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La crisi dell'universalismo e del multiculturalismo: la differenza e la identità, Sintesi del corso di Sociologia

La crisi dell'universalismo moderno e del multiculturalismo, che si basano sulla fusione e sull'assimilazione delle differenze in una nuova umanità. La crisi inizia negli anni '60 con il diffondersi dei movimenti sociali per i diritti delle minoranze e con il prevalere del consumismo. Il multiculturalismo è definito una politica della differenza, che presuppone un trattamento equo per tutti richieda il rispetto delle differenze. i diversi aspetti della vita sociale, politica e culturale, e le critiche al multiculturalismo.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 28/03/2020

Elisa612
Elisa612 🇮🇹

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LE SOCIETA’ MULTICULTURALI
ENZO COLOMBO
1. CRISI DELLA MODERNITA’ E TEMA DELLA DIFFERENZA
1. NUOVI MODI DI ESSERE, DI GUARDARE E DI NARRARE
Il termine “multiculturalismo” è un termine recente: compare prima negli Stati Uniti e poi in
Europa alla fine degli anni 80.
All’inizio del XX secolo, i flussi migratori e le differenze culturali che interessavano Stati Uniti,
Canada e Australia, erano più marcati rispetto a quelli attuali. Le metropoli nordamericane erano
divise in veri e propri ghetti che racchiudevano al proprio interno persone provenienti dalla stessa
nazione (ghetto italiano, ghetto irlandese, ghetto cinese, ecc) che mantenevano un forte legame
con i loro luoghi di origine.
In questo periodo la differenza era un elemento di tensione sociale e non era vista come un valore
da preservare e/o proteggere. Questo accadeva perché nell’immaginario occidentale era centrale
il concetto di melting pot, secondo il quale le differenze sarebbero state fuse nel crogiolo della vita
moderna portando all’eguaglianza di valori, regole ed idee che avrebbero prevalso sull’etnicità.
Questi valori, regole ed idee sarebbero dovuti essere quelli del mondo occidentale moderno,
razionale e sviluppato. La costruzione di un mondo ordinato e privo di caos, infatti, era alla base
del pensiero sociale degli Stati moderni, ragion per cui, ogni differenza era vista come una
deviazione dagli standard, un’imperfezione indesiderata che doveva essere eliminata.
2. LA CRISI DELL’UNIVERSALISMO
L’ideale moderno dell’assimilazione delle differenze e della loro fusione in una nuova umanità
unita dalla condivisione degli ideali di progresso e di razionalità (universalismo), subisce un primo
momento di crisi durante gli anni 60, quando in tutto il mondo occidentale si diffondono
movimenti sociali che si battono per il riconoscimento dei diritti delle minoranze.
Negli Stati Uniti, in modo particolare, nonostante l’ideale del melting pot che guidava le politiche
nei confronti degli immigrati, questo non sembrava essere applicato nello stesso modo nei
confronti delle persone afroamericane. Le persone di colore erano sottoposte a forti
discriminazioni nel lavoro, nell’istruzione, nei trasporti, negli ospedali e nei ristoranti (soprattutto
nel sud degli Stati Uniti).
Durante la Seconda Guerra Mondiale gli afroamericani erano stati chiamati alle armi, al pari dei
bianchi, per difendere la nazione americana e il loro aiuto si era rivelato determinante per l’esito
positivo del conflitto. Per questo motivo, essi vivevano nel sogno che avrebbero avuto (se non loro
in prima persona, i loro figli) un futuro migliore che presentasse pari opportunità e privo di
discriminazioni, nel mito dell’unità americana.
Fu il mancato riconoscimento dei loro sforzi bellici e la riscoperta delle loro radici etniche e
culturali, in seguito alla decolonizzazione, a far sorgere numerosi movimenti per i diritti civili (es.
pantere nere).
I movimenti per la difesa dei diritti civili degli afroamericani non furono i soli a diffondersi: sorsero
anche movimenti femministi e giovanili/studenteschi, che misero in crisi gli ideali universalistici ed
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LE SOCIETA’ MULTICULTURALI

ENZO COLOMBO

1. CRISI DELLA MODERNITA’ E TEMA DELLA DIFFERENZA

1. NUOVI MODI DI ESSERE, DI GUARDARE E DI NARRARE

Il termine “multiculturalismo” è un termine recente: compare prima negli Stati Uniti e poi in Europa alla fine degli anni 80. All’inizio del XX secolo, i flussi migratori e le differenze culturali che interessavano Stati Uniti, Canada e Australia, erano più marcati rispetto a quelli attuali. Le metropoli nordamericane erano divise in veri e propri ghetti che racchiudevano al proprio interno persone provenienti dalla stessa nazione (ghetto italiano, ghetto irlandese, ghetto cinese, ecc) che mantenevano un forte legame con i loro luoghi di origine. In questo periodo la differenza era un elemento di tensione sociale e non era vista come un valore da preservare e/o proteggere. Questo accadeva perché nell’immaginario occidentale era centrale il concetto di melting pot, secondo il quale le differenze sarebbero state fuse nel crogiolo della vita moderna portando all’eguaglianza di valori, regole ed idee che avrebbero prevalso sull’etnicità. Questi valori, regole ed idee sarebbero dovuti essere quelli del mondo occidentale moderno, razionale e sviluppato. La costruzione di un mondo ordinato e privo di caos, infatti, era alla base del pensiero sociale degli Stati moderni, ragion per cui, ogni differenza era vista come una deviazione dagli standard, un’imperfezione indesiderata che doveva essere eliminata.

2. LA CRISI DELL’UNIVERSALISMO

L’ideale moderno dell’assimilazione delle differenze e della loro fusione in una nuova umanità unita dalla condivisione degli ideali di progresso e di razionalità (universalismo), subisce un primo momento di crisi durante gli anni 60, quando in tutto il mondo occidentale si diffondono movimenti sociali che si battono per il riconoscimento dei diritti delle minoranze. Negli Stati Uniti, in modo particolare, nonostante l’ideale del melting pot che guidava le politiche nei confronti degli immigrati, questo non sembrava essere applicato nello stesso modo nei confronti delle persone afroamericane. Le persone di colore erano sottoposte a forti discriminazioni nel lavoro, nell’istruzione, nei trasporti, negli ospedali e nei ristoranti (soprattutto nel sud degli Stati Uniti). Durante la Seconda Guerra Mondiale gli afroamericani erano stati chiamati alle armi, al pari dei bianchi, per difendere la nazione americana e il loro aiuto si era rivelato determinante per l’esito positivo del conflitto. Per questo motivo, essi vivevano nel sogno che avrebbero avuto (se non loro in prima persona, i loro figli) un futuro migliore che presentasse pari opportunità e privo di discriminazioni, nel mito dell’unità americana. Fu il mancato riconoscimento dei loro sforzi bellici e la riscoperta delle loro radici etniche e culturali, in seguito alla decolonizzazione, a far sorgere numerosi movimenti per i diritti civili (es. pantere nere). I movimenti per la difesa dei diritti civili degli afroamericani non furono i soli a diffondersi: sorsero anche movimenti femministi e giovanili/studenteschi, che misero in crisi gli ideali universalistici ed

egualitari su cui si fondava il pensiero moderno. Il famoso discorso tenuto da Martin Luther King nel 1963, è uno degli esempi più evidenti delle richieste che facevano questi movimenti.

3. BLACK IS BEAUTIFUL: LA DIFFERENZA COME VALORE

Con il passare del tempo, affianco a questi movimenti si diffondono anche altri movimenti più radicali. Così, alle richieste di inclusione si sostituiscono le richieste di riconoscimento delle differenze. I movimenti contro la discriminazione delle persone di colore rifiutano di considerare tutto ciò che è “nero” come inferiore rispetto a ciò che è “bianco”. Per quanti tentativi si facciano, per quanto si sia disposti ad abbandonare la propria specificità e ad adeguarsi al modello di vita dei bianchi, si sarà sempre riconosciuti come neri; per quanto ci si adegui al modello dei bianchi, esso rimane qualcosa di imposto e di estraneo. L’unica possibilità per sottrarsi a questo vincolo degradante è valorizzare la propria specificità rinunciando alla costrizione ad essere ciò che non si è (Malcolm X). Tra i giovani, invece, l’integrazione viene vista come una sconfitta, come la rinuncia alla creatività e all’individualità. Per questo motivo essi si oppongono ai modelli di vita dei loro genitori. I movimenti femministi denunciano la condizione di dominio e di sfruttamento da parte degli uomini. Le donne non chiedono più di essere accettate “alla pari” nella società, la loro richiesta è ora il riconoscimento del valore della diversità femminile. I movimenti ecologisti denunciano il lato distruttivo e immorale dello sviluppo tecnologico, che rischia di condurre l’intero pianeta verso una catastrofe irreversibile.

4. LA CRISI DELLO STATO NAZIONE

Altro importante mutamento che influenza l’emergere del tema della differenza è il diffondersi del mercato dei beni di consumo e il prevalere del consumismo. All’interno di una produzione destinata al consumo di massa, quindi, la novità e l’unicità diventano valori positivi. La capacità dell’individuo di differenziarsi scegliendo oggetti di consumo unici e personali diviene una caratteristica da ricercare e da proteggere. Negli anni 80, con l’accelerazione dei processi di globalizzazione, la dislocazione territoriale della produzione e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, le barriere spaziali e temporali vengono abbattute, permettendo alle persone di non riconoscersi più unicamente in uno Stato- Nazione, ma di riconoscersi, invece, come cittadini del mondo. Queste novità hanno contribuito a modificare anche i processi migratori. Se in precedenza la migrazione era sinonimo di perdita di contatto con la propria terra di origine, oggi, con il telefono ed Internet, il legame può conservarsi anche a distanza. Bisogna, però, puntualizzare che la globalizzazione presenta un carattere contraddittorio: da un lato rivitalizza le identità etniche, culturali e religiose, dall’altro favorisce l’omologazione e la standardizzazione in un ottica non più nazionale ma mondiale.

5. NUOVE TEORIE DELLA CONOSCENZA: LA CRISI DELLA VERITA’

Accanto al diffondersi di nuovi modi di essere e di interpretare la diversità, emergono anche nuovi modi di guardare e comprendere la realtà. Nel secondo dopoguerra si afferma la svolta epistemologica, in contrapposizione all’epistemologia positivista tipicamente moderna e nascono anche due nuovi concetti: res extensa (il mondo reale)

la propria appartenenza ad una comunità che si fonda sugli stessi progetti e su desideri futuri comuni piuttosto che sulla memoria e sull’esperienza condivisa (appartenenza padana in Italia).

2. LE MINORANZE INTERNE MARGINALIZZATE

Durante il processo di formazione dello Stato-Nazione, molte popolazioni native sono state sterminate o sottoposte ad una doppia discriminazione: da un lato escluse e dominate, dall’altro soggette a pregiudizi e rappresentazioni negative (incapaci di prendersi cura di sé, selvaggi, ignoranti). Stati Uniti, Australia, Sud Africa, America Latina rappresentano gli esempi più evidenti di questo tipo di situazioni. In questi casi, le popolazioni native si trovano spesso in condizioni di forte emarginazione e sono sottoposte al dominio delle popolazioni (bianche) che hanno conquistato le loro terre. Negli Stati Uniti, i neri americani, ovvero i discendenti degli schiavi deportati dall’Africa al continente americano tra il XVII e il XIX secolo, nonostante una legislazione che combatte ogni forma di discriminazione nei confronti delle persone di colore, il loro reale livello di inserimento nella società americana rimane problematico. Anche la storia recente del Sud Africa merita una sottolineatura. Fino ai primi anni 90, un rigido sistema di apartheid ha consentito alla minoranza bianca, olandesi (boeri) e inglesi, di mantenere un completo dominio economico e politico sulle popolazioni native (Zulu, Xhosa, Swazi, ecc). L’apartheid, 1948-1994, consisteva in un trattamento discriminatorio e razzista che puntava a sminuire l’altro e ad evitare ogni forma di contatto, attraverso un regime di segregazione nei luoghi e nei servizi pubblici, basato sul colore della pelle.

3. LA DIFFERENZA CREATA DAI PROCESSI MIGRATORI

Le migrazioni sono una componente della storia umana e nel caso dell’emigrazione è bene parlare di due modelli distinti. Il primo modello si riferisce alle migrazioni coloniali o di conquista, cioè i fenomeni migratori in cui determinati gruppi si stabiliscono in un territorio diverso dal proprio imponendo le proprie regole, istituzioni e la propria cultura attraverso lo sterminio, l’assoggettamento e la discriminazione delle popolazioni autoctone. Quando diverse popolazioni europee (olandesi, inglesi, francesi, ecc) si spostarono nel continente americano per conquistarne i territori, iniziarono una lotta contro i “selvaggi” per estirpare loro le terre che abitavano. Quando tutte le terre furono conquistate, queste vennero vendute ai lavoratori europei come “terre libere e vergini” in cui tutti potevano avere possibilità di successo economico e sociale. Anche in questo caso l’ideologia dominante era quella di melting pot, l’idea che le nuove terre di immigrazione sarebbero divenute dei crogioli dove tutte le differenze di tradizione, lingua e valori si sarebbero fuse per dare origine ad una nuova umanità. Il secondo modello, invece, ha origine negli anni 60 del Novecento, quando l’Europa si trasforma da terra di emigrazione a terra di immigrazione. Gli immigrati vengono visti come dei barbari che minacciano l’unità della nazione e la tranquillità dei cittadini e nonostante le speranze che la loro permanenza sia temporanea, regole restrittive e politiche di rimpatrio, essi si stabiliscono in modo permanente e mettono radici nel nuovo territorio, trovando un lavoro e sposandosi.

4. LE POLITICHE EUROPEE VERSO GLI IMMIGRATI

Nel dibattito europeo sull’integrazione degli immigrati e sulla società multiculturale, si sono evidenziati diversi modelli di integrazione, solitamente definiti su base nazionale:

  • il modello assimilazionista (Francia) parte dal presupposto che la comunità nazionale debba fondarsi sulla condivisione di ideali e di tradizioni comuni. Lo Stato deve essere cieco davanti a qualsiasi differenza e considerare tutti i cittadini in modo eguale per garantire loro assoluta parità e piena libertà. Gli immigrati che vogliono inserirsi nella nuova comunità possono farlo accettano le regole in essa in uso e facendo propri la lingua, le tradizioni, i valori e le abitudini del paese ospitante. Ognuno può continuare a professare la propria religione, conservare abitudini e tradizioni, adottare comportamenti e linguaggi particolari, ma solo nella vita privata e non nella sfera pubblica. CRITICHE= è difficile stabile il confine tra sfera pubblica e privata, l’adesione a modelli universali maschera l’imposizione della volontà di un gruppo dominante, viene negata l’espressione culturale.
  • il modello pluralista (Gran Bretagna) ammette l’esistenza della diversità culturale permettendo ai cittadini di manifestare le loro specificità e differenze sia nella sfera privata che in quella pubblica. Lo Stato non è interessato ad assicurare l’eguaglianza dei cittadini, l’unico limite che viene da esso imposto è quello di non infrangere le regole democratiche e di rispettare la libertà degli altri. CRITICHE= la concessione di esprimere la propria diversità maschera etnocentrismo.
  • il modello di istituzionalizzazione della precarietà (Germania) considera gli immigrati come ospiti temporanei. Si può apprezzare il loro apporto economico e le loro qualità ma rimangono membri temporanei, radicalmente diversi e quindi difficilmente inseribili nella comunità autoctona. Lo Stato tutela la diversità degli immigrati e permette loro di mantenere viva la propria cultura e di imparare la lingua e le tradizioni dei propri genitori. Tutto ciò per consentire agli immigrati di mantenere un legame con i paesi di provenienza e favorirne il ritorno quando la loro esperienza lavorativa sarà terminata. CRITICHE= considerare i figli dei figli di immigrati come lavoratori temporanei significa intraprendere un’opera di cancellazione degli immigrati dalla vita sociale. I modelli assimilazionista e pluralista si basano sul principio dello ius soli (se si nasce in un determinato territorio se ne acquisisce la cittadinanza a prescindere dalla cittadinanza dei genitori), il modello di istituzionalizzazione della precarietà si basa sul principio dello ius sanguinis (la cittadinanza di un determinato territorio si trasmette solo da padre in figlio). 3. PROBLEMI E CONTRADDIZIONI DEL MULTICULTURALISMO

1. USI MOLTEPLICI DELLA DIFFERENZA

Il multiculturalismo riguarda soprattutto due aspetti della vita sociale: la dimensione politica, che comprende le relazioni di potere e le condizioni di inclusione e di esclusione, e la dimensione culturale, che comprende i codici e i simboli che permettono agli individui di definirsi come soggetti capaci di azione sociale.

  • All’interno della dimensione politica, il richiamo alla differenza consente di sostenere sia rivendicazioni di tipo inclusivo, sia rivendicazioni di tipo difensivo. Nel caso di rivendicazioni inclusive, i gruppi che si sentono marginali (minoranze, immigrati, ecc) mettono in discussione le modalità di accesso agli spazi politici, culturali e sociali, suggerendo l’invenzione di nuovi ambiti che permettano loro di avere maggiore visibilità e successo.

l’isolamento e riducendo l’autonomia e l’autostima dei beneficiari.

  • Nell’ambito della libertà religiosa, il dibattito è strettamente legato a quello delle politiche pubbliche in quanto, anche in questo caso si discute una richiesta di riconoscimento da parte di una minoranza. Il caso più famoso, risalente al 1989, riguarda la richiesta da parte di alcune ragazze francesi di fede islamica di poter indossare a scuola il loro tradizionale copricapo (hijab). Inizialmente le autorità scolastiche espulsero le ragazze dalla scuola ma, in seguito, intervenne il Consiglio di Stato, che si pronunciò a favore della libertà religiosa all’interno della scuola purché questa non intralciasse lo svolgimento delle attività scolastiche. CRITICHE= è molto difficile conciliare il riconoscimento delle differenze con i valori universali e democratici (es. i Sikh indiani immigrati in Gran Bretagna chiedono di poter indossare il loro tradizionale copricapo e quindi di essere esentati dall’uso del casco a bordo di una moto).

3. PARADOSSI DEL MULTICULTURALISMO

I sostenitori del multiculturalismo sottolineano l’importanza del riconoscimento delle specificità per la piena realizzazione dell’identità individuale e collettiva, auspicano una maggiore sensibilità nei confronti della differenza e un aumento della capacità di comunicare con l’altro. Tuttavia, questa posizione non è priva di effetti inattesi e paradossi:

  • considerare la differenza come base di partenza per la realizzazione personale può portare allo sviluppo di forme di etnocentrismo, perché il confronto con la differenza altrui può rafforzare l’idea che la propria specificità sia migliore delle altre.
  • se l’appartenenza ad un gruppo consente l’accesso diritti o risorse particolari, questa potrebbe essere usata come strumento per ottenere vantaggi in diversi ambiti.
  • una reale comunicazione tra le differenze può portare alla dissoluzione delle differenze iniziali perché due culture che si incontrano si influenzano a vicenda.
  • alcune differenze non servono per la realizzazione di sé stessi ma sono, come nel caso dei gruppi discriminati, imposte da gruppi sociali dominanti e provocano quindi emarginazione. Questi paradossi non costituiscono dei destini inevitabili per il multiculturalismo, segnalano piuttosto delle dimensioni che è necessario introdurre se nella riflessione relativa alla convivenza con culture diverse. 4. LA DIFFERENZA COME ESSENZA

1. ESSENZE E COSTRUZIONI

Classificare, comparare, distinguere, sono processi cognitivi che stanno alla base della costruzione di senso, della comunicazione e della comprensione del mondo. Nel volume “la realtà come costruzione sociale” del 1966, Berger e Luckmann sottolineano come questi processi di selezione e di costruzione attiva di similitudini e differenze sono il risultato dell’azione umana e non fatti di natura. La differenza è solo il frutto di un confronto tra due o più entità che consideriamo separate e per questo ogni differenza viene definita essenza, una sorta di pacchetto uniforme che ciascuno riceve dalla nascita, che lo accompagna per tutta la vita e che viene trasmesso di generazione in generazione. Anche la cultura, ovvero l’ambito che assicura l’identificazione e l’identità, viene definita essenza.

2. PAURA DELLA DIFFERENZA

Gli ambiti principali di identificazione nella società occidentale contemporanea sono la nazione, l’etnia e la religione, quindi le forme di identificazione attuali utilizzano soprattutto argomentazioni di tipo culturale. Essere italiano, albanese, afroamericano, musulmano, ebreo, uomo, donna, etero o omosessuale significa avere una particolare cultura, una particolare visione del mondo, un particolare insieme di memorie e tradizioni che ci differenziano in modo netto da chi ha riferimenti culturali diversi. In un contesto sociale in cui si è riconosciuti soprattutto in quanto membri di un particolare gruppo, perdere l’appartenenza può significare sentirsi isolati. È la cultura che fornisce gli strumenti necessari per dare senso al mondo e lo fa secondo modelli unici che le sono propri. I diversi universi culturali sono separati e distinti perché hanno sviluppato dimensioni interpretative uniche che sono incomprensibili per chi è loro esterno. L’esistenza di altri modelli culturali si traduce, così, in indifferenza: ogni cultura ha il diritto di essere ciò che è, entro i suoi confini.

3. ESSENZA E MULTICULTURALISMO

In questa prospettiva, la società multiculturale si presenta come un mosaico di diverse culture omogenee e distinte, separate le une dalle altre in modo da garantire che la loro specificità non venga corrotta da influenze reciproche. Dato che la differenza costituisce un elemento fondamentale dell’identità, la sua difesa autorizza a escludere chi è diverso, chi è “portatore” di un’altra cultura. Questa visione essenzialista della differenza riduce gli individui a meri riproduttori meccanici di tradizioni e rituali. Contro l’idea che la cultura sia un pacchetto immutabile di abitudini e tradizioni interviene l’antropologia, che sostiene l’idea di cultura non come un qualcosa di statico ma come un processo continuo di mediazione, confronto e scontro nell’interpretazione del mondo e degli eventi. Inoltre la cultura è qualcosa che circola e che non può essere distribuito in modo omogeneo in una località o in una collettività. E’ necessario sottolineare, quindi, che la visione essenzialista è ben lontana dal condurre verso una società realmente multiculturale, aperta e ospitale nei confronti della differenza.

4. IL MULTICULTURALISMO COME FENOMENO DI CONSUMO

Quando al sentimento di minaccia apportata dalla differenza dell’altro, si sostituisce un forte etnocentrismo, che percepisce la propria cultura come superiore rispetto alle altre, l’altro può suscitare più curiosità che paura, pur rimanendo radicalmente altro. Questa situazione viene definita “multiculturalismo dei privilegiati” o “multiculturalismo di mercato”. L’altro è interessante e attraente perché rappresenta ciò che noi non siamo più, conserva ciò che noi abbiamo perso, è vivace e allegro, è abile nel canto e nella danza ed è capace di leggere i segni della natura. Quest’immagine dell’alterità come portatrice di ricchezza, induce a pensare la relazione con la differenza come una relazione di consumo: un grande bazar in cui è possibile sperimentare il fascino dell’esotico. La differenza diventa una moda, una forma di consumo. Mangiare in un ristorante pakistano, seguire un corso di danza caraibica, ecc. fanno ora parte dello stile di vita di molte persone del mondo occidentale. A volte succede anche che alcuni membri dei gruppi discriminati/esotici intraprendano una sorta di prostituzione culturale, mercificando gli aspetti della propria cultura che sono particolarmente apprezzati dai dominanti (multiculturalismo aziendale/corporate multiculturalism).

una società omologata in una singola cultura (monoculturalismo) sia una società caratterizzata da universi culturali separati (multicomunitarismo). Il multiculturalismo liberale è soggetto ad alcune critiche:

  • un’eccessiva enfasi sulla libertà individuale non consente di riconoscere l’importanza che il gruppo riveste nella costruzione dell’identità
  • ampliare le libertà personali negando il riconoscimento dei diritti collettivi crea un immagine specifica di soggetto e società MULTICULTURALISMO= diverse culture occupano lo stesso territorio rivendicando una propria autonomia. Il risultato è un insieme di culture differenti che non hanno un’appartenenza collettiva INTERCULTURALISMO= diverse culture occupano lo stesso territorio dando vita a situazioni di confronto e scambio. Il risultato è un insieme di culture differenti che creano uno spazio condiviso

4. RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI COLLETTIVI

Il principio liberale del riconoscimento dei soli diritti individuali, esclude la possibilità di diritti collettivi, non consentendo un reale riconoscimento per i membri delle minoranze. La libertà di scelta individuale, infatti, è effettiva solo se si riconosce l’appartenenza dei soggetti ad una cultura che fornisca loro dei riferimenti cognitivi. Una società realmente multiculturale deve affiancare ai diritti individuali anche una serie di diritti collettivi, in modo da favorire le culture minoritarie nell’assegnazione delle risorse e dello spazio sociale. E’ possibile distinguere tra diritti collettivi che creano restrizioni interne e diritti collettivi che garantiscono tutele esterne. I diritti collettivi che creano restrizioni interne sono quelli che consentono ad un gruppo di limitare i diritti civili e politici dei suoi membri in nome di interessi collettivi (solidarietà, purezza culturale, ecc). I diritti collettivi che garantiscono tutele esterne, invece, sono quelli che consentono ai membri di un gruppo di conservare il loro modo di vivere e di essere protetti da ostacoli causati da persone esterne alla loro comunità. Rimane, tuttavia, problematico decidere quali gruppi debbano essere tutelati e quali no, poiché è sempre presente il rischio che èlite politiche ed economiche in posizione dominante avanzino richieste di tutela per rafforzare la loro posizione di privilegio.

5. UNA NUOVA SOLIDARIETA’

E’ possibile conciliare il riconoscimento della differenza e il patrimonio democratico trovando dei punti comuni che fungano da collante e dei ponti che consentano la continuazione di un dialogo nel rispetto della differenza. Senza il riconoscimento di una cornice comune, la convivenza tra differenze si riduce a indifferenza, ad un insieme isolato di comunità incapaci di comunicare perché prive di un terreno condiviso. Per trovare un terreno di solidarietà comune con chi è percepito come diverso è necessario, innanzitutto, capire che riconoscere la differenza dell’altro consiste nel riconoscere di essere a nostra volta differenti per l’altro.

6. MULTICULTURALISMO CRITICO

1. SPAZIO RESIDUALE

Una parte importante delle domande poste dal multiculturalismo riguarda la necessità di rivedere in modo critico i canoni interpretativi ed i codici che hanno orientato la costruzione dello spazio

sociale e dei confini che definiscono l’inclusione e l’esclusione sociale. Se non si è disponibili ad adottare canoni interpretativi differenti e a mettere in luce critica gli schemi fino ad ora utilizzati, rimane uno spazio residuale di questioni che rischiano di rimanere inascoltate. Accettare di rimettere in discussione questi criteri non implica necessariamente decretarne la fine ma solo aprire un confronto o un dibattito. Rifiutare il confronto significa esercitare una forma di potere che consente di definire chi è ammesso e chi è escluso dal dibattito.

2. MULTICULTURALISMO E POST MODERNITA’

Due concetti appaiono particolarmente rilevanti nel dibattito sul multiculturalismo: il concetto di relativismo e il concetto di ibridazione. Con l’avvento della post modernità assistiamo ad una crescente globalizzazione, alla rapida diffusione delle informazioni, alla nascita di modelli produttivi basati sulla flessibilità e alla sperimentazione della differenza e della molteplicità. Diviene quindi difficile continuare a credere che la natura umana sia governata da leggi universali ed emerge l’idea del carattere relativo di ogni conoscenza perché essa (la conoscenza) può variare a seconda del linguaggio che viene usato per descriverla, dello sguardo dell’osservatore, ecc. Non esistono una sola verità e una sola interpretazione della realtà, ma tante verità e tante realtà quanti sono gli attori in campo (concetto di relativismo). Tuttavia, per evitare di sostenere che non esiste una sola verità ma esistono molteplici verità e che ogni gruppo ne possiede una (relativismo radicale), bisogna prestare attenzione ai processi sociali di costruzione della realtà. Non esistono differenze, culture o identità pure, ma solo processi continui di confronto, mutamento, miscelazione. Lo spazio che è necessario ampliare e proteggere non è quello interno, in cui le diverse culture sono percepite come omogenee, ma le zone di confine, in cui la presenza di diversi punti di vista permette di vivere un’esperienza doppia della differenza. L’immagine più utilizzata per riferirsi al carattere ibrido di ogni differenza è quello della diaspora. Per esempio, secondo Stuart Hall, nella costruzione dell’identità e della cultura giamaicana esistono tre dimensioni in relazione tra loro: la dimensione africana (il luogo degli schiavi e dei repressi), la dimensione europea (il luogo del potere e del dominio) e la dimensione americana (terra incognita, il luogo del silenzio e dell’annullamento) (concetto di ibridazione).

3. MULTICULTURALISMO E POTERE

Per evitare i pericoli di eccesso contenuti nella posizione postmoderna (es. relativismo radicale), molte proposte, riunibili sotto l’etichetta di multiculturalismo critico, sottolineano la necessità di riconoscere l’importanza del dominio e del potere. Il termine critico intende segnalare una certa vicinanza ideologica con le teorie della Scuola di Francoforte e con quelle del decostruzionismo e del poststrutturalismo. La Scuola di Francoforte, i cui maggiori esponenti sono Horkheimer, Adorno e Marcuse, evidenzia i rischi connessi all’egemonia di una razionalità illuminista che aspira a dominare e sfruttare sia la natura che la società, permeando ogni aspetto della vita umana (lavoro, relazioni personali, svago, politica, ecc) e livellando gli individui fino ad integrarli completamente entro la cultura dominante. Il decostruzionismo di Derrida e il poststrutturalismo di Foucault, invece, evidenziano come segni, linguaggi, identità, differenze siano il risultato di conflitti sociali che hanno come posta in gioco l’attribuzione di significato alla realtà sociale.

bianco, vive in zone segregate, mantiene il proprio linguaggio nativo e veste in modo tradizionale. Entrambi i gruppi si rivolgono insulti razzisti che innescano una spirale violenta: il gruppo di bianchi assalta negozi asiatici e il gruppo asiatico, in tutta risposta, assalta negozi inglesi.

  • a Londra in Gran Bretagna nel 2005 quattro attentatori commettono un attacco terroristico nella metropolitana. L’attacco ha scosso l’opinione pubblica perché i quattro attentatori erano di fede islamica ma nati e cresciuti in Gran Bretagna e ben integrati nella comunità locale in cui vivevano. Questo fatto ha portato molti a sostenere il fallimento della politiche multiculturali in quanto hanno permesso agli stranieri educazione e libertà di fede, favorendo l’odio reciproco.
  • in Olanda nel 2004 il regista Theo Van Gogh viene assassinato da un uomo con la doppia cittadinanza olandese e marocchina per aver rappresentato la violenza familiare a cui è sottoposta una donna islamica. Anche in questo caso le politiche multiculturali sono viste come la causa principale dell’odio e della violenza.
  • a Sidney in Australia nel 2005 un gruppo di bianchi organizza una “caccia all’immigrato” nei confronti di asiatici e mediorientali Tutti questi casi alimentano un aspro dibattito in paesi che solo pochi anni fa volevano fare della tolleranza e del riconoscimento della differenza uno dei punti cardine della convivenza sociale. In Francia nel 2003, il presidente Jacques Chirac emana un documento nel quale viene ribadito che la laicità è il valore fondante dell’unità nazionale e della libertà individuale e approva una legge che vieta di indossare, all’interno delle scuole primarie e secondarie, segni religiosi (velo islamico, croci, kippah). Nel 2010 il Senato approva una legge che “vieta di nascondere il volto nei luoghi pubblici”. In Germania, Austria e Svizzera, a partire dal 2007, i cittadini si oppongono con proteste violente alla costruzione di luoghi di culto differenti dai propri, soprattutto le moschee. In Italia nel 2009 si accende un dibattito relativo alla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche.

2. LE ACCUSE AL MULTICULTURALISMO

Le accuse rivolte al multiculturalismo sono numerose e riguardano diverse argomentazioni: argomentazioni identitarie, argomentazioni nazionalistico-solidaristiche, argomentazioni di equità e giustizia sociale.

  • le argomentazioni identitarie additano le politiche multiculturali sostenendo che queste, consentendo la piena manifestazione delle differenze dei gruppi minoritari, stanno indebolendo la cultura locale. L’accettazione indiscriminata delle tradizioni, delle abitudini, dei linguaggi degli immigrati provenienti da mondi culturali distanti, se non opposti, sta indebolendo l’identità occidentale moderna, minando i valori su cui essa si basa, corrompendo le sue istituzioni fondamentali, prosciugando la sua forza e dissolvendo la sua unità. La discriminazione, perciò, non opera più in termini di “loro no, perché sono diversi da noi” ma in termini di “prima di tutto noi”. In particolar modo, l’identità dell’Occidente è minacciata profondamente da due identità più “distanti”: quella asiatica (perché presenta valori contrapposti a quelli occidentali come il collettivismo piuttosto che l’individualismo, i successi a lungo termine piuttosto che quelli a breve termine, ecc) e quella islamica (perché convinta di essere superiore a tutte le altre). La cultura e l’identità sono qui intese, quindi, come fattori “biologici” che non possono essere modificati e che non dipendono dal carattere morale degli individui o dalla loro posizione sociale.
  • le argomentazioni nazionalistico-solidaristiche additano le politiche multiculturali sostenendo che queste, tutelando le differenze, indeboliscono la capacità dello Stato liberale di creare solidarietà e

unione. I gruppi minoritari, incentivati a mantenere le loro caratteristiche distintive, sono spinti a creare “comunità parallele” che vivono in modo isolato e si sentono poco interessate all’azione politica comune. Secondo i sostenitori della critica liberale al multiculturalismo, quindi, per favorire una reale integrazione, lo Stato deve promuovere ciò che accomuna più che conservare ed esaltare ciò che distingue. Lo Stato dovrebbe pretendere il rispetto delle abitudini locali e lo sforzo per l’acquisizione della lingua e del modello di vita autoctono come costo da pagare per migliori possibilità di vita, maggiore libertà e democrazia. Solo quando gli immigrati avranno assimilato una comune cultura, lo Stato sarà unito e solidale.

  • le argomentazioni di equità e giustizia sociale additano le politiche multiculturali sostenendo che queste, incoraggiando il mantenimento delle abitudini culturali, hanno favorito un disinteresse reciproco, producendo isolamento e mancanza di senso civico. Lo Stato deve favorire l’acquisizione di ciò che consente di essere parte della medesima società: deve far sì che i migranti imparino la lingua, la storia e le leggi del paese in cui si trovano a vivere. Questo non sarebbe un segno di egemonia culturale ma uno strumento per contrastare la discriminazione e la disuguaglianza sociale perché le differenze materiali non sono che il riflesso delle differenze culturali (sei povero perché sei immigrato). Chi accetta le regole e si adegua può essere incluso, chi non lo fa non può che accusare se stesso della sua esclusione.

3. IL MULTICULTURALISMO DANNEGGIA LE DONNE?

Una critica particolare alle politiche multiculturali è stata sviluppata, alla fine degli anni 90, da Susan Moller Okin nel suo saggio “Is Multiculturalism Bad for Women?”. Okin sostiene che se le politiche di salvaguardia delle differenze culturali difendono anche le tradizioni più conservatrici/retrograde, allora questo potrebbe essere un problema per la libertà delle donne. La questione che Okin si poneva è: possiamo riconoscere pari dignità a gruppi che hanno modelli di vita non equi e che trattano i propri membri di genere femminile come soggetti subordinati e dotati di minori diritti? Difendendo queste consuetudini tradizionali si difendono anche i matrimoni forzati, la mutilazione genitale femminile, la sottomissione delle mogli alla volontà dei mariti, la marginalità delle donne nella sfera pubblica. Le posizioni di Susan Okin hanno suscitato diverse critiche:

  • propone una contrapposizione semplicistica tra Occidente, caratterizzato da libertà, democrazia e difesa dei diritti, e tutto il resto del mondo, in cui vigono oppressione e barbarie
  • non tiene in considerazione che le donne non occidentali potrebbero avere concezioni diverse del ruolo della donna nella società 8. INTEGRAZIONE DEI MIGRANTI E TRASFORMAZIONE DELLA CITTADINANZA

1. DAL RICONOSCIMENTO DELLE MINORANZE CULTURALI ALL’INTEGRAZIONE DEGLI

IMMIGRATI

Le critiche al multiculturalismo rendono meno plausibili politiche radicali di difesa delle differenze (strong multiculturalism), cioè politiche di riconoscimento della differenza che aiutano i gruppi di minoranza a mantenere forti caratteristiche distintive (scuole tradizionali, abitudini alimentari, modo di vestire, ecc) rispetto alla comunità maggioritaria. Nonostante la retorica ostile, però, non

La cittadinanza richiede un ripensamento in modo da disgiungerla da un legame eccessivamente stretto con l’appartenenza nazionale. Si ritiene utile pensare a forme di cittadinanza post- nazionale o transnazionale che basino la concessione dei diritti sociali e politici sul riconoscimento di diritti umani universali, dissociati da appartenenze particolari. O ancora, viene proposto un patriottismo costituzionale, in cui non lo Stato, la comunità o la cultura, ma la condivisione delle regole, è la base per il riconoscimento della cittadinanza. Possedere un passaporto che consenta di attraversare frontiere, entrare e uscire da comunità in base alla propria affinità e avere rifugio e libero accesso nei luoghi che si desiderano, costituiscono i “diritti di base” di una cittadinanza attenta a non causare esclusione. CITTADINANZA MULTICULTURALE= la cittadinanza deve essere garantita non solo ai membri dello Stato ma anche (in modo differenziato) ai membri di gruppi culturalmente differenti presenti all’interno del territorio dello Stato. CITTADINANZA NEO-CLASSICA= la cittadinanza viene concessa solo se accompagnata da atti di valorizzazione dell’identificazione comune (test di conoscenza della lingua, della storia, delle istituzioni e giuramento di fedeltà alla costituzione). CITTADINANZA FLESSIBILE= la cittadinanza viene concessa in base al grado di “utilità” che ogni individuo ha nella società. Più si hanno risorse culturali, economiche e professionali elevate, più si viene facilmente inclusi. CITTADINANZA POST-NAZIONALE/TRANSNAZIONALE= la cittadinanza diventa un elemento importante della propria identificazione ma non la esaurisce: è possibile ottenere una doppia cittadinanza (in base alle proprie necessità) che riflette un’identificazione molteplice. CITTADINANZA COSMOPOLITA= la cittadinanza nazionale perde rilievo e nasce una nuova identità globale che supera l’identificazione territoriale: la cittadinanza cosmopolita.

9. RIPENSARE IL MULTICULTURALISMO

1. UN MULTICULTURALISMO SENZA ENFASI SULLA CULTURA

Il dibattito sulle società multiculturali, ponendo eccessiva enfasi sulle differenze culturali, ha contribuito alla loro reificazione (prendere per concreto l’astratto). Quindi, rielaborare l’idea di cultura e favorire un confronto che incrementi l’equità, la libertà e la democrazia della comune società in cui i diversi gruppi si trovano a vivere, costituiscono il punto di partenza per ripensare il multiculturalismo. Secondo Seyla Benhabib la cultura è un serbatoio di narrazioni che servono come modelli di base per la costruzione di biografie individuali differenti ma legate tra loro. L’attuazione di un dialogo multiculturale può essere compatibile con la democrazia e i suoi principi solo se sono presenti 3 condizioni essenziali:

  • reciprocità egualitaria: ai membri delle minoranze devono essere concessi diritti uguali a quelli della maggioranza
  • autoascrizione volontaria: ogni individuo deve essere libero di scegliere a quale gruppo religioso, linguistico e culturale appartenere, indipendentemente dalla propria origine
  • libertà di uscita e associazione: ogni individuo deve essere libero di uscire da un gruppo di cui ha deciso di fare parte precedentemente Secondo Anne Phillips, invece, continuando a dividere il mondo in categorie come il sesso, il

genere, la cultura, la religione, ecc., gli individui sono concepiti solamente come “membri” di qualcosa e non come soggetti autonomi (human agency= capacità di azione). È necessario, quindi, pensare un “multiculturalismo senza cultura” che rifiuti ogni essenzializzazione della cultura ma che sia abbastanza robusto da combattere le disuguaglianze tra i gruppi culturali. Ciò che bisogna difendere è un multiculturalismo basato sui diritti individuali piuttosto che sui diritti di gruppo. Secondo Tariq Modood, ancora, il riconoscimento delle differenze e il rispetto delle identità sono elementi importanti per lo sviluppo della dignità e dell’autonomia personale e non dovrebbero essere trascurati in nome dell’universalismo. Per questo Modood propone il concetto di civic multiculturalism basato sull’idea di cittadinanza multiculturale: attenta all’inclusione nel rispetto della differenza.

2. INTERSEZIONI E SUPER DIVERSITA’

La società multiculturale appare essere una società frammentata e diversificata in cui i soggetti occupano differenti posizioni sociali, muovendosi da una collocazione all’altra quando cambiano i contesti di interazione. Lo spazio di azione multiculturale non è definito da identità statiche o appartenenze vincolanti, ma dalla preoccupazione di garantire uguaglianza di trattamento ad individui che occupano posizioni sociali differenti e in continuo mutamento. Più che riconoscere i soggetti come membri di culture che meritano rispetto e riconoscimento, è importante sostenere la loro partecipazione attiva nella società. Si può partecipare come donne, come membri di un gruppo etnico o di una categoria professionale; queste forme di partecipazione possono essere diverse in momenti diversi e per obiettivi diversi ed i diversi fattori possono interagire in modo diverso in base ai contesti. Come risultato, le società contemporanee sono contrassegnate da una superdiversità che rende problematico continuare ad utilizzare categorie eccessivamente generalizzanti. Questo perché i processi di globalizzazione non hanno portato alla creazione di comunità stabili che richiedono riconoscimento e protezione, ma ad una massa ribollente di lingue, etnie e religioni che intersecandosi danno origine a superdiversità.

3. DAL NORMATIVO AL SITUAZIONALE: L’ATTENZIONE AL MULTICULTURALISMO

QUOTIDIANO

Molto spesso ci si è preoccupati di indicare come dovrebbe essere la società multiculturale, senza, però, soffermarsi, su come questa realmente è nel concreto. È stato, perciò, introdotto il concetto di “multiculturalismo quotidiano” che non privilegia ciò che avviene nel territorio del privato, dell’intimo e del domestico. Intende, piuttosto, focalizzare l’attenzione sulla dimensione “situata” delle pratiche sociali, cioè sugli aspetti ordinari, banali, sulle piccole tattiche quotidiane che producono, mediano, contestano, riaggiustano, rafforzano le linee che definiscono l’eguaglianza e la differenza, l’inclusione e l’esclusione, la solidarietà e la competizione. Il problema centrale non è valutare se la società multiculturale sia auspicabile o da contrastare. Si tratta semplicemente di riconoscere che la differenza costituisce oggi una risorsa potente.

4. LE SOCIETA’ MULTICULTURALI DOPO LA CRISI DEL MULTICULTURALISMO

Riconoscere l’importanza della differenza nella società contemporanea non significa accettarla senza critiche o difenderla da ogni trasformazione. Significa invece riconoscere la sua capacità di creare inclusione ed esclusione.