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sintesi del testo di linguistica generale
Tipologia: Sintesi del corso
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Linguistica Generale 20.09. Modulo B(iondi):
La grammaticalizzazione è un mutamento di entità che prevede, nei vari stadi, una progressiva
affermazione di un significato grammaticale, di un valore, a carico di unità linguistiche che negli stadi
antecedenti hanno un minor grado di grammaticalità (perdita del contenuto lessicale). Quindi immaginiamo
un’opposizione (graduata) da una parte di entità linguistiche con una pienezza di contenuto lessicale (quindi
non grammaticale, ma concettuale) e dall’altra, all’opposto e grazie alla grammaticalizzazione, entità che
non hanno più contenuto lessicale e che hanno sostituito l’integrità di contenuto lessicale con un contenuto
grammaticale (cioè un contenuto funzionale, in termini di relazioni morfo-sintattiche).
OPPOSIZIONE TRA PAROLE PIENA (LESSEMA), che abbiano un contenuto lessicale oggettivo
referenziale pieno, nel senso di una condizione di piena autonomia d’occorrenza (es. un nome, un verbo,
ecc.., che hanno un’autonomia di occorrenza che garantisce loro la pienezza di un contenuto lessicale
oggettivo che rinvia ad una realtà esterna. La parola tavolo rinvia al “TAVOLO” oggetto) e PAROLE CHE
NON HANNO UN CONTENUTO REFERENZIALE (come ad es. una desinenza flessiva), che non
rinviano al mondo esterno ma alle regole di un sistema linguistico, nel quale quell’unità flessionale si
collocherà (si tratta di relazioni che determinano una forma flessa e ne specificano la funzione, quindi i
valori morfosintattici, rispetto ad altre forme).
GRAMMATICALE vanno considerati i due estremi. Va tenuto presente però che non è detto
necessariamente che la grammaticalizzazione parta da un elemento lessicale pieno e arrivi ad un elemento
flessionale. Esiste un continuum graduale, degli stadi intermedi. Progressiva perdita di contenuto lessicale
per ottenere entità grammaticali o quantomeno più grammaticali da quella di partenza.
RICORDA: in linguistica si è sentita l’esigenza di considerare che la polarità non è una polarità che ha in mezzo un vuoto, bensì una polarità che è un continuum, un gradiente, una scala di possibilità e
che non è detto che tutte si realizzino. Difatti una forma che si grammaticalizza non necessariamente
passa dal polo lessicale a quello grammaticale senza conoscere degli stadi intermedi, come non è
detto che si arrivi al polo flessivo (cioè grammaticale). Es. se pensiamo al morfema derivazionale
che in italiano (ma anche nelle altre lingue romanze) forma gli avverbi di modo a partire da basi
aggettivali ( chiaro >chiaramente ; dolce > dolcemente ), -mente è il morfema flessivo, un formante
derivazionale di avverbi a partire da basi aggettivali ed è così per l’italiano, il francese, il portoghese,
ecc…Ma se in italiano “- mente” è succedaneo ad un’entità linguistica del latino che era di diversa
natura (ossia un nome in uno specifico sintagma, nominale appunto, il cui argomento era un aggettivo
quindi alla TESTA, secondo l’ordine nome – oggetto – verbo, SOV; quindi in questo caso “mente”
era una parola piena, con una sua integrità lessicale.
N.B.: il processo di grammaticalizzazione, quindi il processo di mutamento non può prescindere dai
parlanti, né dalla che hanno percezione della lingua (per es. il parlante nel passaggio dal latino alle
lingue romanze ha perso questa consapevolezza di “mente” e dell’ordine SOV. Il mutamento ha fatto
si che venisse meno nel parlante la percezione di “mente” come TESTA, a favore di una collocazione
dell’oggetto a sinistra. Trasformazione di “mente” portatore di un significato stabile a fronte della
variabilità dell’aggettivo, perdendo ulteriormente la consapevolezza lessicale di “mente che a quel
punto diventava un costituente di una struttura lessicale più complessa, di una struttura sintattica
derivata (incrementando la struttura della morfologia di una lingua.
Si tratta di un morfema derivazionale, dipendente da un’entità lessicale piena.
-mente, nello specifico, è un AFFISSSO DERIVAZIONALE. (prefissazione, suffissazione, in
fissazione, sono le strategie per l’AFFISSAZIONE DERIVAZIONALE).
Sono MORFEMI LEGATI, portatori di un significato grammaticale.
Inoltre il processo di grammaticalizzazione tiene conto della temporalità (operare in diacronia).
ANTOINE MEILLET (1866-1936) → ha osservato i fenomeni di mutamento morfologico.
È un linguista (allievo di Michel Bréal e Ferdinand de Sassure) a cui dobbiamo il fatto di aver compiuto
un’operazione metalinguistica, con delle analisi e descrizioni. Secondo Meillet, le cause del mutamento
morfologico delle lingue sono la grammaticalizzazione e l’analogia.
Dove e quando?
Meillet, Antoine, L'évolution des formes grammaticales ( Scientia , Parigi 1912): " Ces deux
procédés, l’innovation analogiques et l’attribution du caractère grammatical à un mot jadis autonome,
sont les seuls par les quels se constituent des formes grammaticales nouvelles”l'analogie: français:
nous finissons, vous finissez, nous lisons, vous lisez, l’enfat qui apprend à parler est conduit à former vous disez…
Il caso del costrutto negazione discontinua ne…pas in francese (es. il francese ha il “pas” usato sia
nel costrutto negazionale (“je ne mange pas”) sia come lessema. È un altro esempio di
grammaticalizzazione.
ANALOGIA : processo che consiste nel creare una forma su esempio di un’altra. E’ un fenomeno
psicologico che estende una forma che prevede determinate regole ad un’altra che ne presenta altre (facendo
questa fenomeno d’associazione analogica, si commettono degli errori analogici). Il parlante applica una
La categorizzazione linguistica e metalinguistica ci presenta spesso delle categorie che non sono discrete.
Unità B(iondi):
Meillet (1921) Il valore del contributo di Meillet sta anche nell’aver guardato ad un fenomeno che egli inserisce in una cornice più ampia di come la morfologia possa mutare nel mondo delle lingue. Due cause che sono fenomeni universalmente presenti nelle lingue del mondo che spiegano come le lingue del mondo incrementano e sostituiscano le forme morfologiche mutando il loro stesso aspetto. In questa considerazione generale egli è in grado di riconoscere una distinzione funzionale tra i due fenomeni, poiché diversa è la funzionalità dei due fenomeni (ANALOGIA E GRAMMATICALIZZAZIONE). Meillet dopo aver riconosciuto l’universalità dei due fenomeni, ci dice che mentre l’analogia può rinnovare il dettaglio delle forme (crea nuove forme che consolidano regole già esistenti) ma lascia intatto il paino d’insieme esistente, la grammaticalizzazione crea forme nuove, introduce delle nuove categorie e trasforma l’insieme del sistema. Questo tipo di innovazioni risultano dall’uso che viene fatto della lingua, è una conseguenza naturale ed immediata. Analogia e grammaticalizzazione creano mutamenti morfologici ma vanno dunque in direzioni diverse. La grammaticalizzazione dunque non rinnova il dettaglio delle forme ma semmai crea nuove forme grammaticali, nuova morfologia (es: il numerale UNO con la grammaticalizzazione diventa un articolo indeterminativo). Esprime ancora di più un effetto di rinnovamento del sistema. La prospettiva di Meillet va in direzione diacronica.
La grammaticalizzazione coglie gli elementi del sistema linguistico trasformandoli, egli distingue tra parole principali (mots principaux) e parole accessoriate (mots accessoires). La grammaticalizzazione attiene alla parola accessoria, ma ci fa capire anche che una parola principale può diventare accessoria (es. lesseu + infinito). Il bisogno espressivo del parlante è all’origine di una fenomenologia come la grammaticalizzazione che nasce per un intento compensatorio di funzioni e dunque di espressioni.
L’indebolimento semantico e della forma (significante) delle parole accessorie vanno di pari passo, quando sia l’uno che l’altro fenomeno sono avanzati il significato della parola accessoria assume valori grammaticali di fatto la grammaticalizzazione è compiuta. Inoltre bisogna ricordare che la grammaticalizzazione ha un inizio preciso solo se nasce in casi specifici. (es. la negazione in francese “ne pas”).
Questo fenomeno scoperto da Meillet ha costituito un modello di riferimento per molti studiosi fino agli anni ’70. Per esempio Jerzy Kurylowicz con la sua definizione di grammaticalizzazione.
03.10. Unità A:
Il segno modulare è tipico delle lingue flessive. Nella storia della linguistica ha inizio nel momento in cui la linguistica si è affermata come scienza autonoma, autonoma perché la riflessione metalinguistica si colloca in diversi periodi e ambiti disciplinari, la riflessione sulla lingua è stata tipica dei grammatici, filologi, filosofi, per questo si è sentito il bisogno di affermare l’esistenza di una scienza autonoma. Nei primi decenni dell’800 abbiamo le prime carte (a Berlino) grazie ad Humbolt. La storia della linguistica inizialmente si identifica con quella della linguistica storica comparativa riferita allo studio del ramo indoeuropeo. Attraverso l’affermazione di un metodo, che serviva allora per affermare la scientificità di un settore di studi, e che si presentava come metodo storico-comparativo. In quel contesto epistemologico, il metodo storico-comparativo era l’elemento in grado di garantire la scientificità di questa nuova scienza. Al tempo di Bopp si usava il termine “metodo critico” che nasceva dalla possibilità di vedere che applicando un criterio oggettivo di analisi si poteva comparare delle lingue e trovare punti in comune. Così nasce la linguistica. Ci si accorge che c’è la possibilità di rendere critico quel metodo che permette di scoprire che comparare le lingue tra loro si trovano caratteristiche diverse e caratteristiche uguali (assenza o presenza di certi tratti: famiglia tipologica, universali assoluti, universali internazionali), mettono in
evidenza delle restrizioni o come certe situazioni sincroniche possano costituire condizioni necessarie per un mutamento. L’obiettivo dell’indagine comparativa è ottenere classificazioni tipologiche. Esiste un metodo che ci consente di dire che la ragione della presenza delle stesse caratteristiche è una ragione di tipo storico. Se trovo tratti comuni in lingue diverse si spiega perché queste lingue si trovavano in territori contigui. Riusciamo a capire che l’unica ragione è una regione storica e da qui si arriva al metodo comparativo. Come si individuano certe corrispondenze? Ci si arriva riconoscendo dei mutamenti fonetici, che mi rendono ragione della diversità documentata, ma che mi rimandano ad un minimo denominatore comune. Questo metodo storico-comparativo consentiva di affermare l’esistenza di una scienza autonoma e di una scienza storica, ed usavano il termine tedesco “Historische”. Storico legato soprattutto all’aspetto filosofico, senza che questo rappresentasse un divorzio, perché anche lo studio delle lingue si muoveva nel corso dell’idea che era quella di ricostruire la storia dello spirito umano. Le lingue presentavano, soprattutto il greco, il sanscrito, le lingue germaniche, una parola che è costituita da un segno modulare. Abbiamo la possibilità di individuare la parte finale di questa parola (desinenza) e poi la parte iniziale (radice). La struttura della parola ha favorito l’uso di questo metodo che ha portato all’ide poi di famiglia linguistica. Ha consentito di trovare dei minimi denominatori comuni che può riguardare anche solo una parte. La storia della nozione di “radice” ci porta a due ambiti culturali, uno è quello identificabile con le riflessioni metalinguistiche dei grammatici, con la possibilità di individuare radici, morfemi flessivi ecc. L’altro ambito è quello della traduzione.
Unità B(iondi):
Il primo mutamento rispetto alle direttive di Meillet è il fatto che la dimensione del mutamento inerente alla grammaticalizzazione non coglie solo mutamenti strutturali, ma anche quelli sul piano semantico e pragmatico-discorsivo. La grammaticalizzazione ha una rilevanza sul piano strutturale (organizzazione formale delle lingue), inoltre viene considerata una mutazione che coinvolge anche la semanticità e la dimensione pragmatico-discorsiva, nel momento in cui la grammaticalizzazione inizi in particolari situazioni e ne determinano la possibilità di realizzarsi. Si può suppore come quello che è un cambio di forma (morfologica, sintattica, fonetica) possa diventare o prestarsi a diventare un cambio di significato (semantica), o cambio d’uso. Nella prospettiva di Meillet la grammaticalizzazione era stata proposta come fenomeno diacronico (ha bisogno della dimensione tempo per realizzarsi), ciò non viene negato negli studi più recenti, però da un lato porta all’attenzione una distinzione in fase del fenomeno della grammaticalizzazione manifesta, allo stesso modo in realtà si accompagna ciò che è rilevante diacronicamente, stadio per stadio. Cioè se si può proporre una sequenza di fasi del processo, questa hanno bisogno della dimensione tempo, ma ci permettono di osservare uno stadio di lingua e in sincronia ci mostra un continuum. Sono tendenzialmente 4 le fasi che gli studiosi attribuiscono alla grammaticalizzazione nel suo procedere in diacronia. Se diacronica è la cornice in cui queste fasi vengono poste è anche vero che sincronicamente noi vediamo il coesistere di più livelli di compimento. Queste 4 fasi sono correlate e interrelate, una precede l’altra e danno luogo alle fasi successive, ma è vero che ognuna di queste fasi che costituisce un momento fondante, è di fatto osservabile autonomamente. La grammaticalizzazione può costituirsi come fenomeno autonomo, ma è anche vero che queste fasi sono a sua volta indipendenti. Le quattro fasi sono:
L’erosione fonetica è di tutte e quattro le fasi quella che potrebbe anche non arrivare, non è necessaria.
La parola morfologica= unità di analisi propria della morfologia, in particolare a quella che è l’unità massima dell’indagine morfologica. Nozione di parola grammaticale che ci porta all’idea dell’esistenza della parola. La parola morfologica (o grammaticale, unità massima) va distinta dal morfema (unità minima dell’indagine morfologica). La prima cosa che bisogna ricordare è che queste nozioni si pongono sul piano qualitativo e non quantitativo. Per esempio quando ci interroghiamo sul significato di morfema pensiamo al caso più comune che è quella dell’articolazione (un sistema di segni come la lingua funziona combinando elementi di livello inferiore con elementi di livello superiore) delle lingue. In molti casi una parola è costituita da un unico morfema ma può essere costituita anche da un’unità di seconda articolazione che diventano di prima articolazione (esempio le lingue isolanti che sono lingue tonali). Spesso ci si rende conto che possiamo individuare non solo il morfema che in base alle nostre classificazioni possiamo definire mono-morfema, ma si possono individuare altre articolazioni. Anche il tono è un morfema che ha un contenuto e una espressione fonica. Perché ha un’espressione fonica? Perché le unità foniche non sono solo le consonanti e le vocali, ma esistono unità foniche (prosodiche o soprasegmentali) unità concomitanti e che ci consentono di dire che forse non posso dire che è una parola mono-morfematica ma i morfemi sono due.
Ci sono dei tentativi di indicare dei criteri per la definizione della parola morfologica (o grammaticale), un criterio è quello della Coesione. la necessità di individuare criteri testimonia il fatto che l’esistenza della parola morfologica è stato motivo di discussioni e dunque la necessita di difendere la nozione di parola morfologica. (=La parola sarebbe sequenza di elementi a cui non possono essere inseriti altri nel mezzo) esempio: se dico fidanzato posso aggiungere “ex-fidanzato”, “fidanzat-ino” posso aggiungere qualcosa sia prima che dopo la parola.
il verbo avere può autonomamente attribuire una relazione grammaticale di soggetto e questo comporta anche la possibilità che il soggetto… la correferenzialità altra condizione: il participio perfetto del latino manifesta concordanza con il soggetto diretto.
Quanto si nota dall’analisi del documento del latino è che in origine la selezione sul participio perfetto passivo è una selezione di natura semantico razionale perché è forma flessa di un verbo telico che esprime un’azione, che ha un fine, un momento conclusivo. Un punto di terminazione che se viene associato al verbo un oggetto diretto fa si che si abbia un verbo telico e risultativo. Il verbo “avere” comincia a perdere quel significato di possesso, perde la condizione di restrizione di combinarsi con verbi telici e risultativi. Le restrizioni selettive vengono a perdersi determinando quella fase che è l’estensione contestuale
Bologna 24.10.
Parola morfologica può essere una parola semplice ma anche una parola complessa, nascono dai processi di formazione della parola. I criteri che si trovano abitualmente nei manuali che vogliono far riflettere sulla nozione di Parola, ci troviamo di fronte a criteri che sono suggeriti anche dal tipo linguistico che si ha di fronte, i criteri che si citano di solito sono facilmente esemplificabili se si pensa ad esempio all’italiano. Un segno fisso prototipico è quello delle lingue isolanti. Il criterio della coesione è chiamato in causa per esempio in italiano prendo in considerazione che la coesione dell’unità morfologica non può essere interrotta da altri elementi (suffissazione a sinistra o a destra). Se prendiamo una lingua flessiva (indoeuropea antica) vediamo che fenomeni come la suffissazione sono possibili, ad esempio esistono opposizioni tra un tema verbale con infisso nasale e uno senza infisso nasale. Altri criteri chiamati in causa quando si cerca di definire la parola morfologica, il criterio della pausabilità in questo senso una parola è una sequenza di elementi linguistici preceduta o seguita ma non interrotta da una pausa. È un aspetto che si incontra sia quando si parla della parola grafica che fonologica, questo aspetto si ha negli spazi nelle grafie, parlando della parola fonologica in questo caso la grafia corrente spesso separa
due elementi che possono costituire una parola fonologica, cosa che invece non ha una rispondenza nella realtà fonica, non si fa pausa. Il criterio della pausabilità in questo caso ci porta a far coincidere la parola morfologica con quella fonologica. Se faccio riferimento a questo criterio riconosco un sintagma. Il criterio della mobilità, secondo cui si definisce come parola ogni sequenza di elementi che ricorrono in un ordine fisso e che quando si spostano lo fanno in blocco. Esempio: Questa pizza è immangiabile -> è proprio immangiabile questa pizza Immangiabile è un derivato, composto formato dal prefisso negativo in , se io devo spostare questo sintagma lo sposto in blocco. Il caso di un sintagma preposizionale che non abbiamo avuto difficoltà a definire parola fonologica, ci può creare qualche problema con il criterio della coesione. Voglio studiare in pace (se sposto gli elementi posso dire) in pace voglio studiare (sposto in blocco la parola fonologica). Ma si potrebbe dire Oggi voglio studiare invera pace? Qualche volta un sintagma può essere spezzato da un aggettivo, ma in questo caso se abbiamo anche fare con la mobilità abbiamo uno spostamento in blocco. Esempio (in italiano) sui composti: quali tipi di composti con in conosciamo? Abbiamo soprattutto in come prefisso negativo inesperto (funzione di prefisso negativo).
Classificazione dei composti:
Se interpreto cassapanca come unione di due teste, chiamano in causa il termine testa (elemento che assegna la classe) se penso a capostazione la parola che classifica il termine sta all’interno del composto (c’è la parola che assegna la classe).
Cassapanca composto dell’italiano, volendo offrire un’interpretazione alternativa, perché non c’è venuto in mente di dire è una cassa che funziona da panca? La risposta sta nel tipo dell’italiano che tendenzialmente mette il determinante a destra, tanto è vero che se io penso al composto come ferrovia, una via di ferro, sembra contraddire questo principio perché in realtà ferrovia non nasce come parola italiana, ma è un calco dalla parola tedesca, dunque si mantiene l’ordine degli elementi. In italiano il prefisso negativo in è molto produttivo, in erme il prefisso è negativo ma il composto è diverso, è un composto latino, in italiano dovrebbe essere inarmato. Si tratta appunto di composti latini. Un composto in italiano capinera o pettirosso, hanno funzione aggettivale che poi arrivano a designare dei tipi di uccelli. Capinera sembra simile a campo fiorito, primo elemento nominale e secondo aggettivale ma non posso definirlo determinativo perché capinera non indica un capo che è nera ma un referente che ha come caratteristica la testa nera (pettirosso il petto rosso). Si tratta di un composto possessivi. Tutti i composti possessivi sono composti definibili esocentrici per natura, ma se ci sforziamo di esercitare la nostra capacità di osservazione e ci poniamo sul piano morfologico, se osserviamo un composto esocentrico possessivo ci accorgiamo di un fatto interessante. Chi conosce il greco antico o il latino se ne accorge immediatamente. Esempio: chi deve tradurre dal greco, spesso si trova in difficoltà, per esempio nei poemi omerici se voglio dire che l’aurora ha le dita di rosa, se parlo in italiano quest’ultimo non conosce questo tipo di frase. Il greco “dalle dita di rosa” in italiano si ha un composto possessivo “dalle dita di rosa” o “che ha le dita di rosa”. Dal punto di vista dell’analisi morfologica rododaktulos (greco) è composto da due parole rodo(aggettivo)+ daktulos (nome).
Nel primo ho un evento che è colto, visto, nel suo svolgersi (questa è una dimensione imperfettiva) diverso dal punto di vista perfettivo che ho nella seconda, non visualizzo l’azione nel suo scorrere ma nella sua globalità. La scelta del punto di vista aspettuale permette la possibilità di fare riferimento e fissare relazioni ulteriori con altre situazioni. Ma non succede sempre, se dico quel pomeriggio Maria andava a casa, quando incontrò marco. Quindi qui Maria andava a casa fa da sfondo (questo è permesso dalla perfettiva, l’imperfettiva non ci da la possibilità di legare altre situazioni). Quando dico aspetto faccio distinzioni di visualizzazioni fondamentali, è indipendente da ogni posizione cronologica, tratto delle valenze semantiche dei tempi verbali m nel loro porsi diverso rispetto alla diversa visualizzazione. Conry per quanto riguarda l’aspetto dice che la distinzione tra “perfettivo e imperfettivo” si coglie in… la perfettiva: considera un evento globalmente, senza riferimento alcuno alle diverse fasi della struttura interna, chiuso rispetto all’intervallo di tempo, lo considera compiuto, il culmine finale e conclusivo. Nell’imperfettivo visualizzo un evento dall’interno con riferimento ad un intervallo aperto e che potrebbe essere interrotto in un qualunque momento successivo rispetto a quello che focalizzo.
Quel pomeriggio Maria andava a casa (visualizzazione imperfettiva) quando incontrò Marco. Non ci dice quello che succede dopo. La visualizzazione imperfettiva coglie si un momento ma di una progressione di cui focalizza l’attenzione, ne coglie uno step, ma lascia indeterminato il limite finale e soprattutto non si preoccupa del limite finale se avvenga o meno. È una considerazione dell’evento che esclude il finale, che lascia aperto l’intervallo temporale e si focalizza su uno step del percorso senza preoccuparsi di ciò che potrebbe succedere dopo.
Imperfettivo. In italiano dovremmo vedere la distinzione tra dimensione progressiva, continua e abituale, tutte e tre le valenze dell’imperfettività possono essere denotate attraverso l’uso dell’imperfetto e delle perifrasi. Dimensione progressiva: si ha quando il verbo indica un processo in corso di svolgimento, un processo però colto in un momento, in dato e singolo momento temporale. Il verbo cioè focalizza l’istante di un processo che è aperto e che è indeterminato rispetto alla sua eventuale prosecuzione rispetto al momento che ho focalizzato. L’indeterminatezza è una condizione essenziale e significa che rispetto al momento di focalizzazione il locutore non si preoccupa in nessun modo di ciò che accadrà dopo. L’indeterminatezza non è dunque modificata neanche dall’uso delle perifrasi. Questa prospettiva pone dei vincoli, delle restrizioni. Quando ho un aspetto progressivo c’è un’incompatibilità con x tempo o per x tempo: Maria parlava in due ore (risulta agrammaticale) – Maria parlava per due ore Questo impone un’imposizione al limite di durata e una scansione temporale che nell’indeterminatezza non c’è. Idem per “fino a x”: Maria parlava fino a due ore. Ma nemmeno “da x a Y”: Maria parlava dalle 3 alle 5 è agrammaticale, incompatibile con l’indeterminatezza. Neanche “tra x e y”: Maria parlava fra le due e le tre, avverbiale circoscrivente. Invece compatibilità c’è con avverbiali del tipo “da x tempo”: Maria parlava da due ore. Questa lo si vede con i verbi che implicano una durata. Queste restrizioni non fanno cattiva sorte della visualizzazione imperfettiva, perché rispetto alle altre due l’imperfettività è più espresso affidata al valore progressivo.
La dimensione aspettuale di tipo abituale. Qui c’è ancora l’indeterminatezza, però si associa ad una specificità che è quella dell’abitualità. Nell’aspetto individuale resta indeterminato anche il numero di iterazioni di quello stesso evento.
Esempio: essere solito + infinito – essere abituato a + infinito – abitudinariamente
L’abitualità come valenza aspettuale riguarda il ripresentarsi di un evento, di un’azione che resta numericamente indeterminato, un ripresentarsi legato a condizioni ricorrenti, al modo di fare di una persona. Condizioni che restano non circoscrivibili nel numero in cui possono ripresentarsi.
Esempio: Maria si tuffava regolarmente da Punta bianca o Ogni estate Maria si tuffava da Punta bianca o da bambina Maria si tuffava da Punta bianca ecc.
Non è determinato quante volte quell’abitudine si manifesta.
Cosa ci permette di dire che siamo davanti ad una perifrasi (di vario tipo continuo, abituale, progressiva)?
Ci è utile elencare una lista di proprietà che ci permettono di capire se siamo di fronte ad una perifrasi. Anche la perifrasticità va graduata con riferimento a proprietà costitutive che devono essere verificate nell’analisi delle parafrasi. Bertinetto ha formulato una scala di perifrasticità: stare + gerundio è considerata maggiore rispetto ad andare + gerundio.
Esempio: “Io sto camminando in un giardino fiorito” (stare implica assenza di movimento, camminando implica un movimento intenzionale, sono dunque incompatibili).
Rispetto a questi parametri possiamo valutare la perifrasticità, in italiano la perifrasi progressiva stare + gerundio è una perifrasi più perifrasi delle altre perché lo vediamo concretamente nella diffusione del tipo. Questa perifrasi stare
31.10. Bologna Abbiamo parlato dei (^) criteri di individuazione dell’unità parola, una volta accertata l’esistenza della parola morfologica o grammaticale. C’era un criterio di cui non abbiamo ancora parlato:
Esistono frasi costituite da più sintagmi ma anche sintagmi che da soli costituiscono una frase, che cosa distingue una frase da un sintagma che è solo un sintagma da una frase, cosa determina la possibilità di chiamare frase una sequenza fonica (in inglese sentence)? È la predicazione. Perché un sintagma per essere una frase deve avere una predicazione altrimenti è un sintagma endocentrico (che possono funzionare da frase) o esocentrici. Per esempio: scrivo con la penna, scrivo è il sintagma verbale mi predica qualcosa, con la penna è un sintagma esocentrico. Con quali mezzi si esprime la predicazione? Come si esprime? Con la presenza di un verbo , elemento portatore di valori semantici. Ma bisogna tenere presente anche il predicato nominale.
Il fonosimbolismo è fatto di un ordine linguistico a noi noto, ad esempio è presente nel linguaggio poetico. La metafora è un processo proprio del linguaggio quotidiano, abbiamo casi di fonosimbolismo che appartengono al linguaggio quotidiano che non stanno sullo stesso piano di quelle del linguaggio poetico. Ci sono interiezioni che anche in italiano non conosce come classe di parola ad esempio: gulp! Smack! parole che non posso identificare come interiezioni, ma potrei classificarle Ideofoni che troviamo in molte lingue anche grammaticalizzate (nel giapponese) fungono spesso da modificatori, hanno una forma fonica. La metafora, le interiezioni, sono fatti di lingua che si trovano in certe varietà di lingua (poesia, linguaggio giovanile) perché sono caratterizzati da motivazione: semantica di una metafora, fonetica di un ideofono. La motivazione è un mezzo di cui si serve la lingua per attuare la funzione definita espressiva (usato non in senso neutro ma per indicare il caso in cui la funzione della lingua non è semplicemente di comunicazione ma è anche volta ad esprimere emozioni, rientra nell’espressività della lingua. Oggi molti linguisti che guardano alla pragmatica sono attenti a questo elemento, Bally (allievo di Saussure a Ginevra) rivalutò la “stilistica della lingua”. Esiste anche una stilistica della lingua francese, del latino. Alla base del concetto di stile c’è la nozione di scelta (stilistica), spesso osserviamo la tendenza di un autore di scegliere certe modalità espressive piuttosto di altre. Anche le lingue possono essere viste sotto questo punto di vista stilistico, di mezzo c’è sempre la funzione espressiva. Le scelte stilistiche (che caratterizzano una lingua piuttosto che un’altra) sono scelte che fanno riferimento all’essere una funzione espressiva (di tutti gli aspetti contenutistici), spesso dobbiamo guardare non solo al centro ma anche alla periferia della grammatica ed è li che incappiamo in errori. L’errore spesso si configura agli occhi del linguista come uno scarto dalla norma che però può non esserlo se prendo in considerazione la norma di un altro sistema. Bally ha dedicato diverse pagine all’espressività della lingua, egli diceva due cose importanti:
L’interiezione è un mezzo espressivo, ad esempio: 0h, ah costituiscono un testo, può essere un enunciato. Se qualcuno mi punge ed emetto un suono non la definirei interiezione, ma ci può essere una reazione al dolore che ci porta ad esclamare aih! che in italiano indica un’articolazione linguistica, in cui riconosco una forma fonica. Quando lo dico so che è un’espressione della mia lingua che significa “mi fai male” dunque è un’interiezione. Ma le interiezioni non sono solo di questo tipo, per questo a volte anche la metafora può caratterizzare un’interiezione. Per poter arrivare a confermare o meno ciò devo pensare che le interiezioni non sono del tutto Oh! Ah! Aia!, ma possiamo trovare delle parole-frasi. Se dico Aiuto! È una parola-frase con delle caratteristiche tali da poter essere inserita nelle interiezioni. Espressioni come per bacco! Ci ricordano le cosiddette espressioni idiomatiche, frasi fatte, che possono essere frasi complesse o parole-frasi, certe espressioni idiomatiche possono comparire nella classe delle interiezioni. 08.11. Biondi Nella valenza Individuale resta indeterminato che quell’evento trovi una sua conclusione o piuttosto resti aperto, quello che manca nella dimensione progressiva e troviamo nell’indeterminatezza è la ripetizione di un determinato evento. Es. Maria fa la calza (è un tipo di evento che con riferimento al momento nel quale telefono, arco di tempo non definitivo e precisato, è un avvenimento che attua n iterazioni). Dunque da luogo a una condizione di abitualità che prescinde dal numero maggiore o minore di iterazione e
che appunto nell’indeterminatezza di queste ha una proprietà costitutiva. Se il processo è caratterizzato come Abituale si ripete ma non è associato ad un numero precise di volte, è legata a situazioni ricorrenti senza che questo ricorrere sia definibile. Questa indeterminatezza è fondamentale tanto quanto l’indeterminatezza relativa al fatto che quell’evento si manifesti e prosegua o meno. Es. Quell’inverno Mario incontrava ogni giorno Maria, ho l’idea di un ripetersi che non è in confini netti ma resta indeterminato dentro confini di indeterminatezza.
L’aspetto abituale ha nell’indeterminatezza una proprietà condivisa dall’intera area dell’imperfettività, ma nel numero di volte in cui si realizza ha un aspetto differenziale rispetto al comparando progressivo. Es. Maria studiava di buona lena. Ho una forma di tipo imperfettivo ma posso pensare che l’interpretazione di questa frase sia duplice, nel senso che io posso immaginare in chiave progressiva o abituale. Lo dimostra la possibilità di sostituire l’imperfetto con strutture perifrastiche che sono legate al valore progressivo e abituale (stare+ gerundio, avere l’abitudine di). Se penso ad una sostituzione con Maria stava studiando di buona lena disambigua la potenziale ambiguità sostitutiva e così manifesta una lettura di tipo progressivo. Se lo sostituisco Maria aveva l’abitudine di studiare di buona lena ho la possibilità di disambiguare quell’enunciato e mettere in evidenza una lettura abituale. In quest’ultimo caso potrei ancora sostituire un avverbiale Maria studiava abitualmente/di solito di buona lena ed ottengo lo stesso risultato di tipo abituale che cosi scarta quella progressiva. Queste sostituzioni mostrano l’incompatibilità delle due dimensioni. Se passiamo ad un’operazione analoga cioè la combinazione con avverbiali torno a ribadire la stessa incompatibilità, perché con un contenuto abituale di tipo aspettuale posso creare degli avverbiali che sono esclusi da espressioni di natura progressiva. La lettura abituale è coerente e ammette avverbiali del tipo IN X TEMPO e PER X TEMPO: Lucia faceva ginnastica in un’ora o Lucia faceva ginnastica per un’ora, ma non potrei dire Lucia sta facendo ginnastica in un’ora/per un’ora, dunque sono compatibili con l’abitualità non con la progressività. Altri avverbiali sono possibili con l’interpretazione abituale, come gli avverbiali Culminativi fino a X tempo, posso dire Lucia faceva abitualmente ginnastica FINO ALLE 5; ma anche quello di tipo DETERMINATIVO Lucia faceva abitualmente ginnastica dalle 7 alle 8 di sera. Oltra a questo avverbiale anche quello di tipo Circoscrivente: Lucia faceva ginnastica TRA LE / E LE 8. Riassumendo la dimensione abituale, si può dire che questa dimensione aspettuale ha caratteristiche di questo tipo: le caratteristiche dell’evento sono plurime, ma questa pluralità resta indeterminata, il quadro temporale può rimanere non
precisamente determinato. Il terzo tipo di valore aspettuale, né progressivo né abituale, quello CONTINUO. Anche questo non potrà avere l’indeterminatezza, solo che qui l’indeterminatezza che fa da cornice al comparto imperfettivo si manifesta da un lato alla prosecuzione del processo, non importa che sia intuito che sia chiuso o meno, dall’altra parte questo processo (non è importante se si capisca se si chiuda o meno) presuppone sempre un intervallo e non un istante di focalizzazione. Es. L’altro giorno mentre tu dormivi io stiravo, che potrei sostituire con una soluzione di tipo perifrastico (andavo stirando) io ho un intervallo di focalizzazione, ho la visione non di un singolo occorrimento ma di un’area dai confini temporali sfumati che può prevedere una focalizzazione plurima. Questa dimensione che da un lato riconosce un quadro situazionale unico, ma in riferimento ad un intervallo temporale che resta indeterminato è una proprietà della dimensione Continua. Enunciati che presentano ad esempio perifrasi del tipo Andare/venire + gerundio. Es. Ieri Mario andava dicendo delle bugie quando io sono arrivato e l’ho scoperto. Queste tre dimensioni possiamo affrontarle da molti punti di vista, come ad esempio i contesti di uso, le restrizioni morfologiche, di tipo azionali, e ci possono permettere di valutare come queste soluzioni perifrastiche si collocano all’interno dell’italiano e ci portano a parlare di grammaticalizzazione. Se di perifrasi si tratta, si tratta di costrutti complessi nei quali la grammaticalizzazione si presenta in gradi diversi, dunque ci presentano modelli di comportamenti diversi rispetto alla scala di grammaticalizzazione che abbiamo visto e che può creare una trasformazione di un verbo lessicalmente pieno in un’entità funzionale che alla fine della grammaticalizzazione darà luogo ad un ausiliare.
Torna utile recuperare la nozione di perifrasi, si può dire che nel percorso di grammaticalizzazione che porta da un valore lessicale pieno alla forma funzionale, si può ammetterà anche che le perifrasi che esprimono il valore progressivo, abituale, continuo, si collocano in un punto che non è conclusivo del processo. Se penso a Stare + gerundio, andare o venire+ gerundio, non posso provare che allo stato attuale dell’italiano con questo due perifrasi sono arrivato al polo di ausiliare pieno. Sono soluzioni perifrastiche che colloco in punti del continuum del verbo ausiliare a quello lessicale. Non posso ire che sono manifestazioni di grammaticalizzazione piena, perché non fanno parte della dimensione progressiva o continua divenute obbligatorie. Queste perifrasi non sono obbligatorie, non sono l’unica risorsa continuità, progressività abituale, sono soluzioni alternative, in una condizione che manifesti un’alternabilità con i costrutti rappresentati dalle forme semplici. Io non sono ancora in grado di vedere un’equiparabilità completa delle soluzioni Maria studiava/ Maria va studiando. Sono situazioni che manifestano un’opzionalità.
possiamo attribuire alla morfologia, sono contenuti grammaticali che riconosciamo in quelle categorie cognitive. L’esempio tipo è dato dal rapporto tra “genere grammaticale” e “categoria cognitiva”. Si può fare distinzione tra classificazione linguistica e classificazione che fa riferimento a realtà extralinguistiche. Col termine categorie grammaticali è bene indicare non le forme linguistiche che nelle lingue possono veicolare contenuti (categorie grammaticali) e lasciare “classi di parole” a classificazioni di queste forme linguistiche. Il nome ed il verbo hanno tratti grammaticali, quando descriviamo l’unità semantica di una lingua ne descriviamo tratti semantici, quelli che determinano combinazioni sintattiche. Le categorie grammaticali tornano quando parliamo di tratti grammaticali. Il Genere di solito pensiamo ad accostare questa categoria grammaticale, dire che i tratti grammaticali di questa categoria sono propri della classe di parola nome. Ma queste categorie non hanno confini netti, possiamo trovare classi di parole non prototipiche. Riflettendo sulle categorie, ci si può allontanare dalla semplice descrizione del comportamento morfologico delle lingue, possiamo fare una descrizione di come vengano distribuiti questi tratti grammaticali, riflettere tra classificazione linguistica e classificazione che rimanda a categorie grammaticali. Tocchiamo l’arbitrarietà della lingua. Le lingue si servono in modo diversi dal materiale offerto dall’apparato fonatorio umano. L’organizzazione dei campi lessicali è citata per dimostrare l’arbitrarietà linguistica, ad una parola italiana ne possono corrispondere due/tre in un’altra lingua. Ci sono però campi semantici fortemente strutturati, studiati con attenzione perché testimoniano l’arbitrarietà linguistica, che vengono sempre citati, per esempio: i nomi di parentela, i nomi dei colori. Le lingue classificano in modo diverso per segnalare certe opposizioni, valide per tutti sul piano concettuale. L’arbitrarietà è ciò che caratterizza le lingue, sappiamo che ci sono aspetti che limitano l’arbitrarietà, sono elementi di universalità. Questo avviene anche nel lessico, e si è partiti studiando il campo semantico dei colori. Ci sono infatti colori “prototipici” che troviamo nelle diverse classificazione che sono diverse con riferimento a diverse lingue. Da qui nasce la teoria dei prototipi. Se pensiamo alla parola morfologica abbiamo una definizione di parola, ma poi ci accorgiamo che chiamiamo parola e morfema anche elementi che si allontanano dal prototipo. Sappiamo che non c’è corrispondenza tra classificazione delle lingue e classificazione universale cognitiva. Il problema del “genere” rientra in questo. Si è sempre pensato che con il genere esprimiamo la distinzione maschile. Nelle lingue che grammaticizzano distinzione tra “maschile e femminile” sappiamo che non riguarda solo il genere animato, c’è distribuzione anche con riferimento a nomi con tratti semantici inanimati. Per esempio: il sole e la luna in italiano uno è un nome maschile l’altro è femminile, se pensiamo a questo esempio comprendiamo un aspetto che ha intrecciato in passato la linguistica con la mitologia. Se vogliamo circoscrivere l’interpretazione a considerazioni strettamente linguistiche, dobbiamo spostare l’attenzione al comportamento delle lingue. Si nota che la distinzione di genere grammaticale (sole/luna – maschile/femminile) viene utilizzata come uno strumento linguistico per sottolineare la polarizzazione. L’analisi interlinguistica ci mette davanti a casi come (vita e morte) che sono espressi come maschile e femminile. Dunque è un mezzo linguistico per indicare la polarizzazione. Dal punto di vista diacronico si parta da una distinzione tra animato/ inanimato e secondariamente individuiamo dei suffissi di mozione femminile (-ia) in altre lingue è (-j). Se pensiamo alla classe di parole che chiamiamo nomi in all’inglese, il tratto grammaticale “genere” è espresso? La risposta è no, ma non sempre. Osservare l’assegnazione di genere nel caso di prestito ci fa riflettere su quali sono i criteri, il genere nelle lingue non è segnalato solo dalla forma del nome, ma anche dall’accordo sintattico. Ci sono elementi che si appoggiano all’accordo con l’articolo, o di certi participi. C’è un altro elemento che può guidare l’assegnazione del genere, un elemento molto evidentemente collegato con i rapporti paradigmatici perché a volte può essere il suffisso, la terminazione, che richiama un accostamento a una classe paradigmatica di parole che hanno suffisso che nella lingua di arrivo sono più maschili o femminili. Il NUMERO è una categoria che si cita sempre quando parliamo della marcatezza, della dinamicità della sincronia, della gerarchia. La categoria numero fa riferimento al numero, alla quantificazione, lo esprimiamo utilizzando singolare, plurale, duale, paucale. Il latino conosce un’opposizione singolare/plurale, ma ci sono anche forme che siamo abituati a definire etimologicamente sono forme residuali di duale (desinenza in ‘o’). Se in una lingua è presente il duale, questa grammaticizza anche l’opposizione singolare/plurale.
21.11. C’è una categoria che manifesta aspetti di interesse che è la PERSONA una categoria che fa riferimento a quelli che sono gli attori dell’atto linguistico. La persona è una categoria che è grammaticizzata attraverso delle classi di parole che sono i pronomi, aggettivi (possessivi), verbo (prima, seconda, terza persona). La persona diviene una categoria interessante se pensiamo ai pronomi personali ci accorgiamo che osservare che dal punto di vista referenziale questa categoria ci rimanda a quelli che sono i protagonisti, pensiamo all’atto linguistico (io, tu è l’interlocutore, egli). Gli aspetti semantici delle lingue possono essere grammaticizzati o meno. Se pensiamo all’aspetto di refenzialità “io e tu” sono dei referenti strettamente connessi con la situazione linguistica.
Un aggettivo come “questo, quello” svolge una funzione deittica, la stessa funzione che svolgono i pronomi personali “io, tu…”. Questo mi fa riflettere sulla differenza dal punto di vista linguistico tra i pronomi di prima e seconda rispetto a quelli di terza persona. Questo/quello possono avere anche funzione Anaforica (riferita al cotesto) /Cataforica (può introdurre una elencazione). Nelle lingue certi elementi possono svolgere insieme una funzione sia deittica che forica (anaforica o cataforica). Il pronome di terza persona: c’è un’analogia tra le forme di terza e il comportamento di questi aggettivi dimostrativi? Si, perché se dico “io o tu” la funzione è deittica. Se voglio trovare differenze tra io, tu ed egli, posso trovare da un lato io e tu come elementi che condividono una caratteristica “di personalità”, sembrano le vere persone, quindi vedo uno statuto sul piano cognitivo che vede da un lato io e tu, dall’altro la terza persona con una caratteristica diversa. Quando la categoria persona incontra un’altra categoria che è il numero, quest’ultimo è una categoria che ci rimanda ad una quantificazione (pensiamo ai numerali) che in molte lingue presentano delle forme che dipendono dal tipo morfologico della lingua che stiamo esaminando (i classificatori).
Il CASO: categoria morfosintattica per eccellenza, grammaticizzata in modo diverso nelle varie lingue. Lingue analitiche esprimono gli stessi contenuti referenziali, esprimono questa categoria con sintagmi preposizionali. Anche nel CASO possiamo ritrovare delle gerarchie, pensiamo ai casi come locativo, ablativo, strumentale, vediamo come spesso diacronicamente si arrivi a sistemi di casi più ridotti con fenomeni di sincretismo. Partendo da distinzione ablativo/strumentale possiamo trovare il fenomeno del sincretismo. Il genitivo è il caso che, con diverse denominazioni (per esempio partitivo), è formato dal sintagma preposizionale con di, se pensiamo agli usi possiamo capire che spesso il genitivo ha un contenuto semantico ben definibile ma non sempre. Ha per sua natura una valenza che sta ad indicare una qualche relazione col nome a cui si riferisce (testa della frase), in alcuni casi ha una semantica ben definibile (esempio: il tetto della casa= di specificazione), il genitivo spesso viene unito ad una testa nominale senza che sia chiara la valenza del genitivo.
22.11. Stare + gerundio: In fase più recente (il corpus di Squartini lo dimostra) Stare + gerundio perde la rilevanza di tipo azionale per acquisirne una di tipo aspettuale. Attualmente infatti manifesta un valore che visualizza l’evento nella sua processualità, nell’analisi di Squartini si vede che nel 900 le classi azionali coinvolgono i tipi risultativo incrementativo e risultativo (telici), ma non si esauriscono anzi sono attestati tipi azionali che sono di tipo continuativo e stativo. La perifrasi attualmente è legata a verbi di tipo stativo, questo lo si vede in combinazioni con la perifrasi stare + gerundio (esempio: la nuova metodica sta avendo grande successo). Il tipo stativo è un forte dominio di associazione di stare + gerundio, così come lo è con un altro tipo azionale che è quello dei continuativi. Anche i continuativi sono non telici (es.: a quella finestra ci stanno osservando). La continuità di verbi continuativi da un lato e l’aumento di verbi stativi, tipi azionali anche non telici, mostra che stare + gerundio opera in un’ampia varietà. La perifrasi stare + gerundio mostra da un lato come valore di una processualità dell’evento e porta in luce la natura incrementativa del processo. Accanto a questo dobbiamo presupporre un’area di valenza semantica che va con gli stativi e continuativi a rappresentare una più generale duratività. L’inventario dei tipi azionali è andato aumentando verso il ‘900 e questo aumento dei tipi azionali è da un lato un cambiamento rispetto all’800 e dall’altro è un incremento di grammaticalizzazione. Aumentare la rosa dei tipi compatibili significa generalizzazione grammaticale. Tutto è accompagnato da un orientamento imperfettivo. Nel ‘900 sono emersi usi linguistici meno canonici, soprattutto in livelli più trascurati, per esempio come stare + gerundio possa essere associata a contesti in cui viene associata al passivo (es.: la nave sta venendo evacuata). Oppure l’associazione a verbi servili (es.: non ti sto potendo sopportare) forse legato maggiormente ad un italiano regionale. Tratti aspettuali ed azionali caratterizza dunque la perifrasi stare + gerundio, legata al tratto imperfettivo. Questo la pone in una condizione che, come emerge da Squartini, è una complementarietà all’atra perifrasi dell’italiano (andare e venire + gerundio) che potremmo chiamare continua. Rappresenta la controparte della dimensione imperfettiva, si configura come occupante di uno spazio complementare. Dal punto di vista tipologico non è molto diffusa interlinguisticamente, se guardiamo all’ambito italo-romanzo vediamo che l’espressione di questa perifrasi continua è associata a due possibilità andare e venire + gerundio, in francese è andata decrescendo (allè + gerundio) va a perdere incidenza statistica ed è molto ristretta nell’uso. Da notare è comportamento di tipo aspettuale (andare e venire + gerundio) possono manifestare la natura imperfettiva, però dire che sono sullo stesso piano non è esatto, andare non è uguale a venire. Se è vero che l’imperfettività è una proprietà che possiamo attribuirle, c’è da dire che dal punto di vista della combinabilità morfologica e la possibilità di manifestare restrizioni con forme temporali, di fatto andare e venire hanno una forte flessibilità (es.: il tempo andò migliorando, il tempo va migliorando).
aspetto compiuto e aoristico nella dimensione della perfettività, vediamo quali sono le caratteristiche dei due valori (compiuto e aoristico).
un valore detto inclusivo o anche di continuità, nel senso che ho il riferimento a un evento che è iniziato nel passato (fa parte della tradizione delle abitudini) ma continua fino all’oggi includendolo anche perché io ne faccio tutt’ora parte (come componente femminile della famiglia). “Luigi ultimamente ha vissuto in condizioni di povertà”: la difficoltà economica è iniziata nel passato ma continua anche oggi. Questo valore è collegato a contesti di tipo durativo o iterativo.
Nel contributo di Squartini e Bertinetto abbiamo una presa in considerazione della distribuzione chiamata perfetto semplice e composto come manifestazioni privilegiate il perfetto composto del valore compiuto, e il perfetto semplice del valore aoristico.
Il testo prende in considerazione questa dimensione, cioè quella della differenza tra perfetto semplice e composto nelle lingue romanze. Quello che diventa significativo qui è che se guardiamo alla situazione dell’italiano neostandard, trova conferma l’idea che la distribuzione di perfetto semplice e composto è una distribuzione disomogenea che mostra come il perfetto semplice sia recessivo rispetto a quello composto, ma nella sua recessività, che è tendenza generale, entra in gioco una diversa distribuzione diatopica, in un percorso che riconosce come l’orientamento complessivo dei dati della situazione italiana porti a distribuzione crescente negli ambiti d’uso del perfetto composto. Ci sono aree che sono più avanti e rappresentano più nettamente questa tendenza, e aree che a questa tendenza si accostano, ma manifestano ancora una resistenza del perfetto semplice. C’è da un lato una netta contrapposizione degli usi delle varietà regionali italiane del nord rispetto a quelle del sud. Serve nella misura in cui l’area intermedia, delle varietà centrali, rappresenta una zona cerniera, con le varietà di italiano regionale settentrionale che sono quelle in cui predomina il perfetto composto; poi abbiamo il sud, in cui invece il perfetto semplice ha ancora una diffusione spiccata e il centro in cui, pur in una tendenza al prevalere del perfetto composto, si ha una situazione di sufficiente equilibrio in cui ci sono usi di perfetto semplice. L’incremento di perfetto composto è legato a un dato, cioè che essendo un tempo composto (con l’ausiliare e il participio passato), la struttura morfologica si presta ad essere più regolare o percepita come regolare. I parlanti prediligono il perfetto composto nella misura in cui la natura perifrastica del costrutto morfologico rende questo più interpretabile
come regolare, più iconico rispetto alle forme di perfetto semplice. La tendenza all’affermazione del perfetto composto si manifesta come stanziazione di quello che viene detto aoristic drift (deriva aoristica). Cosa si può dire dell’avanzare tendenziale del perfetto composto? L’avanzare dell’aspetto composto è a spese del perfetto semplice, e se questo accade è perché il perfetto composto entra negli ambiti d’uso che originariamente, in una situazione di forza espansiva del perfetto composto, sono i suoi, ad esempio gli usi di tipo narrativo. L’articolo di Squartini e Bertinetto mette in evidenza quattro fasi che fanno parte della descrizione della deriva aoristica nella misura in cui testimoniano certe aree (settentrionale, centrale, francese e romeno) come zone in cui si realizza l’avanzata del perfetto composto, nella misura in cui esso esce dai suoi usi, che sono quei valori che abbiamo descritto e si agganciano a usi che altre aree che in sconfinano, in usi che in altre aree sono ancora affidati al perfetto semplice. Se in un contesto narrativo uso il perfetto composto è perché, di fatto, il valore potenzialmente riconoscibile al perfetto semplice, come di tempo, legato a una reazione di parti ed estraneo a valori di risultatività, di esperienzialità e di notizia fresca, va ad aggiungersi all’arco del perfetto composto. L’avanzata del perfetto composto va a toccare degli ambiti che non sono propri della dimensioni perfettiva compiuta ma sono propri della dimensioni aoristica. Troveremo una proposta di stadiazione nel testo di Betinetto e Squartini, in cui, con riferimento ai diversi valori proposti del perfetto semplice e composto, diverse aree della Romagna rispondono diversamente. Un’area come quella del calabrese o del siciliano è ancora testimonianza di uno stadio 1, in cui il perfetto composto è ristretto al valore risultativo descritto prima. Lo stadio successivo vede il modificarsi dei valori del perfetto composto come prima erosione degli spazi del perfetto semplice. Nello stadio 2 andiamo verso