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Ho sbobinato le lezioni 1-5 di Psicometria della prof. Elisa Pedroli, suddivise per paragrafi.
Tipologia: Sbobinature
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Il problema della misura in psicologia Nel volume Measurement in Psychology: A Critical History of a Methodological Concept, Michell (1999) argomenta che la misurazione in psicologia è fallita perché gli psicologi, invece di usare il concetto di misura comune a tutte le scienze, ne hanno inventato uno ad hoc. In questo modo, sono stati del tutto dimenticati i due fattori fondamentali di un processo di misura: -che lo specifico tratto o variabile in esame sia quantificabile -che esista una misura di questo tratto tale che i numeri che la contraddistinguono siano un'effettiva espressione della varietà del carattere, e che non esiste una relazione tra il tratto e il relativo sistema numerico. Secondo Michell, la psicologia rimarrà una pseudoscienza fintanto che si limiterà a collegare i numeri agli eventi solo sulla base di convenzioni formali come quella dei livelli di scala di Stevens. Ernst Rutherford, Nobel per la chimica nel 1908, sosteneva provocatoriamente che quando per capire i risultati di un esperimento c‘è bisogno delle statistiche, allora bisognerebbe progettare un esperimento migliore (Wise, 1995). La misurazione fondamentale Una misura si dice fondamentale quando consente di compiere le operazioni di addizione e sottrazione. Addizione e sottrazione implicano una concatenazione degli oggetti misurati e quindi la concettualizzazione di un’unità di misura. Inoltre, affinché ci possa essere una misura è necessario un sistema di riferimento almeno bidimensionale, ad esempio:
La prima misura esposta (dilatazione pupillare) è rappresentata in millimetri e abbiamo un sistema di riferimento che fa corrispondere all’unità (1 millimetro) una quantità ben definita, facilmente convertibile, ma soprattutto osservabile. In questo caso dunque facciamo riferimento al sistema metrico decimale ed esprimiamo le nostre quantità in millimetri. Il problema delle misure psicologiche non è dunque la misurazione di per sé, piuttosto il sistema di riferimento. La seconda misura esposta (ottimismo espresso da 0 a 100) è rappresentata in una qualche unità non universalmente definita. Tutti comprendiamo il significato di un valore tra 0 a 100, ma senza un qualche tipo di riferimento non abbiamo un’idea del significato del valore ottenuto. Ci serve dunque un chiaro sistema di riferimento ad una popolazione specifica in uno specifico tempo e luogo: infatti variando la posizione geografica o il periodo storico, il nostro costrutto (ottimismo) potrebbe subire variazioni significative. Un semplice esempio di riferimento per la nostra scala di ottimismo per i valori ottenuti sulla scala ottimismo i valori possono essere: -0 ≤ «ottimismo» < 40 individuo pessimista {si legge: valore di ottimismo tra zero (incluso) e 40 (non incluso)}; -40 ≤ «ottimismo» < 70 individuo realista {si legge: valore di ottimismo tra 40 (incluso) e 70 (non incluso)}; -70 ≤ «ottimismo» ≤ 100 individuo ottimista {si legge: valore di ottimismo tra 70 (incluso) e 100}. Dando dei valori di riferimento, forniamo un’idea precisa di un punteggio che rappresenta una certa tipologia di individuo (ottimista, pessimista o realista). Tuttavia questi valori non possono essere arbitrariamente stabiliti dal ricercatore sulla base del senso comune. Sarà di fatto necessario riferire le caratteristiche summenzionate alla nostra popolazione di riferimento (nello spazio e nel tempo) e sarà anche necessario confrontare questa misura con altre misure già utilizzate per lo stesso costrutto (altri questionari sull’ottimismo).