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lion analisi e commento, Dispense di Teoria Del Cinema

lion analisi e commento esame di cinema

Tipologia: Dispense

2019/2020

Caricato il 03/04/2020

daniele-distefano
daniele-distefano 🇮🇹

4.2

(36)

80 documenti

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Trama del film Lion
Il film è tratto dall’autobiografia di Saroo Brierley “A long way home”.
Saroo vive in India centrale in condizioni molto povere insieme al fratello maggiore, a una sorella
minore e alla madre. Un giorno Saroo chiede di accompagnare suo fratello Guddu al lavoro: viene
lasciato per qualche ora su una panchina in una stazione ferroviaria non distante dal villaggio natale
e si addormenta. Al risveglio, si ritrova completamente solo: comincia a cercare forsennatamente il
fratello e, per sbaglio, sale su un treno che non farà alcuna sosta e lo condurrà a Calcutta, una città
lontana circa 1600 km dal suo paese d’origine.
Nella metropoli, il bambino si sente estremamente disorientato, non parla la lingua locale e quindi
non riesce a spiegare a nessuno la sua situazione o a fare comprendere da quale posto provenga.
Inizia a vivere per strada. Dopo molte peripezie e incontri sbagliati, il suo destino sarà
l’orfanotrofio, dove lotterà ancora per sopravvivere. Un giorno all’interno dell’istituto un’assistente
sociale gli dichiara che una famiglia australiana lo vorrebbe adottare. Il protagonista parte quindi
per Hobart, in Tasmania.
All’età di 25 anni, Saroo vive a Melbourne ed è uno studente universitario. Ma non ha dimenticato
la sua famiglia d’origine e attraverso Google Earth inizia la ricerca del suo villaggio natale per
ritrovare sua madre e i suoi fratelli.
Motivi di interesse
Il film è diviso in due parti: la prima che racconta delle avventure dell’infanzia di Saroo e di
un’India piena di ambivalenze e contradditorietà; la seconda che descrive la scissione interna del
protagonista diventato adulto.
Lion è un film che cattura ed emoziona. Gli occhi di Saroo bambino ci raccontano della sua
solitudine e del suo smarrimento ma contemporaneamente anche della sua tenacia e della sua voglia
di combattere.
La sua biografia si è spezzata: una situazione imprevista l’ha portato via dall’affetto dei suoi
familiari da cui si è sempre sentito amato.
Il nome del fratello che il protagonista ripetutamente grida all’interno del treno, rappresenta uno dei
momenti più strazianti del film.
Per tutta la prima parte del lungometraggio, Saroo continua ad aggrapparsi alla speranza che suo
fratello e sua madre lo troveranno: ma questo non avverrà e piano piano accetterà l’idea di fare
spazio a una nuova famiglia che si vuole prendere cura di lui.
Acconsentirà a farsi nuovamente amare da una madre – interpretata da Nicole Kidman – che
avrebbe potuto avere figli, ma che invece ha preferito accogliere quei bambini che in un qualche
angolo del mondo hanno bisogno di amore. In un momento molto toccante del film, la Kidman con
le lacrime agli occhi rivela al protagonista: “Avremmo potuto avere figli nostri. Ma abbiamo scelto
di non farlo. Abbiamo scelto te.”
La vita di Saroo nella “nuova” famiglia non sarà sempre facile, soprattutto dopo l’adozione del
fratello – proveniente dal medesimo orfanotrofio – che richiederà molte attenzioni e cure da parte
dei genitori e nei confronti del quale il protagonista avvertirà sentimenti contrastanti.
Lo sviluppo della pellicola attesta che in una biografia interrotta il richiamo alle origini può
riecheggiare intensamente.
Così, dal semplice profumo di un cibo che gli rievoca la sua terra, Saroo comincia a ricordare. E ciò
che aveva messo a tacere – seppur inconsapevolmente – riaffiora in modo violento, cambiando
inaspettatamente il corso della sua esistenza.
Il giovane decide di ritrovare il suo villaggio attraverso il supporto di Google Earth. La ricerca non
si rivela semplice: né da un punto di vista pratico, né da un punto di vista emotivo.
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Trama del film Lion

Il film è tratto dall’autobiografia di Saroo Brierley “A long way home”. Saroo vive in India centrale in condizioni molto povere insieme al fratello maggiore, a una sorella minore e alla madre. Un giorno Saroo chiede di accompagnare suo fratello Guddu al lavoro: viene lasciato per qualche ora su una panchina in una stazione ferroviaria non distante dal villaggio natale e si addormenta. Al risveglio, si ritrova completamente solo: comincia a cercare forsennatamente il fratello e, per sbaglio, sale su un treno che non farà alcuna sosta e lo condurrà a Calcutta, una città lontana circa 1600 km dal suo paese d’origine. Nella metropoli, il bambino si sente estremamente disorientato, non parla la lingua locale e quindi non riesce a spiegare a nessuno la sua situazione o a fare comprendere da quale posto provenga. Inizia a vivere per strada. Dopo molte peripezie e incontri sbagliati, il suo destino sarà l’orfanotrofio, dove lotterà ancora per sopravvivere. Un giorno all’interno dell’istituto un’assistente sociale gli dichiara che una famiglia australiana lo vorrebbe adottare. Il protagonista parte quindi per Hobart, in Tasmania. All’età di 25 anni, Saroo vive a Melbourne ed è uno studente universitario. Ma non ha dimenticato la sua famiglia d’origine e attraverso Google Earth inizia la ricerca del suo villaggio natale per ritrovare sua madre e i suoi fratelli. Motivi di interesse Il film è diviso in due parti: la prima che racconta delle avventure dell’infanzia di Saroo e di un’India piena di ambivalenze e contradditorietà; la seconda che descrive la scissione interna del protagonista diventato adulto. Lion è un film che cattura ed emoziona. Gli occhi di Saroo bambino ci raccontano della sua solitudine e del suo smarrimento ma contemporaneamente anche della sua tenacia e della sua voglia di combattere. La sua biografia si è spezzata: una situazione imprevista l’ha portato via dall’affetto dei suoi familiari da cui si è sempre sentito amato. Il nome del fratello che il protagonista ripetutamente grida all’interno del treno, rappresenta uno dei momenti più strazianti del film. Per tutta la prima parte del lungometraggio, Saroo continua ad aggrapparsi alla speranza che suo fratello e sua madre lo troveranno: ma questo non avverrà e piano piano accetterà l’idea di fare spazio a una nuova famiglia che si vuole prendere cura di lui. Acconsentirà a farsi nuovamente amare da una madre – interpretata da Nicole Kidman – che avrebbe potuto avere figli, ma che invece ha preferito accogliere quei bambini che in un qualche angolo del mondo hanno bisogno di amore. In un momento molto toccante del film, la Kidman con le lacrime agli occhi rivela al protagonista: “ Avremmo potuto avere figli nostri. Ma abbiamo scelto di non farlo. Abbiamo scelto te .” La vita di Saroo nella “nuova” famiglia non sarà sempre facile, soprattutto dopo l’ adozione del fratello – proveniente dal medesimo orfanotrofio – che richiederà molte attenzioni e cure da parte dei genitori e nei confronti del quale il protagonista avvertirà sentimenti contrastanti. Lo sviluppo della pellicola attesta che in una biografia interrotta il richiamo alle origini può riecheggiare intensamente. Così, dal semplice profumo di un cibo che gli rievoca la sua terra, Saroo comincia a ricordare. E ciò che aveva messo a tacere – seppur inconsapevolmente – riaffiora in modo violento, cambiando inaspettatamente il corso della sua esistenza. Il giovane decide di ritrovare il suo villaggio attraverso il supporto di Google Earth. La ricerca non si rivela semplice: né da un punto di vista pratico, né da un punto di vista emotivo.

Il ragazzo sta male e si sente in colpa perché dall’altra parte del mondo qualcuno potrebbe ancora cercarlo e contemporaneamente soffre per la famiglia adottiva , perché sente di tradirla andando alla ricerca delle sue origini. Si chiude in se stesso, escludendo tutti gli affetti che lo circondano: dalla fidanzata, alla madre, al padre e al fratello adottivo. Il suo obiettivo diventa un’ossessione: non mangia, non dorme, sente solo di non poter fermarsi: perché capisce di non volere più essere sospeso in un costante stato di incompletezza. La stessa sospensione che coinvolge lo spettatore per tutta la durata del film, dato che l’identificazione con il protagonista risulterà inevitabile. La storia di Saroo dimostra che la “famiglia” non risiede solo dove esiste un legame di sangue. La famiglia è il luogo dove si viene accolti, amati, protetti a prescindere da chi ci ha messi al mondo. Il sentimento di chi si prende cura per una vita di qualcuno, non cambia né si modifica. Quell’amore è per sempre: non ha tempo, non ha colore, non ha patria, non ha confini. Per questa ragione, la madre adottiva di Saroo non si sente affatto tradita – come il figlio teme – quando le confessa di essere alla ricerca del suo villaggio natale: lei lo comprende e lo sostiene in un percorso che ritiene naturale e lo rassicura sul fatto che lo amerà per sempre. Lion è un film importante che non può lasciare imperturbati: penetra, emoziona e si insinua nella mente di chi lo guarda sotto forma di quesiti profondi. “ Tutte le notti sogno di ritornare da mia madre e di sussurrarle all’orecchio: sono qui ”. Saroo ritroverà la strada di casa: la sua biografia potrà finalmente riprendere. E lo spettatore ricominciare a respirare.

Indicazioni di utilizzo

In un’ adozione , tacere è più comodo per tutti, ma fa danni. Seppellisce le emozioni, ingigantisce le fantasie. […]I ragazzi non fanno domande. Per estrema lealtà verso il nucleo che li ha accolti o perché il filo del dialogo si è spezzato ” (tratto da D.Repubblica.it, 21.04.2014, di Daniela Condorelli) Il film permette di entrare sia nella prospettiva del genitore adottivo che in quella del figlio adottato. Ci dimostra che non è facile dialogare e affrontare determinate tematiche: le paure e i timori coinvolgono entrambe le parti. Ammettere di voler conoscere e ritrovare le proprie origini da parte del figlio è un passaggio importante e complesso quanto il supporto del genitore che dovrebbe riuscire ad assecondarne, al di là della minaccia del proprio ruolo, il cammino spesso fisiologico. (marino demata) Per questo film, “Lion – La strada verso casa”, sappiamo subito che esso è tratto da una storia vera. In generale questa affermazione ci risulta un po’ fastidiosa e viene usata ed abusata, evidentemente perché si tratta di una precisazione che si ritiene che aggiunga qualcosa al film, rendendolo più appetibile, magari preferito ad altri. Il fastidio nasce proprio dal fatto che non ci sarebbe bisogno di questa specificazione per rendere un film più o meno gradevole, o per essere oggetto delle nostre scelte. Un film è un’opera a sé stante, che si giudica indipendentemente dal fatto che si ispiri o meno ad una storia realmente accaduta, che è cosa del tutto inessenziale. Eppure in questo caso il richiamo ad una realtà vera a cui il film si ispira sembra opportuno. Perché? Perché se non ci fosse stato questo richiamo la storia narrata nel film sarebbe apparsa così fuori da ogni realtà, così improbabile, così assurda, da inficiare inevitabilmente e alterare il giudizio sul film stesso. Tutto questo sta a dimostrare un assunto del quale siamo particolarmente convinti: che cioè la realtà quasi sempre supera di gran lunga la fantasia (o la fiction). Il protagonista della storia, dunque, è anche l’autore di un libro nel quale ha saputo condensarla sotto la forma di romanzo autobiografico. Si tratta di Saroo Brierley autore di “A Long Way Home”, il romanzo appunto della sua incredibile storia.

presente vuoto e doloroso. Tutte le caratteristiche del film, le tematiche dell’adozione, del ricongiungimento e della ricerca delle proprie origini, insieme alle inquadrature e alle riprese quasi del tutto in esterni e soprattutto la scelta di girare tutta la prima parte del film in lingua originale ( hindu) sottotitolato, rendono il film vicino al realismo. La prima parte del film è quasi silenziosa, i dialoghi sono pochi e sono invece i gesti, gli sguardi e i paesaggi a parlare; sono i silenzi, i rumori della natura e la leggera colonna sonora, a comunicare con noi spettatori. La bravura degli attori è stata fondamentale nella riuscita del film, dal piccolo Saroo (Sunny Pawar) a Dev Patel, al personaggio della madre adottiva interpretato da Nicole Kidman, che nonostante non abbia un ruolo di primo piano nel film, si è dimostrata capace di impersonificarsi nella difficile interpretazione di una madre di due figli adottivi, che ha dovuto adottare anche “il loro difficile passato” -come le ricorda Saroo-, ricevendo anche una candidatura all’oscar come miglior attrice non protagonista. Grazie alla fotografia, la forza del film non è data solo dalle sue forti emozioni ma dai magnifici paesaggi indiani, un’India povera e crudele, ma ugualmente bellissima. Spazio ai primi piani quindi, agli sguardi che parlano da soli, e ai dettagli di occhi e mani che amplificano la componente emotiva e il senso di solidarietà e speranza che accompagna lo spettatore dall’inizio del film alla fine. La scena finale scelta dal regista è stata il miglior modo per chiudere questa incredibile storia: il film si conclude con il filmato del vero Saroo che torna a casa nel suo villaggio e con l’incontro delle sue due madri che si abbracciano. Come due mondi apparentemente lontani che ritornano ad essere vicini. In conclusione, Lion è una storia autentica e commovente, convincente da ogni punto di vista, da quello fotografico alla brillante interpretazione degli attori, in particolare del piccolo Sunny Pawar. Il titolo del film, Lion , è la traduzione inglese del nome vero del protagonista, che una volta cresciuto scopre che ha sempre pronunciato male il suo nome, non “Saroo” ma “Scharou” che significa, appunto, leone. ll’esordio dietro la macchina da presa, il pubblicitario Garth Davis affronta una storia vera dal grande impatto emotivo. Tratto dall’autobiografia La lunga strada per tornare a casa , il film racconta la vita di Saroo Brierley , il vero nome di Sheru Munshi Khan (che in Hindi significa, appunto, ‘leone’). Nel cast troviamo grandi performer come Nicole Kidman , Dev Patel , Rooney Mara e David Wenham. Il lungometraggio si divide in due parti: per circa metà siamo negli anni Ottanta, nell’India affollata, povera e senza speranza. Il resto del film si sposta negli anni Duemila, quando il protagonista è ormai adulto e realizzato, ma soffre ancora per il suo bisogno di tornare alle radici. Una delle produzioni più incisive dello scorso anno, apprezzata sia dalla critica che dal pubblico, nonostante abbia ricevuto pochi riconoscimenti. Un film che parla di famiglia, amicizia, affetti, ma anche di quanto siano importanti le radici per ognuno di noi. Ecco quindi la recensione di Lion – La strada verso casa , da oggi su Netflix.

Lion – La strada verso casa: l’infanzia

Siamo nel 1987 e vediamo due ragazzini, Saroo (un Sunny Pawar alla sua prima e potente apparizione sullo schermo) e Guddu (un altrettanto efficace Abhishek Bharate ) alle prese con una realtà dura e difficile. È l’India povera, affollata, in cui grandi e piccoli si spaccano la schiena ogni giorno nella speranza di racimolare, anche in modi non legali, un pezzo di pane o un po’ di latte per poter sopravvivere. Questi due fratelli devono badare alla loro madre, Kamla ( Priyanka Bose ) e alla loro piccola sorellina. Nonostante Saroo aiuti la donna a raccogliere pietre, decide di andare in missione con suo fratello Guddu, il quale ogni notte fa il giro dei treni per raccogliere monete o

avanzi caduti sul pavimento. Nonostante i dubbi di Guddu, quest’ultimo decide di accontentare il fratellino, il quale però è troppo stanco per poter continuare. Preoccupato, il maggiore lo lascia dormire su una panchina alla stazione dei treni, raccomandandogli di aspettarlo. Al suo risveglio, tuttavia, Saroo non lo trova, e convinto di vederlo sul treno più vicino, ci si addormenta dentro. Ed è qui che inizia la terribile avventura del piccino, che si troverà costretto a scendere solo a Calcutta , a 1500 chilometri circa dalla sua casa. Qui Saroo dovrà affrontare la perdita di tutte le sue sicurezze, la fame, la calca e l’indifferenza generale delle persone. Inoltre avrà bisogno di tutta la sua lucidità mentale per sfuggire da loschi individui intenzionati a fargli del male.

Lion – La strada verso casa: l’età adulta

Dopo circa cinquanta minuti struggenti ed emotivamente molto forti, troviamo un Saroo nuovo, adulto. Siamo in Australia , nel primo decennio degli anni Duemila. Dopo essere scampato alla calca, alla fame e ai venditori di bambini a Calcutta, infatti, un giovane benestante lo ha visto solo e sporco in mezzo alla strada, e ha deciso di denunciarne la scomparsa alla polizia indiana. Questa, dopo aver fatto il possibile per trovare la sua famiglia, lo ha mandato in un orfanotrofio, dove apprende che una coppia australiana, i Brierley, hanno deciso di accoglierlo. Saroo (un sempre più sorprendente Dev Patel ) è ormai un adulto: sulla soglia dei vent’anni decide di trasferirsi a Melbourne per studiare management alberghiero. I suoi genitori adottivi, Sue e John ( Nicole Kidman e David Wenham ) hanno nel frattempo adottato un altro bambino indiano disperso, Mantosh ( Divian Ladwa ), il quale ha tuttavia subito un trauma troppo forte da superare. Da adulto, infatti, diventa un tossico e la sua mania di autoinfliggersi violenza non si è mai placata. Saroo ha quindi ormai superato la sua infanzia. Ormai è un adulto con dei sogni, ed è sentimentalmente legato ad una sua collega, Lucy ( Rooney Mara ). La visione di un cibo tipico indiano, tuttavia, gli fa tornare alla mente il suo passato, le sue origini, e da lì parte una vera e propria ossessione. Lascia il lavoro e sparisce dalla vita di Lucy, di suo fratello e dei suoi genitori. Il suo unico scopo è quello di trovare sua madre e suo fratello.

Lion – La strada verso casa: la tecnica

Dopo aver girato spot pubblicitari per grandi marchi ( Vodafone , Schweppes , Toyota ), Garth Davis fa il suo esordio nel mondo del cinema con questo film. Scelta coraggiosa quella di riprendere un’autobiografia, soprattutto come opera prima. Ma il giovane regista svolge un ottimo lavoro sotto tutti i punti di vista. Aiutato certamente dal livello qualitativo del cast, in cui tutti gli interpreti, a partire dallo straordinario Dev Patel e per finire con una sempre elegante Rooney Mara, hanno portato il loro contributo ad una pellicola già eccezionale. Una menzione speciale a Nicole Kidman, attrice fenomenale ancora in grado di offrire molto al cinema. Ma non solo attori. Questa pellicola, infatti, vanta un livello eccellente sotto tutti gli aspetti tecnici. A partire dalla colonna sonora , che vede musiche sia diegetiche che extradiegetiche, composte dai candidati all’Oscar Volker Bertelmann e Dustin O’Halloran. Un leitmotiv lento e straziante accompagna tutte le fasi del film, per unirlo e dargli una coerenza. Inoltre la fotografia, aiutata certamente dagli spettacolari paesaggi di una terra meravigliosa come l’India, lascia lo spettatore senza fiato, grazie ad un maestro come Greig Fraser. Anche il montaggio aiuta a rendere speciale un film già unico di suo. La prima parte del film, interamente in Hindi , è sottotitolata, per rendere più autentiche le immagini e le emozioni. I due fratelli sono molto legati, ma più che dai dialoghi questo aspetto è visibile dai gesti e dagli sguardi che i due si rivolgono. Un omaggio ai film muti, ma anche alla vera storia di un bambino che è riuscito a sopravvivere lontano dalla sua casa per più di vent’anni.