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Multiculturalismo: Crisi della Modernità e Riconoscimento della Differenza, Sintesi del corso di Antropologia

Crisi della modernità e tema della differenza; problemi del multiculturalismo; la differenza come essenza; multiculturalismo critico, democrazia; trasformazione della cittadinanza.

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 11/11/2019

Cecilia0505
Cecilia0505 🇮🇹

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Le società multiculturali
Capitolo 1: crisi della modernità e tema della differenza
Il termine multiculturalismo è di uso recente. Compare e si diffonde negli Stati Uniti e
quindi in Europa, solo alla fine degli anni Ottanta. Il diffondersi di una nuova parola
segnala l’esistenza di una tensione, di un conflitto o di un dilemma. La sua rapida
estensione nel mondo occidentale si inserisce poi in un contesto più ampio di mutamenti
della struttura e delle relazioni sociali che hanno caratterizzato la modernità. È uno dei
molteplici segni che indicano come i modi di essere, di conoscere e di narrare risultano
sempre più inadeguati e problematici nel dare senso alle trasformazioni che caratterizzano
il mondo contemporaneo. Il concetto “multiculturalismo” è divenuto un concetto polisemico,
che incorpora cioè significati diversi in base agli attori che vi fanno ricorso e ai contesti in
cui viene utilizzato. Si riferisce alla presenza, solitamente valutata positivamente di
differenze nelle abitudini culturali, nelle preferenze e nei valori di gruppi che convivono nel
medesimo spazio sociale. Tali differenze sono ritenute uno dei principali elementi
costitutivi dell’identità individuale e collettiva formano cioè la base per lo sviluppo di un
senso di appartenenza e di identificazione che consente ai singoli e ai gruppi di rispondere
con successo alla domanda: Chi sono?
Il termine segnala dunque una accresciuta sensibilità al tema della differenza e l’idea che
costituisca un elemento di specificità e di distinzione che fonda l’immagine che individui e
gruppi hanno in sé. In realtà più che a un aumento della differenza assistiamo a una
modifica del significato che questa assume nella vita sociale e politica nel mondo
contemporaneo. All’inizio del XX secolo i flussi migratori e le differenze culturali che
interessavano gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia erano, più marcati e più problematici di
quelli attuali. Le metropoli prima della Seconda guerra mondiale erano spesso divise in
veri e propri ghetti che racchiudevano persone provenienti dalla medesima nazione, che
mantenevano forti legami con la tradizione dei loro luoghi di origine. Negli Stati Uniti, nel
1923, si pubblicavano 67 settimanali, 18 mensili e 19 quotidiani in lingua polacca. Negli
stessi anni, a New York esistevano 270 pubblicazioni, stampate in 23 lingue diverse. Neri
ed ebrei erano ugualmente soggetti a una forte segregazione spaziale e si vedevano in
realtà negata una partecipazione alla vita sociale e politica. Molti paesi europei furono
protagonisti negli anni sessanta di flussi immigratori di grande consistenza che fornirono
manodopera per le grandi industrie in crescita. La differenza ha costituito un elemento
molto evidente della vita sociale e ha introdotto notevoli tensioni ma raramente è stata
percepita come un valore da preservare e proteggere. L’idea di uguaglianza trova la sua
traduzione politica nel concetto di melting pot, cioè nell’idea che le antiche differenze
sarebbero state fuse nel grande crogiolo della vita moderna per dare origine a una nuova
umanità, migliore delle precedenti. Il concetto di melting pot funse da base per un
programma politico di integrazione e di assimilazione delle differenze basato sulla
convinzione che il mondo occidentale moderno fosse il modello più razionale. L’umanità
era avvita verso un destino comune, in cui le antiche differenze avrebbero ceduto il passo
ad una uguaglianza fondata sulla condivisione dei valori e delle regole razionali del
progresso, del successo, della vita agiata, del lavoro duro; oppure, nella visione marxista,
su una solidarietà di classe che avrebbe prevalso sulla solidarietà etnica. In entrambi i
casi, lo stato-nazione, costituiva la base essenziale di identificazione. Come evidenzia
Bauman, la preoccupazione per la costruzione di un mondo ordinato, privo di caos,
costituisce la base del pensiero sociale, della scienza, e dello stato moderno. È una
preoccupazione che porta a considerare ogni differenza come una deviazione degli
standard, come una devianza che deve essere eliminata.
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Le società multiculturali

Capitolo 1: crisi della modernità e tema della differenza Il termine multiculturalismo è di uso recente. Compare e si diffonde negli Stati Uniti e quindi in Europa, solo alla fine degli anni Ottanta. Il diffondersi di una nuova parola segnala l’esistenza di una tensione, di un conflitto o di un dilemma. La sua rapida estensione nel mondo occidentale si inserisce poi in un contesto più ampio di mutamenti della struttura e delle relazioni sociali che hanno caratterizzato la modernità. È uno dei molteplici segni che indicano come i modi di essere, di conoscere e di narrare risultano sempre più inadeguati e problematici nel dare senso alle trasformazioni che caratterizzano il mondo contemporaneo. Il concetto “multiculturalismo” è divenuto un concetto polisemico, che incorpora cioè significati diversi in base agli attori che vi fanno ricorso e ai contesti in cui viene utilizzato. Si riferisce alla presenza, solitamente valutata positivamente di differenze nelle abitudini culturali, nelle preferenze e nei valori di gruppi che convivono nel medesimo spazio sociale. Tali differenze sono ritenute uno dei principali elementi costitutivi dell’identità individuale e collettiva  formano cioè la base per lo sviluppo di un senso di appartenenza e di identificazione che consente ai singoli e ai gruppi di rispondere con successo alla domanda: Chi sono? Il termine segnala dunque una accresciuta sensibilità al tema della differenza e l’idea che costituisca un elemento di specificità e di distinzione che fonda l’immagine che individui e gruppi hanno in sé. In realtà più che a un aumento della differenza assistiamo a una modifica del significato che questa assume nella vita sociale e politica nel mondo contemporaneo. All’inizio del XX secolo i flussi migratori e le differenze culturali che interessavano gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia erano, più marcati e più problematici di quelli attuali. Le metropoli prima della Seconda guerra mondiale erano spesso divise in veri e propri ghetti che racchiudevano persone provenienti dalla medesima nazione, che mantenevano forti legami con la tradizione dei loro luoghi di origine. Negli Stati Uniti, nel 1923, si pubblicavano 67 settimanali, 18 mensili e 19 quotidiani in lingua polacca. Negli stessi anni, a New York esistevano 270 pubblicazioni, stampate in 23 lingue diverse. Neri ed ebrei erano ugualmente soggetti a una forte segregazione spaziale e si vedevano in realtà negata una partecipazione alla vita sociale e politica. Molti paesi europei furono protagonisti negli anni sessanta di flussi immigratori di grande consistenza che fornirono manodopera per le grandi industrie in crescita. La differenza ha costituito un elemento molto evidente della vita sociale e ha introdotto notevoli tensioni ma raramente è stata percepita come un valore da preservare e proteggere. L’idea di uguaglianza trova la sua traduzione politica nel concetto di melting pot, cioè nell’idea che le antiche differenze sarebbero state fuse nel grande crogiolo della vita moderna per dare origine a una nuova umanità, migliore delle precedenti. Il concetto di melting pot funse da base per un programma politico di integrazione e di assimilazione delle differenze basato sulla convinzione che il mondo occidentale moderno fosse il modello più razionale. L’umanità era avvita verso un destino comune, in cui le antiche differenze avrebbero ceduto il passo ad una uguaglianza fondata sulla condivisione dei valori e delle regole razionali del progresso, del successo, della vita agiata, del lavoro duro; oppure, nella visione marxista, su una solidarietà di classe che avrebbe prevalso sulla solidarietà etnica. In entrambi i casi, lo stato-nazione, costituiva la base essenziale di identificazione. Come evidenzia Bauman, la preoccupazione per la costruzione di un mondo ordinato, privo di caos, costituisce la base del pensiero sociale, della scienza, e dello stato moderno. È una preoccupazione che porta a considerare ogni differenza come una deviazione degli standard, come una devianza che deve essere eliminata.

L’ideale moderno dell’assimilazione delle differenze subisce un primo radicale momento di crisi e di ripensamento durante gli anni Sessanta, quando, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo occidentale, emergono e si diffondono numerosi movimenti sociali che si battono per il riconoscimento dei diritti civili e l’emancipazione delle minoranze. Esistono gruppi che lottano contro la discriminazione dei neri americani. Il problema razziale negli Stati Uniti è uno degli indicatori più netti dei limiti dell’ideale egualitario moderno. Fino alla metà degli anni Sessanta, l’uguaglianza prevista dal pensiero moderno non sempre contemplava l’inclusione delle persone di colore, che erano sottoposte a forti discriminazioni nel lavoro, nell’istruzione, nell’alloggio e frequentemente a un vero e proprio regime di segregazione nei trasporti, nelle scuole, negli ospedali e nei ristoranti. Negli Stati Uniti, immigrati e gente di colore, avevano partecipato in modo spesso determinante al conflitto. Le donne avevano dato un contributo alla produzione bellica. Questi grandi interventi si trasformarono alla fine della guerra in una crescente richiesta di inclusione che non sempre venne soddisfatta. I movimenti per i diritti civili evidenziano come l’ideale di uguaglianza sia solo una facciata: il movimento delle donne costituisce un altro elemento centrale della critica al modello sociale occidentale. Le rivendicazioni femministe evidenziano come la società moderna, si fondi in realtà sull’esclusione delle donne dalle attività più gratificanti e dagli ambiti decisionali. Le donne ne risultano svalorizzate e relegate al lavoro domestico, alla cura e alla riproduzione. Come i movimenti per la difesa dei diritti civili degli afroamericani e dei movimenti anticolonialisti africani, i movimenti femministi, quelli giovanili, studenteschi e quelli degli “hippie”, mettono in crisi i presunti ideali universalistici ed egualitari su cui si fondava il pensiero moderno. Bisogna cercare di realizzare concretamente gli ideali della modernità, trasformandoli in regole di vita e di convivenza sociale. L’obiettivo rimane il raggiungimento di una condizione di piena cittadinanza basato sul completo riconoscimento dell’eguaglianza del genere umano. Il famoso discorso di Martin Luther King è uno degli esempi più evidenti delle richieste di questa prima fase dei movimenti di protesta. Black is beautiful: la differenza come valore  si diffondono movimenti sempre più radicali che mettono in discussione la rilevanza e la presunta universalità del principio di eguaglianza. I concetti di assimilazione e di inclusione vengono sempre più criticati e percepiti come una forzata adesione a ideali e modelli sociali che difendono gli interessi di una minoranza che detiene il potere. Alle richieste di inclusione si sostituiscono le richieste di riconoscimento delle differenze e delle specificità. I movimenti contro la discriminazione delle persone di colore e i movimenti anticoloniali africani rivendicano la dignità e il valore di una cultura nera che si contrappone a quella bianca e desidera essere riconosciuta come differente. Rifiutano di considerare tutto ciò che è “nero” come inferiore, accusano l’ideale egualitario di riproporre questa distinzione gerarchica. Denunciano che l’eguaglianza e la parità di cui parlano i bianchi occidentali non sono altro che il modello e le specificità dei bianchi estesi a misura universale. Denunciano che questa continua richiesta di diventare bianchi non è che una richiesta ingannevole. Per quanti tentativi si facciano, per quanto si sia disposti ad abbandonare la propria specificità e ad adeguarsi al modello di vita dei bianchi, si sarà sempre riconosciuti come neri. L’unica possibilità è valorizzare la propria specificità rinunciando alla costrizione a essere ciò che non si è. I movimenti giovanili rifiutano i modelli di vita e i valori dei loro genitori; propongono uno stile di vita e di consumo alternativi. Rivendicano il valore dell’essere “diversi”, di sperimentare forme nuove di convivenza, di cercare e sviluppare una propria specificità anche in contrapposizione a modelli ritenuti dalla maggioranza come “normali”. L’integrazione viene vista come una sconfitta, come la rinuncia alla creatività. I movimenti delle donne denunciano che l’eguaglianza è pensata per gli esseri umani di sesso maschile, è parte di un linguaggio patriarcale che assume l’uomo come uno dei due generi della specie umana

soggetti e la loro capacità di differenziarsi al centro dei processi di costruzione dell’identità individuale e collettiva. Nuove teorie della conoscenza: la crisi della Verità Emergono nella riflessione intellettuale del mondo occidentale anche nuovi modi di guardare e comprendere la realtà che pongono in primo piano la rilevanza degli elementi culturali nella costruzione del mondo sociale e contribuiscono a valorizzare la differenza. Si afferma la cosiddetta svolta epistemologica  radicale revisione del valore e della natura della conoscenza, nonché dei processi che conducono alla definizione di ciò che è vero o scientifico.  Res cogitans  il mondo del pensiero e delle rappresentazioni mentali del mondo reale.  Res extensa  il mondo reale, materiale e concreto. Da questa distinzione deriva l’idea che la realtà esista indipendentemente dalle rappresentazioni che ci facciamo di essa. La verità è data dal grado di precisione con cui le affermazioni rendono conto della realtà esterna e la ricerca scientifica è un continuo lavoro di approssimazione alla verità del mondo oggettivo. L’antropologia interpretativa mette in evidenza come valori, conoscenze e verità siano relative, dipendano cioè dal contesto culturale entro cui sono prodotte. Viene così criticato il carattere universale dei valori e della conoscenza scientifica occidentale. La verità appare legata alla cultura e ai processi simbolici e interpretativi. L’etnometodologia e il costruzionismo evidenziano come la realtà sociale sia il risultato di pratiche e procedure in base alle quali tale realtà viene costruita come oggettiva e data per scontata. La nuova sociologia critica evidenzia la stretta relazione tra conoscenza, verità e potere. L’emergere delle politiche della differenza Due dimensioni principali:

  1. Diffusa crisi della modernità  crisi dell’ideale dell’eguaglianza, indebolimento dei concetti di verità, di universale e di progresso. L’ideale di eguaglianza che ha costituito un riferimento costante per il pensiero e le politiche moderne, appare come un ideale irrimediabilmente relativo e situato. È una base inadeguata per garantire giustizia sociale e piena realizzazione degli esseri umani. L’eguaglianza come normalità viene vista contrapporsi in modo radicale e inconciliabile con la differenza, le specificità delle minoranze, l’anti-conformismo e la trasgressione: un ideale che difficilmente può essere esteso ad altri gruppi. I contenuti dell’eguaglianza che creano problema: decidere in che cosa si debba, si voglia e si possa essere eguali.
  2. Crescente rilevanza dei fenomeni e dei processi culturali  diffusa priorità accordata alle questioni legate all’interpretazione, ai processi simbolici. La realtà sociale appare sempre più connessa alla capacità di definire le situazioni, di ottenere e gestire le informazioni. Politica della differenza che sostiene la necessità di trattamenti diversi che tengano conto delle differenze tra i gruppi. Il multiculturalismo ha a che fare con una valutazione positiva della differenza con una richiesta di riconoscimento: della legittimità, dell’importanza e della significatività della propria appartenenza. Le domande di riconoscimento pubblico della differenza possono assumere forme molto differenziate. Possono richiedere una maggiore tolleranza pubblica nei confronti delle differenze, cioè forme, spesso simboliche, di accettazione di stili di vita,

abitudini e credenze diverse; oppure possono essere sollecitare forme di protezione di minoranze discriminate. Possono avanzare richieste per la modifica di convenzioni pubbliche e modelli istituzionali basati sulla cultura della maggioranza, come la modifica dei calendari lavorativi o delle festività pubbliche, dei modelli di insegnamento e dei curricula scolastici, degli orari di lavoro e dei negozi. Possono richiedere diverse forme di distribuzione delle risorse, garantendo a gruppi ritenuti storicamente svantaggiati, canali privilegiati che consentono forme di compensazione di antiche discriminazioni. In tutti questi casi, le richieste di riconoscimento della differenza si mantengono sostanzialmente nell’ambito di una volontà di inclusione nella società più ampia. Ma sono possibili anche manifestazioni di volontà di mantenimento della distanza o di separazione. È il caso delle richieste di protezione e di sostegno di gruppi particolari (misure in grado di garantire la sopravvivenza di culture minacciate di estinzione e di assimilazione nella cultura dominante o richieste di una completa autonomia di particolari gruppi dalla più vasta società).

Capitolo 2: Polisemia del multiculturalismo

La varietà di significati inglobati nel termine “multiculturalismo” non si limita alle dimensioni descrittive, prescrittive o ideologiche. Risulta problematico definire a quale tipo di differenza questo termine si riferisca. È possibile distinguere casi in cui le differenze sono costituite dalla presenza di “minoranze nazionali” cioè di gruppi minoritari che rivendicano il riconoscimento di uno spazio di autonomia. Il processo di creazione dello stato moderno è avvenuto attraverso l’unificazione politica di differenti gruppi culturali. Questa operazione risponde al progetto ideale di creazione di una nuova comunità uniforme e coesa, progetto attuato spesso attraverso l’emarginazione e la repressione di linguaggi, tradizioni, modelli di vita, memorie specifiche preesistenti nella formazione dello Stato Nazione. Esistono 3 situazioni distinte ma simili per la tipologia dei problemi posti in relazione alla gestione della differenza.

  1. Situazioni in cui lo stato-nazione è diviso tra due comunità differenziate sul piano linguistico e culturale. È il caso del Canada. Fu il primo paese che nel 1971 adottò una politica multiculturalista. Esistono due comunità: i Franco-canadesi, concentrati soprattutto nella regione del Quebec e gli Anglo-canadesi, discendenti dei coloni inglesi che hanno dominato il Canada a partire dal 1760. Richieste per il riconoscimento del bilinguismo nelle istituzioni statali e del biculturalismo nell’insegnamento scolastico. In entrambi i casi, la contrapposizione tra i due gruppi tende a risolversi tramite forme di federalismo che riconoscono le differenze e le specificità culturali delle due comunità. Le tensioni create dalla costituzione degli stati moderni possono risolversi con la dominazione di una parte sulle altre. Un esempio drammatico dei conflitti generati dalla definizione degli stati-nazione moderni è costituito dai problemi posti dalla proclamazione e dal riconoscimento degli stati israeliano e palestinese. Più carico di tensioni è il caso della ex Jugoslavia, dove una serie di conflitti, hanno portato alla definizione di nuove formazioni statali, fondate o giustificate in base all’appartenenza etnica dei suoi cittadini.
  2. Un altro modello è quello in cui lo stato-nazione ha inglobato entro i suoi confini minoranze etniche o culturali che non si riconoscono e non vogliono essere riconosciute come appartenenti alla nuova identità collettiva. È il caso dei Baschi in Spagna, dei Corsi in Francia, dei cattolici nell’Ulster. In molti casi la loro azione politica si sostanzia in forme di terrorismo e di lotta armata nei confronti di uno stato centrale percepito come invasore.

uno dei modelli più violenti di regolazione dei rapporti tra gruppi differenti. A partire dai primi anni novanta, con l’elezione di Nelson Mandela, uno dei principali leader dei movimenti che combattevano l’apartheid si avvia una fase di transizione che ridefinisce le relazioni tra differenti gruppi etnici e sociali presenti in Sud Africa. La fine del regime razzista ripropone i problemi della relazione tra popolazione autoctona e i colonizzatori. La discriminazione e l’integrazione dei neri americani costituisce un aspetto tra i più discussi e scottanti dei rapporti con la differenza nell’Occidente moderno. Le persone di colore subiscono ancora pesanti forme di segregazione: si registrano un basso tasso di matrimoni interetnici; un basso inserimento lavorativo, con tassi di disoccupazione molto più alti, alta percentuale di occupazione negli impieghi meno gratificanti, un basso inserimento scolastico. Le persone di coloro sono la maggioranza della popolazione carceraria. Garantire l’eguaglianza non sembra sufficiente quando la discriminazione si basa su pregiudizi e su una storia di esclusione. Si pone il problema di valutare la possibilità di favorire l’eguaglianza nella differenza. La richiesta di politiche pubbliche che tengano conto della specificità di alcuni gruppi sociali e la loro tradizionale discriminazione da parte dei gruppi dominanti. il movimento femminista mira ad una revisione dei curricula scolastici e dei criteri di selezione che tengano conto delle specificità femminili. Molti dei gruppi discriminati richiedono una revisione dei testi e dei programmi di insegnamento in modo da assicurare spazio a narrazioni della storia capaci di fornire nuove prospettive e di rendere evidenti i processi di discriminazione. Questi gruppi richiedono inoltre una revisione del linguaggio. La differenza creata dai processi migratori  le migrazioni hanno costituito una modalità costante, di interazione tra società e cultura differente. Ci sono due differenti modelli che possono aiutare a leggere con maggiore precisione le possibili modalità di relazione con la differenza. Migrazioni coloniali  particolari fenomeni migratori in cui i gruppi, provenienti da luoghi e contesti culturali e sociali si stabiliscono in un particolare territorio imponendo le proprie regole sociali. Esempio: flussi che dall’Europa hanno portato milioni di persone a spostarsi, soprattutto verso l’America del Nord e l’Australia. Popolazioni provenienti dai più diversi paesi europei, dalla Gran Bretagna alla Germania, dalla Polonia all’Irlanda, dall’Italia all’Olanda, attratte dallo sviluppo economico si ritrovarono a condividere lo stesso spazio abitativo. La gestione delle possibili tensioni create dalla presenza di queste differenze nei nuovi territori di insediamento era solitamente assicurata da fattori biologici. Negli Stati Uniti e in Canada esistevano delle leggi specifiche promulgate alla fine dell’Ottocento e in vigore fino alla metà del Novecento che restringevano la possibilità di accesso agli immigrati non europei, con particolare severità nei confronti di cinesi, giapponesi e indiani. L’eguaglianza universale si riferisce a un universo ristretto e parziale: quello dei bianchi europei. A partire dai primi anni Sessanta, l’immigrazione e i problemi dei paesi europei verso gli Stati Uniti e il Canada si riduce notevolmente. Questo mutamento porta a percepire in modo diverso l’immigrazione e i problemi posti dalla differenza etnica e culturale. Gli immigrati vengono visti come individui venuti per restare e per partecipare a pieno titolo alla costruzione della nazione, però come ospiti temporanei e non come invasori. L’Europa si trasforma da terra di emigrazione a terra di immigrazione. La crisi economica dei primi anni Settanta  segna una radicale svolta nelle politiche europee sull’emigrazione. I flussi migratori si orientano verso altre nazioni oppure vengono etichettati come clandestini, creando nuovi problemi per l’inserimento e la partecipazione sociale dei migranti. Si promuovono politiche di rimpatrio dei lavoratori stranieri. Alcuni dei lavoratori immigrati si sono sposati con nativi o hanno riunito le loro famiglie nel paese di

immigrazione; i loro figli frequentano le scuole, parlano la lingua e hanno valori non dissimili da quelli dei figli dei nativi. Hanno costruito comunità, associazioni, reti familiari e di vicinato che favoriscono la convivenza e l’inserimento nel nuovo paese. Esistono diversi modelli:  Modello assimilazionista  esperienza francese  Modello pluralista  esperienza britannica  Modello di istituzionalizzazione della precarietà  politiche tedesche Questi modelli costituiscono possibili dimensioni privilegiate per descrivere tendenze passate e scenari attuali. Oggi la politica dell’immigrazione europea tende sempre più verso una forte convergenza. Le politiche europee verso gli immigrati  Il modello assimilazionista muove dal presupposto che l’appartenenza alla comunità nazionale debba fondarsi sulla condivisione di ideali e di tradizioni comuni. L’essere membri di una nazione si fonda su una scelta individuale. L’individuo deve accettare le regole comuni e agire nello spazio pubblico secondo questi principi universali. Gli immigrati che vogliono inserirsi a pieno titolo possono farlo accettando le regole in essa in uso e facendo propri la lingua, le tradizioni, i valori, le abitudini del paese ospitante. Ognuno può continuare a professare la propria religione, può conservare abitudini e tradizioni, può tenere comportamenti e linguaggi particolari nella vita privata, ma deve rinunciare a manifestarli apertamente nella sfera pubblica. La scuola, la pubblica amministrazione, i servizi pubblici e assistenziali non possono che adottare criteri universali e trattare tutti i cittadini in base alle loro caratteristiche individuali. Prima si è individui eguali, e solo se individui eguali si può essere liberi e si può essere membri di un gruppo. Lo stato deve garantire l’eguaglianza individuale e quindi non può tollerare richieste di riconoscimento di diritti collettivi e sistemi di trattamento differenziato. Lo stato ha l’obbligo di favorire la piena eguaglianza dei propri cittadini, immigrati inclusi. Due differenti critiche possono essere mosse a questo modello:  La prima riguarda la non facile e spesso incerta distinzione tra pubblico e privato. Il multiculturalismo mette in discussione l’ipotesi che sia possibile definire una netta separazione tra vita individuale e collettiva. Rovescia l’ipotesi universalistica che solo l’eguaglianza individuale possa costruire la base per una efficace e libera azione collettiva. La richiesta di piena adesione a ideali e modelli universali maschera in realtà l’imposizione della volontà di uno specifico gruppo dominante. La piena eguaglianza nella vita pubblica si traduce nella pratica, nell’accettazione della lingua, della storia e delle tradizioni del paese ospitante.  Secondo modello definito pluralista, ammette e legittima l’esistenza di un certo grado di diversità culturale e identitaria. Tutti i cittadini possono mantenere e trasferire nello spazio pubblico le loro specificità e le loro differenze, con l’unico limite del rispetto delle leggi e delle regole stabilite secondo il metodo democratico. Il concetto di libertà è associato all’idea di autonomia: i singoli e i gruppi devono avere la libertà di scegliere e di decidere in maniera autonoma. Gli immigrati possono conservare un certo grado di differenza, possono organizzare associazioni che diffondono la cultura o scuole che insegnino ai loro figli la lingua del paese. Lo stato deve farsi garante del rispetto della democrazia, ma non deve intervenire direttamente né reprimendo

Capitolo 3: Problemi e contraddizioni del multiculturalismo

Dibattito sul multiculturalismo  pone questioni fondamentali rispetto a una nuova definizione dei confini e delle regole sociali. Esistono due aspetti fondamentali della vita sociale:  Dimensione politica  possibilità di definire in modo diverso le relazioni di potere e le condizioni di inclusioni ed esclusione. Rimanda agli effetti dei processi di globalizzazione, alla crisi dello stato-nazione, al diffondersi dell’informazione e all’importanza che essa assume in campo individuale.  Dimensione culturale  mette in discussione i codici e i sistemi simbolici che consentono ai singoli gruppi, l’individuazione e l’identificazione, cioè la possibilità di percepirsi e di definirsi come soggetti capaci di azione sociale consapevole. Nel caso di rivendicazioni difensive, la differenza legittima richiesta di chiusura e di protezione di interessi e privilegi acquisti. In questo caso sono spesso i gruppi maggiormente privilegiati e ricchi di risorse materiali e culturali che si appropriano del discorso della differenza per assicurarsi la possibilità di mantenere barriere che consentono loro di isolarsi da gruppi meno privilegiati e meno dotati. Gruppi che vivono in zone economicamente sviluppate rivendicano il diritto all’autodeterminazione e rifiutano la solidarietà con altre zone dello stesso stato-nazione più arretrate e povere. La dimensione simbolica rimanda agli effetti dell’individuazione, cioè ai processi che hanno portato a una crescente autonomia dei singoli. Il soggetto occidentale moderno è visto come il risultato di un processo personale e singolare, che tramite espressione della volontà, consente a ciascuno di costruirsi e riconoscersi come soggetto autonomo. Ogni individuo è particolare e ogni soggetto è chiamato a costruire e a scoprire autonomamente la sua essenza. Il processo di costruzione dell’identità è sempre legato alla capacità individuale. “Chi siamo”? è sempre legato alla nostra capacità di differenziarci. Il processo di individuazione subisce una rapida accelerazione con il diffondersi dei sistemi di informazione e comunicazione di massa. Il carattere centrale assunto dall’informazione e la realtà mediata e socialmente costruita in cui ci troviamo richiedono una forte autonomia individuale e che i singoli siano in grado di fungere da elaboratori autonomi di informazione e di codici simbolici. Taylor  essere riconosciuti come individui particolari diviene un bisogno fondamentale. Ma esiste la possibilità che il riconoscimento non sia scontato, esiste la possibilità di un mancato riconoscimento. In passato essere riconosciuti era un atto automatico, dovuto alla nascita, legato ai caratteri ascritti derivati dal gruppo in cui si era inseriti, oggi essere riconosciuti come individui è un processo che spetta ai singoli attivare e sostenere e richiede sempre una validazione esterna. Emerge il carattere ambivalente, assunto dalla differenza nella società contemporanea: il soggetto è pienamente realizzato quando ha compiuto un percorso individuale che gli consente di scoprire la propria unicità. Si rafforza l’idea che la persona possa subire un danno reale ed effettivo se i gruppi o coloro che la circondano non la riconoscono e la rimandano ad una immagine distorta che la umilia. Il riconoscimento della differenza diviene la condizione per una sufficiente stima di sé. Le domande si basano sull’idea che ognuno dovrebbe essere riconosciuto per la propria identità. Ogni differenza dovrebbe essere riconosciuta. Non ci sono criteri unici e universali per valutare la differenza, quindi è necessario che ogni singolarità sia riconosciuta e valorizzata. Il riconoscimento è una forma minima di rispetto dovuto a chi è altro da noi. Ambito di dibattito multiculturale  i movimenti femministi hanno messo in evidenza come l’utilizzo del maschile ogni volta che ci si riferisce all’intera umanità. Questo utilizzo del linguaggio contribuisce a creare un mondo in cui le donne sono sottomesse, in cui la loro

differenza è riconosciuta solo come mancanza. Una serie di contrapposizione contribuisce a creare una rappresentazione negativa e riduttiva della donna, ponendo in primo piano le caratteristiche del maschio: ragione/emozione, calcolo/istinto, esterno/interno, pubblico/privato, attivo/passivo, cultura/natura non sono altro che coppie che delineano lo spazio del maschile e del femminile e legano il secondo termine al primo. Analogamente, i termini “nero”, “handicappato”, “omosessuale” sono etichette sature di giudizio morale negativo. È importante l’uso del linguaggio, che deve essere politicamente corretto, cioè non solo non offensivo ma anche attento a valorizzare i loro aspetti positivi. Il termine “afroamericano” tende a sostituire quello di nero, evitando di identificare degli individui con il colore della loro pelle e sottolineando in forma positiva le loro radici culturali e la loro storia. Il termine “diversamente abile” segnala un’attenzione maggiore a non stigmatizzare chi ha problemi fisici o psichici e a considerare l’abilità come un continuum. L’incontro a un linguaggio politicamente corretto si espone facilmente a rischi di eccesso. Trattare a scuola solo opere letterarie e artistiche della tradizione bianca significa sottovalutare il contributo dato da altre tradizione culturali. Queste critiche hanno portato a una radicale revisione dei materiali dei manuali di storia, attribuendo maggiore spazio alla rilevanza che i nativi, i discendenti degli schiavi e degli immigrati hanno avuto nella costruzione della nazione americana. I manuali di storia contengono delle sezioni dedicate alla discriminazione subita dagli schiavi e dai loro discendenti. Le critiche principali rivolte a questo genere di rivendicazioni multiculturali sottolineano che una frantumazione eccessiva dei curricula scolastici minaccia l’armonia civica. La frantumazione dei curricula favorisce una identificazione e una lealtà verso il gruppo ristretto. La scuola è il luogo privilegiato di un altro rilevante confronto multiculturale: lo sviluppo di politiche pubbliche che siano in grado di garantire a tutti i cittadini una effettiva partecipazione sociale paritaria. Oltre all’istruzione, il dibattito riguarda l’abitazione, l’occupazione, la rappresentanza politica. L’esclusione sistematica operata in passato nei confronti delle donne e degli afroamericani dall’istruzione superiore impedisce una reale parità di opportunità. Vengono fissati criteri di selezione e di ammissione che tengono conto dell’appartenenza a gruppi considerati svantaggiati. Con questo sistema si garantisce una certa presenza degli afroamericani e di altri gruppi etnici nei college. Riconoscere l’appartenenza etnica come criterio privilegiato per l’ottenimento di risorse scarse vincola i soggetti a riconoscersi nel loro gruppo marginale per avere maggiori possibilità di successo. Gli individui sono così meno liberi di scegliere in quale gruppi identificarsi. Spesso i programmi assistenziali preferenziali costano molto più dei benefici reali che ne ricavano i loro effetto sostanziale nella riduzione delle differenze  tendono a favorire forme di assistenzialismo che riducono ulteriormente l’autonomia e l’autostima. Un’opposizione più radicale sottolinea che l’affirmative action viola i principi del merito e dell’eguaglianza e si pone in contrasto con la classica teoria liberale della giustizia. La religione costituisce un altro importante ambito di confronto per le problematiche connesse al multiculturalismo. Si rivendica la possibilità di compiere azioni prescritte dalla tradizione, dai valori o dalle credenze del gruppo a cui ci si sente di appartenere anche se queste possono essere in contrasto con la tradizione, i valori, le credenze della maggioranza. Il caso più famoso riguarda la richiesta di alcune ragazze di fede islamica di poter indossare a scuola il loro tradizionale copricapo. La vicenda risale al 1989 quando tre ragazze musulmane sono state espulse dalla scuola perché indossavano il copricapo. Successivamente altre ragazze indossarono l’hijab e le espulsero dalla scuola. La contesa richiese l’intervento del Consiglio di Stato che, si pronunciò a favore del diritto di espressione religiosa all’interno della scuola pubblica a condizione che tale espressione non assumesse le forme dell’esplicito proselitismo e non intralciasse il regolare svolgimento delle attività scolastiche. La questione del foulard islamico si pone dunque

Peter Blau se le persone diverse si conoscono è probabile che si frequentino e se si frequentano è probabile che si sposino tra loro. Insistere sul carattere simbolico della differenza rischia di occultare gli aspetti di dominio e di potere che possono essere alla base di una definizione di differenza. La differenza dei gruppi marginali e discriminati è spesso una differenza imposta. È una differenza che produce più emarginazione che realizzazione personale ed autostima. È il risultato di posizioni di potere e di distinzioni di classe. In alcuni casi proteggere e riprodurre le differenze significa proteggere e riprodurre sfruttamento ed esclusione. Questi paradossi non costituiscono dei destini inevitabili per il multiculturalismo, segnalano delle dimensioni che è necessario sforzarsi di introdurre nella riflessione relativa alla convivenza con culture diverse. L’ambivalenza della relazione con la differenza e la capacità autogenerativa e moltiplicativa devono essere elementi con cui confrontarsi se si vuole cercare di dare un senso non banale ai problemi posti dal multiculturalismo.

Capitolo 4: La differenza come essenza

Il senso della particolarità della propria identità nasce da una qualche forma di confronto con chi è percepito e definito come Altro. Classificare, comparare, distinguere, etichettare sono processi cognitivi che stanno alla base della costruzione di senso, della comunicazione e della conoscenza. Processi che si basano sulla capacità di costruire distinzioni e confini che separino spazi provvisti di significato. La capacità di osservare la realtà implica lo sviluppo di una competenza di secondo livello, richiede la capacità di prendere le distanze dai processi di reificazione per renderli visibili e poterli osservare e criticare. Queste osservazioni ci implicano a concepire la differenza come il risultato di un processo sociale di selezione. La differenza ha un carattere relazionale ma appare come un risultato di un confronto tra due o più entità che consideriamo separate. Differenza come essenza  maggiormente diffusa e maggiormente influente nel dibattito politico e scientifico sul multiculturalismo. La cultura e il suo riconoscimento da parte del contesto esterno assumono il carattere di essenza e di evidenza. Cultura, identità e differenza diventano sinonimi: la propria identità è data dalla cultura, cioè dalle tradizioni, valori, rappresentazioni e memorie in cui si è trovati a nascere e a sua volta si fonda su una eliminabile differenza che la rende unica e che costituisce la sua irriducibile specificità. Paura della differenza  la differenza è dovuta all’insieme di regole, valori, tradizioni, memorie e progetti condivisi che costituiscono la base della specificità dei differenti gruppi sociali, specificità che consente ai singoli individui di trovare la loro vera identità. Essere italiano, albanese, marocchino, afroamericano, cattolico, musulmano, ebreo, uomo, donna, etero o omosessuale significa avere una particolare cultura, un particolare insieme di valori, memorie, tradizioni che costituiscono uno degli aspetti più profondi della nostra identità. La cultura tende a essere trasformata in essenza, una sorta di pacchetto uniforme e ben definito che ciascuno riceve dalla nascita. Riconoscere la necessità di provvedimenti e di orientamenti particolari per la protezione delle specificità culturali può portare a definire ogni problema e a reificare le diverse comunità e le linee di confine che le separano. Se siamo ciò che la nostra cultura ci ha insegnato a essere, ogni modifica sostanziale della nostra cultura si traduce in una perdita di identità. La preoccupazione per la protezione della propria identità e della cultura sembra essere una delle maggiori ossessioni contemporanee. È nel passato che si ricercano gli elementi di unità e identificazione. La solidarietà si trova nelle radici, in una condivisione di destino. L’alterità si presenta come minaccia, costituisce la negazione della nostra identità, è e rappresenta tutto ciò che noi non siamo. Concepire la cultura e l’identità come essenze porta a vedere le differenze come entità ontologicamente opposte. L’unico modo per preservare la propria differenza consiste nel distruggere le altre differenze e nel rafforzare i confini che

proteggono da una loro invasione e da un mortale contagio. Una visione naturalistica ed essenzialistica della cultura, oltre a favorire una identificazione dell’individuo con il gruppo, favorisce anche l’idea che tutte le differenze siano incommensurabili. Porta a sostenere un relativismo culturale in cui tutte le culture hanno lo stesso valore. Ogni cultura è comprensibile e valutabile solo dall’interno. La visione essenzialista porta a favorire la coesione e il conformismo sostenendo l’immagine della cultura e dell’identità come proprietà specifiche del gruppo. Lasciare la comunità potrebbe voler dire perdere il contatto con i valori religiosi, morali, politici, culturali che danno senso alla vita o con le tradizioni, le abitudini e le regole che orientano e guidano le scelte e le azioni. In un contesto sociale perdere l’appartenenza vorrebbe dire perdere i compagni, gli amici, le persone di riferimento. I legami con la comunità sono particolarmente forti. È la cultura che fornisce gli strumenti necessari a dare senso al mondo. I diversi universali culturali sono separati e distinti perché ognuno ha sviluppato dimensioni interpretare uniche e particolari. La tolleranza verso l’esistenza di altri modelli culturali si traduce in semplice indifferenza: ogni cultura ha il diritto di essere ciò che è, entro i confini. Essenza e multiculturalismo  La società multiculturale si presenta come un mosaico di diverse unità culturali omogenee e distinte. La reificazione della differenza sviluppa una nuova retorica dell’esclusione, spesso a unico vantaggio dei gruppi dominanti. Dato che la differenza costituisce un valore la sua difesa autorizza a escludere chi è diverso, chi è “portatore” di un’altra cultura. L’identità si richiama a fattori storici, depositati nel passato, di cui è indispensabile riappropriarsi. La visione essenzialista della differenza, della cultura, dell’identità è fortemente limitativa. Congela la realtà sociale in un eterno ripetersi. La riflessione antropologica mette in discussione una visione essenzialista di cultura e identità. La cultura è riprodotta e ricreata senza sosta nelle interazioni sociali. È il risultato di un lavoro di mediazione, confronto e scontro nello sforzo continuo di interpretare il mondo. All’interno di una medesima cultura esistono idee, simboli, abitudini, modelli di azione differenziati, entro cui i soggetti possono scegliere in base ai loro particolari scopi e alle singolari situazioni. La cultura è un insieme di idee e simboli disponibili per l’uso: una risorsa per l’azione sociale. Lo scenario multiculturale che emerge da una visione essenzialista della differenza assomiglia a un enorme giardino zoologico, in cui le diverse specie sopravvivono ognuna isolata nella propria gabbia. Ogni individuo è vincolato al proprio gruppo. La visione essenzialista è una parte della realtà che si vuole analizzare e con cui il multiculturalismo è chiamato a confrontarsi. Confrontarsi con la realtà sociale significa confrontarsi con ciò che gli attori sociali credono reale. Nessun confronto multiculturale può avere inizio se i gruppi marginali, “altri” rispetto all’identità e alla cultura del gruppo che impone il suo discorso, non accettano le regole definite dal gruppo dominante. Questo tende a reificare la regola ed è difficilmente adatta ad accogliere altre prospettive. Il multiculturalismo come fenomeno di consumo  Quando la paura lascia spazio a una più solida fiducia di sé e della propria forza, i modelli di relazione con la differenza possono assumere forme più tolleranti. Quando al sentimento di minaccia apportata dalla differenza dell’altro si sostituisce un forte etnocentrismo, che percepisce la propria cultura come radicalmente superiore alle altre, l’altro può suscitare più curiosità che paura, pur rimanendo radicalmente altro.  convivenza basata su una vicinanza  multiculturalismo di mercato. Questa forma di multiculturalismo trova le sue radici in una tradizione di colonialismo illuminato. L’altro viene visto come soggetto autonomo e indipendente, ma la sua autonomia e la sua indipendenza hanno un raggio d’azione diverso e più limitato del nostro. L’altro è capace di suscitare la nostra simpatia. La differenza diviene una moda, una forma di consumo che consente di sperimentare l’illusione di appropriarsi della vitalità e della purezza dell’altro. Ascoltare world music, seguire un corso di danza afro-caraibica

vedersi riconosciuti i diritti umani fondamentali che assicurano libertà ed eguaglianza. Uno dei campi di riflessione del multiculturalismo riguarda la possibilità di far convincere i principi e le regole della tradizione democratica liberale, legate all’universalismo, all’eguaglianza e all’idea che solo l’individuo possa essere titolari dei diritti. Sfera pubblica e privata   Sfera pubblica  ideale comune e condiviso. Caratterizza la vita comune. Comprende la legge, la politica e l’economia. Include anche l’educazione, cioè quelle attività che hanno a che fare con la trasmissione, lo sviluppo e la conservazione di una cultura condivisa che consenta un certo grado di identificazione. La tradizione liberale occidentale tende a ritenere che possa e debba esistere assoluta parità di trattamento tra gli individui.  Sfera privata La diversità che caratterizza i singoli gruppi ha la possibilità di esprimersi. Questa sfera riguarda la socializzazione primaria, l’educazione morale e la trasmissione dei valori etnici e religiosi. È sostanzialmente l’ambito domestico e della famiglia nonché di tutta quella rete di associazioni e di organizzazioni che regolano il benessere personale. L’educazione riguarda la sfera privata quando coinvolge la trasmissione dei valori morali. Ogni individuo e ogni gruppo hanno il diritto di mantenere e manifestare la propria differenza nello spazio privato a patto che questo loro diritto non limiti la libertà degli altri cittadini. Le giuste richieste di manifestazione devono essere favorite e trovare la possibilità di esprimersi nella sfera privata, ma lo Stato, deve orientarsi a garantire l’eguaglianza individuale delle opportunità. Deve trattare ogni cittadino come singolo, deve mostrarsi del tutto indifferente. Chi accetta le regole democratiche deve vedersi riconosciuta la cittadinanza, cioè la possibilità di partecipare alle decisioni comuni e deve vedersi garantito uno spazio privato, entro cui coltivare le differenze. Queste regole devono comprendere l’accettazione delle norme democratiche e della legge civile e penale. Devono comprendere l’accettazione di una lingua unica, almeno nello spazio pubblico. Questo tipo di multiculturalismo, che John Rex ha definito “multiculturalismo egualitario o democratico”, cerca di far fronte alle richieste di riconoscimento delle differenze con i principi di eguaglianza e di universalismo. L’educazione, la scelta dei curricula e dei contenuti dell’insegnamento hanno implicazioni che riguardano sia l’’eguaglianza delle opportunità sia il riconoscimento delle differenze. La distinzione tra pubblico e privato è nata all’interno della cultura occidentale: altre tradizioni culturali considerano tale distinzione del tutto incomprensibile. Multiculturalismo liberale  il multiculturalismo egualitario appare preoccupato per la coesione sociale. Cerca di portare al suo compimento l’ideale moderno di eguaglianza, ma così facendo, la differenza rimane qualcosa di problematico e di potenzialmente distruttivo. Alain Touraine sostiene che la democrazia di una società si misura rispetto all’ampiezza e alla qualità della differenza, di ordine culturale, sociale, etnico, religioso, che riesce a gestire e a includere nel proprio spazio pubblico. La democrazia si nutre di diversità. Una società in cui sia presente una molteplicità di valori, giudizi, punti di vista sulla realtà consente una maggiore libertà di scelta. Perché ciascuno possa esprimere le proprie preferenze è necessario garantire un elevato grado di libertà individuale. La sfera pubblica deve essere capace di accettare un certo grado di indifferenza. Le richieste di riconoscimento della differenza devono essere ascoltate e accettate nella sfera pubblica in modo da determinare la loro compatibilità con il sistema democratico.

David Hollinger sostiene che è necessario favorire una prospettiva postetnica, cosmopolita, cioè appassionata alla diversità ma critica. È necessario favorire e sostenere la libertà in modo che i soggetti possono esprimersi rispetto alla differenza e all’appartenenza che preferiscono. La sfera pubblica deve cercare di favorire la molteplicità delle appartenenze e sostenere la libertà individuale di migrare da un gruppo all’altro. La differenza è facilmente accettabile senza radicali modifiche della tradizione democratica. Il riconoscimento della differenza individuale e la promozione della libertà del soggetto sono le condizioni necessarie per favorire una reale convivenza tra differenze. Il modello democratico fornisce un contenitore efficiente ed efficace per coniugare un grado di egualitarismo. Il multiculturalismo liberale consente di evitare le due derive estreme del multiculturalismo. In questa prospettiva si suggerisce di abbandonare il termine multiculturalismo, in quanto eccessivamente carico di ambivalenze. Se si evidenzia il suo carattere multiculturale, si evidenzia la pluralità di opzioni e di posizioni presenti all’interno di una cultura. Il termine diviene allora un sinonimo di una società democraticamente pluralista. Critica multiculturalismo  eccessiva enfasi sulla libertà individuale non consente di riconoscere la reale importanza che il gruppo sociale e un certo grado di identificazione rivestono nella vita sociale e nella costruzione dell’identità individuale. Negare importanza alla specificità del gruppo di appartenenza rischia di indebolire una delle due dimensioni costituenti l’identità. Riconoscimento dei diritti collettivi  la necessità di una revisione più radicale del modello democratico classico viene sostenuta da chi, come Will Kymlicka, ritiene che il principio liberale del riconoscimento dei soli diritti individuali non consenta un reale riconoscimento dei diritti fondamentali per i membri delle minoranze. La libertà di scelta individuale è effettiva solo se si riconosce l’appartenenza dei soggetti a una cultura, definita da una lingua e da una storia. La cultura costituisce un insieme di opzioni significative che consente ai singoli di riconoscersi, di agire e di esprimere la loro libertà di scelta. Il semplice riconoscimento del diritto alla libertà di parola non dà indicazioni su quale politica linguistica adottare nelle scuole e negli uffici pubblici. Le questioni poste dalle richieste di riconoscimento della differenza non possono sempre essere risolte sul piano dei diritti individuali ma richiedono anche il riconoscimento di diritti collettivi. È importante che le culture minoritarie vedano garantiti trattamenti preferenziali che consentono loro di compensare le posizioni svantaggiate occupate. È possibile distinguere tra diritti collettivi orientati a creare restrizioni interne (diritto di un gruppo a limitare i diritti civili, politici) e diritti collettivi orientati a garantire tutele esterne (diritto dei membri di un gruppo di poter conservare il loro modo di vivere, proteggendolo da ingerenze od ostacoli causati da persone estranee alla loro comunità). I diritti collettivi devono essere ispirati a garantire la libertà individuale all’interno del gruppo minoritario. Costituiscono esempi di diritti che creano restrizioni interne le richieste di riconoscimento di pratiche tradizionali che comportano la limitazione dei diritti fondamentali, come la discriminazione sessuale nell’istruzione o nel diritto di famiglia, oppure l’esclusione o la punizione di individui che rifiutino la religione del gruppo o altre sue consuetudini. Il riconoscimento di diritti collettivi rischia così di configurarsi come un supporto esterno in difesa dello status quo e della condizione di disparità e di potere all’interno di un gruppo, si traduce cioè in un supporto al mantenimento del potere e dei privilegi di una ristretta élite. Una nuova solidarietà  la crisi del progetto di modernità rende pressochè impraticabile l’idea di universali umani. Per garantire un grado minimo di comunicazioni e di relazione sociale, è necessario riconoscere l’esistenza di caratteri universali. Senza il riconoscimento di una base comune, la convivenza tra differenze si riduce a indifferenza reciproca, a comunità che sono incapaci di comunicare perché prive di uno spazio

multiculturalismo. Queste posizioni sono impegnate sia a contrastare una visione essenzialista della differenza, della cultura e della identità, sia a smascherare i residui di etnocentrismo. Due concetti appaiono rilevanti nel dibattito sul multiculturalismo: quello di relativismo e quello di ibridazione. La teoria postmoderna sottolinea come i processi sociali contemporanei sostengano una svolta epistemologica, un nuovo modo di guardare la realtà sociale, di comprenderla e descriverla. L’idea dell’esistenza di una verità, lascia spazio all’idea dell’esistenza di una serie di verità locali. Emerge l’idea del carattere relativo e situato di ogni conoscenza. La realtà sociale appare come un prodotto dell’azione umana; la sua conoscenza dipende dalle caratteristiche sociali. Esistono tante verità e tante realtà quanti sono gli attori in campo. Il riconoscimento del carattere parziale di ogni conoscenza e di ogni interpretazione della realtà non si risolve sostenendo che ogni gruppo possiede una diversa verità: così facendo si sosterrebbe che non esiste una sola verità ma che ne esistono molteplici. Il multiculturalismo deve favorire una visione processuale delle culture, delle identità e delle differenze. Lo spazio fondamentale non è solo quello interno ma anche quello di confine, le zone intermedie che consentono di vivere l’esperienza del supplemento. Immagine più utilizzata  diaspora: Questo termine introduce una dimensione storica e segnala che le differenze, le culture, le identità si costruiscono nella mediazione, nello spostamento, nell’incontro con l’alterità; si nutrono di passato e di futuro, di memorie e di utopie, sono il risultato di un continuo lavoro di bricolage. L’identità e la cultura della diaspora sono polisemiche e multiformi, riconoscono la necessità della diversità e dell’eterogeneità come condizione per il loro mantenimento nel continuo confronto e mutamento. Stuart Hall  3 dimensioni in relazione dinamica tra loro:

  1. Presenza africana  luogo dei repressi, degli eredi di schiavi, delle persone che non hanno un loro luogo.
  2. Presenza europea  luogo del potere e del dominio.
  3. Presenza americana  raccoglie l’eredità dei nativi del Nuovo Mondo e costituisce il luogo del silenzio, il fantasma di una presenza sempre negata che richiama lo sterminio, l’annullamento totale. Queste tre dimensioni rimandano ad una identità e ad una cultura che non è pura ma conservano una tensione ineliminabile che consente di mantenere insieme aspetti apparentemente contradditori e inconciliabili. Multiculturalismo e potere  la posizione postmoderna sembra ridursi a una celebrazione del mutamento, dell’instabilità, delle abilità di bricoleur dei soggetti postmoderni, incapaci di prendere posizione rispetto ai possibili esiti di tali processi; rischia di rappresentare un semplice e distaccato sguardo intellettualistico sulla realtà. L’idea che cultura, identità, differenza e la stessa realtà sociale siano delle costruzioni, può favorire la sensazione che non esistano limiti alla libertà creativa dei soggetti. Il termine critico intende segnalare una certa aria di famiglia con le posizioni teoriche della Scuola di Francoforte e con quelle del decostruzionalismo e del postrutturalismo. La prima evidenzia i rischi connessi all’egemonia di una razionalità illuminista. Una razionalità che tende a permeare ogni aspetto della vita umana, il lavoro, le relazioni personali, lo svago, il gusto, la politica. Il decostruzionalismo e il post-strutturalismo evidenziano il carattere instabile e mutevole dei segni, linguaggi, identità, differenze. Evidenziano come essi siano il risultato di conflitti sociali, caratterizzati da potere e dominio. Il termine critico segnala sia il tentativo di superamento delle posizioni favorevoli alla differenza; sia il tentativo di una logica eccessivamente protettiva nei confronti della tradizione democratica liberale. Nella

diversità, il multiculturalismo tende a considerare ogni differenza e ogni cultura come elementi di produzione di relazione di potere. La prospettiva critica non sostiene l’eguaglianza di tutte le differenze ma è simpatica verso i gruppi oppressi e marginalizzati. Iris Young  sostiene che in un club per soli uomini riservato a funzioni come imprenditori, funzionari, è ingiusto perché rinforza una rete di privilegi maschili già operanti, è giusta, meritevole di aiuto la fondazione di una associazione professionale esclusivamente femminile per controbilanciare l’isolamento e la difficoltà che tante donne incontrano nella loro attività. La simpatia nei confronti di gruppi esclusi consente di sottolineare il vantaggio epistemologico e il potenziale critico di una “visione dei margini”. I margini sono inoltre luoghi di resistenza in cui si ha maggior possibilità di opporsi alle regole che vincolano l’azione. Il principio dell’eguaglianza nello spazio pubblico viene visto penalizzare i gruppi marginali, che hanno una cultura differente da quella del gruppo privilegiato. L’ideale di universalismo consente al gruppo, privilegiato e dominante, di ignorare la propria specificità di gruppo in quanto tende a presentare le regole specifiche che esprimono il punto di vista e l’esperienza della parte che detiene il potere. In molti casi, si sostiene un reale interesse verso la realizzazione di una società multiculturale che dovrebbe portare a sottolineare i processi di una costruzione politica e sociale della supremazia bianca. Il carattere di normalità assunto dal gruppo dominante ha implicazioni sociali pratiche: posiziona chi è percepito come diverso nell’ambito della devianza, inferiorità, mancanza. Il multiculturalismo è un assalto all’etnocentrismo che fonda la loro visione del mondo: una visione limitata che tende a vedere l’Occidente come una fonte di significato, di conoscenza e di valori. Una eccessiva enfasi sugli aspetti positivi dell’inclusione e sulla capacità delle democrazie di far spazio al loro interno a prospettive differenti tende inoltre a rappresentare lo spazio politico come uno spazio consensuale. Le prospettive connesse al multiculturalismo sottolineano una attenta analisi delle relazioni di potere esistenti tra i diversi gruppi sociali.  elementi problematici:  Prospettiva fortemente critica e orientata alla decostruzione delle relazioni di potere rischia di avere poca capacità di disegnare scenari concreti.  Una visione eccessivamente ideologica porta a considerare la differenza di cui sono presunti depositari i gruppi marginali  Visione unidirezionale del progresso e l’idea che esista un prefissato destino della società umana. Multiculturalismo e impegno etico  come evidenziano i sostenitori del multiculturalismo critico, le questioni poste dalle richieste di riconoscimento della differenza rimandano ad almeno due piani distinti:

  1. Veicolano domande di inclusione, cioè perseguono verso una attuazione le aspirazioni moderne di eguaglianza e di partecipazione sociale e politica.
  2. Veicolano domande più radicali che sottolineano una profonda crisi dei modelli della modernità. In questo caso le sfide riguardano il piano culturale e quello del potere, interessano modifiche che riguardano il livello dei codici, dei criteri di scelta, della possibilità di nominare, classificare e creare confini. Problemi che riguardano il limite del sistema sociale e delle sue regole. La molteplicità delle questioni poste, delle situazioni e degli attori che favoriscono e sostengono l’emergere di queste domande suggerisce che possa essere problematico utilizzare una unica chiave per leggere il fenomeno e sia credere