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linguistica generale, Dispense di Linguistica Generale

riassunto completo + appunti di linguistica generale

Tipologia: Dispense

2025/2026

Caricato il 10/03/2026

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CORSO MONOGRAFICO
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CORSO MONOGRAFICO

Parlato, scritto e grammatica: canale e modalità Nella riflessione linguistica tradizionale si è spesso contrapposto il parlato , considerato spontaneo e poco ordinato, allo scritto , visto come la forma più “corretta” e strutturata della lingua. Il parlato viene di solito descritto come immediato, dinamico e apparentemente disordinato, mentre lo scritto come costruito, pianificato e stabile. Tuttavia, questa opposizione è in parte fuorviante. Anche il parlato spontaneo, infatti, non è privo di grammatica. Al contrario, è regolato da strutture funzionali e ben formate, che però risultano più variabili rispetto a quelle dello scritto, perché fortemente dipendenti dal contesto comunicativo e dall’interazione tra i parlanti. La differenza non è quindi tra presenza o assenza di grammatica, ma tra tipi diversi di organizzazione grammaticale. Lo scritto, d’altra parte, ha una funzione particolare: rende la lingua visibile, permanente e oggettivabile. Questo significa che può essere analizzata a distanza nel tempo e nello spazio, ed è proprio su questa base che si sono costruite la lingua standard e le grammatiche tradizionali. La scrittura tende quindi a stabilizzare e cristallizzare la lingua, fissando un modello di riferimento. Per comprendere meglio queste differenze è utile distinguere tra canale e modalità. Il canale è la via fisica attraverso cui passa il segnale linguistico, come il canale fonico-uditivo, gestuale-visivo o grafico-visivo. La modalità, invece, riguarda l’insieme delle condizioni semiotiche e comunicative legate a un certo uso della lingua, come la modalità parlata o scritta. Non esiste però un rapporto meccanico uno a uno tra canale e modalità: ad esempio, una chat utilizza un canale grafico, ma riproduce molte caratteristiche della modalità parlata. I testi parlati spontanei sono quindi il risultato dell’interazione tra il codice verbale e la modalità parlata. Sono testi grammaticali, ma caratterizzati da una forte variabilità, che le grammatiche tradizionali hanno spesso faticato a descrivere. Questo perché tali grammatiche si basano prevalentemente sulla lingua delle istituzioni, delle classi dirigenti e dei letterati, producendo un modello astratto, spesso desoggettivato e poco attento al significato e all’uso reale. Un esempio estremo di questo approccio è la grammatica generativa , che si fonda su un modello fortemente formale e idealizzato. In questo quadro teorico non è la lingua a generare la grammatica, ma la grammatica a generare la lingua. L’obiettivo è individuare principi universali, mentre la variazione linguistica viene in gran parte esclusa. Ne deriva un’immagine della lingua statica, poco sensibile al contesto, all’interazione e alla modalità parlata. In opposizione a questi modelli si sviluppano gli approcci funzionali , a partire dal Circolo di Praga fino a studiosi come Halliday e Couper-Kuhlen. Si tratta di approcci induttivi, che partono dai dati d’uso e tengono conto del contesto, della pragmatica e della funzione comunicativa degli enunciati. In questa prospettiva, la grammatica non è un sistema astratto isolato, ma uno strumento che emerge dall’uso linguistico. Uno dei problemi principali delle grammatiche tradizionali è infatti la quasi totale assenza del dialogo nei materiali descrittivi. La conversazione viene spesso trattata come un fenomeno marginale, separato dal “cuore” della grammatica, e si presta poca attenzione alla modalità parlata, alla realizzazione fisica dei segni e ai processi cognitivi coinvolti nella produzione e nella percezione del linguaggio. Considerare la modalità diventa quindi fondamentale. Solo così è possibile descrivere strutture tipiche del parlato, come i segnali discorsivi o le frasi senza verbo, e comprendere come il canale e la modalità contribuiscano a codificare il significato. In particolare, nel parlato la prosodia svolge un ruolo centrale, spesso trascurato nelle descrizioni basate esclusivamente sullo scritto. Limitarsi allo scritto formale comporta anche un rischio più ampio: quello di escludere le varietà native, come la lingua della famiglia o degli amici, e di separare la riflessione linguistica dalla lingua delle prime esperienze e dell’identità quotidiana dei parlanti. La grammatica finisce così per apparire come proprietà di una minoranza prestigiosa e per offrire un’immagine semplificata e parziale della realtà linguistica.

I turni nella conversazione Un elemento fondamentale che incide sulla forma dei testi parlati è la gestione dei turni di parola. Nella conversazione, infatti, produttore e destinatario sono in genere compresenti , i partecipanti hanno una relativa libertà di prendere la parola , e i turni si susseguono con un ritmo rapido. Il turno può essere definito come la sequenza di parole prodotta da un parlante fino al passaggio di parola a un altro interlocutore. L’alternanza dei turni, detta turn-taking , non avviene in modo casuale o caotico, ma è regolata da norme sociali e linguistiche condivise. I parlanti usano segnali verbali e non verbali per indicare quando stanno iniziando, proseguendo o cedendo il turno. L’identificazione dei turni si basa su diversi elementi: l’intonazione, la sintassi, fattori pragmatici e anche i gesti. In genere chi parla seleziona il destinatario successivo, ma l’alternanza non è mai meccanica: nel parlato spontaneo sono frequenti interruzioni, sovrapposizioni o inserimenti, soprattutto in presenza di esitazioni. Discontinuità dei contenuti Un’altra caratteristica centrale dei testi parlati è la discontinuità del contenuto. I temi non seguono una progressione lineare e pianificata, ma evolvono dinamicamente di turno in turno. La progressione sintattica e semantica dipende strettamente dal susseguirsi degli interventi. Questa discontinuità non rappresenta un difetto o un disturbo, ma è al contrario la cornice più funzionale per l’elaborazione linguistica in tempo reale. Il parlato nasce per essere costruito interattivamente, non per seguire una struttura rigida come lo scritto. Il ruolo della prosodia In questo quadro la prosodia svolge un ruolo essenziale. Da un lato, serve a demarcare porzioni di testo e a segnalare le relazioni tra di esse. Un’intonazione non discendente, anche in presenza di una pausa, indica che il parlante non ha ancora concluso il proprio intervento; al contrario, un’intonazione discendente può segnalare la fine di una porzione di discorso anche senza pausa. Dall’altro lato, la prosodia segnala la gerarchia informativa , distinguendo tra informazioni di primo piano e informazioni di sfondo. Questo si collega anche a fenomeni come l’ordine marcato delle parole, ad esempio l’anteposizione dell’oggetto in lingue con ordine SVO. Ridondanza e ripetizione I testi parlati sono generalmente ridondanti , e questa ridondanza è una conseguenza naturale delle modalità di produzione e ricezione del parlato. Parlante e ascoltatore sono attivi quasi simultaneamente nella costruzione del significato, e ciò favorisce la ripetizione e la riformulazione. Per questo motivo lo scritto, che non è interattivo in tempo reale, tende a essere meno ridondante. La ridondanza riguarda anche l’andamento tematico: nel parlato la progressione raramente è lineare. La ripetizione è un meccanismo diffusissimo a tutti i livelli della codificazione linguistica: segmentale, soprasegmentale, lessicale, sintattico e pragmatico.

Si distinguono due tipi principali di ripetizione. L’ autoripetizione avviene quando il parlante ripete o riformula parti del proprio discorso, spesso per prendere tempo, chiarire o mantenere il turno. L’ eteroripetizione , invece, si verifica quando un parlante riprende parole o strutture dell’interlocutore, per confermare, chiarire, mostrare allineamento o costruire cooperativamente il discorso. Uso della deissi La comunicazione parlata è fortemente ancorata allo spazio semiotico del parlante , e questo comporta un uso frequente di elementi deittici , come pronomi personali, possessivi e marche di prima e seconda persona. L’uso dei deittici è favorito anche dalla possibilità di integrare la comunicazione verbale con il contesto situazionale, ad esempio indicando oggetti o richiamando conoscenze condivise. Per questo nel parlato sono molto frequenti dimostrativi e riferimenti a elementi dati per noti ai partecipanti. I segnali discorsivi Negli studi recenti si è sviluppata una forte attenzione verso i segnali discorsivi , cioè elementi linguistici polifunzionali che svolgono ruoli discorsivi e pragmatici. Questi elementi sono stati chiamati in vari modi, come marcatori del discorso o particelle pragmatiche. Già Levinson osservava che molte parole indicano la relazione tra un enunciato e il discorso precedente. Successivamente Schiffrin ha chiarito che i segnali discorsivi non creano significato di per sé, ma aiutano parlanti e ascoltatori a interpretare la struttura del discorso, definendo unità di lingua e di parlato. I segnali discorsivi sono elementi tipicamente pragmatici, molto diffusi nel parlato, che a partire dal loro significato originario assumono funzioni diverse a seconda del contesto: strutturano il testo, collegano enunciati, esplicitano atteggiamenti del parlante o processi cognitivi in corso. Non rientrano nelle parti del discorso tradizionali e mostrano i limiti di una grammatica astratta e desoggettivata. Possono derivare da categorie lessicali diverse, come nomi, verbi, avverbi o congiunzioni. Modalità parlata e parti del discorso La frequenza e la distribuzione delle parti del discorso variano sensibilmente a seconda del tipo di testo. Per analizzarle si può contare sia il numero di lemmi diversi , che fornisce informazioni sull’ampiezza del lessico, sia il numero effettivo delle occorrenze , che dice molto sulla struttura del testo. Le ricerche mostrano che i lemmi nominali sono generalmente più numerosi di quelli verbali, ma i verbi tendono a essere usati più spesso. Nel parlato, e in particolare nelle conversazioni telefoniche, i verbi risultano più frequenti dei nomi. Questo distingue i testi dialogici spontanei da quelli più pianificati. I testi teatrali e cinematografici mostrano una distribuzione simile al parlato, mentre i romanzi occupano una posizione intermedia, proprio per la presenza dei dialoghi.

Nelle conversazioni è possibile individuare sequenze di turni riconoscibili sia per la loro funzione testuale e pragmatica, sia per le forme sintattiche e prosodiche che le caratterizzano. Le cosiddette turn-constructional units permettono ai parlanti di coordinarsi efficacemente nello scambio, facilitando l’allineamento dei contributi comunicativi attraverso segnali vocali e gestuali. Lo studio del parlato consente inoltre di far emergere elementi grammaticali e sistemici che non risultano osservabili attraverso altre modalità di comunicazione. Solo l’analisi dei testi parlati permette infatti di descrivere il livello prosodico e i suoi correlati articolatori, acustici e percettivi. Il parlato rende visibili connessioni tra diversi livelli di codificazione linguistica, ad esempio tra prosodia e semantica, che rimarrebbero altrimenti nascoste. L’inclusione di dati provenienti dal parlato costringe inoltre le teorie linguistiche, spesso costruite su dati omogenei e scritti, a confrontarsi con i propri limiti. Nonostante l’interesse per il parlato sia cresciuto a partire dagli anni Ottanta del Novecento, la sua incidenza sui modelli grammaticali rimane tuttavia ancora marginale. Un aspetto fondamentale che emerge dall’analisi del parlato riguarda il ruolo del contesto nella definizione dei confini delle unità linguistiche. Come mostrano gli studi di William Labov , sono spesso le informazioni contestuali a determinare tali confini. Tuttavia, anche con l’aiuto del contesto, nel parlato persistono casi di indeterminatezza. Questa condizione è riconducibile alla vaghezza sistemica, una caratteristica semiotica generale e ineliminabile che incide su tutti i procedimenti linguistici. Di conseguenza, l’ipospecificazione non rappresenta una scelta occasionale, ma la condizione funzionale normale di efficienza nell’uso del codice. Dal parlato emerge inoltre la centralità del rapporto tra processi cognitivi, linguistici e sociali. La frase enunciativa non può essere considerata come la semplice esecuzione di un processo già concluso, ma come il risultato di una costruzione dinamica. In questo senso risultano particolarmente rilevanti le riflessioni di Ferdinand de Saussure , secondo cui la lingua è un fenomeno sociale interno al sistema stesso. I parlanti non sono quindi soltanto utenti del codice, ma attori che contribuiscono alla sua costruzione e trasformazione. Ne consegue che, per una comprensione profonda della lingua, non è possibile separare grammatica e pragmatica. La lingua si configura come un campo di negoziazione continua tra i parlanti, in cui una parte delle regolarità è codificata grammaticalmente, mentre un’altra è affidata al valore pragmatico delle categorie linguistiche. Il confine tra valore proposizionale e valore relazionale risulta pertanto continuo e sfumato. In conclusione, lo studio del parlato rivela una grammatica costituita da unità linguistiche plurideterminabili, dai confini non netti e variabili. La comunicazione parlata, in quanto modalità nativa, consente di osservare i processi linguistici nel loro svolgersi, senza mascheramenti o normalizzazioni a posteriori. Per questo motivo, i dati del parlato rappresentano oggetti linguistici indispensabili ed esclusivi per la costruzione e la comprensione delle grammatiche delle lingue.