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Le povertà , Appunti di Metodo Delle Scienze Sociali

I caratteri principali della povertà nel mondo- Poverta’ e Vulnerabilita’ sociale

Tipologia: Appunti

2012/2013

Caricato il 02/02/2013

antonia81
antonia81 🇮🇹

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Povertà: tra contesti urbani e periferie
La povertà è la condizione di singole persone o collettività umane nel loro complesso, che si
trovano ad avere, per ragioni di ordine economico, un limitato accesso a beni essenziali e primari,
ovvero a beni e servizi sociali d'importanza vitale”.
La povertà assoluta è basata sul valore di un paniere monetario di beni e servizi essenziali per
vivere una vita dignitosa.
La povertà relativa rivela la natura sociale del fenomeno nel contesto in cui si manifesta e tiene
conto del rapporto tra individui e livello di vita medio.
I caratteri principali della povertà nel mondo
MDG’s Report (rapporto di ricerca sugli obiettivi del millennio) del 2010
Nel settembre del 2000 è stato sottoscritto un documento, “la Dichiarazione del Millennio delle
Nazioni Unite”, in cui sono stati esplicitati per la prima volta gli obiettivi da raggiungere nel 2015.
Gli obiettivi di Sviluppo sono otto e tutti i 191 stati membri dell’ONU si sono impegnati a
raggiungerli entro tale data. Attraverso questo documento, i paesi aderenti, si sono impegnati a
garantire ad ogni nazione e ad ogni individuo il diritto allo sviluppo e la liberazione dal bisogno.
Gli obiettivi sono:
1. “Sradicare la povertà estrema e la fame
2. “Garantire a tutti l’istruzione primaria
3. “Promuovere il superamento delle diseguaglianze di genere e l’empowerment delle donne”
4. “Ridurre la mortalità infantile”
5. “Migliorare la salute delle madri”
6. “Combattere l’Aids, la malaria e altre malattie
7. “Garantire la sostenibilità ambientale”
8. “Promuovere un partenariato mondiale per lo sviluppo”
I report annuali vengono redatti allo scopo di verificare se, e in che misura, le regioni in via di
sviluppo si stanno avvicinando o meno agli obiettivi fissati. Tra le informazioni raccolte, i dati
vengono messi a disposizione da 27 organizzazioni internazionali e dai governi dei singoli stati.
Poi vengono raccolti, elaborati e aggiornati da un gruppo di ricercatori che fanno capo al
dipartimento affari economici e sociali delle Nazioni Unite. A partire dalla fine degli anni ’80,
nell’ambito dei programmi di sviluppo delle Nazioni Unite lo sviluppo umano viene misurato
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Povertà: tra contesti urbani e periferie

La povertà è la condizione di singole persone o collettività umane nel loro complesso, che si trovano ad avere, per ragioni di ordine economico, un limitato accesso a beni essenziali e primari, ovvero a beni e servizi sociali d'importanza vitale”.

La povertà assoluta è basata sul valore di un paniere monetario di beni e servizi essenziali per vivere una vita dignitosa.

La povertà relativa rivela la natura sociale del fenomeno nel contesto in cui si manifesta e tiene conto del rapporto tra individui e livello di vita medio.

I caratteri principali della povertà nel mondo

MDG’s Report (rapporto di ricerca sugli obiettivi del millennio) del 2010

Nel settembre del 2000 è stato sottoscritto un documento, “la Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite”, in cui sono stati esplicitati per la prima volta gli obiettivi da raggiungere nel 2015. Gli obiettivi di Sviluppo sono otto e tutti i 191 stati membri dell’ONU si sono impegnati a raggiungerli entro tale data. Attraverso questo documento, i paesi aderenti, si sono impegnati a garantire ad ogni nazione e ad ogni individuo il diritto allo sviluppo e la liberazione dal bisogno.

Gli obiettivi sono:

  1. “Sradicare la povertà estrema e la fame
  2. “Garantire a tutti l’istruzione primaria
  3. “Promuovere il superamento delle diseguaglianze di genere e l’empowerment delle donne”
  4. “Ridurre la mortalità infantile”
  5. “Migliorare la salute delle madri”
  6. “Combattere l’Aids, la malaria e altre malattie”
  7. “Garantire la sostenibilità ambientale”
  8. “Promuovere un partenariato mondiale per lo sviluppo”

I report annuali vengono redatti allo scopo di verificare se, e in che misura, le regioni in via di sviluppo si stanno avvicinando o meno agli obiettivi fissati. Tra le informazioni raccolte, i dati vengono messi a disposizione da 27 organizzazioni internazionali e dai governi dei singoli stati. Poi vengono raccolti, elaborati e aggiornati da un gruppo di ricercatori che fanno capo al dipartimento affari economici e sociali delle Nazioni Unite. A partire dalla fine degli anni ’80, nell’ambito dei programmi di sviluppo delle Nazioni Unite lo sviluppo umano viene misurato

attraverso un indice (Human Development Index) che non tiene conto solo del PIL pro capite ma anche di altri elementi, come l’aspettativa di vita e il grado di istruzione della popolazione. Anche in questo rapporto si tiene conto di una molteplicità di indicatori, che fanno riferimento ai diversi aspetti da cui dipende lo “star bene” delle persone. Le politiche e le riforme compatibili con il progresso variano notevolmente da un contesto istituzionale all’altro e dipendono da vincoli politici e strutturali. I tentativi di trapiantare soluzioni istituzionali e politiche in Paesi con condizioni differenti spesso falliscono. Inoltre, per poter produrre un cambiamento, le politiche devono essere normalmente plasmate sul contesto istituzionale di riferimento. La liberalizzazione economica in India, ad esempio, mirava a dare respiro a un contesto economico troppo restrittivo e dominato da grandi famiglie di imprenditori, riducendo la regolamentazione e promuovendo la concorrenza. Per una regolamentazione efficace, tuttavia, occorrono uno Stato forte e impegno politico, e spesso la capacità dello Stato è limitata. I governi di alcuni Paesi in via di sviluppo hanno provato a imitare le azioni di un moderno Stato sviluppato senza però averne le risorse o la capacità. Dai successi dell’Asia orientale possiamo trarre un’importante lezione: uno Stato capace, attraverso azioni mirate, può contribuire a determinare lo sviluppo e la crescita di mercato. È il contesto a stabilire di volta in volta cosa è possibile e appropriato fare. Oltre allo Stato, anche gli attori della società civile hanno dimostrato di poter arginare gli eccessi dei mercati e del settore pubblico, sebbene la loro attività possa essere fortemente limitata dai governi che esercitano un’azione repressiva nei confronti del dissenso. L’adozione di istituzioni politiche ed economiche inclusive può dar luogo a dinamiche virtuose; ma una tale transizione è difficile e rara. Gli ultimi anni hanno anche evidenziato la fragilità di alcuni dei risultati che sono stati ottenuti: basti pensare alla recente crisi finanziaria, la più grave in vari decenni, che ha provocato la perdita di 34 milioni di posti di lavoro e fatto precipitare 64 milioni di persone sotto la soglia di povertà, data da un reddito giornaliero inferiore a 1,25 dollari. Il rischio di una doppia recessione rimane e una piena ripresa potrebbe richiedere anni.

POVERI DI DIRITTI

XI Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia

A cura di Caritas Italiana – Fondazione Zancan

È un titolo fortemente evocativo quello del nuovo rapporto Caritas-Zancan su povertà ed esclusione sociale in Italia: “Poveri di diritti”. Un titolo che nasce da una semplice, ma non scontata considerazione: alle persone che vivono in condizioni di povertà si pensa solo in termini di insufficienti risorse economiche, ignorando che esiste tutta una serie di altre privazioni che peggiorano lo stato di precarietà e ne impediscono il superamento. Il diritto alla casa, al lavoro, alla famiglia, all’alimentazione, alla salute, all’educazione, alla giustizia - pur tutelati dalla Costituzione italiana - sono i primi a essere messi in discussione e negati. Allo stesso modo, viene regolarmente violato il “diritto a non scomparire per effetto statistico”, visto che le statistiche sulla povertà non riescono a documentare gli effetti devastanti della crisi per molte famiglie.

Dal XI rapporto su povertà ed esclusione sociale, a cura della Caritas Italiana e della Fondazione Zancan al 2010, 8 milioni e 272 mila persone erano povere (13,8%), contro i 7,810 milioni del 2009 (13,1%). Secondo i dati Istat (2011) il 2010 ha registrato un lieve incremento nel numero di famiglie in condizioni di povertà: si è passati da 2,657 milioni (10,8%) a 2,734 milioni (11%). Nel 2010 la povertà relativa è aumentata, rispetto all’anno precedente, tra le famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9 al 29,9%), tra le famiglie monogenitoriali (dall’11,8 al 14,1%), tra i nuclei

infrastrutture di welfare. Molte donne con figli e molti giovani uscirebbero dalla disoccupazione e dalla povertà lavorando a servizio degli altri.

  • Ci sono due ulteriori fonti di risorse per generare lavoro di cura: riguardano i 17- miliardi di euro oggi destinati a indennità di accompagnamento e assegni al nucleo familiare. Potrebbero essere investiti in lavoro di servizio, garantendo ai beneficiari un rendimento ben superiore a quello attuale (il trasferimento economico gravato da oneri amministrativi), misurabile in termini di riduzione dei tassi di povertà, di isolamento sociale e disoccupazione.

Poverta’ e Vulnerabilita’ sociale

L’area dei vulnerabili (assurta agli onori della cronaca a motivo della crisi economico-finanziaria del 2009) coinciderebbe con quella dei “quasi marginali”, dei penultimi, esplosa numericamente a fronte della caduta di alcune protezioni sociali. A favore di queste persone sarebbe necessario un rafforzamento dei diritti di cittadinanza (in particolare rispetto alla classica triade casa-lavoro- istruzione) attraverso interventi normativi ed economici. Spesso chi scivola verso il basso sono gli autoctoni dal paesaggio urbanistico (anziani o “over 50” senza più lavoro, disorientati dal paesaggio urbanistico e demografico terremotato), mentre non è infrequente incontrare immigrati con esercizi commerciali attivi, reti sociali più solide e soprattutto una visione del futuro più carica di speranza. Insomma, spesso, i disorientati sembrano essere gli italici: hanno una casa, un lavoro, spesso un titolo di studio, ma faticano ad “arrivare a fine mese”. Ai Centri di ascolto arriva gente che tenta il suicidio per la prima rata di mutuo non pagata. Un questionario rivolto da un’Università del Nord Italia a 250 neo-abitanti (apparentemente benestanti) di un quartiere, ha evidenziato come questi fossero sì proprietari di case, ma quasi tutti con mutui quarantennali, e come avessero acceso ciascuno da un minimo di due a un massimo di sette mutui. Queste situazioni parlano di persone che, pur partendo da una condizione economica decorosa, scivolano silenziosamente verso la povertà a motivo di eventi biografici che fino a pochi anni fa appartenevano alla sfera della naturalità dello svolgimento di un’esistenza, e che oggi provocano spesso nelle famiglie dei veri e propri smottamenti tellurici a causa non solo dell’insufficienza delle protezioni del welfare, ma soprattutto per l’evaporazione dei legami sociali. Pensiamo ad esempio:

  • all’insorgere improvviso di una malattia o di una situazione di invalidità permanente in chi rappresenta la principale fonte di reddito in una famiglia
  • all’uscita, anche temporanea, dal mercato del lavoro di persone intorno ai cinquant’anni
  • alla situazione di anziani che invecchiano senza avere figli in grado di sostenerli.
  • A donne separate con figli e con scarse reti parentali e sociali
  • A coppie che passano improvvisamente dal poter contare su due genitori in grado di accudire i nipoti al fare i conti con due anziani invalidi da assistere.

Queste situazioni faticano ad essere intercettate sia perché i disagi che le attraversano restano per lo più invisibili rispetto al mandato istituzionale assegnato ai servizi, sia perché le persone portatrici di questi disagi provano vergogna ad esplicitare la nuova condizione a cui si vengono a trovare. Uno tsunami socio-culturale ha “ silenziosamente sconquassato” il nostro pianeta negli ultimi vent’anni, riconfigurando in modo radicale la geografia delle povertà. La recente crisi finanziaria ha

soltanto messo in luce ciò che si è andato senza clamore depositando nella vita quotidiana della maggioranza delle famiglie. Gli elementi in ciò sono molteplici e complessi: l’uomo contemporaneo vive la lacerazione tra la constatazione dell’esistenza di opportunità illimitate e la consapevolezza di avere dei limiti, del fatto cioè che non tutte queste opportunità possono essere colte. La depressione ( musica di fondo della nostra società) è il disturbo psicologico conseguente a questa situazione ( insieme all’iper-eccitazione, tramite droghe o attivismo, che ne è la patologia sorella e speculare), ed infatti è la malattia più diffusa nell’Occidente fino dagli anni ’70. Le conseguenze di questa nuova condizione sono facilmente immaginabili: un’esistenza trafilata, una vita perennemente al di sopra dei nostri mezzi, l’indebitamento crescente, lo spaesamento rispetto a un contesto in cui non ci si riconosce più, ma soprattutto l’assenza di luoghi per rielaborare queste difficoltà, a motivo dell’evaporazione dei legami sociali. Ci sembra più corretto parlare di “ceto medio impoverito”. Per decenni una società dei 2/3 sufficientemente agiata è stata chiamata ad occuparsi di persone marginali ed emarginate. Oggi la “ vulnerabilità” sembra mostrare l’assenza di soluzioni di continuità tra ceto medio, ceti popolari e soggetti marginali. La società dei 2/3 sembra stia ritornando a collocarsi, come negli anni ’50, sulla povertà o comunque sulla sua soglia, in una zona in cui si sente intensamente la precarietà del benessere o del “ quasi benessere” attuale. I cosiddetti “vulnerabili” sono diventati la maggioranza degli occidentali che vivono questo tempo come un inarrestabile declino da cui difendersi. Allo stesso tempo una moltitudine di poveri provenienti da ogni punto del globo si affolla in Occidente con il proprio zaino di speranze e ambivalenze, di progettualità e distruttività. È questa la grande trasformazione che ci ha consegnato la fine del ventesimo secolo.

  • Se i nuovi vulnerabili hanno spesso casa, lavoro e titolo di studi, entra in crisi l’approccio tradizionale del welfare che presupponeva un società più statica e un cittadino dotato di potenzialità e di reti, ma impossibilitato a esprimerle a causa della deprivazione di opportunità; di conseguenza l’investimento sulla triade casa-lavoro-istruzione era visto come fattore di produzione automatica di coesione.
  • Se i vulnerabili sono attraversati da problemi poco visibili con le categorie tradizionali di lettura a disposizione di servizi, occorre compiere uno sforzo culturale per rivisitare tali categorie; ad esempio, in una situazione in cui la zona grigia tra agio e disagio conclamato sembra essere diventata la più vasta, ha ancora senso mantenere una distinzione netta tra prevenzione e intervento?
  • Se i vulnerabili si vergognano a chiedere aiuto, servizi impostati come luoghi in cui si attende che l’utente vi si rivolga, saranno sempre meno adeguati a intercettarli, mentre occorrerà pensare a servizi mobili ( lavoro di strada, centri di ascolto itineranti) in grado di incontrare le persone e i loro problemi in occasioni informali, non percepibili come assistenziali e terapeutiche, basate essenzialmente sul fronteggiamento di problemi quotidiani apparentemente piccoli e sull’allestimento di occasioni di convivialità, perché possa ricostruirsi quel tessuto di reciprocità, di senso, in assenza del quale, anche l’offerta di opportunità rischia di cadere nel vuoto.

Anche la giusta rivendicazione di nuovi e più articolati diritti di cittadinanza deve misurarsi col fatto che un diritto non vige solo perché è sancito da una norma scritta sulla carta, ma soprattutto diventa concretamente esigibile solo se c’è consenso sociale intorno al fatto che quell’oggetto debba essere tutelato o promosso, vale a dire se esiste un ethos sociale diffuso che veicola i valori di cui la norma giuridica vuol farsi garante. In altri termini, mentre è cruciale continuare a battersi

situazioni: alta dispersione scolastica (ad esempio in zone periferiche come Matierno o Sant’Eustachio), ragazze madri costrette a crescere i propri bambini senza il padre, e a volte senza la famiglia d’origine.

Il consumo di stupefacenti è purtroppo molto presente nelle giovani generazioni: basti pensare ai frequenti e ingentissimi sequestri di cocaina effettuati nel porto di Salerno. E proprio la cocaina è la droga più diffusa a Salerno, anche a causa dei costi molto più bassi rispetto al passato, che genera risultati devastanti che vanno al di là dell’immaginabile: molte famiglie si ritrovano ad avere i propri figli addirittura vittime di disagio psichiatrico, generato dall’abuso di droghe.

Ma c’è un’altra dipendenza che supera la cocaina: è l’alcool, una droga legale in vendita in tutti i bar e i supermercati, che soprattutto tra i giovanissimi è sempre più diffusa, generando conseguenze gravissime, tra cui gli incidenti stradali. Sembra che i giovani cominciano a bere addirittura a 11 anni!

E spuntano come i funghi i luoghi di ritrovo per un altro vizio: il gioco d’azzardo, che attraverso sale bingo, punti scommesse e simili, porta sul lastrico intere famiglie.

Anche i diversamente abili a Salerno non se la passano bene: sono ancora molti gli edifici, soprattutto privati, che presentano barriere architettoniche, e non consentono a tali persone neanche di uscire da casa per una passeggiata, nonostante la legge parli molto chiaro in relazione all’abbattimento delle barriere. I marciapiedi e le strade sono solo apparentemente a norma. Gli scivoli spesso sono troppo alti, e gli automobilisti parcheggiano le proprie vetture negli spazi riservati ai disabili.

Ancora, la mancanza di lavoro accentua un fenomeno molto presente a Salerno, come in tutta la società occidentale: la depressione, che colpisce sempre di più i giovani. Spesso costretti ad emigrare al nord e centro Italia per trovare un lavoro, sobbarcandosi di grosse spese che gravano sulle famiglie di origine (ad esempio per mantenere una casa in affitto).

Infine, per tanti giovani che partono, non si fa ancora largo una mentalità di accoglienza dei nuovi salernitani, ovvero degli immigrati: costretti alla clandestinità, non possono essere assunti se non hanno già un permesso di soggiorno, non possono prendere in affitto legalmente una casa: finiscono per l’essere sfruttati da imprenditori salernitani senza scrupoli. Ad esempio molti maghrebini lavorano per 20 euro al giorno, anche 12 ore al giorno nei campi della Piana del Sele, distruggendosi la schiena e ammalandosi. La chiusura dell’abitato fatiscente di San Nicola Varco, presso Eboli, unico atto effettuato dalle istituzioni pubbliche, non ha risolto il problema, ma l’ha peggiorato, disperdendo per strada tantissimi extracomunitari. Ma tanti altri immigrati lavorano al nero, ad esempio come operai in fabbriche, senza contratto e senza alcuna misura di sicurezza.

Gli anziani sono abbastanza seguiti dalle politiche sociali del Comune, con la società mista Salerno Solidale (che gestisce una casa di riposo, un centro diurno, e varie altre attività per anziani); il Comune, inoltre, gestisce numerosi asili nido sparsi sul territorio. Ma il settore delle politiche sociali non può limitarsi a questi due unici settori e a pochi altri interventi per altre categorie (ad esempio, i mercati etnici per gli immigrati). A Salerno le numerose associazioni di volontariato, unitamente alle attività organizzate dalla Caritas, dalla Croce Rossa e altri enti, svolgono un lavoro che ha del miracoloso, rispetto alle difficoltà che quotidianamente incontrano per sopravvivere. Un lavoro sotterraneo, sconosciuto alla stragrande maggioranza dei salernitani, con il quale tantissimi poveri, immigrati, tossicodipendenti, ammalati, diversamente abili possono essere assistiti e vivere,

così, una vita dignitosa. Un lavoro fondamentale, che però non fa notizia, perché non è così appariscente come le luci d’artista.

La periferia di Salerno: disagio sociale e povertà assoluta

Matierno risulta essere una delle zone collinari, più vicine al centro urbano, dove alta è la concentrazione di situazioni di forte emergenza sociale. Subito dopo Fratte a 6 km. da Salerno, Matierno, apparteneva all’antico casale di Pastorano : come luogo dei pastori. Luogo ampiamente protetto dalle montagne e dove era possibile condurre i propri animali, trovare un rifugio o edificare postazioni difensive, senza dimenticare l’abbondanza dei corsi d’acqua, tra cui il vicinissimo fiume, Irno. Nel passato questi posti della periferia cittadina si basavano su di un sistema socio-economico fondato in prevalenza sulla produzione agricola e sull’egemonia di un ceto di proprietari terrieri, quali : la nobiltà urbana e gli Enti Religiosi. Nei secoli passati si sono susseguite tutte una serie di eventi che hanno scosso le popolazioni insediate in questa zona. Carestie, freddi eccezionali, piogge frequenti, invasioni di bruchi e grandine, pessimi raccolti nonché scosse di terremoto che in molti casi provocava un decremento demografico. Anche la storia moderna, è caratterizzata, da un evento di portata eccezionale che ha di nuovo stravolto l’immagine socio-urbanistica di Matierno. Si tratta del terremoto del 23 novembre del 1980 che provocò la perdita di 2800 vite umane e causò 290mila sfollati. Costoro furono sistemati nei containers, impiantati, soprattutto, a Fratte, Matierno, Pastorano, Ogliara fino ai piedi dei monti Picentini, in attesa di una sistemazione definitiva. L’amministrazione locale del tempo pensò di espropriare vaste aree di terreno, a ridosso della strada provinciale di Matierno, dove avrebbe fatto posizionare i prefabbricati pesanti con una durata decennale. Per questi alloggi, le famiglie pagano un esiguo fitto al Comune mentre altre famiglie lo hanno riscattato, altri lo hanno venduto. La maggior parte degli sfollati proviene dal centro storico di Salerno, una volta ricettacolo di ogni forma di devianza per cui, il disagio, non è stato sperimentato a Matierno, ma ogni famiglia ha portato con sé antiche problematiche. Certo è che il metodo di assegnazione degli alloggi ha provocato la concentrazione di “casi sociali” che fanno massa, rendono difficile l’integrazione e concorrono a determinare l’immagine negativa dell’insediamento, che favorisce l’isolamento della comunità stessa e la creazione di stereotipi e pregiudizi negativi. Si ha una popolazione totale di 3141 abitanti, di cui la metà vive nei prefabbricati, senza contare altri nuclei familiari che occupano abusivamente prefabbricati liberi e in continuo allarme di sgombri coatti. Per quanto riguarda il titolo di studio, emerge la media inferiore e la licenza elementare, mentre, per quanto concerne l’occupazione, gli occupati sono 340 individui. La restante parte risulta essere composta da: disoccupati, casalinghe, ritirati dal lavoro. La maggior parte degli occupati lavora nell’industria, nel commercio, nelle costruzioni, nella pubblica amministrazione ed altre attività di servizio. Molti sono coloro che hanno un’occupazione temporanea, precaria, senza ricevere alcuna contribuzione. Altri, invece, si trovano ad avere qualche anno di contributi, avendo lavorato in carcere, in seguito ad espiazione di pena. La maggior parte degli abitanti vivono di espedienti che permettono loro di “tirare a campare”, non per niente al sud è famosa l’arte dell’arrangiarsi. La comunità di Matierno risulta fortemente indebitata, spesso dovuto anche alla pratica del gioco, che la porta ad essere vittima dell’usura. Una parte di essa è dedita ad azioni di micro-criminalità, così come per le rapine, perpetrate su tutto il territorio della città. Alcuni dei parcheggiatori abusivi del centro cittadino sono residenti a Matierno; ma anche il contrabbando risulta una pratica usuale in questo rione. L’uso, la detenzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti e di alcool, è senz’altro un fattore preoccupante, per il quale le forze dell’ordine effettuano continui monitoraggi nel rione. Una parte della comunità è dedita alla