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Esame informatica su Giacomo Leopardi
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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GIACOMO LEOPARDI
Filologo, poeta e filosofo, Giacomo Leopardi è una figura centrale dell’Ottocento letterario italiano. Mentre nel 1816 il Romanticismo arriva in Italia attraverso l’opera di Madame de Staël , Leopardi dichiarerà sempre fedeltà ai classici, compiendo un’operazione di notevolissima innovazione della letteratura italiana dall’interno. La ricerca di modernità si può rintracciare nelle due opere maggiori, i Canti , un libro di poesie sentimentali e filosofiche, e le Operette morali con la loro prosa metafisica.
tradizionalismo politico e religioso nel 1798 da una famiglia nobile decaduta. Il rapporto coi genitori è molto difficile. Giacomo sta spesso da solo, studia nella grande biblioteca paterna, in dialogo muto con gli autori antichi. Tra il 1809 e il 1816 passa sette anni di studio “matto e disperatissimo" , durante i quali impara alla perfezione varie lingue: traduce i classici, compone opere erudite, studia poesia e filosofia. Questa vita solitaria e reclusa lo indebolisce nel fisico e lo abbatte nello spirito. Il 1816 è l'anno della "conversione letteraria", passa alla poesia. Nel 1817 comincia a scrivere il suo diario personale e intimo, dell’infinito suo pensar ovvero lo Zibaldone e scrive le prime canzoni civili.
Nel 1822 finalmente va a Roma ma il viaggio e l’allontanamento dalla sua città natia sono deludenti. Tornato a Recanati, nel 1823 esplora la “morte della poesia” non come fine della poesia stessa ma come lo smascheramento delle illusioni poetiche (che contrassegnavano gli Idilli) e scrive le Operette morali, imbattendosi nella dura realtà dell’infelicità umana e all’indifferenza della Natura, dove la morte è vista come l’unica vera liberazione dal dolore. Nel 1828 a Pisa ritrova la vena poetica che pareva perduta, egli stesso scrive alla sorella Paolina: “Ho fatto dei versi quest’aprile,ma versi veramente all’antica e con quel mio cuore di una volta ” , spinto a ricordare e a riflettere sul passato, vi ritrova l’entusiasmo lirico: inizia
DATI ANAGRAFICI: Nascita: 29 giugno 1798, Recanadi Morte: 14 giugno 1837, Napoli Fratelli e sorelle: Paolina Leopardi, Carlo Leopardi, Pierfrancesco Leopardi, Luigi Leopardi. Sepoltura: 1839, Parco delle Tombe di Virgilo e Leopardi, Napoli.
il ciclo dei Grandi Idilli, meglio conosciuti come poesie del periodo Pisano-Recanadese. Con l'aiuto di amici lascia per sempre il "natio borgo selvaggio" e va a Firenze. Sarà dall'amore non corrisposto con Fanny Targioni Tozzetti che emergerà il ciclo di Aspasia. Nell'ottobre del 1833 si trasferisce a Napoli insieme all'amico Antonio Ranieri. Benché ormai molto provato nel fisico, partecipa alla vita culturale partenopea. A Torre del Greco, in fuga dal colera che imperversa in città, compone due tra le sue più grandi poesie: La ginestra o il fiore del deserto (1836) e Il tramonto della luna (1837), che costituiscono il suo testamento poetico e spirituale. Morirà a Napoli il 14 giugno 1837.
Leopardi è una figura complessa, associato principalmente al ROMANTICISMO ITALIANO per i suoi temi quali dolore esistenziale, la natura e la ricerca di valori universali, ma con una forte impronta classicista, che si riflette nello stile e nell'adesione ai modelli antichi e un pensiero filosofico originale, influenzato fortemente dall'Illuminismo ma evolutosi in un pessimismo materialistico e cosmico. Non è possibile etichettarlo ma indubbiamente è un autore che supera le correnti che lo circondano e vi anticipa spesso tematiche esistenziali. Tanto che il suo pensiero di matrice settecentesca sembrò arretrato ai suoi contemporanei quanto invece acquista contemporaneità e immenso valore nella nostra epoca. Basti pensare in particolar modo alla proposta della Ginestra dove al vv.149 la “social catena” , incita la società a unirsi, stringere legami sociali per combattere la crudeltà della natura, riflettendo su tale visione oggigiorno, troveremmo immediato riscontro.
L’autore suggerisce all’umanità di superare le discordie e cooperare. Leopardi si schiera apertamente dalla parte della vita. Ha scelto la ginestra come simbolo della natura. Un fiore innocente, che non è complice degli scopi umani. Attraverso la ginestra, Leopardi sembra redimere la natura, mostrando che essa talvolta può essere “tenera e dolce”. Essa non possiede altra forza che il suo profumo che compassiona e commisera tutte le sventure, così come Leopardi non può offrire al vasto e sordo universo altro che i suoi versi, destinati a celebrare quella bellezza non richiesta eppure insita nelle cose. La ginestra , in quanto fiore è mortale e come tutti noi riconosce l’ineluttabilità della morte, ma non si abbandona ad essa.
Si è soliti distinguere del complesso pensiero dell’autore TRE FASI fondamentali del suo sentire filosofico e letterario, e quindi tre cardini vitali del suo pensiero:
maligna si passa al PESSIMISMO COSMICO. L’infelicità non è frutto dell’azione umana, ma è connaturata alla realtà. L’uomo è destinato a soffrire per l’atto stesso di vivere nel mondo, senza possibilità di riscatto dalla sua condizione di sofferenza. L'infelicità non è più legata ad una condizione storica e relativa dell'uomo, ma ad una condizione assoluta , diviene un dato eterno e immutabile. Ne deriva, in un primo momento l'abbandono della poesia: se l'infelicità è un dato di natura, vane sono la protesta e la lotta e non resta che la contemplazione lucida e disperata della verità. Subentra in Leopardi un atteggiamento contemplativo, ironico, distaccato e rassegnato. Suo ideale non è più l'eroe antico, teso a generose imprese, ma il saggio, soprattutto quello stoico, la cui caratteristica è l'atarassia , ovvero del distacco imperturbabile della vita. È l'atteggiamento che caratterizza le Operette morali.
Una fra le poesie più travolgenti e introspettive del poeta é la quattordicesima: “ ALLa Luna ”, nota anche come “La ricordanza”, scritta presumibilmente nel 1819 , detenuta all’interno dei Canti poiché classificata come Idillio. Dal punto di vista formale, i canti rappresentano una pietra miliare nella poesia italiana. Leopardi adotta uno stile che combina l’eredità della tradizione classica con un linguaggio peculiare e personale. Versi che si caratterizzano per la musicalità e l’armonia, spesso raggiunta attraverso un uso sapiente degli enjambement , delle pause e delle ripetizioni, che marcano quasi nostalgicamente i suoi versi. Le immagini naturali, ricorrenti nella sua poesia, non sono mai semplici descrizioni, ma strumenti per evocare stati d’animo.
MANOSCRITTO ORIGINALE IDILLIO N XIV: ALLA LUNA
O graziosa luna, io mi rammento Che, or volge l’anno, sovra questo colle Io venia pien d’angoscia a rimirarti: E tu pendevi allor su quella selva Siccome or fai, che tutta la rischiari. Ma nebuloso e tremulo dal pianto Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci Il tuo volto apparia, che travagliosa Era mia vita: ed è, nè cangia stile, O mia diletta luna. E pur mi giova La ricordanza, e il noverar l’etate Del mio dolore. Oh come grato occorre Nel tempo giovanil, quando ancor lungo La speme e breve ha la memoria il corso, Il rimembrar delle passate cose, Ancor che triste, e che l’affanno duri!
La poesia è composta da sedici endecasillabi sciolti che si trovano distribuiti in quattro periodi sintattici.
Prevale il suono della consonante " l " come è evidente in alcune allitterazioni : al verso 4 ad esempio ne troviamo una " e tu pendevi aLLor su queLLa seLva". Nell'ultimo verso troviamo l'allitterazione della lettera “ r ”: “ancoR che tRiste, e che l'affanno duRi", sembra marcare una sorta di sofferenza che non cessa di esistere.
Sempre nell'ambito delle figure retoriche della ripetizione distinguiamo un chiasmo al verso 13-14 "lungo /la speme e breve ha la memoria il corso".
Troviamo anche la presenza di alcune anafore : la prima si rintraccia al verso 1-10. Il verso di apertura “ Oh graziosa luna” viene ripreso al verso 10 “o mia diletta luna”, tale ripetizione contribuisce a dare un senso di circolarità nella prima parte. La seconda anafora invece si trova alla fine del componimento precisamente nel sedicesimo verso “ ancor che triste” e “che l'affanno duri!”.
Vi sono altre figure retoriche alle quali porre la dovuta attenzione:
·la Metonimia: “Ciglio” al v.7 e “Pianto” al v. 6. · Metafora : “luci” (v.7) = occhi.
· Iperbato : “ma nebuloso e tremulo dal pianto / il tuo volto apparia” (vv.6-8).
METONIMIA indica un oggetto nominandone un altro che sta con il primo in un rapporto di contiguità logica. METAFORA sostituzione di un termine proprio con uno figurato, in seguito a una trasposizione simbolica di immagini. IPERBATO inversione o trasposizione nell’ordine consueto della frase o del periodo, in vista di effetti stilistici particolari.
Gli endecasillabi sciolti sono versi di undici sillabe (con accento fisso sulla decima ) che non seguono uno schema di rime. "Sciolti" da legami fonici. Offrono maggiore libertà ritmica e narrativa, pur mantenendo la struttura metrica dell'endecasillabo.
ALLITTERAZIONE : Ripetizione di lettere o sillabe, in una serie di due o più vocaboli.
CHIASMO: reciproca inversione del costrutto in due membri contigui. ANAFORA Ripetizione di una parola o espressione ad inizio verso.
Quello dell’invocazione alla luna è un tema ricorrente nella poesia di Leopardi. Il poeta nomina, infatti, il satellite 20 volte solo nella raccolta dei Canti, all’interno di 14 liriche distinte per essere precisi. La concezione del corpo celeste cambia, come muta il pensiero che detiene Leopardi della natura, della quale anche la luna fa inesorabilmente parte.
In “Alla luna” se l’uomo è “nebuloso e tremulo” il corpo celeste è invece grazioso. Altrove, soprattutto nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la luna, seppur “silenziosa” , pare condividere il fato terribile dell’umanità, condannata a seguire un destino immutabile senza comprenderne il motivo. Il satellite si trasforma, quindi, in uno specchio, attraverso cui l’uomo può ed è purtroppo costretto ad ammirare la propria miseria.
Tuttavia, l’ultimo componimento su cui vorrei maggiormente porre la mia attenzione è l’ultimo canto di Saffo, in cui Leopardi si immedesima nella poetessa greca e ne immagine il suicidio per un amore non corrisposto. La luna è una presenza costante e amata, simbolo della natura serena e bella, ma anche di un'armonia che contrasta dolorosamente con l'infelicità e la bruttezza di Saffo, che la osserva tramontare prima di un gesto estremo, meditando sul destino di dolore che accomuna tutti, inclusi gli dèi, rendendo la bellezza naturale un tormento per lei e un monito universale contro l'illusione di felicità.
Nel Tramonto della Luna, scritta precisamente nel 1836, a pochi mesi dalla sua scomparsa, Leopardi descrive il momento in cui la luna sparisce all’orizzonte, e la profonda malinconia che lo accompagna, evocando la caducità della bellezza e dei piaceri terreni. È un invito al lettore a confrontarsi con il pensiero della morte e della decadenza. Solo accettare l’inevitabile può essere fonte di consolazione.
Nei suoi ultimi anni Leopardi si rendeva conto di non avere interlocutori del proprio tempo: a chi voleva rivolgersi allora? Forse non è senza significato che, tra i titoli delle opere che aveva in mente di scrivere ma non poté compiere a causa della sua prematura scomparsa, si trova l'annotazione “ Lettera a un giovane del xx secolo.”
«Così tra questa immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare»
Infinito; G. Leopardi
MARRARA ALESSIA, n. matricola: 554157
Facoltà di Lettere Moderne, Università degli Studi di Messina
Anno d’immatricolazione 2023/