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Appunti di italiano su leopardi e poesie principali
Tipologia: Appunti
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La biografia è povera di avvenimenti esterni ma è molto ricca di vita interiore. Leopardi nasce a Recanati nel 1798. Recanati (quello che chiamerà il natio borgo selvaggio) è effetivamente un luogo molto isolato nelle Marche, la regione più marginale dello Stato pontificio e forse la zona più conservatrice dell'Italia del periodo pre risorgimentale. La famiglia era di nobile origine ma economicamente dissestata per la cattiva amministrazione del patrimonio di padre monaldo. Alla salvezza del patrimonio si dedicò la madre del poeta, la marchesa Adelaide Antici, donna energica e piuttosto anaffettiva che riuscì nell intento ma a prezzo di duri sacrifici per sé e per la famiglia. Il poeta nasce e cresce in una casa chiusa come una fortezza ma dotata di una vastissima biblioteca, compì i primi studi sotto la guida del padre e due precettori. Per la precocità dell'ingegno, fu ben presto in grado di studiare da solo servendosi della ricca biblioteca paterna dove trascorse 7 anni di studio matto e disperatissimo, durante i quali si formò una vasta cultura ma si rovina la salute. Fin dalla tenera infanzia segue studi estremamente approfonditi insieme ai fratelli Carlo e Paolina e comincia a comporre brani, capitoli, versi. I libri accumulati dal Conte monaldo sono libri religiosi, filosofici e filologici. Studia le letterature classiche delle lingue classiche e traduce i grandi esempi della letteratura greca e Latina. Inoltre Monaldo essendo un conservatore, nella parte più nascosta della biblioteca custodisce anche i pericolosi testi degli illuministi francesi ed anche quelli furono letti dal giovane Leopardi con interesse, prima per condannarli nelle sue prime esercitazioni filosofiche, successivamente se ne appassiona sempre di più. Intorno al 1815 avviene quella che viene convenzionalmente definita la conversione letteraria di Leopardi, conversione dalla filologia e dalla passione per la letteratura antica alla scrittura in proprio. Tra il 1816 e il 1819 avvengono altre conversioni per Leopardi, il passaggio dalla fede religiosa in cui era stato severamente educato, all'ateismo e al materialismo illuministico, il passaggio dalle idee reazionarie del padre alle idee liberali e democratiche. Nel 1819 abbiamo il tentativo che Leopardi fa do inserirsi all'interno della polemica tra classici e romantici. Il movimento romantico in Inghilterra e soprattutto in Germania stava avendo un grande successo e alcuni a Milano soprattutto, tentavano di importarlo in Italia. Il giovane Leopardi in un testo che resta inedito 'il discorso di un italiano intorno alla poesia romantica' rinnega frontalmente l'immaginario nordico, cupo e medievale che proveniva dal nord Europa prediligendo invece un immaginario classico e solare. Nel 1819 compie un primo tentativo di fuga che fallisce miseramente di fronte all'opposizione del padre. Ma in quegli anni Leopardi elabora nelle pagine dello zibaldone anche un pensiero. una teoria propria la famosa 'teoria del piacere' che ormai è assolutamente incompatibile con l'ortodossia cattolica e religiosa. man mano si sviluppa un forte pensiero materialista che Leopardi tenta di rendere compatibile con l'ortodossia religiosa della famiglia ma che nel 1822 diventerà un aperto ateismo. contemporaneamente Leopardi inizia a scrivere le prime grandi poesie, gli 'idilli' e associa da un lato poesie brevi, con piccole immagini, con grandi canzoni classiciste orchestrate secondo la grande metrica petrarchesca. Leopardi si reca a Roma nel novembre del 1822. Roma in quell'anno, è la capitale del classicismo internazionale che però per Leopardi costituisce una solenne delusione testimoniata dalle lettere ai fratelli soprattutto quelle alla sorella Paolina. I versi di questo periodo sono ancora legati ai modelli classicistici e si interrompono però nel 1824 quando Leopardi attraversa una crisi del sistema poetico che coincide con l'inizio del lavoro sulla prosa. In questi anni Leopardi compone le 'operette morali' che verranno 2.22.2 La seconda strofaLa quarta strofaLa quinta strofaLa prima strofaLa sesta strofaLa terza strofa Sette strofe
pubblicate solo nel 1827 a Milano e sono un esempio di prosa non narrativa, sospesa tra saggistica morale ed invenzione fantastica. Leopardi tenta di affrancarsi dalla fedeltà al natio borgo selvaggio e lavora per l'editore milanese Stella, si esercita in un commento a Petrarca e nel 1828 orna alla poesia con una delle poesie che (come scrive alla sorella Paolina) è composta da versi all'antica, con l'entusiasmo e la freschezza dei primi anni (esempio: 'Risorgimento' e 'A Silvia'). L'anno successivo compone poesie come le 'ricordanze', 'il sabato del villaggio', 'la quiete dopo la tempesta' e 'il canto notturno di un pastore errante dell'asia'. In questi canti più celebri, Leopardi elabora anche una nuova poetica e nuove soluzioni formali e rivoluzionarie. Leopardi diventa amico di Antonio Ranieri, un avventuriero napoletano col quale appunto passa gli anni a Firenze e poi a partire dal 1833 a Napoli. A Napoli il clima è certamente più favorevole per le sue condizioni di salute, compone le ottave satiriche dei paralipomeni della batracomiomachia dove viene adombrato anche il clima politico di tensione tra osservanti fedeli ai regime borbonico e austroungarico i tentativi insurrezionali dei patrioti risorgimentali. In quest'ultimi anni compone l'ultima operetta 'il dialogo di tristano e di un amico' e gli ultimi versi amorosi, ispirati ad una donna di nome Fanny Targioni Tozzetti che ispireranno il cosiddetto ciclo di aspasia. Gli ultimi versi sono quelli della 'Ginestra' e del 'tramonto della luna'. Questi ultimi canti fuoriescono dall'ultima raccolta dell'autore che viene curata dallo stesso Leopardi: la raccolta dei 'canti' che esce a Napoli nel 1835 ma viene immediatamente sequestrata dalla polizia borbonica. Così, la Ginestra potrà essere letta soltanto postuma, curata nell'edizione dei canti da Ranieri nel 1845.I mali avanzano e le malattie si sommano, il 14 giugno del 1837 a meno di quarant'anni Leopardi muore i suoi resti verranno trasferiti nel 1839 nella cosiddetta tomba di Virgilio a Margellina. ZIBALDONE Leopardi inizia a comporre un importante testo in prosa, una raccolta di pensieri di dimensioni monumentali, che conta 4526 pagine manoscritte, nelle quali Leopardi riversa un’impressionate varietà di considerazioni e pensieri relativi a questioni filologico- erudite, linguistiche, letterarie, filosofiche; vi si trovano però anche abbozzi poetici, pagine saggistiche, note psicologiche e autobiografiche. Le riflessioni sono scritte in maniera diaristica, in prosa, in maniera filosofica. Nel suo essere sistematico anticipa il modo argomentativo dei filosofi moderni successivi. Lo Zibaldone di Leopardi riesce a restituirci un’immagine della vastità degli interessi del suo autore, fornendoci inoltre una grande quantità di informazioni relative alla sua vita e attività. La stesura dello Zibaldone di pensieri impegna in modo più o meno continuo Leopardi per una quindicina d’anni, Leopardi per una quindicina d’anni, dal 1817al 1832. Oggi conservate all'archivio della Biblioteca Nazionale di Napoli e che resteranno a lungo inedite per poi essere pubblicate solamente nel centenario della nascita di Leopardi, quando ormai la figura di Leopardi è diventata quella di un grande maestro della letteratura italiana. Il pensiero leopardiano ruota intorno al tema dell’infelicità umana. Gli storici suddividono lo zibaldone in due fasi che a volte sono collegate tra loro:
All’inizio dell’Ottocento, l’Italia è un territorio frastagliato in numerosi Stati diversi, governati da monarchie europee, che comincia a concepire il desiderio di avere uno Stato unitario e indipendente dal dominio straniero. Il Romanticismo in Italia assume una connotazione di impegno civile e sociale, infatti patriota e romantico diventano sinonimI. Manzoni e Leopardi sono entrambi autori del Romanticismo ma sono molto diversi tra loro. Per quanto riguarda i contesti sociali, i due autori nascono in due mentalità differenti: Manzoni, nasce a Milano e viene educato nei più tradizionali collegi religiosi, in quanto nipote di Cesare Beccaria, si lega agli intellettuali illuministi della generazione del “Caffè” e intrattiene relazioni di amicizia e scambio culturale con gli intellettuali europei, soprattutto francesi. Leopardi invece nasce a Recanati nello Stato pontificio, figlio del conte Monaldo ed educato da un istitutore privato con un'impostazione settecentesca, classicista e non illuminista. Di conseguenza anche le poetiche e le composizioni sono differenti: secondo Manzoni la letteratura deve proporsi: “l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”. anche per Leopardi le belle arti devono essere veritiere ma per lui, affinchè lo siano devono essere imitazioni della natura. Per quanto riguarda la religione, Manzoni è sorretto dalla fede nel significato della posizione dell’uomo sulla terra e considera la Provvidenza è il motore principale degli eventi. Manzoni va alla Riscoperta delle tradizioni religiose popolari tipiche del Romanticismo. Leopardi invece è ateo e materialista e non ha alcuna visione trascendente. E' convinto del destino di solitudine e di morte che attende ciascun individuo. Inoltre è materialista e in questo è più illuminista di Manzoni nonostante i contesti sociali. LE CANZONI Le canzoni vengono scritte tra il 1818 il 1833. Come idilli sono legate al pessimismo storico e affrontano riflessioni storico esistenziali tra cui emergono patriottismo e impegno civile. Leopardi descrive la crisi politica sociale contrapponendo la grandezza del passato. Il desiderio di Leopardi è quello di spingere gli italiani a tornare al passato. Le canzoni sono state scritte in età giovanile hanno un tono classicista e una dimensione più mitica e storica I CANTI I canti sono una raccolta di poesie di tutta la produzione di Leopardi. Sono in tutto 41 e comprendono sia l'età giovanile sia età matura. La stampa finale di quest'opera avviene postuma,nel 1845 grazie all'amico Ranieri. Questa opera viene considerata un capolavoro da tanti punti di vista soprattutto nella parte degli idilli. Il titolo 'i canti' compare nel 1831 con la pubblicazione delle 'canzoni'. I canti sono formati da una serie di sezioni non delimitate e definite:
Questa poesia viene scritta tra il 12 e il 13 luglio del 1820. Il modo di procedere è strettamente argomentativo e consequenziale, gli elementi sono concatenati tra loro e si possono individuare 5 punti salienti:
Un’altra scelta che contribuisce in modo efficace a sottolineare il tema è l’uso prevalente del gerundio, modo indefinito che elimina quindi la dimensione temporale della poesia. LA SERA AL DI DI FESTA Questa è una dei sei Idilli e viene composto nel 1820 ed è formata da endecasillabi sciolti. Il protagonista è l'io di Leopardi e tratta il tema dell'infelicità nel senso di esclusione delle gioie della giovinezza e del tempo che passa e annienta tutte le opere umane. Il canto è suddiviso in tre parti:
Questo componimento scritto nel 1828 mette al centro due vicende. A Silvia di Leopardi inaugura una forma metrica del tutto nuova: quella della canzone libera. La canzone libera conserva l’uso dell’endecasillabo e del settenario, ma trasforma la strofa da schema rigido e chiuso a forma flessibile e variabile: il numero dei versi e lo schema delle rime possono, infatti, cambiare da una strofa all’altra. Dopo A Silvia, la canzone libera diventa la forma metrica più praticata da Leopardi. Il tema centrale è la caduta delle illusioni della giovinezza vista in due momenti e da due persone diverse: da Teresa fattorini ovvero una ragazza comune chiamata da Leopardi Silvia e dal giovane intellettuale Leopardi. Al di là dei contesti sociali questi due personaggi vengono accomunati in quanto hanno subito lo stesso inganno della natura che in giovinezza li ha riempiti di sogni che successivamente crollano nell'età adulta. Le prime due strofe evocano Silvia, la fanciulla che risorge dal passato tramite i ricordi di lei conservati dal poeta e successivamente la terza evoca il poeta. La quarta strofa dedicata mette in contrasto i sogni della giovinezza con la consapevolezza dell'età adulta interrompendo la speranza. La quinta è dedicata alla morte di Silvia per tisi e nell'ultima strofa viene trattata la fine della speranza nella felicità di Leopardi. Questa poesia nasce da una riflessione del 1825 nello zibaldone. Anche qui il tema del ricordo è molto importante e viene accentuato attraverso due verbi: al v 1 'rimembri', che rievoca gli anni della giovinezza, e al v è 32 'sovvieni' che vuol dire mi ricordi, introduce un contrasto tra la dolcezza degli anni giovanili e la durezza dell età matura. La dimensione delle rimembranze è fondamentale e il piano temporale del passato è in contrasto con quello presente. Silvia è il simbolo della giovinezza e della speranza delusa. Leopardi sceglie il nome del personaggio femminile dall'opera di tasso “Aminta”in cui è un personaggio libero, giovane e piena di speranze. In questa poesia la figura di Silvia sfuma per identificarsi nel simbolo della speranza perduta I due protagonisti vengono descritti con paesaggio limpido sconfinato indefinito e luminoso che richiama il carattere dolce giovanile. Questi paesaggi primaverili che richiamano la gioventù sono presenti nelle prime strofe, nelle ultime è presente un lieve accenno all'inverno durante la morte di Silvia e negli ultimi due versi non ci sono descrizioni e nessun elemento paesaggistico, di conseguenza la poesia si affida a immagini astratte che rappresentano la freddezza del vero. L'intonazione è intima e indefinita in quanto la poesia è spontanea dal poeta. Particolare è la fluidità della sintassi, con periodi collegati tra loro formando un discorso fluido con un libero fluire dei pensieri. Le rime sono rare nei momenti tranquilli e nei versi più pacati e sono maggiore dove il tono poetico è più forte. I canti pisano recanatesi raggiungono i livelli più alti di Leopardi. Compone questi versi a Pisa mentre ricorda Recanati, paesaggio della memoria. Questo suo essere ne conseguono i temi dei canti in cui vi è la poetica dell'indefinito e del vago, ma questa si evolve in una dimensione di ricordo e di rievocazione del passato. Questo aspetto fondamentale del ricordo è presente in tutti i canti, come base e punto di partenza: il poeta ricrea immagini del passato, che sa che non potranno più tornare. LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA
della vita sofferta che gli aspetta e la prima cosa che fanno i genitori è consolarlo. Il procedimento è argomentativo. Secondo Leopardi la condizione del gregge è migliore del pastore non perché non soffrono ma perché non ne sono consapevoli e perché non provano mai noia; il pastore fa la stessa vita del gregge ma il suo animo trova riposo. Le grandi domande sulla sofferenza umana sono destinate a non avere risposta sia che le ponga un filosofo sia un pastore, chiunque abbia ragione. Riflessione della noia molto importante per Leopardi, soprattutto in una delle sue lettera Giordani dove dice che lo studio è l'unico modo per sfuggire alla malinconia dovuta dalla noia anche.se questo causa problemi di salute al poeta stesso. La noia colpisce gli uomini con animi di pensieri più profondi che comprendo che tutta la realtà è troppo piccola per il desiderio umano. SABATO DEL VILLAGGIO Composta il 7 settembre 1829 a Recanati. Pubblicata la prima volta nell'edizione dei canti del 1831. Tema principale è il piacere inteso come cessazione del dolore. Qui il piacere consiste nell'adolescenza che corrisponde al momento dell'attesa della realizzazione dei sogni (qui della domenica) che mai arriverà. Quando la domenica arriva,metafora della maturità,che tanto abbiamo aspettato subentra la delusione. La struttura è molto simile alla quiete:questa similitudine riguarda anche la struttura: la prima parte è idilliaca e descrittiva coincide con le prime due strofe, la seconda analizza l'effetto psicologico nelle persone del paese che aspettano la domenica, nella terza il poeta fa una deduzione con un apostrofe massima universale sulla condizione umana. Leopardi identifica il piacere nella memoria, due concetti leopardiani che vengono rappresentati dalla donzelletta e della vecchiarella. La differenza con la quiete è che non c'è un contrasto psicologico brusco tra le rappresentazioni della vita del paese e l'intervento del poeta, l'interazione è serena e si mantiene, come.se il poeta non volesse mostrare al giovincello il suo destino. Lo stile è musicale e limpido con un'unità di intonazione psicologica che corrisponde unità stilistica e privo di toni sarcastici e aspri e duri che sono presenti nella quiete. Sono presenti una insolita abbondanza di rime baciate e la sintassi è regolare e scorrevole e le immagini sono indefinite e dd è presente un ricorrere di parole che rimandano ai sogni della giovinezza. Come in tutti gli idilli anche qui è presente un sentimento di compassione e fraternità con cui il poeta si rivolge ai personaggi. Il primo personaggio e una donzelletta che dopo aver lavorato al tramonto torna a casa con delle erbe e con un mazzo di fiori per adornarsi il giorno dopo il petto e i capelli. Il secondo personaggio è una donna anziana seduta a filare contrapposta alla ragazza in quanto recupera la memoria e si ricorda della sua gioventù e che come quella ragazza si preparava per la domenica. Secondo Leopardi le ore della domenica porteranno noia e sicuramente tutti penseranno al giorno successivo il quale dovranno iniziare di nuovo il lavoro e quindi non è pieno riposo. Infine è presente solidarietà nei confronti del ragazzo in quanto gli dice di godersi questi anni e non deve lamentarsi che la maturità arrivi tardi PASSERO SOLITARIO
La datazione di questa poesia non è certa ma probabilmente viene concepita negli anni giovanili di Leopardi e viene elaborata circa nel 1830. Al centro dell'opera abbiamo una similitudine tradizionale: già nella poesia classica gli uccelli per la loro attitudine al canto e al volo sono spesso assimilati ai poeti. Nella prima parte c'è una descrizione della vita del passero, nella seconda parte è presente la similitudine della giovinezza del poeta e della vita del passero invece la terza parte presenta la riflessione sulla differenza tra i due protagonisti, mentre il passero agisce per istinto, Leopardi è solitario in giovinezza per sua scelta e si dichiara responsabile della propria infelicità. Il paesaggio nella descrizione del passero è idilliaco con un'area primaverile che richiama la giovinezza; vengono descritti vari uccelli insieme contenti che gioiscono per l'arrivo della primavera, lontano dal passerp. Leopardi si rivede nel passero in quanto il poeta non ha partecipato alla vita gioiosa dei suoi coetanei. Per quanto riguarda la descrizione di Leopardi nell'aria serena si sente il rumore della festa come per esempio i suoni del cannone che annunciano la festa e il Leopardi giovane rimanda la possibilità di gioire e mentre cammina c'è il sole che sta tramontando ed è metafora della gioventù che sta per finire e indica appunto il passaggio dei giorni. Il passero nel futuro secondo Leopardi non dovrà rimpiangere la gioventù perché lo stare da solo fa parte della sua natura a differenza di Leopardi che si pentirà e sconsolato ricorderà la sua giovinezza. Pur essendo scritto nel 1830 il componimento viene affiancato ai canti pisano recanatesi perché accomunati dal metro in quanto canzone libera che consente al poeta di aggiungere molte rime ed enjambement senza uno schema preciso. In questa poesia paradossalmente abbiamo un Leopardi giovane e un Leopardi vecchio; quando scrive questa poesia Leopardi ha più di trent'anni e nella finzione poetica scrive come se stesse vivendo la giovinezza proiettando sul futuro il rimpianto delle occasioni che ha perso buttando i suoi anni migliori. LA GINESTRA Scritta probabilmente nel 1836 (quando visse alle falde del Vesuvio), al suo interno è esplicitata la summa della sua dottrina filosofica di Leopardi. Viste le condizioni di salute ormai gravi del poeta, si pensa che egli la dettò all’amico Antonio Ranieri perché impossibilitato a scrivere. Vide la stampa nel ’45, perché probabilmente Ranieri stesso curò la trascrizione definitiva. La ginestra è un bellissimo fiore che cresce spontaneo, ed è la metafora della condizione umana, perché la pianta continua a vivere anche in ambienti molto aridi, reclinando il “capo” (l’uomo deve continuare a vivere accettando la sua condizione e non credendo nei falsi miti, rappresentati dalla religione e dal progresso). L’uomo deve essere forte nelle sue sofferenze, e questo lo rende nobile, ma ancora più nobile è l’uomo che smette di fare la guerra ad altri uomini. In questo passo Leopardi fa un’anticipazione alla “social catena” (utopia irrealizzabile), atteggiamento di solidarietà che l’uomo deve avere nei confronti degli altri uomini. Essi non possono smettere di far guerra ad altri uomini, e questo è un atteggiamento folle. L’uomo, per superbia, crede di poter fronteggiare la natura e da essa trarne l’immortalità, e questa è un’esplicita critica al progresso. Quest’ultima parte del suo pensiero è detta pessimismo eroico, nella quale Leopardi esorta a vivere, ma accettando la condizione di debolezza in cui si vive, e questo lo rende dignitoso. L'epigrafe iniziale è polemica e sarcastica, consiste in una frase presa dal Vangelo, e Leopardi capovolge il senso della frase dell’evangelista Giovanni: il buio rappresenta per il poeta l’illusione della religione e delle menzogne, la luce la ragione.
Questo dialogo viene scritto nel 1824 e compare nella prima edizione delle Operette morali nel 1827. Mentre nelle operette precedenti la causa della sofferenza è posta nell'uomo stesso, si evidenzia qui, per la prima volta, il passaggio di Leopardi da una concezione positiva e benefica della Natura a quella contraria di Natura matrigna, crudele e indifferente. Prendendo spunto da un'opera del filosofo illuminista francese, Voltaire Storia di Jenni o il saggio e l’ateo (1775), in cui il filosofo parla delle minacce naturali, quali gelo e vulcani, a cui sono sottoposti gli islandesi, Leopardi sviluppa l'idea di un Islandese che viaggia, fuggendo la Natura. Ma giunto in Africa, in un luogo misterioso ed esotico, incontra proprio colei che stava evitando, con la forma di una donna gigantesca dall'aspetto "tra bello e terribile". La Natura interroga l'Islandese sulle ragioni della sua fuga. La spiegazione dell'uomo è un lungo monologo in cui egli ripercorre le sue concezioni sulla condizione umana: un'articolata riflessione che lo porta a comprendere l'ineliminabile infelicità dell'esistenza. Inizialmente ritiene che la sofferenza nasca dai rapporti umani, spesso violenti. Ma il dolore può nascere anche dall'esterno, quindi inizia a credere che l'individuo soffra perché valica i limiti assegnati dalla Natura. Infine comprende che la sofferenza è insita nell'uomo, caratterizzato da un piacere mai realizzabile del tutto, e non può essere eliminata. La vera causa dell'infelicità è la Natura, che crea e poi tormenta gli esseri viventi. Questa ha assegnato all'uomo il desiderio insaziabile di piacere che non solo è irraggiungibile nel corso di una vita intera, ma a volte è anche dannoso e debilitante. Dopo il lungo monologo dell'Islandese interviene la Natura, che ribalta la posizione dell'uomo: questa è totalmente insensibile al destino degli esseri da lei creati, ma agisce meccanicisticamente secondo un processo di creazione e distruzione, che coinvolge direttamente tutte le creature. Quella dell'Islandese è una visione antropocentrica - e per tal motivo errata e parziale della realtà. Con la conclusione di questo dialogo viene superata la concezione dell'uomo come elemento centrale dell'universo, ma rimane senza risposta la domanda dell'Islandese: "a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?". Il dialogo come si è detto è in realtà un monologo dell'Islandese, e solo all'inizio e alla fine interviene la Natura con poche e dure battute. Le parole dell'Islandese sono aspre ed accese, e ripercorrono le sue diverse riflessioni sulla sofferenza. Il protagonista accusa la Natura di essere crudele e ingiusta. Ma questa appare del tutto insensibile alle critiche, le sue parole sono ancora più dure: essa non agisce per assecondare l'uomo, ma è del tutto indifferente e insensibile davanti agli esseri da lei creati.