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Un'analisi approfondita del fenomeno della grammaticalizzazione, un processo linguistico in cui forme lessicali evolvono in forme grammaticali. Vengono esaminati i principali aspetti di questo fenomeno, come il cline di grammaticalizzazione, le differenze tra espressioni sintetiche e perifrastiche, il ruolo della rianalisi e dell'analogia, nonché l'influenza della tipologia linguistica (vo vs ov) sui processi di grammaticalizzazione. Inoltre, il documento illustra come alcuni tipi di inferenze, come quelle che coinvolgono la dimensione temporale, causale, spaziale e psicologica, siano frequentemente grammaticalizzate nelle lingue. Una panoramica completa e dettagliata del fenomeno della grammaticalizzazione, fornendo spunti di riflessione sulle dinamiche del cambiamento linguistico.
Tipologia: Sintesi del corso
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Il termine grammaticalizzazione e i primi studi su questo fenomeno vengono fatti risalire a un allievo di Saussure, il quale analizza il passaggio da forme lessicali che diventano forme grammaticali nel corso della storia della lingua. Bill is going to go to the college after all. Si nota che il primo go ha perso il suo significato di andare per essere utilizzato come verbo ausiliare. Il verbo go può esprimere tanto il verbo andare quanto il verbo ausiliare; in questo caso, il verbo go ha subito un processo di grammaticalizzazione, ossia ha perso il suo carattere di verbo lessicale per diventare un’entità linguistica di tipo grammaticale. Questa tendenza del verbo andare a generare degli ausiliari che indicano il futuro è una tendenza comune e diffusa nelle lingue del mondo (francese: je vais à partir). Infatti, questi pattern sono presenti anche in lingue molto diverse dall’italiano. Con grammaticalizzazione ci si riferisce a due concetti. Uno ha a che vedere con un research framework , ossia una cornice teorica di riferimento all’interno della quale sono spiegati i fenomeni linguistici, l’altro riguarda i fenomeni stessi di grammaticalizzazione. Nello specifico, un framework di grammaticalizzazione si riferisce a quella parte di cambiamento linguistico (soprattutto, ma non solo, diacronico) in cui concernono le seguenti questioni: come alcuni items e costruzioni lessicali in alcuni contesti arrivano a svolgere delle funzioni di carattere grammaticale, o come items sviluppano nuove funzioni grammaticali. Un item lessicale è una parola dotato di significato pieno, come il verbo andare , che diventa più grammaticale, oppure come forme grammaticali acquisiscono nuove e ulteriori funzioni di tipo grammaticali. Ad esempio, originariamente la parola italiana mica significava ‘mollica di pane’, lentamente questa parola ha perso il suo significato lessicale ed è diventata un connettivo tout court. Allo stesso modo, in francese il pas della negazione deriva dal latino passum (letteralmente, je ne vais pas ossia ‘io non lo voglio, passo’, cioè, ‘non lo voglio per niente’); passum si allontana sempre di più da passo per diventare solo una negazione. Il framework di ricerca si occupa anche di caratterizzare il subset di relazioni, dei percorsi interlinguisticamente ricorrenti lungo il tempo tra fattori di carattere semantico-pragmatico, morfosintattico e fonetico. Non a caso questi studi sono portati avanti soprattutto da studiosi di tipologia linguistica. Per definire il concetto di grammaticalizzazione e capire il suo funzionamento, bisogna partire dalla preliminare differenziazione tra ‘parole contenuto’ e ‘parole funzione’: le prime sono quelle parole che designano cose, azioni e qualità, le seconde servono a svolgere delle funzioni di tipo grammaticale che determinano il rapporto tra le parole contenuto e la frase (connettivi, articoli indeterminati o determinativi, pronomi, dimostrativi). Questa distinzione è tendenzialmente presente in tutte le lingue del mondo. Si osserva che le parole funzione hanno la loro origine dalle parole contenuto; quando una parola contenuto assume le caratteristiche grammaticali di una forma funzione, allora si dice che è grammaticalizzata. Inoltre, si nota che ciò che viene grammaticalizzata non è una singola parola ma una costruzione (ad esempio, in italiano dato che sono grammaticalizzati più elementi). Notiamo questo caso in inglese antico:
pa’ hwile pe (quel tempo che/in cui)> while Questa intera espressione viene grammaticalizzata e diventa il modo in cui in inglese si dice ‘mentre’. Un elemento importante nel contesto della grammaticalizzazione è il frequente ricorso al concetto di continuum. E’ consueto considerare le categorie grammaticali come chiuse (nome, verbo, aggettivo) ma esistono impostazioni nelle quali le categorie, incluse quelle grammaticali, sono interpretate in senso scalare. Si pensi a un verbo: si può dire che un verbo di modo finito presenta delle caratteristiche di maggiore grammaticalità rispetto ad un participio, a sua volta il participio presenta caratteristiche di maggiore grammaticalità rispetto all’infinito. A tal proposito, è affermato che non tutte le forme grammaticali sono indipendenti, ma nella maggior parte delle lingue del mondo alcune forme grammaticali sono legate come affissi ad una determinata categoria. Qui si presenta dunque un ulteriore differenziazione tra ‘forme libere’, ossia parole indipendenti, e ‘forme legate’ che hanno un legame di dipendenza molto forte con altre parole. In generale, è possibile parlare di continuum of bouding, ossia un continuum di legame, da immaginare come una linea retta in cui in un polo si trovano le forme totalmente libere e all’altro polo ci sono quelle totalmente legate. Le forme della lingua possono essere disposte lungo tale ideale continuum, in qualsiasi punto di questo in base al livello di legatezza. I continua presentano degli addensamenti, ossia punti dove si possono fissare alcune categorie. In particolare, il continuum di legatezza potrebbe presentare i seguenti addensamenti:
Sono state notate due tendenze che coinvolgono questa distinzione. Da una parte, la tendenza per le costruzioni perifrastiche a unirsi e diventare di tipo morfologico, quindi sintetiche. A sua volta è stata notata una tendenza speculare, cioè di sostituire forme sintetiche con forme perifrastiche. Pare essere quindi un processo ciclico : forma perifrastica> univerbazione> forma sintetica> forma perifrastica. es. Il futuro romanzo: latino ,c antabimus (forma sintetica), nelle lingue romanze non ci sono eredi del futuro morfologico latino. Comincia ad essere usata la forma perifrastica cantare habemus , poi in francese con univerbazione chanteros , sostituita sempre di più dalla forma perifrastiche di allons chanter. Si suppone che anche la forma indoeuropea fosse stata una forma perifrastica. Questa tendenza ciclica finisce per designare uno schema. 14/ La prima definizione di grammaticalizzazione fu data da Meillet che la definisce come ‘l’attribuzione di un carattere grammaticale a una parola precedentemente autonoma e lessicale’. Mette a fuoco questa fonte ricorrente di forme di tipo grammaticale. La riflessione sulla grammaticalizzazione si basa su un framework , ossia un’area di ricerca riferibile a un quadro teorico interessato al cambiamento linguistico, in particolare si occupa anche di caratterizzare quei percorsi interlinguisticamente ricorrenti, ossia items grammaticali facenti parte non solo di una lingua. Le forme grammaticali si possono essere disposte lungo un ideale continuum e il loro posizionamento indica una relazione più o meno stretta, più o meno dipendete, dalle parole con cui concorrono. Il continuum di grammaticalità è un concetto scalare, in cui le categorie non sono chiuse ma una sfuma nell’altra, e da questo concetto può essere rintracciata l’origine lessicale di molte forme grammaticali. Il continuum è così composto: 1) parole grammaticali con una relativa indipendenza fonologica e sintattica 2) forme derivazionali 3) clitico 4) desinenze flessive. Parimenti, anche il cambiamento linguistico non è radicale ma avviene con piccoli passaggi, i cosiddetti clines che rappresentano i graduali mutamenti di una forma. Tali trasformazioni non sono isolate ma tendono ad essere ricorrenti dal punto di vista interlinguistico. Si pensi alla parola ‘tipo’, un esempio di grammaticalizzazione in corso: prima era una parola completamente lessicale (‘un tipo di quadro ’), poi ha assunto il significato di ‘un esempio’ che ha ancora un legame con la parola originaria, ora è congiunzione tout cour t come se fosse un intercalare, un contestualizzatore, un connettivo senza alcun significato lessicale. Fenomeno di grammaticalizzazione del verbo dire bé in alcune lingue dell’Africa occidentale appartenenti alla famiglia linguistica africana delle lingue Niger-Congo. Il verbo bé , significa ‘dire’: Me- bé me-wo-e I - say I- do- it io dico io ho fatto non c’è grammaticalizzazione perché la forma bé vuol dire ancora ‘dire’.
Nello stadio successivo, accade che ci sono due verbi dire “io dico, dico che l’ho fatto” e in inglese il secondo bé viene tradotto con that , cioè bé non è solo un verbo di ‘dire’ ma è diventato un complementizzatore. Nello stadio successivo bé è utilizzato come un complementizzatore dopo una serie di verbi (dire, scrivere, credere, sapere, pensare) ossia verbi che hanno in comune la costruzione con un argomento di tipo frasale. Infine, bé viene utilizzato con tutti gli altri verbi. Il verbo bé prima era solo lessicale e significava esattamente dire > perde il suo valore lessicale ed è usato solo con altri verbi di dire come un complementizzatore > è usato con un ampio numero di verbi simili sintatticamente a ‘dire’ > lo ritroviamo con tutti i verbi. I due meccanismi fondamentali attraverso i quali avviene la grammaticalizzazione sono la rianalisi e l’ analogia. Cosa motiva il cambiamento? Quali meccanismi conducono alla grammaticalizzazione? Quali sono i path di sviluppo attraverso il tempo? Quali sono i risultati? Nella rianalisi, le proprietà grammaticali (sintattiche e morfologiche) e quelle semantiche delle forme sono modificate. Tali modificazioni comportano un cambio nell’ interpretazione ma non in prima battuta nella forma. Abbiamo forme apparentemente uguali che vengono interpretate morfologicamente e sintatticamente in modo diverso. La rianalisi è un prerequisito per l’implementazione del cambiamento non immediatamente visibile, ossia non sempre si traduce in cambiamento di carattere formale. La rianalisi è necessaria per un cambiamento successivo. L’analogia, al contrario, modifica le forme, non comporta un cambiamento di regola sebbene produca l’espansione di una regola all’interno del sistema linguistico. Rianalisi di hamburger Prima significava ‘proveniente da Amburgo’ ossia Hamburg+er ‘item of food proveniente da Amburgo’. Succede che l’ascoltatore sente hamburger e lo rianalizza: la forma resta uguale, la segmentiamo in modo diverso ham + burger. La rianalisi c’è stata ma la forma non è cambiata. il cambiamento si vede se qualcuno sostituisce la prima parte ham con altro: cheese burger, beef burger. La rianalisi è il meccanismo per il quale delle forme vengono reinterpretate in modo diverso, e non è detto che siamo in grado di vederla subito ma possiamo vederla solo quando succede altro. Burger (parte del morfema lessicale) + morfema derivazionale è interpretato come morfema derivazionale; proprio perché è interpretato come morfema derivazionale può essere esteso attraverso un procedimento analogico. L’analogia non cambia regola ma la estende: cioè un’estensione di una regola generale a casi particolari. Non c’è una nuova forma ma l’estensione della forma più diffusa. La diffusione può riguardare il sistema (ad esempio, i perfetti deboli si estendono nel sistema) o la comunità (un più ampio numero di persone usano il perfetto debole piuttosto che quello forte).
[in the back of] the barn in the back è SPREP la cui testa è back of Back , cioè ‘schiena’, con un’estensione metaforica diventa l’espressione ‘la parte retrostante’ di qualsiasi cosa e poi diventa preposizione. Cambia categoria sintattica della parola (da nome a preposizione), e cambia la costituenza del sintagma perché i raggruppamenti delle parole sono diversi. Il futuro francese, caso di cambiamento linguistico che include una rianalisi: il futuro sintetico del latino era cantabo , il verbo habeo è un verbo di possesso(possedere). In alcune circostanze, si trova la costruzione haec habeo cantare in cui habeo esprime una sfumatura di obbligo, in particolare quando il verbo habeo è seguito da un gerundivo. Pinkster osserva che i contesti in cui habeo comincia ad avere un infinito, includono in primo luogo il verbo dire. 16/ La rianalisi è un meccanismo fondamentale della grammaticalizzazione, ci sono casi di rianalisi che non danno vita necessariamente a grammaticalizzazione ma è un prerequisito fondamentale di questa. Nel processo comunicativo, i parlanti reinterpretano la forma e, perché avvenga ciò, è necessaria la presenza di un contesto nel quale la vecchia interpretazione e la nuova siano conciliabili. La rianalisi è qualcosa di coperto che non si vede finché non si applicano dei processi analogici che rendano evidente questo cambiamento. Mentre la rianalisi agisce sul piano sintagmatico, l’analogia opera su quello paradigmatico: per il primo, ci deve essere sempre un contesto opportuno per cui possa avvenire questo cambiamento; invece, l’analogia è la modificazione della forma con una delle possibili opzioni. futuro francese: caso di trasformazione dal futuro sintetico latino cantabo alla costruzione del futuro delle lingue romanze: in francese il futuro è di tipo chanterai , in italiano canterò. Questi tipi di futuro nascono in origine da una perifrasi di cantare habeo. La rappresentazione del ciclo forme sintetiche> forme perifrastiche >forme sintetiche è esemplificata dal caso del futuro romanzo. Come mai in cantare habeo , habeo è diventato una desinenza? In latino, habeo è un verbo lessicale cioè significa possedere. In costruzioni come aedem habuit tuendam , se lo mettessimo in ordine sarebbe habuit aedem tuendam : in questa costruzione sintattica che prevede verbo-oggetto-gerundivo, cioèil complemento predicativo dell’oggetto. Da questa struttura si origina un’idea di sfumatura di obbligo, nel senso che ‘se ho una casa a cui badare, io ho l’obbligo di badare alla casa’. Secondo Pinkster, un applicatore della linguistica generale al latino, habere+ infinito cominciò a rappresentare un’alternativa a habeo+gerundivo nei casi in cui c’era un verbo di ‘dire’.
Quid habes dicendum/dicere? ‘Che cosa hai da dire?’ È un contesto ambiguo che può generare la rianalisi, una disinterpretetion sintattica della frase. Secondo Pinkster, la prima attestazione di habere+ infinito avviene quando il verbo dire introduce una frase argomentale. Multos ferro, multus veleno, habeo enim dicere quem de ponte in tiber deicerit ‘molti ne uccise con il ferro, molti ne uccise con il veleno’. In questo caso, habeo cosa vuol dire? Notiamo innanzitutto che habeo precede dicere e c’è una parola in mezzo. Habeo però non significa più possedere ma non ha più la sfumatura di dovere. Il significato di habeo si scolorisce, ha un qualcosa di intermedio e regge un argomentale. De repubblica nihil habeo ad te scriberere : anche in questo caso c’è qualcosa in mezzo tra habeo e l’infinito, ciò vuol dire che le due forme ancora non si sono fuse. In altri casi, come haec cantare habeo : qui il contesto non più ambiguo, cantare precede habeo e le due parole sono adiacenti. Nonostante questo tipo di cambiamento, che si immagina sia avvenuto abbastanza presto nella lingua latina, gli esempi che abbiamo sono molto più tardi. Iscrizione del VII secolo : Et quod sum essere habeatis : il verbo habeo è utilizzato come sorta di verbo modale o ausiliare rispetto a essere. Iscrizione del VIII secolo: Et si interrogatus fueris, quomodo dicere habes? Veritate dicere habeo. (se ti sarà stato chiesto, come dirai? Io dovrò dire il vero/dirò il vero) possesso non c’è piu, c’è sfumatura dell’obbligo non esattamente distinguibile dal futuro. Poi, iustinianus dicebat: daras. nel passaggio, sicuramente la parola è stata rianalizzata e in più si è anche unita. Vediamo come il cambiamento della costruzione latina comprende la costituenza, da chi dipende, la categoria grammaticale/etichettatura (non più lessicale, si trasforma in verbo modale, poi in desinenza), coesione ossia univerbazione.
Ci sono dei casi in cui avviene la rianalisi ma non la grammaticalizzazione: conversione in cui una forma non lessicale diventa un item lessicale a tutti gli effetti to up the ante ‘alzare la posta’ up è verbo, come anche in to ante up ‘anticipare’ 21/ Alcuni fenomeni linguistici che riguardano le lingue romanze, in particolare degli aspetti relativi al cambiamento linguistico in generale e relativi all’impatti di fenomeni di grammaticalizzazione, sono esemplari e molti importanti perché hanno un impatto molto visibile sul sistema delle lingue. Questi fenomeni consentono di osservare il doppio aspetto della grammaticalizzazione: fenomeno lingua specifico, che si realizza nelle sue modalità specifiche all’interno di singole lingue, ma che contemporaneamente segue degli schemi che sono interlinguisticamente ricorrenti. La loro evoluzione presenta dei patterns paragonabili, che si sviluppano anche all’interno di famiglie linguistiche diverse. Tra questi, è emblematico il caso dell’articolo definito nelle lingue d’Europa: la sua nascita introduce un’innovazione epocale. Nel latino non era presente per cui nasce una nuova categoria linguistica che, in alcuni casi, può ereditare funzioni precedentemente assolte mediante il ricorso ad altre strategie linguistiche usuratesi nel corso dei secoli. Quello che è espresso nelle lingue romanze con l’articolo definitivo esplica delle funzioni espletate da altre strategie linguistiche. In altri casi, l’articolo impone l’espressione di funzioni precedentemente ritenute di scarsa rilevanza. Attraverso l’articolo quindi vengono rese delle categorie nozionali che prima venivano assolte da altre strategie, dall’altra viene resa obbligatoria l’espressione di categorie che esistevano ma non era obbligatorio esprimerle. Le categorie nozionali sono per esempio genere femminile e maschile, che non è distinzione universale dato che esistono delle lingue in cui c’è solo la destinazione tra essere animano e non animato, mentre non esprimono quella del genere sebbene esista la concezione di tale categoria. La distribuzione dell’articolo nelle lingue europee si può osservare in ottica sincronica e diacronica. Dall’osservazione del fenomeno, emerge un criterio di distribuzione geografica molto interessante: le lingue che hanno entrambi gli articoli occupano la parte sinistra della cartina e si estendono in nell’area molto compatta dell’Europa centrare e settentrionale; nel lato destro della cartina, coincidente con la parte orientale dell’Europa, un’area altrettanto omogenea in cui le lingue non hanno alcun articolo. Esistono anche lingue isolate che non posseggono solo uno dei due. Ma, in generale, sussiste una tendenza a possedere o tutti e due o nessuno. L’articolo indeterminativo proviene molto frequentemente dal numerale uno, l’articolo determinativo invece deriva molto spesso da elementi deittici che esprimono il tratto più noto, sono quegli elementi il cui significato è legato al ‘qui e ora’. L’articolo determinativo italiano il deriva dal latino ille , cioè ‘quello’, che assume un significato che cambia a seconda della circoscrizione e passa a significare l’articolo definito. Dunque, si nota da un lato un pattern ricorrente e dall’ altro la sua applicazione a un contesto specifico. Per tracciare la storia dell’articolo determinativo, si deve guardare il mondo antico, nel quale l’articolo costituiva una strategia insolita. Agli albori dell’età moderna la sua affermazione era poco uniforme e non tale da prevedere la sua fortuna.
Per una ricostruzione cronologica del fenomeno dell’articolo, si presentano vari problemi di ordine metodologico. Innanzitutto, la ricostruzione può procedere solo attraverso fonti scritte e quindi non si puoi fare riferimento a fasi che precedono la scrittura. Il suo uso segue un cammino da oriente, dove nasce intorno al IV millennio, a occidente, la cui attestazione è fissata intorno all’ VIII secolo a.C. Inoltre, i cambiamenti linguistici sono guardati attraverso il filtro della scrittura, che è un tipo di fonte che funge da filtro rispetto ai cambiamenti che possono esistere nella lingua. Prima che un’innovazione venga registrato nella scrittura, ci vuole molto tempo e molte volte anche questi fenomeni che si trovano registrati nella scrittura sono delle attestazioni casuali che si trovano in documenti sporadici. La scrittura è caratterizzata dalla conservazione: viene definito un magma sociolinguistico che pullula di innovazioni, solo alcune di queste, in fase abbastanza tarda, riescono a filtrare nella scrittura. Infatti, Larvaro dice “la latenza, cioè la mancanza di attestazione, non significa una mancanza di esistenza ma una mancanza di riconoscimento sociale”. Ad esempio, il futuro è presente in tutte le lingue romanze e su questo dato di fatto possono essere fatte due ipotesi. La prima è che ogni lingua lo abbia sviluppato autonomamente; la seconda ipotizza che già in latino esistesse ma che non fosse attestato nella scrittura. In ugual modo si può pensare che sia successo con l’articolo: la documentazione latina mostra casi in cui si parla di ‘pseudo articolo’, un ‘quasi articolo’, e dunque si potrebbe pensare che esistesse e che vivesse in questo magma sociolinguistico e non abbia mai raggiunto la registrazione nella scrittura. La prima attestazione scritta di un fenomeno indica che esso si è sviluppato prima di quella data. Nello specifico, sulla base della documentazione esistente, si ritiene che la prima lingua che ha sviluppato l’articolo definito sia il greco, nonostante tanto il miceneo (le cui attestazioni rimandano al XIV-XII secolo a.C.) quando i canti più antichi dell’Iliade e Odissea, non hanno attestazioni di questo tratto. Compare nei canti omerici più recenti, che si ritiene siano stati composti intorno all’VIII secolo, mentre nella prosa greca può antica, l’articolo appare come una strategia già stabilizzata. Secondo alcuni, si può ipotizzare che l’articolo fosse presente prima del greco in una lingua non indoeuropea ossia il basco, ma non si ha documentazione certa e antica di questa lingua. Per quanto riguarda le lingue romanze, la prima attestazione vera e propria di articolo si ha nella parodia della Lex salica dell’VIII secolo. C’è da dire però che una serie di indizi abbia indotto a pensare che una sorta di articolo sia stato presente già tra il IV e VI secolo d.C., ma sono soltanto pseudo forme con distribuzione paragonabile a quella dell’articolo determinativo e non propriamente esso. Nelle lingue romanze la situazione è ulteriormente complessa dato che in latino il dimostrativo ille era in concorrenza con l’altro dimostrativo ipse. Addirittura, ci si accorge che, se si leggono testi latini molto tardi come Alto medievali, ipse è molto diffuso, anche più di ille. Dunque, a partire da quei testi, non si poteva essere certi e prevedere che l’articolo sarebbe nato da ille e non da ipse. Nel catalano, ad esempio, una serie di toponimi sono preceduta da sa derivato da i pse. Rispetto alle lingue romanze, nelle altre lingue ci confrontiamo con una documentazione molto più frammentaria. Mentre nelle romanze si può tallonare il cambiamento linguistico, ciononostante una serie di passaggi decisivi non sono afferrabili, nelle lingue europee ma non romanze ciò accade ancor di più. Per esempio, nello slavo ecclesiastico, esiste un articolo posposto (ancora presente in lingue dei Balcani). Per l’articolo nell’albanese si ipotizza una
Nel caso delle lingue romanze, si deve partire dalla situazione specifica del latino. Questa lingua aveva flessione nominale molto ricca perché le funzioni sintattiche erano espresse dai casi. Ciò comportava una grande libertà nell’ ordine delle parole, era uno strumento molto flessibile utilizzato per esprimere contenuti di tipo pragmatico e, in particolare, per organizzare l’informazione a seconda se fosse nota o nuova. Quando la flessione dei casi viene meno, a causa di elementi di ordine fonetico (-m dell’accusativo non era più pronunciava più, la lunghezza vocalica non si percepiva), non si può più espletare quella funziona pragmatica che poteva fare quando la flessione dei casi era completa. La perdita della flessione causale è stato l’elemento fatto lingua specifico, il trigger specifico che ha fatto ‘saltare’ l’equilibrio interno alla lingua. Lentamente, si comincia a creare questo ordine grammaticalizzato in cui l’ordine delle parole è utilizzato per esprimere le relazioni sintattiche, non più pragmatiche. La lingua, quindi, doveva cercare un'altra strada. Come conseguenza si irrigidisce l’ordine delle parole, utilizzato per esprimere relazioni sintattiche. In quest’ottica, la nascita dell’articolo definito è finalizzata a colmare questa lacuna e a trovare un altro mezzo per esprimere la definitezza, che viene indicata come il tratto binario +-noto. La nascita dell’articolo va collocata nel quadro del mutamento della sintassi della frase; per certi versi, rappresenta una sorta di cambiamento collegato alla perdita della flessione causale, un grandissimo cambiamento che si ripercuote su tutte le lingue romanze. È interessante notare che si può collocare questo fenomeno in una serie di movimenti di tipo storico/geografico e linguistico che ha origine a Oriente e che si diffonde nel Mediterraneo e poi in Europa. La direzione da est a ovest è la stessa di tutti i grandi movimenti di civilizzazione del mediterraneo occidentale. 23/ La perdita della flessione causale nel aveva determinato una serie di esigenze funzionali. Nel passaggio dal latino all’italiano ci sono una serie di cambiamenti che riguardano la struttura della lingua: il lessico tra le due lingue è indubbiamente simile, talvolta le differenze strutturali sono molto forti. Una serie di ulteriori innovazioni cambiano i connotati della coniugazione e flessione del verbo, tra cui le forme perifrastiche. Le differenze che viene individuata è tra forme sintetiche e perifrastiche ed è stato osservato un ciclo, una tendenza delle forme perifrastiche a diventare sintetiche e viceversa. Nella coniugazione del verbo romanzo c’è la creazione di tre perifrasi: una forma tutt’ora perifrastica è il passato prossimo costruito con habeo ; la seconda è il futuro, oggi diventato sintetico, ma ha origine perifrastiche; la terza è il condizionale, diventato una forma sintetica. In romanzo, il futuro deriva da cantare habeo e anche in altre famiglie linguistiche ci sono futuri perifrastica. Ad esempio, nelle lingue dell’area balcanica, il futuro si forma con il verbo volere. In generale, in tutta una serie di lingue accade così perché il ‘volere’ indica una sorta di proiezione in avanti. In aerea balcanica si trova anche la costruzione futurale avere+infinito , di chiara origine romanza. Per quanto riguarda l’area romanza, il futuro deriva dalla perifrasi cantare habeo , una perifrasi che entra in crisi per ragioni non morfologiche ma fonetiche, perché si ha un passaggio da b del latino più antico a v del latino più moderno: la forma futura laudabit diventa omofona a laudavit perfetto. Per l’appunto, il latino viene percosso da un fenomeno generale che ha un impatto sul
sistema delle desinenze. In aggiunta, il sistema di desinenze del futuro era poco identificabile e ciò lo rendeva un tempo morfologicamente debole. In ogni caso, tutto ciò non è sufficiente a determinare la nascita di un nuovo tempo verbale (nelle lingue, infatti, niente è necessario) ma vengono indicati come fattori di debolezza morfologica del futuro che potevano preludere a un cambiamento. In epoca tarda latina, si formano una serie di perifrasi o, meglio, sequenze, cioè una serie di casi in cui per indicare eventi futurali vengono utilizzate costruzioni complesse (ad esempio, verbo volo+ infinito). Nel passaggio latino al romanzo, anche il sistema nominale vede la sostituzione di una serie di forme sintetiche (i casi) con forme perifrastiche: il genitivo diventa di (prep)+nome. È stata identificata una tendenza generale a passare da costruzioni sintetiche a quelle di tipo perifrastico. Il condizionale è considerato una sorta di effetto collaterale del futuro perifrastico cantare habeo. Le forme da cui derivano i condizionali italiana sono habebam cantare e habuit cantare sono il futuro nel passato, cioè il futuro anteriore che, per ragioni funzionali, viene utilizzato come un condizionale. Queste forme con i tempi storici di habeo cominciano ad essere utilizzate soprattutto nei periodi ipotetici e da lì passano a diventare un condizionale. Nel latino non esiste una forma come il nostro ‘ho mangiato’, esisteva il perfetto come dixit , tradotto come ‘dissi/ho detto’, e che veicolava informazioni tanto di carattere aspettuali tanto di carattere temporali. In latino, la costruzione del verbo ‘avere’ è un vero e proprio verbo di possesso. La frase multa bona bene parta habemus , se si fa la costruzione si ha habemus multa bona bene parta , cioè, ‘abbiamo molti beni procurati’ in cui parta (il participio) è accordato con accusativo al nome. Come in italiano ‘io ho una casa comprata’, in cui ‘comprata’ è sintagma nominale oggetto. Successivamente, questo verbo ‘avere’ viene rianalizzato e il participio viene reinterpretato non più come facente parte del sintagma nominale oggetto ma facente parte del sintagma verbale: io ho comprato una casa. ‘Io ho molti beni procurati’ > ‘io ho procurato molti beni’. Questo passaggio di rianalisi riguarda tanto lo statuto del verbo avere quanto la costituenza, perché il participio non è più collegato al nome bensì al verbo. Haec omnia probatum habemus. Habeo è usato come ausiliare, probatum è collegato al verbo, la spia ci viene dall’accordo e non è più collegato all’oggetto ma diventa nome accordato. Il participio in questa frase è parte del sintagma verbale. La forma habeo + participio finisce per veicolare delle informazioni di carattere aspettuale. La forma del perfetto è utilizzata per le espressioni di tempo (un passato precedente al momento dell’enunciazione), habeo+participio viene utilizzato come perifrasi di carattere aspettuale. Il futuro e il perfetto lasciano delle questioni aperte: cantare habeo > canterò, cantatum habeo / habeo cantatum > io ho cantato. Quali sono le differenze? Nella prima la forma ausiliare è rimasta quella del latino e si sono univerbate, nella seconda invece c’è stata inversione dei costituenti e non un’univerbazione. Queste differenze si possono spiegare in ottica tipologica facendo riferimento a una serie di coordinate:
caratteristica si possono predire altre, e ciò li rende più rilevanti. Se esiste un’universale ma è isolato, il suo valore sarà inferiore. Caso delle perifrasi in latino Nella letteratura tipologica, il latino è solitamente considerato come una lingua di tipo OV ma questa attribuzione non è scontata: è un elemento problematico perché molti casi non sono conformi a questa regola. In ogni caso, il latino, essendo OV, l’oggetto precede il verbo e l’ausiliare ha una posizione particolare perché in queste lingue tende ad essere collocato dopo il verbo lessicale ( cantare verbo lessicale habeo ausiliare). L’ausiliare è l’elemento reggente essendo portatore dei caratteri, talvolta nelle lingue romanze l’ausiliare tende a precedere il verbo lessicale. Come si spiega ciò? Inoltre, perché le sequenze cantare habe o e habeo cantatum hanno seguito due strade diverse, ossia la prima ha dato vita a una forma sintetica in cui l’antico ausiliare segue, mentre la seconda ha generato una forma di tipo perifrastico in cui l’ausiliare precede? Viene immaginato che nel caso del futuro, questo sia entrato in crisi e siano sorte, in coincidenza di questo fenomeno, una serie di perifrasi, tra le quali cantare habeo. Tali perifrasi avevano in origine un valore modale (‘devo cantare’), habeo si affievolisce fino a diventare una marca di tipo temporale. Nella costruzione cantare habeo , habeo non è più un verbo di possesso né verbo modale, ma la forma intera veicola un valore di tipo temporale: è un futuro. Di fatto, Comrie diceva che le forme con valore temporali tendono a diventare sintetiche, cosa che succede a questo futuro. Forma perifrastica Cantare habeo > processo di rianalisi e grammaticalizzazione, al temine del quale si ha forma sintetiche che corrisponde alla generalizzazione di Comrie: le forme temporali tendono ad essere veicolate con una forma sintetica. Per quanto riguarda il nuovo passato perifrastico, la forma cantatum habeo assume soprattutto un valore di carattere aspettuale, distinguendosi dal perfetto: questo ha soprattutto valore temporale mentre la perifrasi viene utilizzata per veicolare informazioni di carattere aspettuale. Secondo la generalizzazione di Comrie, queste forme aspettuali tendono ad essere veicolate da forme perifrastiche. Le due formazioni romanze corrispondono a questa generalizzazione e la linea dell’evoluzione corrisponde alla linea individuata da Comrie. Tuttavia sussiste il problema relativo all’ordine dei costituenti. Nel latino, lingua OV, una forma come cantatum habeo è la forma attesa, mentre nelle lingue romanze si ha la forma ho cantato , che rappresenta l’evoluzione di cantatum habeo con l’inversione. Ciò è proprio quello che ci aspetteremmo dal passaggio da lingua OV a lingua VO perché in queste lingue l’ausiliare tende a precedere il verbo lessicale (latino: ausiliare post verbale> lingue romanze: ausiliare preverbale). In questo, infatti, si ritrova l’adeguamento tanto all’affermazione di Comrie quanto allo schema degli universali di Greenberg.
Tuttavia, il passato prossimo non ha più valore aspettuale nelle lingue moderne ma temporale, tanto è vero che in alcune varietà dell’italiano (soprattutto settentrionali) il passato remoto è quasi in disuso in favore di un uso generalizzato del passato prossimo. Questo non ha più valore aspettuale ma solo temporale e dunque ci si aspetterebbe la sua univerbazione (Comrie) ma non accade perché l’ausiliare in prima posizione si è stabilizzato e quindi non può più diventare una desinenza perché è posizionato prima. Tutti i valori grammaticali (persona, tempo) sono portati dall’ausiliare che si stabilizzato prima e, anche se la forma ha valore temporale, l’occorrenza dell’ausiliare in posizione preverbale blocca l’avanzamento del processo. Paratum habeo> habeo paratum Ho la torta preparata> preparata viene rianalizzato come parte del sintagma verbale, il participio non si accorda più con l’oggetto ma è legato al predicato verbale> ho preparato la torta (notare l’accordo, prima con torta, poi con il soggetto io) Il passato prossimo, nonostante nelle lingue moderne non veicoli più il suo carattere originario dell’aspettualità, non si è univerbato, ossia non si è evoluto in forma sintetica. Perché? Innanzitutto, non deve obbligatoriamente succedere che si passi allo step successivo. In secondo luogo, se habeo si trova prima è difficile che si trasformi in desinenza. Per quanto riguarda il futuro, si presenta un altro problema: erano due parole, poi il futuro perde questa costruzione cantare+avere, perde il valore modale di ‘dovere, necessità’ e diventa un futuro a tutti gli effetti. Secondo la generalizzazione di Comrie, le forme con valore temporale tendono ad essere realizzate on forme sintetiche: canterò è una forma predicibile sulla base di questa generalizzazione. Perché l’ausiliare non si è spostato in posizione preverbale come dovrebbe succedere nelle lingue VO come quelle romanze? Ci sono diverse ragioni che spiegherebbero questo fenomeno. 1)Nel futuro cantare habeo non è diventato habeo cantare probabilmente perché le evoluzioni sono sempre relative;
Queste strategie possono avere come conseguenza il cambiamento della lingua, quello a cui viene dato un rilievo è il concetto di intenzionalità: il parlante non ha mai l’intenzione di cambiare il sistema, il cambiamento di questo non è mai intenzionale, ma i singoli atti linguistici del parlante lo sono. Le strategie usate dal parlante nella produzione, e quelle usate dall’ascoltatore nella ricezione, se tendono a ripetersi, possono generare un cambiamento linguistico. Le motivazioni elencate sono di ordine pragmatico, cioè esse hanno a che vedere con la relazione tra la lingua e il contesto e la lingua nel contesto. I fattori pragmatici incidono sul rapporto tra significato e contesto e influiscono nello spostamento del significato, elemento chiave della grammaticalizzazione. Una frase tipo ‘Mi puoi passare il sale?’ può fare riferimento a due significati, quello semantico è ‘sei in grado di passarmi il sale?’, il significato pragmatico è ‘se me lo puoi passare, me lo dai?’. Possiamo dire che il significato semantico si differenzia da quello pragmatico: in particolare, la semantica si occupa innanzitutto di quei significati che sono relativamente stabili, cioè di quella parte di significato che non cambia in base al contesto, e sono significati tipicamente arbitrari; la pragmatica, inversamente, si occupa principalmente di quelle credenze e convincimenti e di quelle inferenze che fanno i partecipanti alla comunicazione, fanno inoltre riferimento agli obiettivi che il parlante ha e per i quali le espressioni linguistiche sono fatte in un determinato modo. L’ascoltatore, in base all’atto linguistico del parlante, deve fare un’inferenza, ossia deve cogliere l’implicito che è presente nel linguaggio: sull’esempio di frase precedente, l’ascoltatore deve capire che l’implicazione del messaggio è che deve passare il sale. Molti delle inferenze fatte dai parlanti seguono dei percorsi comuni, quindi anche all’interno della pragmatica si può cogliere una sorta di somiglianza interlinguistica tra i processi. Grice osserva che nella comunicazione, perché la conversazione sia efficiente, i parlanti debbano condividono delle inferenze o implicature conversazionali. I parlanti inferiscono il significato di un enunciato sia sulla base del contesto lessicale, decodifica il messaggio guardando il significato lessicale delle parole, e sia utilizzando i cosiddetti elementi contestuali che sono delle inferenze, dei presupposti che governano la produzione linguistica. Rice si riferisce a delle massime conversazionali, ossia dei principi che l’ascoltatore immagina che il parlante abbia messo in atto: Massime della quantità: mi aspetto che il contributo del mio partner linguistico sia né più né meno di quanto è richiesto ("Dai un contributo appropriato sotto il profilo della quantità di informazioni"); Massime della qualità: mi aspetto che il contributo dell'altro sia autentico ("Non dire cose che credi false o che non hai ragione di credere vere"); Massime della relazione: mi aspetto che il contributo del partner sia appropriato alle esigenze immediate in ciascuna fase della transazione ("Dai un contributo pertinente ad ogni stadio della comunicazione"); Massime della modalità: "mi aspetto che il partner renda esplicito quale contributo mi sta fornendo e che lo esegua con ragionevole sollecitudine" ("Esprimiti in modo chiaro, breve, ordinato"). In qualche modo l’ascoltatore, quando inferisce il significato, inferisce non solo quello lessicale ma anche quello di tipo pragmatico, che proviene dalla considerazione del contesto
comunicativo e della condivisione di una serie di implicature, una serie di ‘regole’ che si danno nella comunicazione_._ All’interno di questo processo di carattere pragmatico prendono corpo i processi di slittamento di significato, cioè i fenomeni di rianalisi. 11/ Pragmatica d’incidenza di fattori pragmatici nella grammaticalizzazione, cioè meccanismi di Rianalisi e analogia sono motivati. Perché sulla base di quali meccanismi ad un certo punto una parola si incammina verso un cline di grammaticalizzazione, e sulla base di quale processo mentale comune ai parlanti accade. I fattori pragmatici sono quei fattori che riguardano il flusso della comunicazione, cose che succedono nel momento in cui due individui interagiscono. Sono dei processi al confine tra la semantica, perché riguardano aspetti del significato, e la pragmatica perché riguardano i significati calati nel discorso. Alcuni processi che avvengono nel discorso che si possono grammaticalizzare. Nella frase “non avevo niente da fare. Sono uscita” tendiamo ad unire i due enunciati e a fare delle inferenze “poiché non avevo niente da fare sono uscita”. In alcuni casi, queste interferenze, che sono delle implicature conversazionali, vengono grammaticalizzate, ossia si stabilizzano. Questa intuizione si trova in Grice, il quale dice che non è impossibile che ciò che comincia come implicazione conversazionale sia soggetta a grammaticalizzazione. Da questo punto di vista, l’esempio più classico si trova negli elementi di carattere temporale dai quali, molte volte, si sviluppa un elemento causale. In italiano, l’espressione ‘dal momento in cui/che’ è una temporale ma ha assunto anche un valore causale. Qualcosa di simile è successo anche in inglese e, nei testi scritti fino al 1050, c’era l’espressione since utilizzata come preposizione temporale il cui significato era ‘dal momento in cui’ o ‘dopo’. Questa espressione quindi marcava contemporaneamente una preposizione temporale con significato di ‘dopo’ ma marcava anche il momento iniziale di qualcosa, comportando una sovrapposizione con qualche punto di un evento precedente. Nella frase ‘dal momento in cui sono uscita’, l’azione si proietta in avanti, un ‘dopo’ che ha un collegamento con l’azione precedente. Elemento siþþan : then, after/since (siþþan ) he angry was and wounded, he slaughtered much of-that troop ‘dopo che lui era affamato e ferito’ vs ‘poiché era affamato e ferito’: non si può escludere che si tratti di un’espressione di carattere temporale. Abbiamo casi invece in cui l’interpretazione temporale è bloccata dal contesto. ‘ma io ancora ti insegnerò la strada poiché tu vedi che la vera felicità arriva attraverso il mio insegnamento e dove si trova’: l’interpretazione ‘dopo’ è bloccata dalla presenza di ‘tu vedi’. Si possono rintracciare dei casi in cui si vede un’interpretazione di tipo più causale. L’interpretazione dell’elemento s ince da temporale a causale si vede in alcuni casi, non tutti: ci sono casi in cui si trova un verbo che incoraggia maggiormente l’interpretazione causale, in altri non è possibile vedere se e in che misura l’inferenza causale si sia stabilizzata. Le relazioni semantiche (tempo e causa, fine e causa) sono vicine dal punto di vista semantico e dunque non si