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riassunti Linguistica tratti dal libro “Linguistica Generale” di Gobber
Tipologia: Appunti
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La linguistica generale è una scienza empirica che si propone di spiegare il funzionamento e il cambiamento delle lingue, intese come strumenti della comunicazione verbale. Il nome linguistica si lega all’aggettivo generale a indicare una prospettiva che si propone di spiegare somiglianze e differenze tra lingue. Lo studioso di linguistica generale giunge a formulare ipotesi sull’organizzazione e sul funzionamento delle lingue, come pure sulle loro parentele e sulle dinamiche del mutamento linguistico.
Le scienze distinguono un oggetto reale da un oggetto formale. L’oggetto reale è ciò che si presenta in un insieme di dati che suscitano interesse conoscitivo. L’oggetto formale dipende da come si guarda all’oggetto reale. La lingua è l’oggetto formale della linguistica. La lingua può assumere configurazioni diverse, a seconda degli interessi specifici e delle domande che il linguista si pone. Peraltro, i dati nei quali si manifesta l’oggetto reale sono sempre eventi fisici (fonici o grafici), prodotti del comportamento umano, i quali attivano eventi mentali, che a loro volta condizionano i comportamenti individuali e sociali in un dato luogo e in una data epoca.
La riflessione sulla lingua è legata alla tradizione dei documenti scritti. Per una lingua, la manifestazione orale precede quella scritta sia nella storia degli individui sia nella storia delle lingue. La scrittura registra alcune caratteristiche del fenomeno sonoro ritenute essenziali per la comprensione dei messaggi. I sistemi di scrittura furono introdotti per fissare, diffondere e conservare i documenti linguistici rilevanti per la vita pubblica di una comunità. Negli sviluppi successivi, furono stabiliti i primi complessi di norme per redigere e leggere in modo adeguato la redazione e la lettura di queste produzioni scritte. Nacque così la tradizione della grammatica intesa come tecnica da seguire in modo appropriato. Nella mentalità comune, prevale l’originaria impostazione prescrittiva, che riguarda per lo più i testi scritti e stabilisce come una lingua debba essere. A questa tendenza si contrappone il punto di vista descrittivo, che osserva la lingua così come si manifesta e cerca di comprendere come essa è fatta e funziona. La norma limita l’anarchia della comunità linguistica e serve a mantenere e promuovere il ruolo della lingua come istituzione sociale.
La linguistica generale è una scienza empirica: è legata a fenomeni osservabili, che sono eventi sonori o grafici, ma vengono prodotti e recepiti come eventi. Essi sono, cioè, costituiti come suoni o caratteri scritti che rinviano ad altro da sé. Lo studioso che vuole comprendere l’evento semiotico prende avvio dall’osservazione dei dati e si propone di scoprire la struttura del fatto linguistico. Si tratta di individuare l’organizzazione interna del fatto linguistico alla luce della sua funzione, cioè studiare il dato in quanto è portatore di un messaggio. Lo studioso dovrà ricorrere a un’ ipotesi sulla struttura del fatto che andrà poi verificata mediante continue osservazioni ed esperimenti. Una buona ipotesi deve avere carattere predittivo , ossia deve riuscire a spiegare anche altri fenomeni, oltre a quelli considerati in partenza. Una teoria scientifica è un’ipotesi. La teoria consente di “vedere” la struttura del reale.
La linguistica ha compiti esplicativi: si propone di spiegare i dati. A questo scopo è necessario introdurre nella scienza i processi di astrazione: astrarre significa “togliere, staccare” una caratteristica comune a più fenomeni concreti. Un primo tipo di astrazione consente il passaggio dall’individuale al generale. Una categoria è un’astrazione e le parole di una lingua ne sono piene. Ci sono 3 livelli di astrazione:
1. generalizzazione: tutti i gatti hanno il pelo nero
2. ipotesi su proprietà non osservabili: riguarda le proprietà nascoste all’osservazione. Appartengono a un’ ipotesi su una lingua; sono costrutti, ovvero grandezze introdotte dallo studioso per spiegare l’organizzazione interna e la funzione del fatto linguistico. 3. ipotesi su una realtà non osservabile o ideazione costruttiva: lo studioso intravede la possibilità di concepire la lingua come un’organizzazione complessa di procedimenti che elaborano strutture , cioè strumenti di natura fonica o grafica, dotati di una carica segnica e predisposti a funzionare nella comunicazione umana. In questa prospettiva si dice grammatica il nucleo di un’ipotesi sull’organizzazione interna di una lingua. E’ quindi un analogo funzionale, ossia un oggetto che “simula” il funzionamento di una realtà non osservabile.
E’ possibile applicare il processo di astrazione ponendosi domande sulle somiglianze e sulle differenze tra le lingue del mondo. Questa via è intrapresa da molti programmi di ricerca nella linguistica contemporanea, in particolare dal programma generativo avviato da Noam Chomsky negli anni 50 del 900. Per Chomsky, la grammatica è un’ipotesi su una competenza innata della mente umana: essa ha una valenza biologica e psicologica. La competenza caratterizza un parlante ideale: riguarda qualsiasi parlante perché senza competenza grammaticale nessun individuo è capace di parlare. La competenza grammaticale si manifesta nell’ esecuzione , che dà luogo alle produzioni linguistiche concrete.
La lingua è uno strumento di comunicazione condiviso da una comunità di parlanti; in quanto tale, essa è un’istituzione sociale che si manifesta negli usi individuali. Nella tradizione del Cours de linguistique générale (1916) di Ferdinand de Saussure, l’istituzione sociale è chiamata langue , mentre l’uso individuale è detto parole ed è concepito come realizzazione della langue. La linguistica generale, secondo Saussure, ha il compito di descrivere la langue a partire dalla “materia” osservata, cioè i dati di parole. Una comunità linguistica non è tuttavia omogenea e la langue recepisce molte particolarità che hanno rilevanza sociale ristretta.
In senso proprio, la comunicazione umana è uno scambio intenzionale di segni tra un mittente e un destinatario. Per il buon esito dello scambio comunicativo, il destinatario deve riconoscere l’intenzione comunicativa, ossia deve comprendere che cosa il destinatario ha voluto comunicare. Nella comunicazione verbale umana intervengono segni di un certo tipo: ● indizio: fenomeno naturale; motivazione causa-effetto (es. sbadiglio = sonno) ● segnale: fatto naturale e intenzionale, che richiama il destinatario a qualcos’altro. Nella comunicazione animale si fa uso per lo più di segnali di richiamo ● icona: riproduzione che per forma è analoga all’oggetto cui rinvia ● simbolo: caratterizzato da intenzionalità e da motivazione culturale; risultato di una convenzione adottata entro una comunità (es. semaforo) I segni impiegati nei messaggi linguistici condividono l’intenzionalità e la convenzionalità che caratterizzano i simboli: tutti i simboli possono essere descritti mediante segni linguistici (possono esprimersi a parole); viceversa non è sempre possibile.
La struttura dell’atto comunicativo può essere rappresentata per mezzo di un modello, introdotto da Roman Jakobson. Un messaggio, prodotto da un mittere e diretto a un destinatario attraverso il contatto stabilito da un canale di trasmissione (grafico o fonico), è riferito a un contesto ed è formulato
del “blocco” di forme che lo precedono. In generale, la sintassi ha il compito di manifestare la composizionalità a tutti i livelli linguistici del messaggio. La composizionalità è il principio che gestisce la combinazione significativa degli elementi linguistici.
Per articolazione si intende una segmentazione del dato linguistico in unità minori. Segmentando, si riconoscono elementi dotati di significato: sono suoni che hanno significato o, se si vuole, sono significati manifestati tramite suoni. Queste unità di suono o di significato sono ricondotte a elementi del sistema linguistico che costituiscono la prima articolazione della lingua. RANA: r+a+n+a ---> si può attribuire a ciascun elemento così individuato la capacità di opporsi ad altri elementi, allo scopo di distinguere unità della prima articolazione: r si oppone a l, distinguendo rana da lana; r e l sono unità distintive che appartengono alla seconda articolazione della lingua. La seconda articolazione della lingua è un concetto sviluppato entro una teoria della lingua come sistema semiotico. E’ ritenuta fondamentale per l’economia di un sistema.
Nei messaggi si riscontra non di rado una certa ripetitività. Si parla di ridondanza. Partirò domani: qui troviamo indicazioni di tempo sia nella forma verbale sia nell’avverbio. La ridondanza è fondamentale per garantire la ricezione e la comprensione del messaggio. La presenza diffusa della ridondanza è un indizio di orientamento al destinatario che attesta la naturale dialogicità del fatto linguistico.
Avere pertinenza semiotica significa dare luogo a differenze nel sistema segnico. La pertinenza semiotica è relativa a un sistema linguistico. Possiamo definirla come una differenza semantica istituzionalizzata. Se la differenza non è obbligatoria, è possibile recuperarla nel testo o nel contesto.
Si può dire che un sistema linguistico è anche un’ipotesi interpretativa sull’esperienza umana. Questa capacità del sistema linguistico è detta categorizzazione: una categoria è un modo di essere, una qualità di un oggetto o di un individuo. Il sistema linguistico è uno strumento per categorizzare l’esperienza. Si attua in due modi: una è la pertinenza semiotica, che istituisce differenze obbligatorie; l’altra è la formazione di espressioni dalla struttura trasparente, ossia motivata da un aspetto dell’esperienza. Si parla anche di motivazione.
L’inverso della motivazione è l’arbitrarietà, la quale caratterizza essenzialmente il legame tra il suono e il significato entro un segno: non vi è alcuna ragione per cui un dato suono sia connesso a un dato significato. Si è osservato che l’arbitrarietà è fondamentale per il cambiamento del potenziale semantico di un’unità linguistica: poiché non vi è ragione per legare un dato suono a un dato significato, è possibile attribuire altri significati a quel suono.
Nella realtà della comunicazione, un segno è fondamentalmente un evento fisico (fonico o grafico) che attivo un evento mentale. Gli individui si avvalgono dei segni per riferirsi a oggetti e situazioni del mondo condiviso entro un’azione comunicativa, i cui scopi variano a seconda dei casi concreti. Un messaggio è un segno complesso, articolato a sua volta in segni di minore complessità. Allo scopo di suscitare un effetto nel destinatario, egli attinge agli strumento che la lingua gli mette a disposizione. Una lingua è un sistema di strutture, cioè strumenti espressivi per costruire messaggi.
Nel Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure è presentata una concezione del segno che ha influenzato profondamente gli studi linguistici del Novecento. Il segno saussuriano ( signe) è caratterizzato come unione inscindibile di un significante (signifiant) e di un significato (signifié). I significati esistono perché esistono i significanti, e i significanti esistono perché sono il modo in cui il significato è colto come entità distinta dalle altre entità. Il segno di Saussure ha due valenze: ● metodologica: il segno è una nozione introdotta dallo studioso per spiegare l’organizzazione che regge i dati osservati (la parole) ● psicologica e sociale: il segno è un’ entità psichica che appartiene a un patrimonio mnemonico virtuale.
Nel dominio della fonetica rientra lo studio delle caratteristiche dei suoni della lingua. I modi di analisi sono 3: ● percettivo: riguarda i complessi meccanismi della sensibilità auditiva; considera la ricezione di un fenomeno acustico e la sua interpretazione come elementi linguistici. ● acustico: concerne il mezzo di propagazione dell’onda sonora ● articolatorio: riguarda l’apparato della fonazione e descrive la genesi dei suoni. Il termine “suono” è il correlato auditivo di un fenomeno fisico, chiamato onda sonora.
● frequenza: numero di vibrazioni prodotte in una data unità di tempo ● periodo: tempo impiegato per compiere una vibrazione ● lunghezza d’onda: distanza percorsa dall’onda in un periodo. ● ampiezza (dell’oscillazione): dipende dalla pressione esercitata: essa diminuisce man mano che l’onda si allontana dalla sorgente del movimento. La maggior parte delle onde è però complessa , perchè si danno contemporaneamente più vibrazioni: quando infatti un corpo o una massa d’aria vibra, vibrano tutte le sue parti. Ogni onda complessa periodica è la sintesi della fondamentale e delle armoniche: esempi tipici sono le onde corrispondenti a una nota musicale. Se invece sono assenti i rapporti aritmetici fra la componente fondamentale e le altre, l’onda complessa è detta non periodica e corrisponde a un rumore. In un’onda complessa, la fondamentale determina la frequenza dell’onda. Il numero e la forza delle armoniche determinano la forma dell’onda.
Frequenza della vibrazione e ampiezza dell’oscillazione appartengono al fenomeno dinamico delle onde sonore. Si trasferiscono nel fenomeno acustico come altezza e intensità. Per l’altezza distinguiamo suoni bassi, con un numero basso di periodi al secondo, e suoni alti, con un numero elevato di periodi al secondo. La vibrazione ondulatoria varia a seconda della conformazione del mezzo materiale, degli ostacoli e delle interferenze incontrate. Le differenze tra una [a], una [e], una [i] sono differenze timbriche.
FENOMENO FISICO - ONDA SONORA FENOMENO NERVOSO AUDITIVO - SUONO
Ampiezza Intensità
Frequenza Altezza
Forma Timbro
● velari ● uvulari ● laringali
Nell’articolazione delle vocali operano 4 fattori:
Morfologia: riguarda la costituzione di lessemi e di forme di parola
La nozione di parola è di ardua definizione. Possiamo considerarla una struttura, semplice o complessa, caratterizzata da alcune proprietà: ● per la fonologia, è articolata in uno o più piedi, a loro volta strutturati in sillabe organizzate secondo le regole della lingua ● per la morfologia, si articola in componenti disposti in un certo ordine, che non può essere modificato ● per l’ortografia, si caratterizza come elemento isolato da spazi nella scrittura ● nel discorso, i confini di parola sono punti di pausa potenziale Lemma: voce registrata e definita come vocabolo di una lingua Lessema: unità del vocabolario
La morfologia ha duplice compito. E’ chiamata a descrivere i processi di formazione delle parole e la flessione delle parole. Le parole sottoponibili a flessione in italiano sono i sostantivi, gli articoli, gli aggettivi, i pronomi e i verbi. Le parole prive di flessione sono gli avverbi, le preposizioni, le congiunzioni e le interiezioni.
Morfema: struttura semplice della prima articolazione: in quanto struttura è caratterizzato da biplanarità semiotica e non si compone di altri morfemi. Si distingue una classificazione formale, che si propone di rilevare le posizioni dei morfemi nella forma di parola. Una distinzione di tipo formale è basata su un criterio che distingue radici, affissi e desinenze. Abbiamo poi un criterio funzionale , che considera il ruolo dei morfemi entro i processi di formazione delle parole e nella flessione delle forme di parola. Riconosciamo, dunque: ● morfemi lessicali: sufficienti per costruire lessemi elementari che si manifestano senza flessione (avverbio: bene) ● formativi lessicali: sono impiegati nei processi di formazione di lessemi strutturati. Nelle lingue indoeuropee si manifestano per lo più come affissi ● morfemi flessionali: sono responsabili delle forme diverse di una medesima parola, ossia sono l’elemento variabile che si combina con l’elemento stabile.
Una caratteristica comune ai diversi tipi di morfemi sono i fenomeni di allomorfia. Gli allomorfi nel senso stretto del termine sono simili foneticamente e semanticamente. Nella trattazione della morfologia flessionale, la nozione di allomorfo si è intesa in una valenza più ampia: sono considerati tali anche i morfi che non hanno somiglianza fonetica, ma solo funzionale. Un caso più complesso è dato dai cosiddetti paradigmi suppletivi, che si costituiscono ricorrendo a morfi lessicali simili semanticamente, ma non foneticamente.
Si ha composizione quando due lessemi si combinano producendo una nuova struttura. In italiano si hanno composizioni di vario tipo: ● sostantivo + sostantivo: capostazione, madrepatria ● sostantivo + aggettivo: cassaforte, pellerossa ● aggettivo + sostantivo: altopiano, bassorilievo ● verbo + sostantivo: girarrosto, portalettere ● verbo + verbo: saliscendi, toccasana ● radice verbale + avverbio: buttafuori ● preposizone + nome: dopopartita, doposci ● avverbio + sostantivo: quasi-particella ● aggettivo + aggettivo: nerazzurro, pianoforte ● avverbio + aggettivo: sempreverde, malfermo, benvisto ● avverbio + verbo: benedire, malmenare In strutture come scuola-bus, uomo-radar, usa-e-getta, fra le componenti vi è un legame meno forte della composizione. Si tratta di una sequenza lessicalizzata di parole che conservano una parziale autonomia, ma costituiscono una unità con funzione sintattica. Si parla di combinazione di parole.
I prefissi danno luogo a parole che per lo più appartengono alla medesima classe lessicale della base.
La derivazione è un tipo di formazione che incrementa la base lessicale, trasferendo di solito la parola in un’altra parte del discorso. Per derivare parole si impiegano diverse strategie:
● Iperonimo: lessema di senso generico (sovrano) ● Iponimo: lessemi di senso specifico (imperatore, principe, re, granduca) ● Co-iponimo: lessemi che condividono l’iperonimo ● Sinonimia: somiglianza parziale di senso (abbinare - accoppiare) ● Antonimia: collega parola di senso contrario (alto-basso) ● Omonimia: lessemi con medesima strategia di manifestazione (miglio: pianta/misura)
● Enunciati: espressioni che per la sintassi hanno di solito il rango di frasi e che per il loro apporto alla comunicazione si configurano come testi minimi. Possono avere significato: ❖ letterale: significato di un enunciato ricavato soltanto dalle parole che lo compongono, senza che vi sia bisogno di ricorrere al contesto ❖ contestuale
● Semantica: studia il significato letterale delle parole e della combinazione di parole ● Composizionalità: corretta combinazione degli elementi in un intero maggiore.
La disambiguazione opera sull’omonimia e sulla polisemia. In senso più ampio vi è omonimia quando due o più strutture hanno la stessa manifestazione. L’ambiguità può essere lessicale. Quando interviene una struttura polisemica, la disambiguazione attiva una valenza, escludendo le altre.
● Denotazione: annovera le componenti del senso che descrivono entità o situazioni nel contesto, informazioni oggettive ● Connotazione: include aspetti che riguardano l’atteggiamento del soggetto verso il contesto situazionale o verso l’interlocutore. Significato “emotivo”.
Oltre che per lunghezza e complessità linguistica, i testi possono variare secondo altre caratteristiche. Abbiamo infatti testi: ● parlati e scritti ● monologici e dialogici ● verbali o semioticamente misti (emoticons in SMS)
● ripresa di un elemento testuale in una sequenza del co-testo. Tale fattore serve a realizzare la coreferenza , ossia il riferimento di più espressioni allo stesso elemento nel contesto. Vi sono diversi tipi di ripetizione di elementi caratterizzati da coreferenza: ❖ si può ricorrere alla sostituzione lessicale, con elementi che si assomigliano per il senso; si parla di sinonimia co-testuale : “Ieri un’auto è finita contro un albero. Il carro attrezzi ha portato via il veicolo danneggiato”. ❖ si possono impiegare forme pronominali: se rinviano a un elemento del cotesto anteriore si tratta di anafore ; se rimandano a un elemento successivo si dicono catafore.
● commenti metatestuali , nei quali il mittente esplicita il legame tra le sequenze del testo ( in seguito vedremo che…, da quanto detto sopra segue che…, come si è già precisato...,ETC). ● connettori: elementi che legano enunciati. ● ellissi.
● frames : conoscenze legate a uno scenario organizzate in modo statico ● scripts : rappresentano conoscenze procedurali: sono tipi di attività che riguardano aspetti dell’esperienza ● cooperazione tra interlocutori ● pertinenza: punto di vista su una realtà.
L’esigenza di dare una classificazione delle lingue del mondo è sorta nel XVI secolo, quando la percezione del numero e delle diversità delle lingue umane è risultata in tutta la sua dimensione. Tra i vari criteri abbiamo la classificazione genealogica e la classificazione tipologica.
● Lingue Romanze/Neolatine: portoghese, spagnolo, francese, italiano e rumeno ● Lingue Germaniche: inglese, olandese, tedesco, svedese, gotico ---- mediante ricostruzione: ricondurre la diversità odierna a una forma originaria comune che sia in grado di spiegare in modo convincente come si è passati da una fase unitaria precedente alla varietà successiva. ● Lingue Indoeuropee: Antico indiano, greco, latino, irlandese, germanico, antico slavo.
● l’indoeuropeo porta alle estreme conseguenze i tratti del tipo flessivo ● la parola indoeuropea ha una struttura fissa: radice + suffisso + desinenza
● lingue bantu (centro meridionale): kirundi, tswana, zulu, swahili ● gruppo khoisan (sud-occidentale): sandawe
OCEANIA ● lingue indigene di Taiwan ● lingue maleo-polinesiache (indonesiano, malese, tagalog, malgascio, maori, hawaiano,thaitiano) ● lingue papuane ● lingue della Tasmania (estinte)
Quello del cambiamento è uno degli aspetti tuttora più dibattuti della linguistica, con varietà di interpretazioni e di opinioni che hanno come punta estrema una pagina del Corso di linguistica generale di Saussure, in cui sosteneva, con paradosso, l’immutabilità della lingua. Il fatto che le lingue cambino è insito nella natura stessa delle lingue. Una lingua non è la somma delle norme che si trovano nelle grammatiche, ma un innumerevole insieme di atti linguistici, prodotti da una moltitudine di parlanti. Ciò significa che è un corpus che si accresce giorno dopo giorno e non è unitario. Il parlante sceglie ciò di cui ha bisogno per esprimere al meglio le proprie idee e le proprie necessità comunicative. Il problema del cambiamento linguistico, dunque, non risiede nel fatto che il parlante possa innovare, ma nel perché le sue innovazioni vengono assunte a un certo momento come parte integrante del sistema. I motivi possono essere diversi:
I motivi che portano a una trasformazione fonetica sono vari. Il più semplice è l’opportunità di semplificare nessi che il parlante a un certo punto trova difficili da realizzare. Per esempio, in ogni epoca del latino la difficoltà ad accettare il nesso - tl - sembra una costante. Viene sostituito con - cl-. Non sempre, però, le cose sono così semplici, e in molti casi non siamo in grado di determinare la motivazione del cambiamento: ciò non significa che essa non sia esistita, ma che la documentazione non ci permette di capire il perché del fenomeno. Lo studioso Coseriu ci avverte che il momento finale di un cambiamento fonetico, quella che chiama adozione , “può fino a un certo punto paragonarsi alla sostituzione o all’alterazione di un carattere in una macchina da scrivere”. La discussione fu alimentata dalla scuola dei Neogrammatici, che operò in Germania tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. I Neogrammatici diedero alla regolarità delle trasformazioni fonetiche il carattere di necessità assoluta, trasformandole in vere e proprie leggi. L’unica differenza tra queste e le leggi scientifiche è l’imprevedibilità. L’avvenimento di una legge fonetica in una certa lingua non comporta necessariamente il ripetersi di quella stessa legge fonetica in altra situazione. I Neogrammatici rivendicano alle leggi fonetiche il carattere della ineccepibilità. Le leggi fonetiche non possono ammettere eccezioni, e se si constata che in una determinata forma una legge fonetica non viene applicata, ciò dipende o dalla presenza di una legge fonetica secondaria che contrasta quella principale, o dal fatto che quella parola rappresenta un’innovazione o un prestito giunto in un lingua. *Prendiamo un esempio tratto dalle lingue germaniche primitive. Il germanico presenta nel consonantismo una serie di tratti che lo differenziano nettamente da tutte le altre lingue indoeuropee: ● le occlusive sorde dell’indoeuropeo diventano fricative sorde: p>f; t>p; k>h ● le occlusive sonore dell’indoeuropeo diventano occlusive sorde: b>p; d>t; g>k
Questa generale trasformazione prende il nome di legge di Grimm o prima mutazione consonantica (o mutazione consonantica germanica). Vi sono però esempi in cui sembra che la legge di Grimm non abbia avuto luogo o abbia portato a esiti difformi da quello previsto. Abbiamo due diverse modalità di trattamento: