannato; la cecità fisica veniva infatti considerata un privilegio perché sviluppa gli occhi dell’anima. La presunzione che tutto si potesse conoscere crolla attraverso il dolore, la scoperta dell’inganno è ancora più dolorosa. La conoscenza è possibile è possibile soltanto se i sensi vengono accompagnati dalla ragione e tramite un cammino di ricerca. Se c’è una fusione tra razionale e irrazionale, l’uomo conosce e potrebbe evitare sbagli; l’uomo però tende all’errore, non si pone il problema della giustizia in quanto Dio è giusto ma è l’uomo che non ne comprende le azioni. Quando Edipo prende consapevolezza di essere un mostro -μιασμα-; il meccanismo del mìasma non è una procedura giudiziaria in cui si misura l’intenzionalità soggettiva; è qualcosa di più primordiale. La colpa che ha commesso va oltre i limiti dell’ordine giuridico e morale e richiede la punizione degli dei. La morte di Edipo però non è tragica poiché comprende il senso della vita L’uomo muore quando scopre il senso della vita; l’uomo è quel mostro che pensa di non esserlo ma che in seguito comprende la propria mostruosità. Il mostro invece è sia colui che pone l’indovinello che colui che lo risolve. Edipo e la Sfinge; possiamo infatti definire la sfinge come lo specchio di Edipo. Nella tragedia la morte è un mistero e in Sofocle ciò è un elemento irrazionale, ossia che rimane sempre quella zona oscura che l’uomo deve accettare poiché non è Dio. Edipo si scopre esecutore ignaro delle azioni più tremende (assassino del padre, sposo della madre, fratello e padre dei suoi figli). Preso atto della sua ‘colpa innocente’, Edipo inizia un penoso cammino di esule scacciato, rifiutato, divenuto oggetto di orrore e derisione, finché non giungerà a Colono. La colpa c’è ma le scelte di Edipo non sono reali perché le ha fatte inconsapevolmente seguendo le vie di un destino anch’esso incomprensibile: é un burattino, una vittima.
Antigone Trama: Dopo l'assedio a Tebe e la morte dei due fratelli, Eteocle e Polinice, nati dall'incesto tra Giocasta e suo figlio Edipo, il nuovo signore della città, Creonte, fratello di Giocasta, emana un editto che vieta di seppellire Polinice, accusato di Tradimento della Patria. Una delle due sorelle di quest'ultimo, Antigone, è decisa a trasgredire l'ordinanza, in base a "leggi non scritte" (αγαπτα νομινα) sui doveri familiari, mentre l'altra, Ismene, rifiuta di andare contro la città e il re. Quando Antigone viene scoperta viene fatta rinchiudere da Creonte in una grotta, affinché muoia di fame e non uccisa apertamente: ciò infatti porterebbe sventura a tutta Tebe. Emone, figlio di Creonte e innamorato di Antigone, non riesce a convincere il padre. La fanciulla nella grotta piange per le sue prossime nozze con la morte; quando poi Creonte, spinto dal vaticinio dell'indovino Tiresia, decide di cancellare la sentenza, è ormai tardi; Antigone si è impiccata, Emone si è ucciso per amore di lei ed Euridice, moglie di Creonte si è suicidata per il dolore della perdita del figlio. Tematiche Legge dello Stato vs Legge Morale: Sofocle illustra in questo dramma l'eterno conflitto tra autorità e potere: in termini contemporanei, è il problema della legittimità della legge positiva. In una società come quella dell'antica Grecia dove la politica (gli affari che concernono la città) sono esclusiva degli uomini, il ruolo di dissidente della giovane donna Antigone si carica di molteplici significati, ed è rimasto anche dopo millenni un esempio sorprendente di complessità e ricchezza drammaturgica. Nell’Antigone, Sofocle riflette sulla difficoltà di interpretare e mettere in atto la legge attraverso il confronto tra due personaggi le cui azioni sono l’esempio paradigmatico di due diverse modalità di pensiero. Vediamo allora nello svolgersi della tragedia la contrapposizione tra la figura di Antigone, che rivendica una legge di matrice divina fondata sulla famiglia e sulla tradizione, e Creonte, che rappresenta il tiranno arcaico e fonda il suo potere su un ordinamento politico nato da deliberazioni esclusivamente umane (il cosiddetto nomos). Notiamo quindi che le tesi di Antigone e di Creonte sono inconciliabili. A questa tragedia si ispirò il filosofo tedesco Hegel per mettere in evidenza il dissidio sussistente tra legge morale e legge dello stato (in particolare lo stato assoluto), e dando un valore maggiore a quest'ultima, in quanto l'istituzione statale risulta essere più evoluta rispetto all’istituzione familiare, più antica e dunque meno evoluta. Amore e morte: Nell’ Antigone però Sofocle muove oltre la mera controversia legislativa, aggiungendo un elemento drammaturgicamente molto rilevante, anche per quanto riguarda le consuetudini ateniesi: la protagonista del dramma è una donna. Solo una donna infatti grazie alle proprie idee rivoluzionarie riesce ad affrontare tematiche esterne al mondo giuridico. Eroina del dolore, dell’infelicità, Antigone è ritenuta emblema della legge morale, la Dike divina, cosmica, che si abbatte fiera sulla legge dello stato, quella civile, della polis. Antigone ha già sofferto, ha già sperimentato il dolore, ha già raggiunto una nuova consapevolezza di sé e degli altri. Nella sua difesa spassionata del fratello, nella sua tragica opposizione al tiranno Antigone si erge a difensore di una legge interiore, a un’etica non imbrigliabile nell’ottica razionalistica dello stato: eppure è proprio questa legge, che lei tanto strenuamente difende, a condurla alla rovina. È nell’ostinazione, nella chiusura, nel silenzio di cui si ammanta, che si annida la rovina di Antigone, l’aver firmato di persona la propria condanna, l’aver accelerato una discesa verso l’Ade che si rivelerà fatale per molti dei personaggi del dramma. La sua fierezza non accetta compromessi, si ripiega su se stessa a difenderla dal mondo senza possibilità di essere scalfita. Perché Antigone non tollera, anzi non chiede di giudicare, ma soltanto di comprendere gli abissi di un animo che della sicurezza ha fatto uno scudo contro il mondo, che nel suo essere condannato a morte trova la vera libertà, quella del suicidio. Antigone sofferente, ma anche innamorata. Antigone amante della Giustizia. È un amore disperato proprio perché la Dike è una verità che trascende l’uomo che, in quanto cosmica e universale, non può essere contemplata se non dall’interno, non può che implicare una visione parziale, incompiuta. Ed è qui l’errore di Antigone, è qui che la donna firma la sua condanna: il credere che la propria Dike sia quella giusta rivela l’ostinazione di un’anima che nella pervicacia non raggiunge la saggezza. Tutto il resto è accessorio, persino la tanto decantata opposizione tra legge di natura e legge dello stato.
Trachinie Trama: L'opera si svolge presso la citta di Trachis, e racconta di come Deianira vivesse in attesa del marito Eracle, il quale stava compiendo le sue famose fatiche. Preoccupata per la lunga assenza, infine manda il figlio Illo a cercarlo, ma proprio in questo frangente l'araldo Lica annuncia che Eracle era di ritorno, stava solo sostando fuori città per omaggiare gli dei, portando con sè anche alcune prigioniere, tra le quali c'è anche la giovane e bellissima Lole (figlia di Eurito, re di Ecalia). In realtà Lole è stata presa da Ercole per farla sua concubina, ma la moglie non si ingelosisce capendone la sorte di solitudine simile alla sua che le toccherà affianco ad Eracle, anzi l'accoglie in casa e decide però di riconquistare l'amore di suo marito; con Lica allora fa mandare ad Eracle come omaggio per il suo ritorno una tunica bagnandola prima col sangue del centauro Nesso (ucciso da Eracle per aver cercato di conquistare Deianira in gioventù), ricorda infatti che Nesso morendo le disse che il suo sangue avrebbe legato Eracle al suo amore per sempre. Ecco qui l'inganno di Nesso, di cui Deianira si accorge troppo tardi, il batuffolo di lana con il quale aveva cosparso la tunica col sangue si sgretola alla luce del Sole, il sangue di Nesso è in realtà un veleno; è lo stesso Illo a raccontarlo tornando dalla madre, la tunica che avvolgeva Eracle gli si era attaccata alla pelle, bruciando e staccandogliela, il potente Eracle per il dolore e la rabbia e convinto di essere stato ingannato e tradito dalla sua stessa moglie, si strappa la tunica di dosso e scaglia lo stesso araldo Lica contro una roccia uccidendolo. Prima che Eracle, ferito e dolorante, potesse tornare a casa per vendicarsi, la moglie Deianira si uccide per il dolore dell'atto commesso, ad Eracle rimane l'amaro in bocca per la vendetta mancata ed il dolore per la moglie comunque persa lo fanno decidere per il suicidio, ordina al figlio di predisporre una pira sul colle per bruciarlo, ed in punto di morte fa promettere al figlio Illo che sposerà Lole. Tematiche Felicità dell’uomo: Deianira è un nome parlante (Δηιανειρα) da δηιοσ: distruttore e ανηρ: marito, che rivela il tragico destino del personaggio stesso. Deianira è una donna inquieta, fragile, distrutta da una gelosia che la tormenta e l’ambiente della tragedia è molto intimo e privato, è la vicenda di una coppia e di una donna che seguendo i propri affetti distrugge se stessa. Deianira viene appoggiata dal Coro delle donne di Trachis nel suo piano, condotto ingenuamente perché prodotto da una persona che ha passato tutta la vita all'ombra di qualcun altro e che osa, appunto ingenuamente, agire per una volta sola. Deianira non sa odiare, accetta lole e si rassegna alla decisione di Eracle. È quindi un personaggio positivo e proprio nella morte e nel dolore risiede la sua dimensione tragica. Deianira è dunque l'ignara esecutrice del progetto divino circa la morte di Eracle: un incarico lontanissimo dalla sua natura, a differenza per esempio - della “bipede leonessa” Clitemnestra nell' Agamennone eschileo. Alle prese con problemi molto diversi da quelli religiosi e politici di Antigone, la sposa dell'eroe assume i caratteri di una donna greca del V secolo a. C. cui non è concesso andare né col pensiero né coi fatti, al di là dei propri angusti limiti. La malvagia indifferenza degli dei: La morte di Eracle in modo indegno e doloroso, per mano di un morto, come l’oracolo aveva predetto, ribadisce ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, i limiti e la finitezza dell’uomo, che, anche quando è un eroe del calibro di Eracle, non può sottrarsi alla dura legge per cui sono gli dei a dirigere le sorti del mondo. Da "Le Trachinie" emerge certo il punto di vista di Sofocle verso gli dei, che con indifferenza guardano le sofferenze umane senza mai intervenire con la divina giustizia. Deiamira è profondamente consapevole che il destino dell’uomo non è chiaro se non dopo la morte, sa anche che a lei spetta un tragico δραμα, poiché dapprima sofferente perché promessa sposa all’odiato Acheloo, e poi innamorata e tradita dal suo uomo, Eracle appunto. Il dramma della sua vita arriva all’ acme quando si rende conto che il suo progetto di vita è andato distrutto e che a nulla sono serviti i suoi sforzi per mutarlo e quindi nulla potendo contro la sorte avversa si dà la morte.