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Una serie di esercizi e quiz relativi alla linguistica generale, coprendo argomenti come la classificazione delle lingue, la fonologia e la fonetica. Gli esercizi sono progettati per aiutare gli studenti a comprendere i concetti chiave della linguistica generale e a sviluppare le loro capacità di analisi linguistica.
Tipologia: Dispense
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LEZIONE 25 : La storia della linguistica. Grecia e Roma
«Per la maggior parte della vita noi accettiamo l'uso e la comprensione della lingua materna senza rendercene conto [...]. Nonostante il generale consenso sul linguaggio come dono, in alcuni degli appartenenti alla maggior parte delle culture del mondo è tuttavia insorta una certa percezione della sfera d'azione e delle possibilità del linguaggio [...]. Da tale fonte scaturisce la "linguistica popolare"»1.
La linguistica popolare si occupa principalmente dell'origine del linguaggio in senso generale, o di uno specifico popolo. Numerose culture, soprattutto in tempi remoti, hanno attribuito il dono del linguaggio alla benevolenza di un dio, ciò ad indicare quanto sin dall'antichità tale facoltà umana fosse ritenuta importante e degna di rispetto. In tempi più recenti, e in quelle culture che possiamo definire "civilizzate", lo studio dell'origine del linguaggio umano fu elevato al livello di scienza vera e propria; uno studio accademico, organizzato e sistematico, da trasmettere alle generazioni successive. La "linguistica popolare" fa parte oggi di queste scienze; così come la storia della linguistica, che ha giustamente guadagnato il suo ruolo anche a livello accademico.
Come ogni scienza, infatti, anche la linguistica ha, come vedremo nei prossimi paragrafi, una sua storia, antica e codificata, dalla quale gli scienziati partono ogni volta per poter evolvere i propri studi. La linguistica come scienza fa parte di quel gruppo di ricerche che colgono il senso dell'autoconsapevolezza dell'essere umano. Poiché, inoltre, a partire dal Novecento la scienza europea si allarga sul fronte internazionale, è facile che nascano correnti o scuole di pensiero differenti, a volte anche in contrasto in tra loro. In ambito europeo possiamo determinare una linea pressoché continua negli studi linguistici, un "filo rosso" che collega gli studi "primitivi" della Grecia Antica, di Roma, del Medioevo, via via fino ai tempi moderni. «È perciò ragionevole fare della storia della linguistica europea il fondamento per una storia di tutta la linguistica [...]. I linguisti oggi non sono soli nell'affrontare le loro realizzazioni, le loro dispute, i loro problemi. Sono gli eredi della meraviglia che, per più di due millenni "la singolarità, la bellezza e il significato del linguaggio umano" non hanno mai mancato di suscitare nelle menti aperte e indagatrici».
2 Grecia
Furono proprio i filosofi e pensatori dell'antica Grecia ad avviare un percorso di studi dedicato allo studio della linguistica. «Anche se si può dire che la linguistica europea ha avuto inizio nel mondo greco, bisogna ricordare che le antichità greca e romana formarono un impero culturale e politico progressivamente unificato a partire dalla fine del III secolo a.C. [...]. Per questa ragione alcuni studiosi preferiscono parlare di linguistica greco-latina abbracciando così l'intero pensiero linguistico del mondo mediterraneo antico»3. In questa lezione però, ci occuperemo separatamente del mondo greco e di quello latino poiché molti dei pensatori del secondo si ispirarono al primo per i loro studi, è dunque giusto considerarli singolarmente. Esistono comunque, va sottolineato, studi anche nel Vicino Oriente, in Egitto, America centrale, contemporanei o addirittura anteriori alla grecità classica. Ci sono ad esempio, testi grammaticali risalenti alla società babilonese del 1600 a.C.4 In Grecia però la linguistica teorica europea prese davvero il suo avvio come oggetto di studi. I primi documenti greci relativi agli studi linguistici risalgono al VI-V secolo a.C. (quando la civiltà greca si era già estesa fino alle colonie magnogreche in sud Italia); come sappiamo, inoltre, i Greci molto dovevano alle società millenarie precedenti, in specie quelle dell'Asia Minore. Si consideri, innanzitutto, che i Greci del periodo classico hanno piena consapevolezza dell'esistenza di POPOLI CHE PARLANO UNA LINGUA DIVERSA DALLA LORO, oltre che delle varie DIVISIONI DIALETTALI sviluppatesi all'interno della stessa penisola ellenica (e proprio da ciò partono i loro ambiti di studio della lingua). Per quanto riguarda i contatti con civiltà non greche, poco si conosce, sebbene sappiamo che esistessero molte persone perfettamente bilingui anche in territorio ellenico, oltre che di interpreti professionisti. Si ricordi, però, che i greci non avevano una buona opinione dei non-greci, al punto da definirli βάρβαροι (BARBAROI) [da cui il termine "Barbari": cioè coloro che parlano un incomprensibile "bar-bar", invece dell'elegante lingua ellenica]. Ciò che invece interessò molto di più la grecità classica fu la loro stessa divisione dialettale interna. Già ERODOTO (storico greco) parla della consapevolezza che, nonostante la miriade di dialetti parlati nei vari punti della penisola5, la consapevolezza che la lingua originaria fosse unica era unanime. I greci colti, inoltre, erano già consapevoli del fatto che la LINGUA DEI POEMI OMERICI6 non si poteva identificare in NESSUN DIALETTO PARLATO NELLA PESNISOLA ELLENICA. Si consideri che i poemi di Omero venivano spesso recitati in pubblico e citati come fonte di precetti morali, già dal VI secolo a.C. ad Atene possiamo attestare studi omerici. I dialetti regionali greci, vennero suddivisi in base al modo di scrivere le parole (e quindi alla diversa pronuncia delle stesse). Inoltre, molti dialetti, all'infuori della lingua omerica, assunsero dignità letteraria. Possiamo parlare, infatti, di 1) GRECO IONICO7 e 2) GRECO EOLICO8, entrambi elevati alla dignità letteraria da grandi scrittori e poeti. Va detto anche che fin dal secondo millennio a.C. in Grecia si svilupparono due sistemi di scrittura indipendenti (dando spazio ad una primitiva forma di "linguistica applicata"): i MICENEI utilizzarono una scrittura sillabico, definita LINEARE B (decifrata solo in tempi relativamente recenti); dopo il crollo della civiltà micenea, e la conseguente perdita della sua scrittura (una sorta di greco primitivo), i Greci escogitarono una nuova forma di scrittura mutuata dall'alfabeto FENICIO, sulla base del quale poterono fondare un alfabeto vero e proprio. L'alfabeto fenicio, infatti, era composto per lo più da segni consonantici, le vocali venivano dedotte dal lettore; i
greci, perfezionando il modello fenicio, si resero quindi ideatori del PRIMO SISTEMA ALFABETICO MODERNO, fatto di vocali e consonanti. La prima conquista della linguistica greca sta, quindi, proprio nello SVILUPPO ED USO DELLA SCRITTURA. Molti filosofi greci, nel tempo, si occuparono di linguistica. Non ci soffermeremo qui, nel dettaglio, suo ognuno di loro, ci basti ricordare GORGIA (V secolo a.C.) che fece dell'oratoria uno studio professionale, o i SOFISTI che furono i primi «fornitori ambulanti di ogni sorta di istruzione»9. Lo stesso SOCRATE (469-399 a.C.) si occupò di linguistica: ne resta traccia nel dialogo10 di PLATONE Cratilo. Anche Diogene Laerzio riferisce che fu proprio SOCRATE il primo a dare vita agli STUDI GRAMMATICALI in ambito greco. Con ARISTOTELE il problema della lingua andò pian piano mutando; egli infatti fu istitutore di Alessandro Magno, le cui conquiste mutarono completamente la geografia del territorio ellenico, rendendo necessaria l'istituzione di un'UNICA LINGUA da utilizzare nella pubblica amministrazione dell'Impero. Nacque così (da una varietà di dialetto attico) una lingua COMUNE, che spodestò i dialetti locali. Venne, inoltre, avviata una campagna di ELLENIZZAZIONE (ovvero una "grecizzazione" dei barbari assoggettati) all'interno della quale rientrava anche il progetto dell'insegnamento della lingua greca ai NON GRECI.
Intorno al 315 a.C. ricordiamo la scuola STOICA di ZENONE che pose lo studio della lingua in un ruolo decisamente centrale nel panorama culturale ellenico. Appartiene alla scuola stoica, ad esempio, il pensiero secondo cui: TUTTE LE COSE SI PERCEPISCONO ATTRAVERSO LO STUDIO DELLE PAROLE. Senza soffermarci oltre sull'ambito di indagine degli stoici, dei quali poco ci resta oggi, ricordiamo invece gli studiosi di epoca ALESSANDRINA, i più attivi GRAMMATICI dell'antichità. Uno studioso alessandrino, ad esempio, di nome ARISTOFANE DI BISANZIO (195 a.C.) si occupò delle posizioni degli accenti e di come rappresentarli graficamente. Senza volerci soffermare oltre sui dettagli della linguistica greca, la cui storia si dilunga in parecchi secoli, ricordiamo però che furono proprio questi studiosi ad effettuare un lavoro durevole, efficace e scientifico sulla GRAMMATICA; i loro studi, tramandati sin dal Medioevo, restano alla base delle grammatiche-tipo dello studio contemporaneo. Non da ultimo, va sottolineato che proprio i Greci elaborarono un vero e proprio VOCABOLARIO TECNICO, crearono cioè nuove parole adatte alla trattazione scientifica della grammatica; parole che ancora oggi vengono utilizzate in ambito scientifico.
3 Roma
I due studiosi più importanti di linguistica in ambito romano, che andremo ora ad analizzare, sono, in misura più o meno maggiore, Varrone e Prisciano. Va detto innanzitutto che passare dalla Grecia a Roma implica una serie di riferimenti preliminari necessari alla comprensione degli autori latini. dai Greci, i Romani avevano imparato molti, a partire proprio dall'uso della SCRITTURA; a partire dal III-II secolo a.C., il mondo greco viene inglobato nell'orbita romana in modo definitivo e fino alla caduta dell'Impero e alla scissione in Impero d'Oriente e d'Occidente. Con l'assimilazione del mondo greco, i Romani entrano in contatto anche con quello giudaico, e cioè con i testi biblici e veterotestamentari. Va inoltre considerato che l'utilizzo del latino come lingua dell'amministrazione e della burocrazia prevalse nella metà occidentale dell'Impero, d'altro canto, il latino parlato soppiantò le altre lingue parlate dai popoli assoggettati trasformandosi col tempo nelle moderne lingue romanze (o neolatine). Nella metà orientale dell'Impero, invece, fu il greco a mantenere una posizione predominante come lingua dell'amministrazione e della burocrazia. Spesso i funzionari romani imparavano l'uso della lingua greca e la utilizzavano quotidianamente durante il loro lavoro. Dal III secolo a.C. in poi, inoltre, la letteratura greca venne regolarmente introdotta negli studi romani oltre che tradotta in latino. Molti poeti latini (Virgilio, Ovidio) utilizzarono metri greci per le loro poesie. In massima parte, quindi, la linguistica romana APPLICO' AL LATINO IL PENSIERO GRECO. L'introduzione dello studio della linguistica a Roma è narrato in un aneddoto risalente al II a.C. quando: «si recò a Roma con una delegazione politica Cratete, filosofo e grammatico stoico, il quale mentre ammirava il paesaggio, cadde in un cunicolo aperto e dovette starsene a letto con una gamba rotta. Passò la convalescenza tenendo conferenze su argomenti letterari a un uditorio attento»12.
«I Romani si resero conto degli alti meriti del poliglottismo. Aulo Gellio [nelle Noctes Atticae ] narra di Mitridate (120-63 aC.), il geniale re del Ponto, che era in grado di conversare, senza bisogno di interprete, con uno qualsiasi dei suoi sudditi, i quali appartenevano a più di venti gruppi linguistici diversi».
Al di là dell'aneddoto in sé, troviamo il primo linguista romano in VARRONE (116-27 a.C.). Varrone scrive in venticinque libri il trattato DE LINGUA LATINA13. Varrone conosceva sia la dottrina alessandrina che quella storica, ma si ispirò principalmente a quest'ultima per i suoi studi. Sebbene fosse molto ammirato dai suoi contemporanei, il suo pensiero NON influì particolarmente sugli studiosi medioevali, concentrati principalmente sugli studi di Prisciano (v. oltre). Nel DE LINGUA LATINA, Varrone divide gli studi linguistici in tre categorie: ETIMOLOGICI, MORFOLOGICI, SINTATTICI. Varrone era convinto che la lingua si sviluppasse da un limitato gruppo di parole originarie che nel tempo avevano prodotto le altre. Molte etimologie varroniane sono corrette, altre, invece risentono degli studi ancora scarsi all'epoca nel campo. Varrone purtroppo, nei suoi studi, non riuscì a distinguere l'ETIMOLOGIA STORICA dalla FROMAZIONE SINCRONICA delle parole derivate e flesse. Ciò fornì un pesante handicap alla scientificità dei suoi studi. Varrone si occupò anche della formazione di parole, che divise in due campi: PER DERIVAZIONE ( declinatio voluntaria ) e PER FLESSIONE ( declinatio naturalis ). Prediligeva quest'ultima, poiché la considerava meno arbitraria e più ordinata. Inoltre, lo studioso elaborò un sistema quadripartito di classi di parole (a loro volta suddivise in sottoclassi) che divergono per flessione: 1) Quelle secondo i CASI (nomi e aggettivi); 2) quelle secondo i TEMPI (verbi); 3) quelle con flessione di
discorso sono espressi secondo la flessione e imposti dalla mente di chi parla); FINALE (cioè l'espressione di un pensiero completo).5 L'ACCETTABILITA' di una frase impone la riuscita di TRE CONDIZIONI: «1) le classi di parole implicate debbono essere tali da costituire una costruzione sintattica (per esempio nome e verbo); 2) le parole debbono presentare categorie di flessione adeguate [...]; 3) le parole come singole voci lessicali debbono essere collocabili [...].»6. In conclusione si ricordi soltanto l'ultima diatriba in campo di linguistica medievale: quella tra UNIVERSALISTI e NOMINALISTI. I primi si chiedevano se i termini rappresentino degli universali indipendenti dalle cose o persone che li designano; per i Nominalisti, invece, gli universali sono semplici parole o nomi che non godono di esistenza concreta e reale al di fuori del linguaggio che li designa (Il più noto tra i Nominalisti fu GUGLIELMO DI OCKHAM (XIV secolo) il quale sosteneve che "Non si devono aumentare le entità oltre il necessari).
2 Il Rinascimento
Il Rinascimento si può considerare il vero ponte di passaggio verso la storia moderna. Si consideri, innanzitutto, per affrontare adeguatamente lo studio linguistico del tempo la PREDOMINANZA dell'Europ [8 Volendo ricordare soltanto due delle date fondamentali di questo periodo per comprendere i mutamenti in atto in Europa e nel mondo intero, prendiamo ad esempio il 1492, anno della scoperta dell'America da parte di Colombo; e il 1517, anno della pubblicazione delle 95 tesi di Lutero e dell'inizio della Riforma protestante] su scala mondiale, nell'epoca dei primi viaggi oltreoceano. Si aggiunga anche, ne parleremo alla fine di questo paragrafo la RISCOPERTA dei classici greci e latini nella loro forma originale (non mediata cioè dagli Scolastici medievali). Risale proprio a quest'epoca la prima idea (che poi sarà ripresa dai Romantici dell'800) di un Medioevo oscuro, buio e avvolto dall'ignoranza. Come negli altri campi, anche la linguistica vide in questo periodo una serie di sviluppi costanti e importanti. Si pensi ad esempio, che gli studi di EBRAICO e ARABO [9 «Gli studi linguistici dell'arabo, come quelli dell'ebraico si ispirarono alla letteratura sacra, nel caso dell'arabo al Corano. [...]. Il Corano fu il vincolo dell'unità su tutti i territori dominati dagli Arabi e per la più vasta fede islamica, dal VII secolo in poi. Il Corano non si doveva tradurre, perciò i convertiti non arabi dovevano imparare l'arabo per leggerlo e capirlo (come fanno ancora oggi [...]). Come altri testi sacri, il libro diere origine a una tradizione di esegesi linguistica e di commenti.» R. H. Robins, cit., p. 117], svincolati dai vincoli clericali medievali, furono intrapresi con maggior interesse scientifico, e furono persino stilate grammatiche ebraiche in Europa. Come è facile immaginare, l'interesse per lingue come l'arabo e l'ebraico svincolò anche dall'egemonia del greco e latino in Europa; inoltre, si cominciarono a studiare anche le LINGUE VERNACOLE EUROPEE11 [11 Già Dante, nel De vulgari eloquentia , aveva proposto uno studio del volgare; inoltre il provenzale e il catalano eranostudiati in epoca medievale. Si tratta, però, di casi isolati e non sistematizzati in uno studio unico e regolare] e di gran parte di esse furono pubblicate delle GRAMMATICHE12. La nascita di STATI NAZIONALI favorì ovviamente questi studi sulle lingue locali, che l'invenzione della stampa, peraltro, agevolò notevolmente. Nacque così anche il concetto di LINGUA STANDARD, ovvero una singola varietà di linguaggio riconosciuta sul territorio nazionale, e dotata di una SCRITTURA UNIFORME. Insieme alla GRAMMATICHE quindi, nacquero anche numerosi DIZIONARI monolingui e bilingui13. La novità rispetto ai secoli precedenti fu soprattutto nell' attenzione riservata alla PRONUNCIA, che mise in luce i problemi relativi a ORTOGRAFIA e RIFORMA DELLA SCRITTURA delle lingue europee. Le prime grammatiche italiane, ad esempio, mostrano finalmente la divisione grafica dei segni /ɛ/ ed /e/, e / ɔ / ed / o / per distinguere le vocali aperte e chiuse anche nella grafia. Furono studiati accuratamente i MUTAMENTI FONETICI avvenuti nel passaggio dal latino alle lingue romanze. Tra i grammatici più rilevanti del tempo, ricordiamo PIERRE LA RAMEE' (Petrus Ramus, 1515-1572), che fu il precursore dello STRUTTURALISMO moderno. Egli stilò grammatiche di greco, latino e francese ed espose una sua teoria grammaticale nel testo SCHOLAEGRAMMATICAE; Ramus si occuò anche di questioni fonologiche relative alla pronuncia del latino classico. Per quanto riguarda il contesto EXTRAEUROPEO possiamo ricordare una serie di grammatiche delle lingue AMERINDIANE già a partire dal 1560, e uno studio sistematico della grammatica CINESE14. Tornando ai CLASSICI GRECI E LATINI, come si è detto, essi furono letti nelle loro forme ORIGINALI, e non più traslati e commentati dai filosofi scolastici. Si formò finalmente il concetto di CULTURA CLASSICA come base di un'educazione liberale15: i testi di Cicerone, Virgilio, ecc furono studiati nei loro aspetti linguistici, oltre che letterari. Per quanto riguarda il LATINO, due importanti innovazioni risalgono a questo periodo: si stabilì che le lettere c e g del latino classico rappresentavano articolazioni VELARI in ogni posizione, e che quindi la pronuncia europea sibilante o affricata era ignota ai romani. Il già nominato Ramus, inoltre, introdusse le lettere j e v per rappresentare PRONUNCE SEMIVOCALICHE distinte da[i] e [u]. ( Es. in jam (J) per iam; e virtus (v) invece di *uirtus)
3 Il Seicento
Grazie alla diffusione dei testi a stampa, che ormai nel Seicento si può considerare abbondantemente compiuta, la cultura viaggiò e si diffuse molto velocemente. In quest'epoca, inoltre, nacquero Accademie e Società dedite allo studio e alla ricerca17 non solo in campo linguistico; si diffusero anche giornali e riviste specializzati nei vari campi del sapere. A livello filosofico (e indirettamente anche a livello linguistico), la diatriba si svolse tra EMPIRISTI (che consideravano la base di ogni conoscenza umana come derivata dall'esterno e dai sensi, che la mente generalizza) E RAZIONALISTI. Tra i primi ricordiamo soltanto il filosofo JOHN LOCKE che nel suo SAGGIO SULL'INTELLIGENZA UMANA (1690) tratta
della lingua in generale, occupandosi dei diversi tipi di significati espressi dai nomi. «In termini molto generali, i contrastanti atteggiamenti empirista e razionalista si rivolgono al problema della determinazione della misura in cui la mente umana o il cervello devono essere considerati come ricettori passivi (la tradizionale tabula rasa ), ovvero come partecipanti inerentemente attivi, di dati percepiti dall'esterno, siano essi chiamati "idee innate" oppure "una struttura innata data biologicamente"»18. Un aspetto particolare della cultura seicentesca riguarda la RICERCA DI UNA NUOVA LINGUA FRANCA DOPO IL CROLLO DEL LATINO COME LINGUA UNIVERSALE DI CULTURA. Durante l'intero XVII secolo, infatti, furono proposte nuove lingue e grammatiche di portata universale (soprattutto in ambito inglese) che potessero sostituire il latino nella sua capacità di comunicazione internazionale. Altra grande innovazione dell'epoca fu l'innovazione della STENOGRAFIA in ambito inglese. TIMOTHY BRIGHT elaborò nuovi sistemi stenografici. Ancora in ambito inglese molta attenzione fu data all'ORTOGRAFIA e all'ORTOEPIA (il termine FONETICA non fu coniato che nell'Ottocento), per risolvere i problemi di scrittura e pronuncia della lingua anglosassone. I problemi derivati dalla differenza tra scrittura e pronuncia portarono anche all'invenzione di NUOVI SIMBOLI TIPOGRAFICI, alcuni dei quali ancora oggi utilizzati nell' ALFABETO FONETICO INTERNAZIONALE.
LEZIONE 27 : La storia della linguistica. Il Settecento.
1 Introduzione. Il 700
Nel corso del XVIII secolo notiamo nel campo della linguistica alcuni degli sviluppi più significativi. le tendenze sviluppatesi in periodo rinascimentale e post-rinascimentale vennero elaborate, ampliate e sviluppate fino a raggiungere nel campo linguistico un carattere di materia scientificamente valida. Durante il corso del Settecento, in ogni campo della Scienza, ci si distaccò innanzitutto dalle imposizioni ecclesiastiche legate all'Antico Testamento. Ciò implicò una riconciliazione tra la scienza e la cosmologia cristiana: «Newton dichiarò ripetutamente di accettare la creazione divine e il divino governo dell'universo fisico. Robert Boyle, un pioniere della chimica moderna, fu anche membro di una società che voleva diffondere il Vangelo nella colonie britanniche d'America [...] e Linneo dichiarò che le caratteristiche floreali della semina con le quali classificò le piante erano state "scritte dalla mano di Dio"»1. Nel corso del XVIII secolo ha inoltre avvio anche la moderna antropologia, legata all'interesse per le popolazioni selvagge, i loro usi, costumi e, naturalmente, i loro linguaggi. Si riaffermò, allora, il dibattito sulle origini del linguaggio umano: «il problema ora non era più "qual è la lingua più antica?" o "in quale lingua parlò Dio ad Adamo?" (la lingua adamitica ), ma si manifestava come una domanda di natura più antropologica sulle condizioni e gli stadi di evoluzione del linguaggio umano nel sistema fondamentalmente flessibile e potente della comunicazione orale, nel mondo della storia recente e del tempo presente»2. Sia il movimento Illuminista che il nascente movimento Romantico si interessarono alla questione del linguaggio umano, come fonte originaria di comunicazione sia in campo razionale (illuminista), sia nell'espressione dei sentimenti individuali (romantico). Sia CONDILLAC che ROUSSEAU si interessarono della questione dell'origine del linguaggio all'alba dei tempi, mantenendo posizioni molto simili. Entrambi, infatti, erano convinti che il linguaggio fosse nato inizialmente come un insieme di gesti imitativi e indicativi e grida. Poiché i gesti non erano sufficienti ad esprimere determinati concetti, l'uomo aveva fatto sì che l'aspetto fonico prevalesse sull'azione mimica. Condillac ipotizzò un periodo "misto" in cui gesti e parole fungevano simultaneamente da canali per esprimere un linguaggio; Rousseau invece, sostenne una sorta di "accordo" simultaneo tra gli uomini per sostituire il linguaggio alla gestualità. Entrambi, infine, credevano che il pensiero astratto e la complessità della grammatica fossero nati solo in un momento successivo, partendo dal vocabolario dei termini concreti e individuali dell'umanità, quando questi erano ormai affermati, stabiliti e condivisi.
2 James Harris
James Harris (1709-1780) fu un importante rappresentante della teoria filosofica della GRAMMATICA UNIVERSALE, in ambito inglese, nel corso del Settecento. Harris pubblicò, nel 1751, un lavoro dal titolo HERMES OR A PHILOSOPHICAL INQUIRY CONCERNING LANGUAGE AND UNIVERSAL GRAMMAR. Il suo pensiero si può ricollegare al filone portato avanti dai cosiddetti Platonici di Cambridge. Harris guardò ai testi di ARISTOTELE mentre il pensiero europeo era, invece, in quel periodo focalizzato su un altro modello: Cartesio. Trattando il tema del significato della parola, Harris, seguì il pensiero aristotelico secondo cui le PAROLE hanno con ciò che designano un RAPPORTO CONVENZIONALE, e la lingua si può considerare: «un sistema di suoni articolati che significano in virtù di un accordo» (Aristotele)3. La frase, e la parola, dice Harris nel suo Hermes , in quanto universali, sono rispettivamente: «una quantità composta di suoni significanti, di cui certe parti sono significanti anche per se stesse» (frase), e «un suono significante di cui nessuna parte è significante da sola» (parola)4. Per quanto riguarda il SISTEMA GRAMMATICALE, Harris postulò due "principali" : i NOMI (inclusi i pronomi), o "sostantivi", che significano SOSTANZE; e i VERBI, o "attributivi" che significano ATTRIBUTI. A differenza di Aristotele, che aveva preso a modello, Harris fu invece consapevole delle differenze tra le varie lingue che si notano a livello superficiale e se ne interessò anche se in maniera meno approfondita. Infine, per quanto concerne la sua TEORIA DEL SIGINIFICATO, Harris prese in considerazione quelle che definì parole principali , cioè che avevano un significato indipendente (come: "in primo luogo, essenzialmente, con immediatezza") e divenivano simboli di idee generali solo in un secondo momento e per tramite delle idee generali che veicolavano. Si pose
ELOQUENTIA cercò non solo di dare dignità ai volgari italiani, ma anche di spiegare la nascita delle lingue europee da un'unica matrice comune. Dante riconobbe e illustrò ben tre diverse famiglie di lingue : 1) germanica (nord); 2) latina (sud), 3) greca (est). Ricordiamo anche che proprio con Dante ebbe inizio quella QUESTIONE DELLE LINGUA, che nel corso del XIX secolo fu sviluppata da grandi pensatori come Manzoni e Ascoli. Ricordiamo, infine, che Dante era ancora fermamente convinto che la prima divisione linguistica potesse risalire alla TORRE DI BABELE, di biblica memoria. Nel corso del Cinque-Seicento, invece, ricordiamo l'opera di GIUSEPPE GIUSTI SCALIGERO (1540-1609) che riuscì a confutare due teorie fortemente inesatte sebbene portate avanti come valide fino a quel momento negli studi linguistici. Scaligero dimostrò l'errore: 1) dell'idea che il latino discendesse direttamente da un dialetto greco, 2) dell'idea che l'origine di tutte le lingue fosse l'ebraico. LIEBNIZ (1646-1716), invece, circa un secolo dopo Scaligero, non ne condivise le posizioni, e anzi, stabilì dei gruppi minori di lingue e definì due varietà della "Lingua originaria": GIAPETICA (o CELTICO-SCITICA) e ARAMAICA, dalle quali sarebbero nate rispettivamente le lingue del Nord e quelle del Sud. Un' importante intuizione di Liebniz si può ricondurre all'importanza che egli diede ai TOPONIMI e ai NOMI DI FIUMI per ricostruire l'origine di alcune lingue e delle popolazioni che anticamente abitarono determinate zone. Il tedesco PALLAS, tra il 1786 e il 1789 compilò, su richiesta di Caterina II liste comparative di parole tratte da circa duecento lingue; il lavoro si intitola: LINGUARUM TOTIUS ORBIS VOCABULARIA COMPARATIVA. Nonostante tanto impegno da parte degli studiosi, fino a tutto il Settecento questi studi non risultarono adeguati, né tantomeno esaustivi per la comparazione tra le lingue.
2 Gli Enciclopedisti
In questo paragrafo si farà un breve accenno agli ENCLOPEDISTI. Questo gruppo di studiosi si dedicò principalmente a temi come l'etimologia delle parole, lo studio storico degli elementi del vocabolario e la tipologia linguistica. Tali studi vennero sistematicamente pubblicati sull' Encyclopédie francese pubblicata a partire dalla fine del Settecento. Gli enciclopedisti ( Encyclopédististes ) si occuparono innanzitutto della distinzione LINGUE ANALITICHE e LINGUE TRASPOSITIVE. Alla prima categoria appartengono le lingue come quelle europee moderne, con tratti morfologici ridotti; alla seconda categoria, invece, appartengono le lingue con estesa morfologia (greco e latino, ad esempio); sono quelle cioè in cui il variare dell'ordine delle parole non altera necessariamente la grammatica. Tale distinzione verrà ripresa da Schlegel non molti anni dopo. Gli enciclopedisti NON riconobbero il FRANCESE come un diretto DISCENDENTE del LATINO, questo perché le strutture grammaticali delle due lingue erano a loro parere troppo diverse; essi credevano quindi che esistesse una varietà arcaica di francese diversa dal latino, di matrice celtica, che aveva incamerato il lessico dei romani dopo le loro conquiste in Gallia. Sebbene quindi la prima intuizione degli Enciclopedisti (cioè la distinzione tra lingue analitiche e traspositive) si fosse rivelata fondata, la seconda, invece, come è noto fu del tutto errata.
3 Gli studiosi tedeschi
La linguistica dell'Ottocento deve molto all'area tedesca e ai suoi studiosi. Lo studio linguistico del XIX secolo, come abbiamo accennato, si concentrò particolarmente sulle LINGUE INDOEUROPEE. Per comprendere l'importanza dell'area tedesca in questi anni, consideriamo che i linguisti non tedeschi che operarono nel XIX secolo, si formarono in Germania (come l'americano Withney), o si trasferirono altrove da lì (come Müller, tedesco che lavorò a Oxford). Uno degli studiosi più importanti dell'Ottocento tedesco fu August Wilhelm SCHLEGEL che distinse le lingue in SINTETICHE e ANALITICHE, sulla base morfologica, e sulla scia degli Enciclopedisti, e sostenne che le seconde (le moderne lingue europee) derivassero dalle prime (latino, greco, ecc). Schlegel pose l'accento sull'importanza delle strutture interne delle lingue, ovvero proprio sulla loro MORFOLOGIA, perché solo partendo da lì si possono cogliere, a suo avviso, le AFFINITA' GENETICHE tra le lingue. Fu Schlegel, inoltre, a coniare il termine GRAMMATICA COMPARATIVA ( vergleichende Grammatik ). Schlegel fu anche il traduttore tedesco di Shakespeare. Tra gli studiosi più noti di inizio Ottocento, ricordiamo anche RASMUS CHRISTIAN RASK (1787- 1832) (di origini danesi), JACOB GRIMM (1785-
1 Schleicher
August Schleicher (1821-1868) fu lo studioso più influente di metà ottocento in campo linguistico. Nonostante la breve vita scrisse diversi trattati di linguistica generale. La sua opera più nota si intitola: COMPENDIUM DER VERGLEICHENDEN GRAMMATIK DER INDOGERMANISCHEN SPRAHCEN. Il sottotitolo di quest'opera, tradotto suona: SCHIZZO DI UNA FONOLOGIA E UNA MORFOLOGIA DELLA LINGUA INDOGERMANICA ORIGINARIA. Possiamo capire quanto fossero avanti, a questo punto gli studi sull'Indoeuropeo, se Schleicher si volle occupare di fare il punto della situazione sugli studi compiuti fino a quel momento. Schleicher «rivolse la sua attenzione alla natura e alle forme di quell'ipotetica antenata [La lingua indoeuropea, n.d.a.], e ai rapporti genetici che la collegavano alle sue discendenti note. Da giovane aveva imparato parecchie lingue europee. Si era formato un campo proprio studiano il lituano [...]»1. Schleicher analizzò le lingue INDOEUROPEE esistenti e le raggruppò in SOTTOFAMIGLIE: germanica, italo-celtica, ecc. Per ognuna di queste sottofamiglie Schleicher ipotizzò una lingua comune genitrice "Grundsprache" (un po' come il latino per le lingue romanze). Tutte le lingue esaminate furono da Schleicher ricondotte ad un'unica URSPRACHE: lingua originaria. Fu proprio Schleicher, inoltre ad utilizzare per primo L'ASTERISCO per indicare le FORME RICOSTRUITE delle lingue. Schleicher si spinse anche oltre, e arrivò a pubblicare una favola nella Ursprache, la lingua originaria, ricevendo per questo non poche critiche dagli studiosi di epoca successiva. La teoria di Schleicher vuole fornire, grazie all'utilizzo di una SCHEMA AD ALBERO, un mezzo per collocare le lingue di una famiglia, data una lingua antenata, in una visione STORICA dei rapporti tra le lingue. A questa teoria, però, vennero mosse delle obiezioni:
2 I Neogrammatici
Verso la fine Ottocento la dottrina dei NEOGRAMMATICI ( Junggrammatiker ) avviò la più importante controversia linguistica dell'epoca. La formulazione della dottrina suscitò un grande interesse e diede vita a numerose correnti di pensiero e altrettanti campi di indagine a livello linguistico. Gran parte degli studi linguistici contemporanei devono ancora oggi molto agli studi dei neogrammatici. La svolta operata dai Neogrammatici fu, in sostanza, la ripresa di quella che erano le scienze fisiche e naturali (geologia, fisica, ecc) per adattarne i metodi di ricerca alle teorie storico- comparative della lingua.
I due maggiori esponenti della dottrina furono OSTHOFF e BURGMANN , e a loro si deve la fondazione della rivista su cui, nel 1878, comparve l'articolo-manifesto della teoria neogrammatica; in questo articolo si affermava che: «tutti i mutamenti di suono, in quanto processi meccanici avvengono in uno stesso dialetto ed entro un dato periodo di tempo secondo leggi che non ammettono eccezioni [...] e lo stesso suono nello stesso ambiente si svilupperà sempre nello stesso modo, ma creazioni analogiche e modifiche di parole specifiche, in quanto entità lessicali o grammaticali, sono parimenti una componente universale del mutamento linguistico in tutti i periodi della storia o della preistoria»4. Si tenga comunque presente che l'appellativo "Neogrammatici" fu assegnato agli esponenti di questa dottrina in senso dispregiativo da un gruppo di giovani studiosi di linguistica di Lipsia. Il fondamento della teoria neogrammatica, esposto in articoli datati 1876 e 1878, si fondava sulla premessa della regolarità del mutamento di suono. Cioè: i mutamenti FONETICI seguono leggi e regole precise, al pari di quelli lessicali o morfologici. Ciò a cui i Neogrammatici puntavano era rendere la
La scuola di Praga raggruppava studiosi cechi e di altre nazionalità, intorno al principe Nikolai Trubeckoj, professore a Vienna tra il 1923 e il 1938. Tra i membri anche Roman Jakobson e Vilelm Mathesius. Il gruppo si incontrava regolarmente e pubblicò diversi lavori a tema di linguistica intitolati TCLP (= Travaux du cercle linguistique de Prague). Gli studiosi di Praga applicarono alla fonologia le teorie di Saussure: sostennero che I SUONI APPARTENEVANO ALLA PAROLE, MENTRE IL FONEMA APPARTIENE ALLA LANGUE. Lavorarono sulle opposizioni dei fonemi, e su temi quali lunghezza, accento e timbro dei suoni. Analizzarono anche i tratti distintivi dei suoni. I membri della Scuola di Praga lavorarono anche in ambito sintattico (sul ceco e le altre lingue slave) e morfologico.
2 La linguistica americana
In America, dagli anni Venti del Novecento, la Linguistica riceve grandi attenzioni da parte degli studiosi. Nel 1924 viene fondata la LINGUISTIC SOCIETY OF AMERICA, che pubblica ogni anno un periodico intitolato "Language". I maggior studiosi di linguistica in ambito americano sono:
FRANZ BOAS EDWARD SAPIR LEONARD BLOOMFIELD La teoria americana venne condizionata dagli psicologi POSITIVISTI. Fu soprattutto Bloomfield a venirne influenzato nei suoi studi. Boas e Sapir, invece, vennero in contatto con studiosi di ANTROPOLOGIA, e ne ritroviamo tracce nei loro studi. Da qui il nascente interesse per le scarsamente documentate lingue AMERINDIANE quelle dei nativi d'America, sparse e prive di una letteratura stabile e codificata. Se quindi Bloomfield fu uno studioso attento ai dati scientifici e misurabili anche in campo linguistico, Sapir, al contrario, dedicò molta attenzione a letteratura, musica, antropologia, psicologia e tutte le materie umanistiche. Fu Bloomfield a dominare la scena durante gli anni '30 e '40 del Novecento in ambito linguistico americano, al punto che il periodo successivo è noto come ERA BLOOMFIELDIANA (o "Era Post- bloomfieldiana"). Bloomfield morì nel 1949 e per i successivi dieci anni gli studiosi seguendo le sue orme ne ampliarono e svilupparono gli studi. Anche in questo periodo furono comunque gli studi di FONOLOGIA a prevalere e svilupparsi maggiormente. Il rapporto tra morfematica (grammatica) e fonematica diede vita al campo della MORFOFONEMATICA. I due livelli di studio vennero posti in ordine gerarchico: l'analisi morfemica presupponeva quella fonemica ma non viceversa.
3 Firth e Lamb
In opposizione alla corrente Bloomfieldiana troviamo FIRTH e la sua SCUOLA DI LONDRA. Anche Firth, come Bloomfield voleva applicare criteri scientifici alla ricerca linguistica, il problema nasceva però dal chiedersi quali criteri della scienza sono applicabili alla linguistica e quali no? Nell'era post-Bloomfieldiana i rami di indagine si divisero fondamentalmente in tre filoni:
L'ANALISI TAGMEMICA: Sviluppata da Pike e i suoi seguaci. Il TAGMEMA è l'unità grammaticale fondamentale. L'interesse principale verteva sulle lingue indigene americane. Nell'identificare i tagmemi si tiene conto sia della loro funzione semantica che di quella sintattica. I tagmemicisti mantennero vivo l'interesse per lo strutturalismo in linguistica LA LINGUISTICA DI FIRTH: All'Università di Londra tra gli anni '40 e '50 del Novecento, Firth e un gruppo di altri studiosi si opposero alle teorie bloomfieldiane Firth nei suoi studi deve molto all'opera degli antropologi che studiavano le popolazioni indigene e le loro lingue. Secondo la teoria di Firth il significato è la funzione nel contesto , cioè affermare gli usi sintattici della forma di un caso in latino equivale ad affermare la sua funzione nei vari contesti grammaticali, i contrasti fonologici, ecc. Dopo la morte di Firth, fu HALLIDAY a continuare il suo lavoro. HALLIDAY organizzò il lavoro di Firth, fondando quella che oggi è detta GRAMMATICA SISTEMICA: L'obiettivo degli studi di Halliday è rispondere alla domanda: Perché il linguaggio è come è? LA TEORIA DELLA STRATIFICAZIONE: Fu LAMB a proporre la teoria della cosiddetta GRAMMATICA STRATIFICAZIONALE , idea derivata dagli studi della Scuola di Praga. Presuppone, per l'analisi delle frasi di una lingua QUATTRO LIVELLI (o strati): SEMEMICO: le unità della lingua con significato distintivo sono in rapporti tra loro ("tigre" con "cacciare" ecc.) LESSEMATICO: le unità lessicali sono concatenate MORFEMATICO: i morfemi appaiono in sequenza successiva FONEMATICO: i tratti distintivi formano una sequenza di unità fonematiche
LEZIONE 31: L’EPOCA CONTEMPORANEA
I primi due decenni del Novecento hanno goduto sul fronte linguistico dell'impronta lasciata da Saussure, Trubeckoj e Bloomfield. Dal 1957 la scena viene invece dominata da NOAM CHOMSKY (Filadelfia, 1928) che pubblica proprio in quell'anno SYNTACTIC STRUCTURES. Con Chomsky viene introdotto per la prima volta il concetto di GRAMMATICA GENERATIVO TRASFORMAZIONALE.
Chomsky sfida l'intera base delle teorie bloomfieldiane.
In Syntactic Structures Chomsky sostiene che una grammatica della struttura sintagmatica come quella bloomfieldiana, è di per sé insufficiente per dar conto di tutto ciò che un parlante nativo può produrre e interpretare.
L'impegno di Chomsky è volto allo studio di come possano i parlanti fare un uso infinito delle risorse finite di ogni lingua.
Chomsky e i suoi successori si chiedono cosa ci sia nella mente di un parlante nativo, o in chi parla correntemente una lingua 2, perché egli possa essere definito un parlante di tale lingua, qualunque essa sia. In un primo momento, in Syntactic Structures, Chomsky parla di TRASFORMAZIONI ( le regole T) che danno luogo alle frasi grammaticalmente accettabili. Esse sono di due tipi: OBBLIGATORIE (che generano la forma corretta di una frase) e OPZIONALI (quelle che convertono le frasi affermative in negative o interrogative, partono dal concetto che le regole obbligatorie sono state seguite e quindi il messaggio passa).
Nei quarant'anni successivi le regole T persero importanza, grazie all'introduzione del concetto di STRUTTURA PROFONDA : Chomsky e i suoi successori cominciano a guardare alla lingua dall'interno, attraverso il concetto di COMPETENZA DEL PARLANTE (concetto molto sviluppato negli studi contemporanei, anche per quanto concerne la L2).
La teoria bloomfieldiana era di base empirista, con Chomsky invece ci si avvicina a posizioni RAZIONALISTE.
I razionalisti vedono il cervello come un sistema capace di ricevere, interpretare e immagazzinare per poi riutilizzare l'informazione casuale che i sensi forniscono. I linguisti chomskiani considerano l'acquisizione della lingua madre come un'attività diversa dalle altre.
Alcuni aspetti della grammatica generativa sono rimasti invariati nel tempo, ad esempio l'idea di REGOLA GRAMMATICALE: Chomsky era molto interessato alla GRAMMATICA DELLE REGOLE, regole ordinate sistematicamente per poter generare da sole in autonomia tutte le frasi accettabili di una lingua.
CHOMSKY CERCAVA UNA GRAMMATICA UNIVERSALE ALL'INTERNO DELLE STRUTTURE PROFONDE DELLE LINGUE. Vuole ritornare alla base, alle regole profonde delle lingue.
2 La linguistica cognitiva
La GRAMMATICA COGNITIVA è una teoria in cui lessico, morfologia e sintassi formano un continuum di unità simboliche (in relazione tra loro) che sono al servizio del contenuto della struttura concettuale per scopi espressivi/per esprimersi.
In questo filone della linguistica COGNITIVA è nato un indirizzo particolare definito della SINTASSI DI MONTAGUE : Con le teorie di Montague il linguista non guarda più al linguaggio come a qualcosa di unitario: "Linguaggio è un concetto derivato e forse neppure molto interessante" cui fa eco la frase di Smith: "La linguistica non si occupa della lingua o delle lingue... ma delle grammatiche; il linguaggio è quindi un'astrazione di secondo grado ... ma non è l'interesse principale della linguistica.
3 La pragmatica
La PRAGMATICA si occupa dell'USO REALE CHE SI FA DEL LINGUAGGIO, comprende le REGOLE DELLA CONVERSAZIONE, ad esempio. Il termine PRAGMATICA si trova già nei dizionari linguistici ai tempi di Firth e con la generazione successiva (Chomsky), eppure sembra non essere stato riconosciuto che in tempi particolarmente recenti.
Gli argomenti dei pragmatici ricordano gli studi compiuti da quei linguisti che, come Malinowsky, si erano occupati anche di studi antropologici. AUSTIN e SEARLE (che seguono le orme di Malinowsky) si sono occupati dell' USO ILLOCUTIVO DEL LINGUAGGIO : Malinowsky sostenne che "il discorso è un modo di agire, non un contrassegno del pensiero".
Ciò implica che gli atti linguistici possono includere «espressioni come: "Gianni, io ti battezzo" e "Questo è il verdetto della corte", enunciate in base ad appropriate "condizioni di felicità" – cioè quando si tratta di un battesimo e colui che parla è un sacerdote, oppure quando si è in tribunale e chi parla è un giudice o un magistrato.
Un esempio significativo di ATTO LINGUISTICO si può rinvenire nel primo capitolo della Genesi: "Dio disse: sia fatta la luce. E la luce fu"; e si racconta un aneddoto divertente di Benjamin Jowett, il famoso professore [...] di Oxford: quando la conversazione trattò della rispettiva autorità di giudici e vescovi, si disse che i vescovi ne avevano di più perché potevano dire "Tu sia dannato", mentre i giudici potevano solo dire "Tu sia impiccato". "Sì" disse Jowett, "ma quando un giudice dice "Tu sia impiccato", tu vieni impiccato».
per l'esistenza di limiti ben definiti. Ad esempio in italiano i suoni [p] e [b], oppure [t] e [d], per quanto molto simili [...] hanno però, per il parlante e l'ascoltatore, un effetto di contrasto netto: patto vuol dire una cosa ben diversa da batto , e tardo una cosa ben diversa da dardo .2 Nella mente del parlante non esistono entità intermedie tra [t] e [d], cioè l'ascoltatore percepirà nettamente e distintamente i suoni emessi dal parlante, che esso dica patto oppure batto, e così via. Il linguaggio umano, inoltre, può formare un altissimo numero di SEGNI (entità formate da SIGNIFICANTE e SIGNIFICATO) (termini che spiegheremo meglio altrove). Tali segni vengono formati dall'essere umano attraverso l'uso di FONEMI: elementi che in sé NON HANNO SIGNIFICATO. I fonemi, infatti, hanno la sola capacità di distinguere i vari significati. Questa seconda caratteristica del linguaggio umano si chiama: DOPPIA ARTICOLAZIONE. Tale caratteristica è assente dal linguaggio animale.
Esiste, inoltre, una terza caratteristica, detta RICORSIVITA'. Essa è quella capacità che permette al parlante di costruire frasi sempre nuove inserendo una frase in un'altra, in un'altra, e così via. Il linguaggio umano, infatti, non è un insieme finito, perché permette di creare sempre nuove frasi. L'esempio più lampante è la trasformazione da frase semplice a frase complessa che abbiamo già visto nelle lezioni precedenti):
Maria mangia. Maria mangia la pasta. Maria, la mia vicina di casa, mangia la pasta e beve vino rosso. Maria, la mia vicina di casa, mangia la pasta al sugo e beve vino rosso e guarda la televisione. Maria, la mia vicina di casa, quella con i capelli grigi, mangia la pasta al sugo e beve vino rosso e guarda la televisione alzando il volume. Nonna Maria, la mia vicina di casa, quella con i capelli grigi, mangia la pasta al sugo con la forchetta e beve vino rosso e guarda la televisione alzando il volume, poiché è sorda.
Ovviamente, costruire una frase INFINTA, sebbene sia possibile in teoria, non lo è nella pratica, per limitazioni si spazio, tempo, memoria; ma il numero delle frasi possibili in una lingua esso sì, è INFINITO. Anche la ricorsività è una caratteristica esclusiva del linguaggio UMANO.
Riassumendo, le caratteristiche principali del linguaggio umano sono:
DISCRETEZZA DOPPIA ARTICOLAZIONE RICORSIVITA' Esistono linguaggi (quello del computer, ad esempio) che godono di DISCRETEZZA e RICORSIVITA' ma si differenziano da quello umano poiché quest'ultimo DIPENDE DA UNA STRUTTURA: cioè il verbo e il nome, ad esempio, si accordano tra loro anche se sono distanti nella frase:
Nonna Maria , la mia vicina di casa con i capelli grigi un po' sorda, vive con la nipote Elisa. (femminile, singolare, III persona)
Diversamente ci troveremmo di fronte ad una combinazione AGRAMMATICALE (segnalata sempre con un asterisco in alto a sinistra): Nonna Maria , la mia vicina di casa con i capelli grigi un po' sorda, vivevano con la nipote Elisa.
ATTENZIONE alle nozioni di grammaticalità e agrammaticalità. Una frase agrammaticale non è scorretta ma MAL FORMATA PER IL PARLANTE NATIVO DI UNA LINGUA.
Anche un parlante nativo non istruito riconoscerà immediatamente una frase agrammaticale nella propria lingua.
La frase agrammaticale è semplicemente una frase che non suona bene all'orecchio del parlante. Ciò rientra nel quadro della cosiddetta COMPETENZA DEL PARLANTE nativo di una lingua, e si chiama senso intuitivo di grammaticalità.
Ciò accade perché, come detto, le frasi non sono semplici insiemi di parole, ma dipendono da una struttura ben precisa. Nel linguaggio informatico, per riprendere l'esempio precedente, il valore di ogni elemento viene determinato da quello prossimo, adiacente, mentre nella lingua come abbiamo visto soggetto e verbo devono concordare anche se sono distanti.
3 Linguaggio e lingue A questo punto è necessario distinguere i due concetti fin qui più volte espressi di LINGUA e LINGUAGGIO. Il linguaggio è la capacità comune a tutti gli esseri umani di sviluppare un sistema di comunicazione dotato di caratteristiche proprie [...]. Con lingua intendiamo la forma specifica che questo sistema di comunicazione assume nelle varie comunità. Nell'Ottocento alcuni linguisti ritenevano che non ci fosse nulla in comune tra le varie lingue del mondo; nel corso del Novecento, invece, riprendendo una teoria del filosofo medievale BACONE, si è iniziato a parlare di UNIVERSALI
LINGUISTICI : cioè gli elementi comuni a tutte le lingue. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente la ricorsività e la dipendenza da strutture, ad esempio, si possono considerare universali linguistici. Ci sono poi elementi diversi da lingua a lingua: ad esempio la disposizione delle parole.
Possiamo avere lingue SVO (soggetto-verbo-oggetto, come l'italiano) oppure lingue VSO (Verbo-soggetto-oggetto, come in arabo o lingue semitiche), o ancora lingue SOV (soggettooggetto- verbo, come in turco o giapponese).
Oggi si ritiene dunque che le lingue siano sì diverse tra loro, ma che la variazione tra lingue sia confinata in un ambito limitato di scelte possibili.
37 LEZIONE: Che cos'è una lingua. Da Saussure a Chomsky
1 Scritto e parlato
Considerando che parliamo naturalmente, cioè senza particolare sforzo, possiamo dire che la lingua è un OGGETTO NATURALE, e anche abbastanza complesso da definire. Siamo continuamente, e sin dalla nascita, circondati da ATTI LINGUISTICI, quindi ci sembra del tutto normale parlare una lingua. capirla, farci capire, ecc. Possiamo definire la lingua come una SISTEMA DI SISTEMI poiché essa rappresenta un sistema articolato a sua volta su più sistemi.
I vari LIVELLI LINGUISTICI li abbiamo già parzialmente incontrati, sono: FONOLOGIA (quello dei suoni) MORFOLOGIA (quello delle parole) SINTASSI (il sistema delle frasi) SEMANTICA (quello dei significati) Le unità di tutti questi livelli sono INTERDIPENDENTI: per esempio a livello di suoni [...] ogni suono è collegato agli altri; a livello di morfologia i suffissi -aio ed -ista sono collegati tra loro1 ( giornalaio/giornalista ), ecc... Sebbene una lingua sia composta da forma scritta e parlata, come avremo ormai già notato, la linguistica privilegia la seconda forma, quella ORALE. I motivi sono diversi:
Un bambino impara prima a parlare, poi a scrivere; e soprattutto lo fasenza che gli venga insegnato, diversamente dallo scritto; Esistono lingue esclusivamente parlate, ma non scritte (il somalo, alcune lingue indiane d'America) ma non esistono lingue che siano state scritte senza mai essere state parlate; La lingua varia nel corso del tempo, ma lo fa prima e soprattutto a livello parlato, e solo successivamente i mutamenti vengono registrati dallo scritto. La lingua scritta tende a mantenersi (es. latino). Spesso gli alfabeti nascono molto in ritardo rispetto a una lingua parlata e sono anche contraddittori: in inglese ad esempio il suono [f] può essere scritto f ( fly , volare), ph ( philosophy , filosofia), gh ( enough , abbastanza).
La scrittura e l'oralità hanno un rapporto di INTERSCAMBIO reciproco: lo scritto fissa il parlato, mentre il parlato fornisce mutamenti e novità alla lingua.
2 Astratto e concreto
Prendiamo un parlante che ripeta diverse volte la parola casa , o meglio l'insieme dei suoni che compongono la parola: c-a- s-a. Ogni volta che ripeterà quella parola non vi saranno mai due [a] identiche, ma saranno sempre soggette a VARIAZIONI.
Un esempio di variazione fisica può essere l'altezza tonale, o ancora la durata del suono. Secondo alcuni linguisti, quindi, esistono tante [a] diverse per quante volte quel suono viene emesso dal parlante.
MA: se dico casa dieci volte, il suo SIGNIFICATO NON CAMBIA; cambia se dico invece cosa , perché la distinzione tra [a] ed [o] mi porta ad una differenza di significato.
Entra qui in gioco il concetto di OPPOSIZIONE: esiste una vocale [a] che si oppone in questo caso a [o] e questa semplice opposizione basta a distinguere tra loro moltissime parole:
piano/pieno [a] si oppone ad [e] mano/ meno sano/seno/sono/sino varo/vero/viro tanto/tonto/tento/tinto lana/lena e così via... Mentre invece se pronuncio casa dieci volte, pur avendo dieci [a] diverse a livello di suono, il significato sarà sempre quello di abitazione.
2 Competenza morfologica, sintattica e semantica
COMPETENZA MORFOLOGICA: Prendiamo ancora come esempio un parlante italiano (ricordando che il concetto di competenza del parlante vale in ogni lingua). Un parlante italiano, a livello morfologico, ha delle conoscenze "innate" qualunque sia il suo grado di istruzione o di alfabetizzazione. Il nostro parlante sa che le parole italiane di norma finiscono in vocale (salvo alcune eccezioni come non, per, del , ecc; o le parole di origine straniera come sport ).
Ancora, a livello morfologico, il parlante sa naturalmente che due parole uguali, con diverso accento, o con accento posizionato su una diversa sillaba, possono avere diverso significato: pésca/pèsca; àncora/ancòra; fàro/farò ...
Il parlante riconosce inoltre quali siano le parole della sua lingua e quali no ( cantare / router / croupier ); sa anche che parole come *gznxjhsus non sono possibili. Ancora a livello morfologico: un parlante sa formare parole NUOVE o COMPOSTE; conosce le forme flesse di un verbo. Un parlante sa distinguere tra parole della propria lingua: ESISTENTI: mano; cane; fieno POSSIBILI MA NON ESISTENTI: cafi; liva; galo NON POSSIBILI: nnhuj; ppppy; agabaga Il parlante di una lingua sa formare parole COMPLESSE partendo da quelle semplici; e sa ANCHE QUANDO CIO' NON E' POSSIBILE nella propria lingua:
transigente > intransigente veloce > disveloce Il parlante è a conoscenza del possibile utilizzo dei SUFFISSI VALUTATIVI: cane > cagnaccio; cagnolino; cagnolone ; ... e sa anche quando non è possibile applicarli: *balconone; balconetto;balconaccio ;
Sa anche che una parola può avere suffissi e prefissi:
onesto dis onesto dis ones tà ones tà Il parlante sa COSTRUIRE PAROLE COMPOSTE e sa con quali vocaboli può farlo e con quali no: uomo ragno / * cane balcone Sa anche che non può invertire liberamente i termini di una parola composta o che ad un composto non si possono applicare liberamente i diminutivi: capostazione / stazionecapo stazioncina /capostazioncina COMPETENZA SINTATTICA: Ogni parlante conosce anche la sintassi della propria lingua in maniera pressoché innata. Il parlante può capire frasi mai udite prima; può costruire frasi molto lunghe; riconosce la grammaticalità o agrammaticalità delle frasi che ascolta.
_- Lo dico a lui
COMPETENZA SEMANTICA: Il parlante sa riconoscere il SIGNIFICATO delle parole e delle frasi che ascolta;un parlante riconosce anche la SINONIM IA (due parole con significato equivalente) : avaro/spilorcio ; ma sa anche la sinonimia completa non esiste poiché c'è sempre una sfumatura di significato tra le parole di una lingua;
Il parlante riconosce anche l' ANTINOMIA (la parole contrarie): vecchio / giovane; Ancora, un parlante può disambiguare eventuali ambiguità nel messaggio: Svendita autunnale bambini ; Il parlante sa anche come distinguere naturalmente un'ambiguità sintattica (quella sopra citata) da un'ambiguità lessicale della lingua: il cane della pistola. (Cioè sa che la parola cane ha due possibili significati, completamente diversi).
Il parlante sa riconoscere due diversi tipi di lettura, dettati dalla punteggiatura:
Vecchi e giovani, in piedi Vecchi, e giovani in piedi
Il parlante sa anche che tra le parole esistono vari tipi di rapporti: Carla LO guarda (LO non può riferirsi a Carla) Carla SI guarda (SI deve per forza riferirsi a Carla) 3 Grammatica dei parlanti Tutte le conoscenze sin qui esemplificate fanno parte della grammatica dei parlanti, intesa come un insieme di conoscenze che sono immagazzinate nella mente. La GRAMMATICA DEI PARLANTI si costruisce attraverso una serie di fattori determinati biologicamente o di esperienze acquisite nella propria comunità linguistica originaria. Quando un bambino impara una lingua non viene esposto in principio a regole, ma a DATI di una lingua, questi sono i cosiddetti DATI LINGUISTICI PRIMARI che il bambino acquisisce PRIMA di imparare la norma linguistica della propria comunità. Ovviamente, questa grammatica è innata, e del tutto diversa da quella normativa che si impara a scuola.
LEZIONE 39: Sincronia e diacronia
1 Possibilità della lingua
Come già ormai sappiamo, una lingua è un CODICE. Tale codice è costituito da DUE LIVELLI:
Unità di base Regole che combinano le varie unità
In entrambi i livelli NESSUNA LINGUA DEL MONDO REALIZZA TUTTE LE SUE POSSIBILITA'.
Per esempio l'italiano non ha parole diverse per "le dita della mano" e "le dita del piede", ma l'inglese sì ( fingers/toes ), l'italiano ha parole diverse per vetro e bicchere , mentre l'inglese ha solo glass
Per quel che riguarda i suoni, l'arabo ha solo tre vocali [i-u-a], l'inglese non ha il suono gn di gnomo ; l'italiano non ha il suono iniziale di thing inglese, il francese ha vocali nasali che né l'inglese né l'italiano hanno, ecc. Ogni lingua fa dunque delle "scelte".
Le regole di una lingua servono sostanzialmente a formare unità più grandi a partire da unità più piccole.
Le lettere dell'italiano [p-a-n-e] si possono combinare solo in due delle ventiquattro combinazioni possibili in teoria: pane, pena, *apne, *enpa, *pnea, ecc....
Il tedesco, ad esempio, possiede combinazioni di suono mancanti in italiano. Non solo il lessico e la fonologia non realizzano tutte le possibilità di suono; ciò infatti vale anche per l'ambito morfologico e sintattico della lingua.
Esempio per quanto riguarda la morfologia bastato sui possibili suffissi del verbo Chiamare :
Chiamare *Chiama - a Chiamata *Chiam - enza *Chiam - azione *Chiam - ura *Chiam - aggio *Chiam - amento Stessa cosa dicasi per la sintassi, per fare un esempio su tutti vediamo come avendo a disposizione un nome e due aggettivi che gli si riferiscono: ( pane, buono, fresco) le combinazioni possibili in italiano non vengono realizzate interamente, ma solo in parte: Il buon pane fresco *Il pane buono fresco *Il fresco pane buono *Il buono fresco pane 2 Sintagmatico e paradigmatico
I suoni di un atto linguistico vengono disposti in sequenza quando parliamo, cioè non stacchiamo una parola dall'altra nel fare un discorso. In tal modo i suoni perdono la loro individualità e danno vita a quella che si definisce una CATENA PARLATA. A loro volta, inoltre, i suoni si INFLUENZANO A VICENDA [ad esempio la /s/ di sacco è diversa dalla /s/ di sdoganare ].
Questo tipo di rapporto si definisce SINTAGMATICO, avviene cioè tra elementi IN PRESENZA.
ATTENZIONE : Sincronico non vuol dire presente. Possiamo studiare a livello sincronico il latino tardo di età imperiale (cioè la lingua parlata in quel momento preciso della Storia), come l'italianodi oggi, o l'inglese al tempo di Shakespeare.
4 Il segno linguistico
Un SEGNO, in linguistica è dato dall'unione di SIGNIFICANTE E SIGNIFICATO. Una parola, ad esempio, è un segno linguistico.
Il SIGNIFICANTE è la forma sonora che realizziamo nel dire la parola / libro / (o la forma grafica se lo stiamo scrivendo);
Il SIGNIFICATO è invece l'idea, la rappresentazione mentale che abbiamo del libro, non l'oggetto libro, ma il concetto di libro che abbiamo in mente.
Ovviamente, significante e significato sono INSCINDIBILMENTE UNITI.
Il SEGNO (unione di significato è significante), possiede diverse proprietà:
DISTINTIVITA' : cioè il segno (parola) lotte si distingue da botte e da notte evcosì via; LINEARITA' : Il segno si estende nello spazio-tempo (a seconda che siavscritto [spazio] o orale [tempo]). In tal modo avremo una successione, un prima e un dopo il segno: Mario odia Antonio è diverso da Antonio odia Mario ; ARBITRARIETA' : il segno è un concetto del tutto arbitrario, cioè non esistealcuna legge in natura per cui noi abbiniamo il concetto di libro alla successione di suoni l-i-b-r-o e non a quella p-e-n-n-a , ecc.
Ovviamente le onomatopee ( susurrare, tintinnare, tic-toc. ) sono le eccezioni alla regola; di norma vie è un accordo arbitrario (per es. della comunità linguista italiana che associa all'idea di libro i suoni l-i-b-r-o, di quella anglofona che vi associa b-o-o-k, eccetera).
Si noti che nel tempo si possono subire variazioni: alcune parole che ERANO ONOMATOPEICHE, per esempio in latino, non lo sono più in Italiano: pipio = piccione. In italiano, quindi piccione è un segno arbitrario, mentre il suo originale latino pipio era onomatopeico.
ATTENZIONE : I segni possono essere anche NON LINGUISTICI: es. un cartello stradale che indica divieto di sosta ha un significato e un significante: In questo caso i colori e la forma del segno rappresentano il suo SIGNIFICANTE, mentre il senso "divieto di sostare in questo posto" ne rappresenta il SIGNIFICATO.
Si noti anche che i segni NON LINGUISTICI non possiedono, ovviamente la linearità: non importa se nel divieto di sosta è stato colorato prima il blu o il rosso, ecc.
La disciplina che studia i SEGNI (linguistici e non) in generale si chiama SEMIOTICA (o semiologia); quella che studia esclusivamente i segni linguistici si chiama appunto: Linguistica!
40 LEZIONE: Che cos'è una lingua. Funzioni e pregiudizi
1 Funzioni della lingua
Roman Jakobson, linguista di cui si è già accennato altrove, indica innanzitutto le sei COMPONENTI necessarie perché avvenga un atto di comunicazione linguistica. Esse sono:
Parlante Referente (realtà extralinguistica, ciò cui l'atto linguistico rimanda, il contesto) Messaggio Canale (aria, filo telefonico, ...) Codice Ascoltatore
Ognuna di queste componenti, a detta di Jakobson, svolge una diversa FUNZIONE COMUNICATIVA :
2 Lingua e dialetto
Prendendo ad esempio l'Italia, diremo a questo punto che la lingua che parliamo (e scriviamo) è il cosiddetto ITALIANO STANDARD , cioè quello che assolve alla funzione di LINGUA UFFICIALE.
Come ben sappiamo, però, in Italia possediamo un'innumerevole quantità di DIALETTI. Ciò vale più o meno per ogni Paese del mondo. In Italia però, notiamo come un milanese che parla italiano, lo fa in modo diverso da un catanese o da un romano. Ciò perché ogni parlante porta con sé una "patina" che ne denuncia la provenienza, anche nel parlare la lingua standard. Questo tipo di italiano viene definito ITALIANO REGIONALE. Ovviamente esistono tanti italiani regionali, quante regioni avremo in Italia (20, nel nostro caso). Semplificando, possiamo ampliare il raggio di influenza e dire che esistono TRE GRANDI ITALIANI REGIONALI (NORD, CENTRO E SUD ).
Avremo così una situazione linguistica come questa: ITALIANO STANDARD ITALIANO REGIONALE DIALETTI LOCALI L'italiano regionale ingloba in sé una serie di elementi della parlata locale, ma "italianizzati". Come per l'italiano, inoltre, anche le altre lingue risultano STRATIFICATE : la stratificazione avviene non solo a livello geografico, ma anche sociale.
ITALIANO SCRITTO é la forma più austera della lingua standard (vi sono scritte le leggi della Repubblica, per esempio) ITALIANO PARLATO FORMALE si usa nelle occasioni formali (un esame orale, ad esempio). Si tratta di una forma di parlato molto controllata, che infatti si attua tendenzialmente a velocità moderata, articolando distintamente anche i suoni. ITALIANO PARLATO INFORMALE Si tratta della lingua che utilizziamo in famiglia, tra amici, ecc. Questo tipo di italiano viene parlato abbastanza velocemente, prestando poca cura alla scelta lessicale e a velocità accelerata rispetto al formale. Contiene spesso molti regionalismi. ITALIANO REGIONALE (v. sopra) DIALETTO DI KOINE' Questo tipo di dialetto identifica una regione dialettale: Il lombardo; il toscano; il campano, il siciliano, ecc. DIALETTO DEL CAPOLUOGO DI PROVINCIA Come è facile intuire, se prendiamo il dialetto regionale siciliano, esso varierà a livello geografico a seconda delle province: a Messina si parlerà un siciliano diverso rispetto a Palermo, Catania, e così via. DIALETTO LOCALE Questa è, ovviamente, la forma più stretta di dialetto, che distingue anche la città dalle sue province, o addirittura le zone di una stessa città, i vari quartieri. Abbiamo quindi visto come i parlanti di una lingua, nella loro quotidianità utilizzino più REGISTRI LINGUISTICI , e possano anche passare velocemente da uno all'altro (prima