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La crisi dell'universalismo moderno e del multiculturalismo, che si basano sulla fusione e sull'assimilazione delle differenze in una nuova umanità. La crisi inizia negli anni '60 con il diffondersi dei movimenti sociali per i diritti delle minoranze e con il prevalere del consumismo. Il multiculturalismo è definito una politica della differenza, che presuppone un trattamento equo per tutti richieda il rispetto delle differenze. i diversi aspetti della vita sociale, politica e culturale, e le critiche al multiculturalismo.
Tipologia: Sintesi del corso
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Il termine “multiculturalismo” è un termine recente: compare prima negli Stati Uniti e poi in Europa alla fine degli anni 80. All’inizio del XX secolo, i flussi migratori e le differenze culturali che interessavano Stati Uniti, Canada e Australia, erano più marcati rispetto a quelli attuali. Le metropoli nordamericane erano divise in veri e propri ghetti che racchiudevano al proprio interno persone provenienti dalla stessa nazione (ghetto italiano, ghetto irlandese, ghetto cinese, ecc) che mantenevano un forte legame con i loro luoghi di origine. In questo periodo la differenza era un elemento di tensione sociale e non era vista come un valore da preservare e/o proteggere. Questo accadeva perché nell’immaginario occidentale era centrale il concetto di melting pot, secondo il quale le differenze sarebbero state fuse nel crogiolo della vita moderna portando all’eguaglianza di valori, regole ed idee che avrebbero prevalso sull’etnicità. Questi valori, regole ed idee sarebbero dovuti essere quelli del mondo occidentale moderno, razionale e sviluppato. La costruzione di un mondo ordinato e privo di caos, infatti, era alla base del pensiero sociale degli Stati moderni, ragion per cui, ogni differenza era vista come una deviazione dagli standard, un’imperfezione indesiderata che doveva essere eliminata.
L’ideale moderno dell’assimilazione delle differenze e della loro fusione in una nuova umanità unita dalla condivisione degli ideali di progresso e di razionalità (universalismo), subisce un primo momento di crisi durante gli anni 60, quando in tutto il mondo occidentale si diffondono movimenti sociali che si battono per il riconoscimento dei diritti delle minoranze. Negli Stati Uniti, in modo particolare, nonostante l’ideale del melting pot che guidava le politiche nei confronti degli immigrati, questo non sembrava essere applicato nello stesso modo nei confronti delle persone afroamericane. Le persone di colore erano sottoposte a forti discriminazioni nel lavoro, nell’istruzione, nei trasporti, negli ospedali e nei ristoranti (soprattutto nel sud degli Stati Uniti). Durante la Seconda Guerra Mondiale gli afroamericani erano stati chiamati alle armi, al pari dei bianchi, per difendere la nazione americana e il loro aiuto si era rivelato determinante per l’esito positivo del conflitto. Per questo motivo, essi vivevano nel sogno che avrebbero avuto (se non loro in prima persona, i loro figli) un futuro migliore che presentasse pari opportunità e privo di discriminazioni, nel mito dell’unità americana. Fu il mancato riconoscimento dei loro sforzi bellici e la riscoperta delle loro radici etniche e culturali, in seguito alla decolonizzazione, a far sorgere numerosi movimenti per i diritti civili (es. pantere nere). I movimenti per la difesa dei diritti civili degli afroamericani non furono i soli a diffondersi: sorsero anche movimenti femministi e giovanili/studenteschi, che misero in crisi gli ideali universalistici ed
egualitari su cui si fondava il pensiero moderno. Il famoso discorso tenuto da Martin Luther King nel 1963, è uno degli esempi più evidenti delle richieste che facevano questi movimenti.
Con il passare del tempo, affianco a questi movimenti si diffondono anche altri movimenti più radicali. Così, alle richieste di inclusione si sostituiscono le richieste di riconoscimento delle differenze. I movimenti contro la discriminazione delle persone di colore rifiutano di considerare tutto ciò che è “nero” come inferiore rispetto a ciò che è “bianco”. Per quanti tentativi si facciano, per quanto si sia disposti ad abbandonare la propria specificità e ad adeguarsi al modello di vita dei bianchi, si sarà sempre riconosciuti come neri; per quanto ci si adegui al modello dei bianchi, esso rimane qualcosa di imposto e di estraneo. L’unica possibilità per sottrarsi a questo vincolo degradante è valorizzare la propria specificità rinunciando alla costrizione ad essere ciò che non si è (Malcolm X). Tra i giovani, invece, l’integrazione viene vista come una sconfitta, come la rinuncia alla creatività e all’individualità. Per questo motivo essi si oppongono ai modelli di vita dei loro genitori. I movimenti femministi denunciano la condizione di dominio e di sfruttamento da parte degli uomini. Le donne non chiedono più di essere accettate “alla pari” nella società, la loro richiesta è ora il riconoscimento del valore della diversità femminile. I movimenti ecologisti denunciano il lato distruttivo e immorale dello sviluppo tecnologico, che rischia di condurre l’intero pianeta verso una catastrofe irreversibile.
Altro importante mutamento che influenza l’emergere del tema della differenza è il diffondersi del mercato dei beni di consumo e il prevalere del consumismo. All’interno di una produzione destinata al consumo di massa, quindi, la novità e l’unicità diventano valori positivi. La capacità dell’individuo di differenziarsi scegliendo oggetti di consumo unici e personali diviene una caratteristica da ricercare e da proteggere. Negli anni 80, con l’accelerazione dei processi di globalizzazione, la dislocazione territoriale della produzione e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, le barriere spaziali e temporali vengono abbattute, permettendo alle persone di non riconoscersi più unicamente in uno Stato- Nazione, ma di riconoscersi, invece, come cittadini del mondo. Queste novità hanno contribuito a modificare anche i processi migratori. Se in precedenza la migrazione era sinonimo di perdita di contatto con la propria terra di origine, oggi, con il telefono ed Internet, il legame può conservarsi anche a distanza. Bisogna, però, puntualizzare che la globalizzazione presenta un carattere contraddittorio: da un lato rivitalizza le identità etniche, culturali e religiose, dall’altro favorisce l’omologazione e la standardizzazione in un ottica non più nazionale ma mondiale.
Accanto al diffondersi di nuovi modi di essere e di interpretare la diversità, emergono anche nuovi modi di guardare e comprendere la realtà. Nel secondo dopoguerra si afferma la svolta epistemologica, in contrapposizione all’epistemologia positivista tipicamente moderna e nascono anche due nuovi concetti: res extensa (il mondo reale)
la propria appartenenza ad una comunità che si fonda sugli stessi progetti e su desideri futuri comuni piuttosto che sulla memoria e sull’esperienza condivisa (appartenenza padana in Italia).
Durante il processo di formazione dello Stato-Nazione, molte popolazioni native sono state sterminate o sottoposte ad una doppia discriminazione: da un lato escluse e dominate, dall’altro soggette a pregiudizi e rappresentazioni negative (incapaci di prendersi cura di sé, selvaggi, ignoranti). Stati Uniti, Australia, Sud Africa, America Latina rappresentano gli esempi più evidenti di questo tipo di situazioni. In questi casi, le popolazioni native si trovano spesso in condizioni di forte emarginazione e sono sottoposte al dominio delle popolazioni (bianche) che hanno conquistato le loro terre. Negli Stati Uniti, i neri americani, ovvero i discendenti degli schiavi deportati dall’Africa al continente americano tra il XVII e il XIX secolo, nonostante una legislazione che combatte ogni forma di discriminazione nei confronti delle persone di colore, il loro reale livello di inserimento nella società americana rimane problematico. Anche la storia recente del Sud Africa merita una sottolineatura. Fino ai primi anni 90, un rigido sistema di apartheid ha consentito alla minoranza bianca, olandesi (boeri) e inglesi, di mantenere un completo dominio economico e politico sulle popolazioni native (Zulu, Xhosa, Swazi, ecc). L’apartheid, 1948-1994, consisteva in un trattamento discriminatorio e razzista che puntava a sminuire l’altro e ad evitare ogni forma di contatto, attraverso un regime di segregazione nei luoghi e nei servizi pubblici, basato sul colore della pelle.
Le migrazioni sono una componente della storia umana e nel caso dell’emigrazione è bene parlare di due modelli distinti. Il primo modello si riferisce alle migrazioni coloniali o di conquista, cioè i fenomeni migratori in cui determinati gruppi si stabiliscono in un territorio diverso dal proprio imponendo le proprie regole, istituzioni e la propria cultura attraverso lo sterminio, l’assoggettamento e la discriminazione delle popolazioni autoctone. Quando diverse popolazioni europee (olandesi, inglesi, francesi, ecc) si spostarono nel continente americano per conquistarne i territori, iniziarono una lotta contro i “selvaggi” per estirpare loro le terre che abitavano. Quando tutte le terre furono conquistate, queste vennero vendute ai lavoratori europei come “terre libere e vergini” in cui tutti potevano avere possibilità di successo economico e sociale. Anche in questo caso l’ideologia dominante era quella di melting pot, l’idea che le nuove terre di immigrazione sarebbero divenute dei crogioli dove tutte le differenze di tradizione, lingua e valori si sarebbero fuse per dare origine ad una nuova umanità. Il secondo modello, invece, ha origine negli anni 60 del Novecento, quando l’Europa si trasforma da terra di emigrazione a terra di immigrazione. Gli immigrati vengono visti come dei barbari che minacciano l’unità della nazione e la tranquillità dei cittadini e nonostante le speranze che la loro permanenza sia temporanea, regole restrittive e politiche di rimpatrio, essi si stabiliscono in modo permanente e mettono radici nel nuovo territorio, trovando un lavoro e sposandosi.
Nel dibattito europeo sull’integrazione degli immigrati e sulla società multiculturale, si sono evidenziati diversi modelli di integrazione, solitamente definiti su base nazionale:
Il multiculturalismo riguarda soprattutto due aspetti della vita sociale: la dimensione politica, che comprende le relazioni di potere e le condizioni di inclusione e di esclusione, e la dimensione culturale, che comprende i codici e i simboli che permettono agli individui di definirsi come soggetti capaci di azione sociale.
l’isolamento e riducendo l’autonomia e l’autostima dei beneficiari.
I sostenitori del multiculturalismo sottolineano l’importanza del riconoscimento delle specificità per la piena realizzazione dell’identità individuale e collettiva, auspicano una maggiore sensibilità nei confronti della differenza e un aumento della capacità di comunicare con l’altro. Tuttavia, questa posizione non è priva di effetti inattesi e paradossi:
Classificare, comparare, distinguere, sono processi cognitivi che stanno alla base della costruzione di senso, della comunicazione e della comprensione del mondo. Nel volume “la realtà come costruzione sociale” del 1966, Berger e Luckmann sottolineano come questi processi di selezione e di costruzione attiva di similitudini e differenze sono il risultato dell’azione umana e non fatti di natura. La differenza è solo il frutto di un confronto tra due o più entità che consideriamo separate e per questo ogni differenza viene definita essenza, una sorta di pacchetto uniforme che ciascuno riceve dalla nascita, che lo accompagna per tutta la vita e che viene trasmesso di generazione in generazione. Anche la cultura, ovvero l’ambito che assicura l’identificazione e l’identità, viene definita essenza.
Gli ambiti principali di identificazione nella società occidentale contemporanea sono la nazione, l’etnia e la religione, quindi le forme di identificazione attuali utilizzano soprattutto argomentazioni di tipo culturale. Essere italiano, albanese, afroamericano, musulmano, ebreo, uomo, donna, etero o omosessuale significa avere una particolare cultura, una particolare visione del mondo, un particolare insieme di memorie e tradizioni che ci differenziano in modo netto da chi ha riferimenti culturali diversi. In un contesto sociale in cui si è riconosciuti soprattutto in quanto membri di un particolare gruppo, perdere l’appartenenza può significare sentirsi isolati. È la cultura che fornisce gli strumenti necessari per dare senso al mondo e lo fa secondo modelli unici che le sono propri. I diversi universi culturali sono separati e distinti perché hanno sviluppato dimensioni interpretative uniche che sono incomprensibili per chi è loro esterno. L’esistenza di altri modelli culturali si traduce, così, in indifferenza: ogni cultura ha il diritto di essere ciò che è, entro i suoi confini.
In questa prospettiva, la società multiculturale si presenta come un mosaico di diverse culture omogenee e distinte, separate le une dalle altre in modo da garantire che la loro specificità non venga corrotta da influenze reciproche. Dato che la differenza costituisce un elemento fondamentale dell’identità, la sua difesa autorizza a escludere chi è diverso, chi è “portatore” di un’altra cultura. Questa visione essenzialista della differenza riduce gli individui a meri riproduttori meccanici di tradizioni e rituali. Contro l’idea che la cultura sia un pacchetto immutabile di abitudini e tradizioni interviene l’antropologia, che sostiene l’idea di cultura non come un qualcosa di statico ma come un processo continuo di mediazione, confronto e scontro nell’interpretazione del mondo e degli eventi. Inoltre la cultura è qualcosa che circola e che non può essere distribuito in modo omogeneo in una località o in una collettività. E’ necessario sottolineare, quindi, che la visione essenzialista è ben lontana dal condurre verso una società realmente multiculturale, aperta e ospitale nei confronti della differenza.
Quando al sentimento di minaccia apportata dalla differenza dell’altro, si sostituisce un forte etnocentrismo, che percepisce la propria cultura come superiore rispetto alle altre, l’altro può suscitare più curiosità che paura, pur rimanendo radicalmente altro. Questa situazione viene definita “multiculturalismo dei privilegiati” o “multiculturalismo di mercato”. L’altro è interessante e attraente perché rappresenta ciò che noi non siamo più, conserva ciò che noi abbiamo perso, è vivace e allegro, è abile nel canto e nella danza ed è capace di leggere i segni della natura. Quest’immagine dell’alterità come portatrice di ricchezza, induce a pensare la relazione con la differenza come una relazione di consumo: un grande bazar in cui è possibile sperimentare il fascino dell’esotico. La differenza diventa una moda, una forma di consumo. Mangiare in un ristorante pakistano, seguire un corso di danza caraibica, ecc. fanno ora parte dello stile di vita di molte persone del mondo occidentale. A volte succede anche che alcuni membri dei gruppi discriminati/esotici intraprendano una sorta di prostituzione culturale, mercificando gli aspetti della propria cultura che sono particolarmente apprezzati dai dominanti (multiculturalismo aziendale/corporate multiculturalism).
una società omologata in una singola cultura (monoculturalismo) sia una società caratterizzata da universi culturali separati (multicomunitarismo). Il multiculturalismo liberale è soggetto ad alcune critiche:
Il principio liberale del riconoscimento dei soli diritti individuali, esclude la possibilità di diritti collettivi, non consentendo un reale riconoscimento per i membri delle minoranze. La libertà di scelta individuale, infatti, è effettiva solo se si riconosce l’appartenenza dei soggetti ad una cultura che fornisca loro dei riferimenti cognitivi. Una società realmente multiculturale deve affiancare ai diritti individuali anche una serie di diritti collettivi, in modo da favorire le culture minoritarie nell’assegnazione delle risorse e dello spazio sociale. E’ possibile distinguere tra diritti collettivi che creano restrizioni interne e diritti collettivi che garantiscono tutele esterne. I diritti collettivi che creano restrizioni interne sono quelli che consentono ad un gruppo di limitare i diritti civili e politici dei suoi membri in nome di interessi collettivi (solidarietà, purezza culturale, ecc). I diritti collettivi che garantiscono tutele esterne, invece, sono quelli che consentono ai membri di un gruppo di conservare il loro modo di vivere e di essere protetti da ostacoli causati da persone esterne alla loro comunità. Rimane, tuttavia, problematico decidere quali gruppi debbano essere tutelati e quali no, poiché è sempre presente il rischio che èlite politiche ed economiche in posizione dominante avanzino richieste di tutela per rafforzare la loro posizione di privilegio.
E’ possibile conciliare il riconoscimento della differenza e il patrimonio democratico trovando dei punti comuni che fungano da collante e dei ponti che consentano la continuazione di un dialogo nel rispetto della differenza. Senza il riconoscimento di una cornice comune, la convivenza tra differenze si riduce a indifferenza, ad un insieme isolato di comunità incapaci di comunicare perché prive di un terreno condiviso. Per trovare un terreno di solidarietà comune con chi è percepito come diverso è necessario, innanzitutto, capire che riconoscere la differenza dell’altro consiste nel riconoscere di essere a nostra volta differenti per l’altro.
6. MULTICULTURALISMO CRITICO
Una parte importante delle domande poste dal multiculturalismo riguarda la necessità di rivedere in modo critico i canoni interpretativi ed i codici che hanno orientato la costruzione dello spazio
sociale e dei confini che definiscono l’inclusione e l’esclusione sociale. Se non si è disponibili ad adottare canoni interpretativi differenti e a mettere in luce critica gli schemi fino ad ora utilizzati, rimane uno spazio residuale di questioni che rischiano di rimanere inascoltate. Accettare di rimettere in discussione questi criteri non implica necessariamente decretarne la fine ma solo aprire un confronto o un dibattito. Rifiutare il confronto significa esercitare una forma di potere che consente di definire chi è ammesso e chi è escluso dal dibattito.
Due concetti appaiono particolarmente rilevanti nel dibattito sul multiculturalismo: il concetto di relativismo e il concetto di ibridazione. Con l’avvento della post modernità assistiamo ad una crescente globalizzazione, alla rapida diffusione delle informazioni, alla nascita di modelli produttivi basati sulla flessibilità e alla sperimentazione della differenza e della molteplicità. Diviene quindi difficile continuare a credere che la natura umana sia governata da leggi universali ed emerge l’idea del carattere relativo di ogni conoscenza perché essa (la conoscenza) può variare a seconda del linguaggio che viene usato per descriverla, dello sguardo dell’osservatore, ecc. Non esistono una sola verità e una sola interpretazione della realtà, ma tante verità e tante realtà quanti sono gli attori in campo (concetto di relativismo). Tuttavia, per evitare di sostenere che non esiste una sola verità ma esistono molteplici verità e che ogni gruppo ne possiede una (relativismo radicale), bisogna prestare attenzione ai processi sociali di costruzione della realtà. Non esistono differenze, culture o identità pure, ma solo processi continui di confronto, mutamento, miscelazione. Lo spazio che è necessario ampliare e proteggere non è quello interno, in cui le diverse culture sono percepite come omogenee, ma le zone di confine, in cui la presenza di diversi punti di vista permette di vivere un’esperienza doppia della differenza. L’immagine più utilizzata per riferirsi al carattere ibrido di ogni differenza è quello della diaspora. Per esempio, secondo Stuart Hall, nella costruzione dell’identità e della cultura giamaicana esistono tre dimensioni in relazione tra loro: la dimensione africana (il luogo degli schiavi e dei repressi), la dimensione europea (il luogo del potere e del dominio) e la dimensione americana (terra incognita, il luogo del silenzio e dell’annullamento) (concetto di ibridazione).
Per evitare i pericoli di eccesso contenuti nella posizione postmoderna (es. relativismo radicale), molte proposte, riunibili sotto l’etichetta di multiculturalismo critico, sottolineano la necessità di riconoscere l’importanza del dominio e del potere. Il termine critico intende segnalare una certa vicinanza ideologica con le teorie della Scuola di Francoforte e con quelle del decostruzionismo e del poststrutturalismo. La Scuola di Francoforte, i cui maggiori esponenti sono Horkheimer, Adorno e Marcuse, evidenzia i rischi connessi all’egemonia di una razionalità illuminista che aspira a dominare e sfruttare sia la natura che la società, permeando ogni aspetto della vita umana (lavoro, relazioni personali, svago, politica, ecc) e livellando gli individui fino ad integrarli completamente entro la cultura dominante. Il decostruzionismo di Derrida e il poststrutturalismo di Foucault, invece, evidenziano come segni, linguaggi, identità, differenze siano il risultato di conflitti sociali che hanno come posta in gioco l’attribuzione di significato alla realtà sociale.
bianco, vive in zone segregate, mantiene il proprio linguaggio nativo e veste in modo tradizionale. Entrambi i gruppi si rivolgono insulti razzisti che innescano una spirale violenta: il gruppo di bianchi assalta negozi asiatici e il gruppo asiatico, in tutta risposta, assalta negozi inglesi.
Le accuse rivolte al multiculturalismo sono numerose e riguardano diverse argomentazioni: argomentazioni identitarie, argomentazioni nazionalistico-solidaristiche, argomentazioni di equità e giustizia sociale.
unione. I gruppi minoritari, incentivati a mantenere le loro caratteristiche distintive, sono spinti a creare “comunità parallele” che vivono in modo isolato e si sentono poco interessate all’azione politica comune. Secondo i sostenitori della critica liberale al multiculturalismo, quindi, per favorire una reale integrazione, lo Stato deve promuovere ciò che accomuna più che conservare ed esaltare ciò che distingue. Lo Stato dovrebbe pretendere il rispetto delle abitudini locali e lo sforzo per l’acquisizione della lingua e del modello di vita autoctono come costo da pagare per migliori possibilità di vita, maggiore libertà e democrazia. Solo quando gli immigrati avranno assimilato una comune cultura, lo Stato sarà unito e solidale.
Una critica particolare alle politiche multiculturali è stata sviluppata, alla fine degli anni 90, da Susan Moller Okin nel suo saggio “Is Multiculturalism Bad for Women?”. Okin sostiene che se le politiche di salvaguardia delle differenze culturali difendono anche le tradizioni più conservatrici/retrograde, allora questo potrebbe essere un problema per la libertà delle donne. La questione che Okin si poneva è: possiamo riconoscere pari dignità a gruppi che hanno modelli di vita non equi e che trattano i propri membri di genere femminile come soggetti subordinati e dotati di minori diritti? Difendendo queste consuetudini tradizionali si difendono anche i matrimoni forzati, la mutilazione genitale femminile, la sottomissione delle mogli alla volontà dei mariti, la marginalità delle donne nella sfera pubblica. Le posizioni di Susan Okin hanno suscitato diverse critiche:
Le critiche al multiculturalismo rendono meno plausibili politiche radicali di difesa delle differenze (strong multiculturalism), cioè politiche di riconoscimento della differenza che aiutano i gruppi di minoranza a mantenere forti caratteristiche distintive (scuole tradizionali, abitudini alimentari, modo di vestire, ecc) rispetto alla comunità maggioritaria. Nonostante la retorica ostile, però, non
La cittadinanza richiede un ripensamento in modo da disgiungerla da un legame eccessivamente stretto con l’appartenenza nazionale. Si ritiene utile pensare a forme di cittadinanza post- nazionale o transnazionale che basino la concessione dei diritti sociali e politici sul riconoscimento di diritti umani universali, dissociati da appartenenze particolari. O ancora, viene proposto un patriottismo costituzionale, in cui non lo Stato, la comunità o la cultura, ma la condivisione delle regole, è la base per il riconoscimento della cittadinanza. Possedere un passaporto che consenta di attraversare frontiere, entrare e uscire da comunità in base alla propria affinità e avere rifugio e libero accesso nei luoghi che si desiderano, costituiscono i “diritti di base” di una cittadinanza attenta a non causare esclusione. CITTADINANZA MULTICULTURALE= la cittadinanza deve essere garantita non solo ai membri dello Stato ma anche (in modo differenziato) ai membri di gruppi culturalmente differenti presenti all’interno del territorio dello Stato. CITTADINANZA NEO-CLASSICA= la cittadinanza viene concessa solo se accompagnata da atti di valorizzazione dell’identificazione comune (test di conoscenza della lingua, della storia, delle istituzioni e giuramento di fedeltà alla costituzione). CITTADINANZA FLESSIBILE= la cittadinanza viene concessa in base al grado di “utilità” che ogni individuo ha nella società. Più si hanno risorse culturali, economiche e professionali elevate, più si viene facilmente inclusi. CITTADINANZA POST-NAZIONALE/TRANSNAZIONALE= la cittadinanza diventa un elemento importante della propria identificazione ma non la esaurisce: è possibile ottenere una doppia cittadinanza (in base alle proprie necessità) che riflette un’identificazione molteplice. CITTADINANZA COSMOPOLITA= la cittadinanza nazionale perde rilievo e nasce una nuova identità globale che supera l’identificazione territoriale: la cittadinanza cosmopolita.
9. RIPENSARE IL MULTICULTURALISMO
Il dibattito sulle società multiculturali, ponendo eccessiva enfasi sulle differenze culturali, ha contribuito alla loro reificazione (prendere per concreto l’astratto). Quindi, rielaborare l’idea di cultura e favorire un confronto che incrementi l’equità, la libertà e la democrazia della comune società in cui i diversi gruppi si trovano a vivere, costituiscono il punto di partenza per ripensare il multiculturalismo. Secondo Seyla Benhabib la cultura è un serbatoio di narrazioni che servono come modelli di base per la costruzione di biografie individuali differenti ma legate tra loro. L’attuazione di un dialogo multiculturale può essere compatibile con la democrazia e i suoi principi solo se sono presenti 3 condizioni essenziali:
genere, la cultura, la religione, ecc., gli individui sono concepiti solamente come “membri” di qualcosa e non come soggetti autonomi (human agency= capacità di azione). È necessario, quindi, pensare un “multiculturalismo senza cultura” che rifiuti ogni essenzializzazione della cultura ma che sia abbastanza robusto da combattere le disuguaglianze tra i gruppi culturali. Ciò che bisogna difendere è un multiculturalismo basato sui diritti individuali piuttosto che sui diritti di gruppo. Secondo Tariq Modood, ancora, il riconoscimento delle differenze e il rispetto delle identità sono elementi importanti per lo sviluppo della dignità e dell’autonomia personale e non dovrebbero essere trascurati in nome dell’universalismo. Per questo Modood propone il concetto di civic multiculturalism basato sull’idea di cittadinanza multiculturale: attenta all’inclusione nel rispetto della differenza.
La società multiculturale appare essere una società frammentata e diversificata in cui i soggetti occupano differenti posizioni sociali, muovendosi da una collocazione all’altra quando cambiano i contesti di interazione. Lo spazio di azione multiculturale non è definito da identità statiche o appartenenze vincolanti, ma dalla preoccupazione di garantire uguaglianza di trattamento ad individui che occupano posizioni sociali differenti e in continuo mutamento. Più che riconoscere i soggetti come membri di culture che meritano rispetto e riconoscimento, è importante sostenere la loro partecipazione attiva nella società. Si può partecipare come donne, come membri di un gruppo etnico o di una categoria professionale; queste forme di partecipazione possono essere diverse in momenti diversi e per obiettivi diversi ed i diversi fattori possono interagire in modo diverso in base ai contesti. Come risultato, le società contemporanee sono contrassegnate da una superdiversità che rende problematico continuare ad utilizzare categorie eccessivamente generalizzanti. Questo perché i processi di globalizzazione non hanno portato alla creazione di comunità stabili che richiedono riconoscimento e protezione, ma ad una massa ribollente di lingue, etnie e religioni che intersecandosi danno origine a superdiversità.
Molto spesso ci si è preoccupati di indicare come dovrebbe essere la società multiculturale, senza, però, soffermarsi, su come questa realmente è nel concreto. È stato, perciò, introdotto il concetto di “multiculturalismo quotidiano” che non privilegia ciò che avviene nel territorio del privato, dell’intimo e del domestico. Intende, piuttosto, focalizzare l’attenzione sulla dimensione “situata” delle pratiche sociali, cioè sugli aspetti ordinari, banali, sulle piccole tattiche quotidiane che producono, mediano, contestano, riaggiustano, rafforzano le linee che definiscono l’eguaglianza e la differenza, l’inclusione e l’esclusione, la solidarietà e la competizione. Il problema centrale non è valutare se la società multiculturale sia auspicabile o da contrastare. Si tratta semplicemente di riconoscere che la differenza costituisce oggi una risorsa potente.
Riconoscere l’importanza della differenza nella società contemporanea non significa accettarla senza critiche o difenderla da ogni trasformazione. Significa invece riconoscere la sua capacità di creare inclusione ed esclusione.