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Poesie Leopardi + commento, Appunti di Italiano

principali poesie di Leopardi + commento

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 22/06/2022

alissia-grimoldi
alissia-grimoldi 🇮🇹

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POESIE LEOPARDI
L’INFINITO
composto a Recanati nel 1819
fa parte degli idilli
L'infinito è composto da una sola strofa di 15 endecasillabi sciolti
L'Infinito fu una lirica scritta in età giovanile da Leopardi, il quale descrive il suo
amato colle presente a Recanati che è per lui fonte di grandi riflessioni e di grande
tranquillità a livello mentale.
Il poeta riporta nei versi, così come fa in tutti i suoi idilli, i suoi stati d'animo; in
questo caso il suo stato d'animo sembra uno stato di serenità derivante dalla
contemplazione del paesaggio che lo circonda. Attorno a lui vede l'infinito che è
spiegato attraverso importanti assonanze come le seguenti: "interminati",
"sovrumani", “mare”
L’idillio è una rappresentazione poetica di un’avventura dell’animo che nasce da
un’esperienza concreta.
Leopardi scrive questo idillio sul monte Tabor a Recanati. Una siepe gli impedisce
la vista del paesaggio, e così si immagina uno spazio immenso
può essere suddiviso in due parti: la prima comunica un senso di inquietudine
(interminati spazi, sovrumani silenzi, il cor non si spaura), mentre la seconda
comunica un senso di appagante dolcezza (sempre caro, profondissima quiete, il
naufragar m’è dolce in questo mar).
Nella poesia sono presenti tre temi: lo spazio infinito, il tempo e il silenzio.
Il testo de L'Infinito è anche caratterizzato da immagini visive come la siepe, e
percezioni uditive come i sovrumani silenzi e la profondissima quiete.
Al poeta fu sempre caro il colle che sorge verso Recanati (monte Tabor, collina
solitaria) su cui era solito rifugiarsi per contemplare e riflettere. Sul colle cresceva
una siepe che impediva la vista del paesaggio più lontano. Come per tutti i grandi
uomini, per Leopardi ogni limite è una sfida quindi egli immagina un mondo
vastissimo oltre la siepe.
Anzi supera i confini del mondo e pensa all’infinito spazio dell’ universo, che l’uomo
può intuire ma non comprendere
pienamente.
si sviluppa in due parti. La prima,costituita da sette versi e mezzo in cui prevalgono
i dati visivi, si apre con la descrizione di una siepe che costituisce un ostacolo alla
visione dell’orizzonte; tuttavia è proprio questo ostacolo che permette di mettere in
atto l’immaginazione per la quale, varcando il limite materiale, si possano creare
spazi interminati e silenzi al di là dell’umano. Dunque la percezione di un elemento
concreto, come una siepe, suscita un moto dell’animo, ovvero l’immaginazione
dell’infinito spaziale, a cui segue un senso di smarrimento.
La seconda parte, simmetrica alla prima e costituita anch’essa da sette versi e
mezzo, si centrata sui dati uditivi, come il rumore del vento, che suscita un nuovo
slancio verso l’infinito ,questa volta temporale, e un nuovo moto dell’anima, ossia la
dolcezza dell’abbandonarsi completamente in esso.
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POESIE LEOPARDI

L’INFINITO

composto a Recanati nel 1819 fa parte degli idilli L'infinito è composto da una sola strofa di 15 endecasillabi sciolti L'Infinito fu una lirica scritta in età giovanile da Leopardi, il quale descrive il suo amato colle presente a Recanati che è per lui fonte di grandi riflessioni e di grande tranquillità a livello mentale. Il poeta riporta nei versi, così come fa in tutti i suoi idilli, i suoi stati d'animo; in questo caso il suo stato d'animo sembra uno stato di serenità derivante dalla contemplazione del paesaggio che lo circonda. Attorno a lui vede l'infinito che è spiegato attraverso importanti assonanze come le seguenti: "interminati", "sovrumani", “mare” L’idillio è una rappresentazione poetica di un’avventura dell’animo che nasce da un’esperienza concreta. Leopardi scrive questo idillio sul monte Tabor a Recanati. Una siepe gli impedisce la vista del paesaggio, e così si immagina uno spazio immenso può essere suddiviso in due parti: la prima comunica un senso di inquietudine (interminati spazi, sovrumani silenzi, il cor non si spaura), mentre la seconda comunica un senso di appagante dolcezza (sempre caro, profondissima quiete, il naufragar m’è dolce in questo mar). Nella poesia sono presenti tre temi: lo spazio infinito, il tempo e il silenzio. Il testo de L'Infinito è anche caratterizzato da immagini visive come la siepe, e percezioni uditive come i sovrumani silenzi e la profondissima quiete. Al poeta fu sempre caro il colle che sorge verso Recanati (monte Tabor, collina solitaria) su cui era solito rifugiarsi per contemplare e riflettere. Sul colle cresceva una siepe che impediva la vista del paesaggio più lontano. Come per tutti i grandi uomini, per Leopardi ogni limite è una sfida quindi egli immagina un mondo vastissimo oltre la siepe. Anzi supera i confini del mondo e pensa all’infinito spazio dell’ universo, che l’uomo può intuire ma non comprendere pienamente. si sviluppa in due parti. La prima,costituita da sette versi e mezzo in cui prevalgono i dati visivi, si apre con la descrizione di una siepe che costituisce un ostacolo alla visione dell’orizzonte; tuttavia è proprio questo ostacolo che permette di mettere in atto l’immaginazione per la quale, varcando il limite materiale, si possano creare spazi interminati e silenzi al di là dell’umano. Dunque la percezione di un elemento concreto, come una siepe, suscita un moto dell’animo, ovvero l’immaginazione dell’infinito spaziale, a cui segue un senso di smarrimento. La seconda parte, simmetrica alla prima e costituita anch’essa da sette versi e mezzo, si centrata sui dati uditivi, come il rumore del vento, che suscita un nuovo slancio verso l’infinito ,questa volta temporale, e un nuovo moto dell’anima, ossia la dolcezza dell’abbandonarsi completamente in esso.

Particolarmente significativo è l’ ultimo verso in cui compaiono ben due figure retoriche di significato, ”naufragar m’è dolce in questo mare” contiene infatti una metafora che paragona l’infinito al mare, e un ossimoro per indicare che l’esperienza dell’annullamento di sé, apparentemente negativa, si rivela in realtà dolcissima.

LA SERA DEL DÌ DI FESTA

Composto a Recanati nel 1820 Fa parte degli idilli il poeta riflette sul proprio destino. Nella prima parte egli contempla il paesaggio lunare nella sera di un giorno festivo e lo interiorizza. La quiete evoca in lui il ricordo dell’amata, che a quell’ora dorme serenamente. La quiete del paesaggio e la donna, che nel sonno ricorda le gioie della festa, sono in sintonia tra loro, ma si contrappongono al poeta che riflette sul proprio destino: la natura apparentemente benigna è in realtà crudele, giacché l’ha condannato a una vita dolorosa. Nel verso 24 comincia la parte riflessiva: il canto dell’artigiano che rientra a casa irrompe d’improvviso la meditazione del poeta sulla propria infelicità: la sensazione uditiva mette in moto nuovi e più disperati pensieri sulla caducità della vita umana. Proprio come è passata la festa così il tempo porta via ogni cosa. Il canto che si perde in lontananza nella notte ricorda al poeta un altro canto udito da fanciullo, quando vegliava deluso e angosciato dopo aver tanto atteso il dì di festa. Quando udiva un canto che si diffondeva in lontananza la sensazione era di dolore. Il ricordo della fanciullezza gli fa avvertire ancor più duramente la sua solitudine. E' notte e il poeta contempla il paesaggio illuminato dalla luna che si presenta dolce chiaro e senza vento, mentre di lontano appare nitido il profilo delle montagne. All’incanto della pace notturna fa contrasto l’angoscia del poeta consapevole che la sua donna dorme tranquillamente, dopo aver trascorso con gioia il giorno di festa, durante il quale si è lasciata corteggiare da tanti giovani. Ella non sa quale profonda piaga ha aperto nel cuore del poeta, il quale deve amaramente constatare che la natura onnipotente lo ha destinato alla sofferenza: per lui non c’è neppure la speranza Per questo egli si chiede angosciosamente quanto tempo gli rimarrà ancora da vivere e getta un grido di dolore: ”O giorni orrendi in così verde etate!” Intanto ode di lontano il solitario canto dell’artigiano, che ritorna alla sua povera casa dopo i divertimenti della giornata festiva. Ciò fa pensare come tutto al mondo passa, e quasi ombra non lascia.

A SILVIA

Composto a pisa nel 1828 Grandi idilli La poesia ”A Silvia” di Giacomo Leopardi è stata scritta dal poeta di Recanati, ed è una poesia del ricordo (poesia non realistica, ma evocativa, mette in risalto il dato interiore).

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

Grandi idilli 1829 La quieta dopo la tempesta parla del paese di Recanati dopo la tempesta ovvero quando il sole ritorna a illuminare le case di campagna e come e famiglie si affrettano ad aprire i balconi e le terrazze che avevano chiuso per la pioggia, e di tutti gli animali e le carrozze ferme che riprendono la loro strada e tutte le persone continuano a fare il proprio lavoro bloccato dalla tempesta. Facendo rallegrare, così il cuore di tutte le persone facendo tornare la gioia di vivere. Facendo cosi capire che prima la vita era più calma silenziosa e piena di sapori antichi che facevano sognare È divisa in 3 strofe dove la 1 fa da introduzione ed è descrittiva raccontando del paesaggio dopo la tempesta, la 2 riflessiva, la quale è strutturata su 2 osservazioni la 1 il piacere dell’uomo dopo l’affanno della tempesta e la 2 dove la tempesta diventa metafora dei pericoli ben più vasti e straordinari che minacciano gli uomini. In questo componimento poetico, Leopardi sembra inoltre completamente discostarsi dal pessimismo cosmico che ricorre sempre all'interno delle sue liriche poetiche. Viene espressa la teoria del piacere e c'è la negazione del piacere come valore positivo presente nella vita dell'uomo: il piacere è l'assenza di dolore e al momento stesso non c'è, non esiste. La prima strofa è una descrizione quasi elementare e da l'impressione di una descrizione immediata diretta (odo, ecco da l'idea di qualcosa che avviene al momento), in realtà si tratta di una descrizione simbolica. Descrizione filtrata dalla rimembranza. Inizialmente viene descritto il paesaggio. L'artigiano si affaccia sull'uscio a osservare il cielo, le ragazze sono a raccogliere l'acqua piovana di corsa e il venditore ambulante di ortaggi torna con il suo carro a girare per le strade lanciando il suo grido. Ecco il sole che ritorna, che sorride (il sole viene umanizzato). Ricomincia l'attività all'interno del borgo, la descrizione della ripresa della vita gioiosa è caratterizzata da un ritmo veloce, rapido, allegro cantabile. 2 strofa: si rallegra ogni cuore. A questo punto si afferma il tema del piacere come temporanea cessazione del dolore, qui tutta la gioia, l'entusiasmo viene meno, quella che stiamo vivendo è illusione della felicità. Ebbe orrore della morte anche chi aveva disprezzato la vita. Ha ancora timore per cui le persone soffrendo per un lungo Toronto sudavano e palpitavano fredde e silenziose pallide vedendo le forze.Abbiamo un lungo periodo complesso con poche rime, con la presenza assoluta del linguaggio del vero. Esiste soltanto il linguaggio del vero, il linguaggio del vago e dell'indefinito manca. C'è un'apostrofe alla natura ironica (natura cortese, che non lo è affatto). Il dolore sorge spontaneo. L'uomo ritenersi se ogni tanto riesce ad avere un minimo piacere. Ti puoi definire abbastanza felice se ti è concesso prendere fiato dopo un qualche dolore. La vera beatitudine per gli uomini è la morte. Tuttavia, a questa descrizione idilliaca, segue un'amara riflessione, segnata da numerosi interrogativi nella seconda strofa, sul fatto che l'uomo gode di un piacere

derivante dal superamento di un pericolo, di un dolore o di una tempesta, appunto, e che questa è l'unica forma di godimento concessa all'uomo dalla natura. Si passa così dal caso particolare della tempesta alla condizione universale dell'uomo, riflessione che culminerà nell'ultima strofa dove, all'invettiva contro la natura, si accompagna l'affermazione dell'ineluttabile destino di infelicità dell’uomo. Nell'ultima strofa, viene espressa la teoria del piacere già anticipata nella strofa precedente: la natura è maligna, sparge mali e dolori tra gli uomini, che sono destinati ad essere infelici, e l'unico piacere che possono provare è quello che deriva dall'esser sfuggiti a un dolore. Il piacere non nasce dunque spontaneamente come il dolore, ma può essere soltanto una mera conseguenza di questo.

IL SABATO DEL VILLAGGIO

Composto a Recanati nel 1829 Questo idillo si può dividere in due parti: nella prima parte (dall’inizio fino al verso trentasette) si descrive il sabato in un villaggio; sabato è metafora di giovinezza e questa è l’età delle illusioni; nella seconda parte (dal verso trentotto fino alla fine) avviene una descrizione interiore, la descrizione della domenica; domenica è metafora di età adulta, l’età delle disillusioni. Nella prima parte sembra che il poeta abbia abbandonato il pessimismo, ma negli ultimi versi della seconda parte si nota che è racchiuso tutto il suo pessimismo. Nella poesia Il sabato del villaggio, il poeta ci vuole far capire che il sabato viene vissuto con felicità e gioia, perché si pensa che il giorno seguente è festa. La domenica viene vissuta con noia e tristezza perché già si pensa al giorno seguente e a ciò che ci aspetta, il lavoro. La prima parte riguarda un grande discorso metaforico. Serve innanzitutto per descrivere la sera del Sabato nel paese di Recanati. È un discorso metaforico perché questa descrizione del Sabato presenta delle immagini come quelle delle vecchie, delle donzelle, del contadino e del falegname. il Sabato è inteso come attesa della Domenica. Leopardi ci descrive un attesa festosa, gioiosa di un qualcosa che avverrà. Per lui non è un’attesa brutta, ma un’attesa ansiosa, in modo esasperato! Quello che Leopardi cerca di farci capire con la poesia del Sabato del Villaggio è che non si può vivere l’adolescenza soltanto nell’attesa di un qualcosa, perché si spreca quello che si ha tra le mani: il domani che attendi tanto, non potrebbe essere quello che ti aspetti. La poesia descrive la rappresentazione di una scena di vita paesana e mira ad illustrare un aspetto della teoria leopardiana del piacere secondo cui il desiderio non è presente ma è sempre proiettato al futuro. La poesia è strutturata in bozzetti e racconta di una donzelletta che torna a casa al tramonto con un mazzo di fiori per ornarsi per il seguente giorno di festa.

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA

rientrante nei “Grandi Idilli”.

L'universo viene descritto come una stanza, un locale immenso smisurato superbo. Negli ultimi 5 versi della strofa è espressa L'unica certezza: la vita è male. Quinta strofa: Il pastore nella quinta strofa invidia il suo gregge perché riesce a vivere la vita attimo per attimo. Dice che il gregge è beato perché non c'è la consapevolezza del dolore. La noia è quella mancanza di stimoli, di sensazioni. Dice che il gregge non prova noia. E dice che tranquillo il gregge si riposa all'ombra e così senza dolore e pensieri affronta l'anno. Il pastore si riposa anch'esso all'ombra, ma ha un fastidio che non gli permette di trascorre in assenza di dolore la vita. Non manca nulla al poeta eppure non è soddisfatto. Il pastore non sa dire quanto il suo gregge provi piaceri e come, ma il pastore lo invidia. Anche il gregge come la Luna non da risposte al pastore. L'interlocutore del poeta diventa il gregge. Il tema centrale è la noia. La vita è un pendolo tra noia e dolore. L’uomo prova piacere, secondo Leopardi, solo negli intervalli. Leopardi paragona la noia degli uomini alla condizione degli animali: ritiene essi fortunati, in quanto sono privi di ragione. Settima strofa: “forse” (v.133), se si potesse nascere in una condizione diversa da quella umana, si potrebbe vivere felici (tema della speranza) Sesta strofa: Nella sesta strofa per un attimo il poeta pensa che la felicità sia solo degli uccelli perché vola e quindi fisicamente è staccato dalla terra. Subito a questa intuizione subentra l'idea che comunque non è concessa a nessuno sulla terra la felicità. La vita sofferenza per qualsiasi forma di vita. Il giorno della nascita è un giorno funesto per tutti. Il pastore cerca di instaurare un dialogo con la Luna ma essa è silenziosa, c’è il paragone tra Luna e pastore che sono entrambi erranti e il pastore vuole conoscere il senso della vita. Sparisce la poesia della rimembranza, è un paesaggio remoto, lontano. In questo componimento Leopardi affronta importanti temi filosofici con un linguaggio più chiaro più esplicito che non troviamo nelle altre poesie di questo periodo. Lo spunto per la stesura di questo canto gli deriva dalla lettura di un articolo su un giornale dei sapienti. In questo articolo diceva di aver visto questi pastori dell'Asia osservare la luna e cantare questi canti tristissimi. Il protagonista centrale del canto è un pastore che contempla la luna, le stelle e il cielo e contempla delle domande sull'esistenza dell'uomo (chi siamo, da dove veniamo). Pone delle domande alla luna per le quali non riceve risposta. È la rappresentazione più alta del pessimismo cosmico in versi. L'ignoranza, la semplicità del pastore costituiscono la verità: l'uomo è il pastore. La ragione aiuta l'uomo a prendere coscienza del vero, però nemmeno la ragione è in grado di spiegare il perché, di dare delle risposte, di far comprendere all'uomo il mistero della vita. Anche il pastore nella sua ingenuità pur non avendone consapevolezza percepisce il dolore della vita dell'uomo: non capisce con delle domande, ma ha l'intuizione dell'infelicità. È il tema centrale di questo canto.

A SE STESSO

Ciclo di Aspasia 1835 Si afferma un tono nuovo, più energico ed eroico, di ribellione contro il potere del male.Tutta la poesia è una sorta di colloquio tra il poeta e il proprio animo. Nel canto si manifesta la disillusione dopo la fine dell’amore per Fanny. Da ciò deriva un invito a non illudersi più, ad abbandonare per sempre l’illusione che esista qualcosa nella realtà che sia degno di amore. Il poeta smetterà di amare: è morta l’ ultima illusione che lui aveva creduto eterna. Nel genere umano le illusioni e la speranza sono finite. Ora il suo animo si calma e capisce che il fato non ha concesso altro che la morte. Si dispera un’ultima volta e disprezza se stesso, la natura, il potere ascoso del male e l’infinita inutilità di tutto. Leopardi raggiunge il punto estremo della sua negatività; la negatività dell'esperienza biografica, la delusione amorosa, ispira questi sedici versi di estremo pessimismo. Leopardi condensa tutta la sua desolazione (dovuta alle sfortunate vicende biografiche e amorose), raggiungendo il punto più intenso della sua negatività. Il poeta, infatti, è inevitabilmente condannato alla sofferenza, siccome ha visto perire «l'inganno estremo» (v. 2), ovvero l'illusione più grande che l'uomo possa mai coltivare, e che egli riteneva eterna: si tratta dell’amore. È per questo motivo che il poeta, straziato da un dolore aspro e pungente, si rivolge al suo cuore che, tramontate le illusioni, la speranza, persino il desiderio, non può che «posa[re] per sempre» (v. 6) così da concedere spazio alla razionalità, l'unica facoltà in grado di restituirgli la dignità. Finalmente congedatosi dalle illusioni, Leopardi diviene consapevole della «vanità del tutto» e assume un orgoglioso atteggiamento di lotta contro il mondo e le sue avversità. Nei versi di A se stesso , infatti, risuona una forte tensione eroica ben diversa dal titanismo delle canzoni filosofiche: in questo componimento, al contrario, rileviamo un eroismo lucido, rassegnato, che non si traduce più in un'aspra protesta bensì accetta senza reagire la crudeltà del mondo, risolvendosi in un rifiuto totale e assoluto. Nonostante questa tragica delusione, Leopardi trova ancora la forza e il coraggio di attaccare la Natura, entità malvagia del tutto insensibile alla felicità e ai bisogni dei viventi. Oltre ad invocare la morte la Natura, da insensibile, diventa perciò una vera e propria divinità malvagia, che non lascia scampo e contro cui si scagliano le maledizioni del poeta.

DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE

Operette morali Dialogo della natura e di un islandese" affronta il tema nodale della natura. Leopardi attraverso la personificazione della natura focalizza l'attenzione sulla

-La natura risponde affermando che “ la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione ”. Unico suo compito è di garantire l’eternità di questo processo di vita e di morte dove morte e patimento sono necessari alla conservazione del mondo e gli uomini e le creature tutte sono puri strumenti. (Concezione meccanicistica dell’universo) -L’Islandese rivolge l’ultima domanda alla Natura chiedendole a chi giovi tutto questo. Questa domanda rimane in sospeso ed il racconto giunge ad una conclusione grottesca, quasi un ultimo sfregio da parte della Natura: due leoni, malconci e affamati, sbranano l’Islandese. Ciò permetterà ai leoni di poter sopravvivere ancora per un solo giorno, rivelando l’assurdità della loro ferocia. In alternativa viene prospettata un’altra versione dei fatti, non meno amaramente irridente rispetto alla prima, in cui l’Islandese travolto dal vento muore sotto la sabbia, ed in seguito si trasforma in una mummia. La scelta di Leopardi di un islandese quale protagonista del dialogo si basa su due ragioni:

  1. Leopardi sceglie un irlandese come protagonista perché la terra da cui proviene, l’Islanda, rappresenta l’incarnazione di una delle idee del pessimismo storico, essendo il territorio più lontano dalla zona geologica originale dell’uomo, territorio dalle difficili condizioni naturali in cui gli abitanti sono costantemente minacciati sia dal gelo che dai vulcani.
  2. Leopardi non sceglie un personaggio importante (un filosofo, un artista, uno scienziato), come accade in altre operette, ma preferisce un protagonista comune, un uomo definito solo attraverso la propria nazionalità (l’Islanda) perché rappresenta un punto di vista obiettivo, basato sulla verità dell’esperienza diretta. Questo approccio serve inoltre a dare più rilevanza alle conclusioni filosofiche del finale che appaiono come la conseguenza necessaria delle esperienze narrate nel corso del dialogo. È la tecnica simile a quella cui ricorre in seguito Leopardi nel “ Cantico notturno di un pastore errante dell’Asia ”, dove affiderà al punto di vista spontaneo e diretto del pastore le domande relative al significato dell’esistenza. L’Islandese è un personaggio curioso e stravagante, uomo di vasta cultura (come si deduce dai molti riferimenti a filosofi, letterati e scienziati) ma anche ingenuo. In lui si ravvisa una proiezione del poeta Leopardi che, come l’Islandese che proviene dai margini estremi della civiltà, si sente lontano dalle idee e dalle professioni di fede del suo secolo. La natura è una figura antropomorfica, un’entità reale, viva, rappresentata nell’atteggiamento di un idolo. E’ a metà tra mitologia e immaginazione. Emerge la visione materialista e meccanicistica della natura.

DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN

PASSEGGERE

Operette morali Il tono di questo dialogo è diverso da quello sarcastico e amaro di tante Operette: le considerazioni sulla irrimediabile infelicità umana sono pacate, quasi serene. Al venditore di calendari che gli offre la sua merce, un passante chiede se egli preveda un anno più lieto di quello che sta per finire. La risposta è affermativa; ma a una nuova domanda “a quale degli anni che avete vissuti vorreste che somigliasse questo nuovo?” l’altro si smarrisce e, alla fine, deve ammetter che, dovendo rivivere esperienze identiche a quelle che ha vissuto, non vorrebbe ritornare indietro negli anni. Il carico dei dolori e delle disillusioni che tocca a ognuno di noi è assai più gravoso di quello delle gioie. Conclusione: la vita futura è attraente, perché ce la fingiamo lieta con l’immaginazione. In questo dialogo un passeggere ed un venditore di almanacchi affrontano il problema di come l’uomo si mostra sempre più scontento degli anni passati. Viene invece evidenziata dal venditore la speranza che l’anno venturo non somigli assolutamente ad uno appena trascorso. Emerge così il tema del desiderio di una vita migliore, che viene interamente riposto in un futuro sconosciuto, e di una felicità che però non avrà mai posto nell’esistenza umana. La conversazione si svolge tra un viandante e un venditore di almanacchi. Il primo rappresenta il filosofo, colui che si pone degli interrogativi e medita sulla natura dell’uomo, mentre il venditore simboleggia l’uomo comune, cioè colui che ignora la reale sostanza delle cose. Il venditore, infatti, si limita a rispondere alle domande del viandante, il quale, proprio come il filosofo, pone degli interrogativi e guida l’uomo comune a giungere a delle conclusioni. Leopardi si identifica con il passeggere, poiché, proprio come lui, non accetta passivamente la realtà delle cose, ma cerca di rendersi consapevole della propria condizione di infelicità. L’opera analizza uno dei temi più importanti della filosofia leopardiana: la ricerca del piacere. Secondo il poeta l’uomo non può raggiungerlo in quanto egli non ricerca un piacere, bensì il piacere: l’infinito che non può essere conquistato. Di conseguenza, secondo Leopardi la felicità è una mera illusione, un inganno mediante il quale l’uomo cerca di sottrarsi alla sua reale condizione di infelicità. La positività della vita non consiste dunque nella felicità, che è preclusa all’uomo, ma nelle illusioni volte al futuro (la speranza) e in quelle rivolte al passato (rimembranza), poiché la felicità non è realizzabile, ma ricordando il passato l’uomo si illude di essere stato felice e di aver quindi conquistato l’infinito: il piacere. Tuttavia, come emerge in quest’operetta morale, l’uomo non vorrebbe che la propria vita si ripetesse così come l’ha vissuta e questo è un inequivocabile segno della negatività dell’esistenza e dell’ineluttabilità del dolore. Il passeggere giunge alla conclusione che la felicità non si trova nella vita passata, ma in quella futura, poiché la felicità consiste nell’attesa di qualcosa che non si conosce: nella speranza di un futuro diverso e migliore del passato.