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macbeth analisi e commento, Appunti di Letteratura

macbeth analisi e commento sheakespeare

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Macbeth: Follia, cupidigia e destino
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Percorso didattico.
Di Oscar Serino, Basilio Sciacca
Opera teatrale composta presumibilmente a cavallo tra il 1605 e il 1608, il Macbeth è considerato
l’ultima delle quattro grandi tragedie di William Shakespeare, al pari dell’Amleto, di Re Lear e
dell’Otello. Due caratteristiche che la contraddistinguono dalle altre sono: da un lato la relativa
brevità e dall’altro l’atmosfera estremamente tetra, a tratti apocalittica.
Da Edurete.org
PREMESSA DEGLI AUTORI E PROFILO DEL PERCORSO DIDATTICO
Opera teatrale composta presumibilmente a cavallo tra il 1605 e il 1608, il Macbeth è considerato
l’ultima delle quattro grandi tragedie di William Shakespeare, al pari dell’Amleto, di Re Lear e
dell’Otello. Due caratteristiche che la contraddistinguono dalle altre sono: da un lato la relativa
brevità e dall’altro l’atmosfera estremamente tetra, a tratti apocalittica.
Infatti, mentre in Re Lear il mondo naturale resta totalmente indifferente nei confronti delle vicende
umane, nel Macbeth il sommo poeta inglese sceglie di introdurre l’elemento sovrannaturale funesto
che contribuisce a far crollare il regno di Macbeth e a provocarne quindi la tragica morte. Il tema
fondamentale della tragedia (ambientata in Scozia) è la natura malvagia dell’uomo o comunque la
pulsione distruttrice che alberga in ognuno di noi.
In sintesi l’opera racconta la disperata ascesa di un nobile che, da virtuoso e fedele al proprio
sovrano, si trasforma in un mostro crudele che non si ferma di fronte a nessun ostacolo ed elimina
fisicamente tutti i potenziali nemici, compresi amici e parenti. La spirale di sangue e violenza
finisce però per distruggere lui stesso e la moglie la quale sempre lo appoggia nei complotti di corte.
Proprio questa figura femminile, lady Macbeth, rappresenta la parte psichicamente malata dell’eroe,
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Macbeth: Follia, cupidigia e destino

FacebookTwitter PrintFriendly Percorso didattico. Di Oscar Serino, Basilio Sciacca Opera teatrale composta presumibilmente a cavallo tra il 1605 e il 1608, il Macbeth è considerato l’ultima delle quattro grandi tragedie di William Shakespeare, al pari dell’Amleto, di Re Lear e dell’Otello. Due caratteristiche che la contraddistinguono dalle altre sono: da un lato la relativa brevità e dall’altro l’atmosfera estremamente tetra, a tratti apocalittica. Da Edurete.org PREMESSA DEGLI AUTORI E PROFILO DEL PERCORSO DIDATTICO Opera teatrale composta presumibilmente a cavallo tra il 1605 e il 1608, il Macbeth è considerato l’ultima delle quattro grandi tragedie di William Shakespeare, al pari dell’Amleto, di Re Lear e dell’Otello. Due caratteristiche che la contraddistinguono dalle altre sono: da un lato la relativa brevità e dall’altro l’atmosfera estremamente tetra, a tratti apocalittica. Infatti, mentre in Re Lear il mondo naturale resta totalmente indifferente nei confronti delle vicende umane, nel Macbeth il sommo poeta inglese sceglie di introdurre l’elemento sovrannaturale funesto che contribuisce a far crollare il regno di Macbeth e a provocarne quindi la tragica morte. Il tema fondamentale della tragedia (ambientata in Scozia) è la natura malvagia dell’uomo o comunque la pulsione distruttrice che alberga in ognuno di noi. In sintesi l’opera racconta la disperata ascesa di un nobile che, da virtuoso e fedele al proprio sovrano, si trasforma in un mostro crudele che non si ferma di fronte a nessun ostacolo ed elimina fisicamente tutti i potenziali nemici, compresi amici e parenti. La spirale di sangue e violenza finisce però per distruggere lui stesso e la moglie la quale sempre lo appoggia nei complotti di corte. Proprio questa figura femminile, lady Macbeth, rappresenta la parte psichicamente malata dell’eroe,

la perversa consigliera ed istigatrice che, alla stregua di un serpente velenoso, usa il marito come uno strumento per raggiungere il potere e soddisfare la propria cupidigia. PRINCIPALI TEMI DEL MACBETH L’antico concetto di tragedia riguardava la caduta di un grande uomo, ad esempio un re, da una posizione di superiorità ad una condizione di disgrazia a causa della propria superbia. Per i greci, la superbia umana finiva con l’essere punita da una tremenda vendetta. L’eroe tragico meritava la compassione del pubblico ma non necessariamente il perdono: la tragedia greca ha spesso un finale tetro. L’opera teatrale cristiana, invece, offre sempre un barlume di speranza; non a caso il Macbeth termina con l’incoronazione di Malcolm, un nuovo capo che incarna perfettamente le virtù che il buon sovrano deve possedere. I coniugi Macbeth: un’allegoria di Adamo ed Eva? Il Macbeth mette in scena elementi che ricordano da vicino la più grande delle tragedie cristiane: il peccato originale e la conseguente cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Nella Genesi, la debolezza di Adamo, convinto dalla moglie la quale è stata a sua volta tentata da Satana, lo induce a violare i limiti imposti e a far finta di essere un dio. Entrambe le storie lasciano spazio alla speranza: l’umanità verrà salvata da Cristo anche se ha peccato. In termini cristiani, malgrado Macbeth sia un tiranno, un criminale e un peccatore, ciò non esclude un’eventuale redenzione in paradiso. Macbeth, nonostante i suoi orrendi crimini, è un uomo degno di compassione. Ciò che lo salva è il fatto che da principio egli non vuole uccidere Duncan ma in un secondo momento cambia idea, condizionato dalla cupidigia della moglie. Inoltre Macbeth soffre internamente perché non riesce a godersi la posizione di prestigio che occupa. Pur essendo re, paura, paranoia, esaurimento e insonnia non gli danno tregua. Anche lady Macbeth è un’eroina tragica. La sua baldanza mista a coraggio dura poco e va progressivamente alla deriva tra isterie e sonnambulismo. Si esaurisce mentalmente e fisicamente perché consumata dalla fatica del delitto. I due protagonisti sono degni di compassione in quanto il pubblico assiste ad ogni fase del loro travagliato destino, cogliendone gli effetti nefasti non solamente sul popolo scozzese ma anche su se stessi. Predestinazione e libero arbitrio. Nell’antichità le vicende umane erano considerate alla mercè della “ruota della fortuna” sottolineando la concezione della vita come una lotteria. Si poteva raggiungere la sommità della ruota e usufruire dei benefici che ne derivavano ma solo per un breve periodo. Bastava un piccolo movimento per precipitare rovinosamente alla base della ruota. Al contrario il destino è già scritto. In un universo fatalistico, la durata e l’esito della vita (destino) sono predefiniti da forze ultraterrene. Nel Macbeth queste forze sono rappresentate dalle streghe. L’opera fa un’importante distinzione: il destino potrà anche essere segnato in partenza, ma le modalità con cui quel destino si compie restano in balìa del destino e del libero arbitrio del soggetto. Anche se a Macbeth viene predetto che diventerà re, non gli viene specificato come lo diventerà: infatti tocca a lui fare delle scelte. Non si può biasimarlo per essere diventato re (è il suo destino), ma si può biasimarlo per i mezzi di cui si serve per diventarlo (libero arbitrio). L’ordine politico e l’ordine naturale. Il Macbeth è ambientato in una società in cui la parola d’onore e la fedeltà ai propri superiori sono imperativi categorici. Al vertice della gerarchia si trova il re, cioè il rappresentante della divinità sulla Terra. Altre relazioni umane dipendono dalla fedeltà: il cameratismo sul campo di battaglia,

principio e la fine del mio atto, qui, qui soltanto, su questo banco, su questa secca del tempo noi arrischieremmo, con un salto, la vita futura. Ma in casi come questo, noi abbiamo da subire un giudizio anche qui: giacché noi non facciamo che insegnare opre di sangue, le quali, appena insegnate, finiscono per punire il maestro. Questa giustizia dalla mano imparziale porge alle nostre labbra stesse la miscela del nostro calice avvelenato” (Atto I, scena VII). Macbeth nutre sentimenti contrastanti quando pensa all’omicidio di Duncan, che oltre ad essere il sovrano è anche suo cugino. Esita ad uccidere Duncan perché teme le conseguenze che potrebbero in qualche modo sopraggiungere e affliggerlo. Si chiede come reagirebbero i sudditi ma la sua ambizione soffoca le paure e la coscienza che lo tormentano. Oramai la sua moralità è compromessa. Infatti il tragico eroe, anziché chiedersi se l’azione che sta per commettere è giusta oppure no, si preoccupa solo delle pesanti conseguenze che potrebbe affrontare nel caso il suo piano fallisse. É chiaro che Macbeth non prova né teme alcun senso di colpa per l’omicidio. Teme piuttosto Banquo, la cui esistenza rappresenta un ostacolo all’avverarsi delle profezie. “I timori che ci desta Banquo fanno presa profonda, e nella regalità della sua natura regna ciò che vuol essere temuto: egli osa molto, e a questa indomita tempra dell’anima aggiunge una prudenza, che guida il suo coraggio ad agire con sicurezza. Non v’è che lui la cui esistenza io tema: e davanti a lui il mio genio si sente represso, come dicono accadesse a quello di Marco Antonio dinanzi a Cesare. Egli investì le sorelle, quando la prima volta mi attribuirono il nome di re, e impose loro di parlare a lui; allora, con linguaggio profetico, esse lo salutarono padre di una stirpe di re. Così, sulla testa mi hanno messo una corona infeconda, e nel pugno uno sterile scettro, che mi sarà strappato da mano d’estraneo, poiché nessun mio figlio mi potrà succedere. Se è così, io mi sono macchiato l’anima per la progenie di Banquo; per loro ho assassinato il virtuoso Duncan; per loro unicamente ho versato l’odio nel vaso della mia pace e ho dato il mio gioiello eterno al nemico comune dell’uomo, per fare re loro, re il seme di Banquo!” (Atto III, scena I).Da questo momento in poi le deboli remore di Macbeth si dissolvono e qualsiasi assassinio è possibile se si frappone tra lui e la corona. “Ogni ragione dovrà cedere dinanzi al mio proprio interesse. Io mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto, che se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe pericoloso quanto l’andare innanzi. Ho in testa strani progetti, ai quali metterò mano, che devono essere eseguiti prima di poter essere ben ponderati” (Atto III, scena IV). Ancora più dure sono le sue parole dopo il consulto con le streghe all’inizio del quarto atto: “Da questo istante i primi nati del mio cuore saranno i primi nati della mia mano, e fin da ora, per coronare i miei pensieri con le azioni, sia pensato e fatto: attaccherò il castello di Macduff, m’impossesserò di Fife, passerò al filo della mia spada sua moglie, i suoi bambini e tutte le anime sciagurate che gli succedono nella sua discendenza” (Atto IV, scena I).

L’ambizione corrompe la moralità dell’uomo perché gli restringe la mente e lo spirito. Anche se indirettamente, le azioni guidate dalla cupidigia arrecano rimorsi tormenti strazianti. Il senso di colpa per un delitto atroce provoca a sua volta una dissociazione psichica nella mente dell’individuo: “Mi è sembrato di sentire una voce gridare: “Non dormire più! Macbeth uccide il sonno!”… il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II). La caduta di Macbeth nel baratro dell’abiezione morale coincide con il logoramento delle sue facoltà mentali che peggioreranno ininterrottamente fino alla follia completa. “Ti prego, vedi là! guarda! osserva! ecco!… Che dici? Ah, che cosa mi turba? Se tu puoi far cenni col capo, oh, parla anche! Se i carnai e le tombe debbono rimandarci indietro quelli che noi seppelliamo, i nostri sepolcri, d’ora innanzi, saranno gli stomaci degli avvoltoi… Vattene, fuggi la mia vista! La terra ti nasconda! Le tue ossa sono senza midollo, il tuo sangue è freddo; tu non hai virtù visiva in cotesti occhi che sbarri.” (Atto III, scena IV). Macbeth è letteralmente sconvolto dall’apparizione dello spettro di Banquo e lascia intuire di essere il mandante dell’omicidio, la qual cosa insospettisce Macduff che alla fine dell’opera guiderà un esercito per sconfiggere Macbeth. “Via, maledetta macchia! Via, dico Una… due: ecco, allora è il momento di farlo. L’inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” (Atto V, scena I). Anche Lady Macbeth è ossessionata dal senso di colpa per aver aiutato il marito ad eliminare Duncan. Lady Macbeth impazzisce dal rimorso e ogni notte si sveglia per cancellare il sangue dalle mani, un chiaro emblema della colpa che è condannata a sopportare per il resto dell’esistenza. Non reggerà al peso della colpa e sceglierà di suicidarsi. “Le ambizioni umane sono tutte legittime tranne quelle per le quali si devono calpestare altre vite umane”, dichiarò lo scrittore Joseph Conrad (1857-1924). Le ambizioni di Banquo sono molto più semplici e paradossali di quelle della coppia diabolica. Pur restando incuriosito dalle profezie delle streghe, è abbastanza riluttante nel ritenerle credibili. Ha un’indole innocua, onesta e poco problematica, sceglie di non sfidare il proprio destino ed evita così di corrompersi moralmente. Essendosi prefisso di condurre una vita ortodossa, non lascia che delle forze esterne come le streghe, il destino e la cupidigia, interferiscano con i suoi principi: “Mio buon signore, perché trasalite, e sembra che abbiate paura di cose che suonano così belle? In nome del vero, siete creature della fantasia, o siete in realtà ciò che esteriormente sembrate? Voi salutate il mio nobile compagno con un titolo di onore ch’egli già possiede, e con sì alta predizione di nobile

pensa che un vero uomo non si presterebbe all’omicidio. Sua moglie non è d’accordo e replica: “Allora che bestia era quella che vi indusse a palesarmi questo disegno? Allorché osavate compierlo, eravate un uomo; e ad essere più di quello che allora eravate tanto più sareste un uomo” (ibidem). Con queste parole la questione è chiusa. Nella scena in cui Macduff scopre il corpo insanguinato di re Duncan e sveglia tutto il castello, la maggior parte dei personaggi entra in scena in abiti da notte. Quando Banquo propone agli altri ospiti del castello di incontrarsi per discutere della morte del re, dice che tutti devono presentarsi vestiti per coprire le proprie fragilità: “E quando avremo coperto il nostro ignudo frale, che soffre, esposto così all’aria, vediamoci, e discutiamo questa sanguinosissima faccenda per conoscerla più addentro (Atto II, scena III). Macbeth è d’accordo nel radunarsi e aggiunge: “Vestiamoci prestamente di tutto punto e riuniamoci nella sala TUTTI: D’accordo!”. In pratica si deduce che Macbeth si sente più umano quando indossa i suoi abiti normali. Quando Macbeth tenta di convincere due uomini che Banquo è il nemico, essi non reagiscono come lui spera. A quel punto domanda sarcasticamente se hanno intenzione di lasciare che Banquo tenga le loro famiglie per sempre povere. Anziché mostrare a Macbeth l’odio profondo che gli farebbe piacere notare, il primo sicario si limita a dire: “Noi siamo uomini, mio sovrano”. Allora il protagonista della tragedia rincara la dose: “Sì, nel catalogo figurate come uomini, a quel modo che i segugi e i levrieri, i bastardi, gli spagnoli, i botoli, i barboni, i bracchi, e i mezzilupi, sono chiamati tutti col nome di cani: ma la lista che ne indica il valore, distingue il cane veloce, quello lento, quello astuto, quello da guardia, quello da caccia, ognuno secondo la dote che la natura provvida ha riposto in lui; per questo ciascuno riceve un aggiunto particolare, il quale non è nel catalogo che li descrive tutti ad un modo: e lo stesso è degli uomini” (Atto III, scena I). Il discorso termina con un’affermazione netta: se non si sentono pronti ad uccidere Banquo, non sono dei veri uomini. Nel momento in cui il fantasma di Banquo appare al banchetto di Macbeth, il protagonista sembra sconvolto, mostrando paura sia nel linguaggio che nei movimenti. Tuttavia egli è l’unico dei presenti a vedere il fantasma quindi gli altri rimangono sconcertati mentre la moglie s’infuria perché si rende conto della situazione imbarazzante. Arriva al punto di prenderlo da parte e domandargli: “Come! avete perduto ogni qualità d’uomo, nella vostra follia?”. Lui replica: “Sì, e un uomo così audace, che oso guardare ciò che potrebbe atterrire il diavolo”. Lady Macbeth lo deride: “Oh! questi parossismi, e questi sussulti, impostori della paura vera, starebbero bene nel racconto fatto d’inverno, accanto al fuoco, da una donnicciola, sulla garanzia della nonna” (Atto III, scena IV). In sostanza Lady Macbeth accusa il marito di comportarsi non da uomo, bensì come una donnicciola che racconta storielle assurde. Poco dopo, quando il fantasma di Banquo compare per la seconda volta, Macbeth reagisce con maggiore virilità dicendo: “Ciò che un uomo può osare, io l’oso, avvicinati sotto la forma dell’irsuto orso della Russia, del rinoceronte armato, o della tigre ircana; assumi qualunque forma fuor che cotesta, ed i miei saldi nervi non tremeranno mai; oppure ritorna in vita, e provocami in un deserto colla tua spada; se io vi dimorerò, tremante di paura, dichiarami una pupattola. Via di qui, orribile ombra, illusione beffarda, via di qui!” (ibidem). A questo punto lo spettro scompare come se Macbeth l’avesse scacciato. Quando Macduff viene a sapere che sua moglie e i suoi figli sono stati uccisi, si abbassa il cappello sugli occhi, poiché teme di non riuscire a non piangere. Poi, in un sussulto emotivo, esclama: “Tutti? Tutti i miei cari piccini? Avete detto tutti? Oh! nibbio d’inferno! Tutti? Che? tutti i miei poveri pulcini insieme con la chioccia con un feroce colpo d’artiglio?” (Atto IV, scena III). Turbato da ciò, Malcolm lo invita a controllare le proprie emozioni: “Ragionate la cosa da uomo!”. Trasmette una concezione tradizionale di uomo che non deve mai piangere, ma Macduff ha la risposta pronta e ribatte: “Sì, ma io devo anche sentirla da uomo! Oh, io potrei far la parte di una donna con gli occhi, e lo smargiasso con la lingua…” (ibidem). Macduff aggiunge che col pianto potrebbe recitare la parte della donna e in realtà giurare la tremenda vendetta che un vero uomo come lui si prenderebbe su Macbeth. Significa che qualsiasi emozione umana può essere simulata o dissimulata ma quelle che prova lui, per virili o femminili che siano, sono soprattutto sincere. Ecco che, finito lo sfogo, scatta la promessa di una vendetta inevitabile: “Porta a fronte a fronte questo demonio della Scozia e me: mettilo alla portata

della mia spada. S’egli mi sfugge… allora anche il cielo gli perdoni!”. A questo punto, Malcolm ha sentito ciò che voleva e trionfante esclama: “Questo è parlare virilmente!” (fine Atto IV, scena III). Mentre le truppe scozzesi sono in marcia per unirsi a quelle inglesi nel bosco di Birnam, Lennox osserva che tra gli inglesi “…C’è il figlio di Siward, e molti imberbi giovinotti, i quali appunto ora fanno la loro prima prova come uomini” (Atto V, scena I). Il nobile Lennox afferma che dei giovanotti senza barba hanno ora l’occasione di diventare dei veri uomini mettendosi alla prova in combattimento. Nella penultima scena dell’opera, Macduff rivela a Macbeth che egli non era nato da una donna: “Macduff fu tratto innanzi tempo, con un taglio, dal grembo di sua madre” (Atto V, scena VIII). Macbeth risponde: “Maledetta la lingua che mi dice questo, poiché essa ha fiaccato quanto di meglio v’era d’uomo in me!”. Macduff ha usato l’arma più potente che aveva, la paura e ha colpito nel segno perché Macbeth sente che la parte migliore del suo essere uomo è svanita. È svanito il coraggio. A battaglia conclusa, Ross riferisce a Siward la notizia che suo figlio è morto: “Vostro figlio, mio signore, ha pagato il suo debito di soldato: egli ha vissuto soltanto fino ad essere un uomo; la qual cosa non appena il suo valore ebbe confermata, sul luogo stesso ov’egli combatté senza indietreggiare, morì da uomo” (Atto V, scena IX). Ross vuole dire che il ragazzo ha vissuto fino al momento in cui si è trasformato in un uomo (cioè quando ha affrontato Macbeth senza paura). MONARCHIA CONTRO TIRANNIA: DUE DIVERSI MODI DI ESSERE RE Nell’opera, Duncan viene chiamato più semplicemente “re” mentre Macbeth diventa in breve tempo il “tiranno”. La differenza tra i due modelli di sovrano emerge con chiarezza in una conversazione che ha luogo nell’atto IV, scena III, quando Macduff incontra Malcolm in Inghilterra. Allo scopo di mettere alla prova la lealtà di Macduff verso la Scozia, Malcolm finge di desiderare un sovrano persino peggiore di Macbeth. Descrive a Macduff alcuni tratti negativi, per esempio l’ambizione sfrenata e il temperamento violento, che ben si adattano al personaggio di Macbeth. D’altro canto Malcolm afferma che “… Le virtù che si addicono ad un re, come giustizia, sincerità, temperanza, fermezza, generosità, perseveranza, clemenza, affabilità, devozione, pazienza, coraggio, fortezza, io non ne ho neanche un pizzico” (Atto IV, scena III). Il suo modello ideale di sovrano concentra in un’unica persona l’ordine e la giustizia ma anche la clemenza e la benevolenza. Sotto il suo comando, i sudditi ricevono un compenso adeguato ai propri meriti, infatti Duncan nomina Macbeth “signore di Cawdor” dopo che egli è tornato vincitore dalla battaglia contro gli invasori. Fondamentale è poi la fedeltà del re alla Scozia a prescindere dai propri interessi personali. Macbeth, al contrario, riesce a portare solo caos in Scozia: il maltempo e gli eventi sovrannaturali non sono altro che simboli del disordine politico. Egli non è affatto il garante della vera giustizia, anzi si lascia trascinare in un vortice di omicidi verso tutti coloro che considera nemici. Impersonando la tirannia, è logico che sia un dovere morale di Malcolm spodestarlo affinché la Scozia possa tornare a avere un vero re. Nella sua prima entrata in scena, re Duncan esegue due azioni tipiche di un re: punisce i cattivi e ricompensa i buoni. Quando gli viene riferito che il signore di Cawdor ha tradito e Macbeth si è comportato da eroe, egli dice: “Quel signore di Cawdor non tradirà più gli interessi che più ci stanno a cuore: andate, fate bandire la sua morte immediata, e col titolo che costui ebbe già, si saluti Macbeth” (Atto I, scena II). Non appena le streghe salutano Macbeth con gli appellativi “signore di Glamis”, “signore di Cawdor” e “futuro re” (Atto I, scena III), egli viene a sapere che Duncan ha deciso di nominarlo “signore di Cawdor”. Questo fatto mette in moto la sua fervida immaginazione che lo spinge a mormorare: Glamis, e signore di Cawdor: il meglio è da venire… Due verità, intanto, sono state dette, che sono come i lieti prologhi al fastoso atto del tema imperiale” (Atto I, scena III). La metafora di Macbeth è drammatica, quasi melodica; sembra immaginarsi in procinto di fare il suo primo ingresso solenne da nuovo re di Scozia, un re dei re. Mentre Duncan sta commentando il tradimento dell’ex signore di Cawdor, ecco che entra quello in carica: Macbeth, appunto. Il re saluta

gufo sarebbe Macbeth che anziché cacciare un topo, come secondo natura, ha ucciso il falco. Come se ciò non bastasse: “… E i cavalli di Duncan (cosa molto strana, e certa) così belli e veloci, i gioielli della loro razza, divennero improvvisamente d’indole selvaggia, spezzarono le loro sbarre nella stalla, e si slanciarono fuori rifiutandosi all’obbedienza, come se volessero far guerra al genere umano”. I cavalli prediletti da Duncan erano proprio Macbeth e signora. Pur avendo ricevuto i favori del “padrone” (Atto II, scena IV), essi gli si sono rivoltati contro come delle bestie feroci. Qui Shakespeare vuole sottolineare che il regicidio è stato un atto contro natura. In una conversazione tra Lennox e un lord scozzese Macbeth viene apostrofato da entrambi come tiranno: “… Sento dire che in seguito a delle franche parole, e perché rifiutò la sua presenza al banchetto del tiranno, Macduff è in disgrazia (Atto III, scena VI). Dal loro dialogo si capisce che la vita sotto un tiranno è una vita fatta di terrore e menzogne. Avendo però Macbeth molte spie al suo servizio, devono misurare le parole. Infatti all’inizio della scena, dichiarano che fortunatamente l’uno ha capito da che parte sta l’altro, ciò dalla stessa parte: “Le mie precedenti parole non hanno fatto altro che incontrarsi col vostro pensiero, il quale potrà indagare più oltre” (ibidem). Lennox dice: “Il pio Duncan fu pianto da Macbeth: sfido, era morto!” (Atto III, scena VI). Questa battuta sarcastica descrive sia l’apparenza di Macbeth – era addolorato per la morte del re – sia la vera natura del protagonista. Lennox continua il discorso ridicolizzando Macbeth in vari modi. Banquo è morto per aver fatto una passeggiata dopo il tramonto e deve essere stato Fleance ad ucciderlo perché Fleance è scappato. A proposito, non è stato orribile per Malcolm e Donaldbain uccidere il proprio padre? Ovviamente Macbeth era così addolorato per Duncan che ha pensato bene di uccidere gli unici due testimoni, cioè i suoi attendenti. Se solo Malcolm, Donaldbain e Fleance fossero nelle mani di Macbeth, egli darebbe loro qualche lezione di parricidio! Dopo un po’ Lennox mette da parte il sarcasmo e comincia a parlare di Macduff. È venuto a sapere che non è più nelle grazie di Macbeth a causa di alcune parole grosse e perché non è riuscito a presentarsi al banchetto. Chiede al suo interlocutore dove potrebbe trovarsi Macduff. Il lord non lo sa. Macduff si sta dirigendo verso la corte inglese dove Malcolm è stato ricevuto dal Re Edoardo il Confessore. Macduff vuole chiedere al re d’Inghilterra di inviare in Scozia le truppe di Northumberland e Siward, due celebri e valorosi capitani. In caso affermativo, la Scozia sarebbe libera dalla tirannia. Finalmente si potrebbe “… Dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti; liberare dai pugnali insanguinati le nostre feste ed i nostri banchetti, rendere omaggio sincero e ricevere liberi onori” (Atto III, scena VI). Sotto la dittatura di Macbeth, la paura dei suoi “pugnali insanguinati” incupisce ogni attimo dell’esistenza. In contrapposizione a questo regno di terrore, un vero re gode di “omaggio sincero” e assegna come ricompensa “liberi onori”, liberi in quanto il beneficiario non è costretto a comportarsi in maniera servile quando li riceve. Quando Macbeth va in cerca delle streghe, le maledice, le chiama vecchie megere e pretende che rispondano alle sue domande. Quelle gli fanno delle profezie, l’ultima delle quali afferma che banquo sarà il capostipite di una lunga serie di re che giungerà fino a Giacomo, re di Scozia e Inghilterra. Macbeth resta basito tanto che la prima strega gli promette un po’ di allegria: “Incanterò l’aria perché suono n’esca, e voi ballate la vostra tresca; sicché quel gran re possa dir cortese che ognuna di noi omaggio gli rese” (Atto IV, scena I). Fa dunque del sarcasmo. Macbeth resta un tiranno anche per le streghe e non merita rispetto. Proprio come le streghe rappresentano l’esatto contrario del suddito fedele, Macbeth rappresenta l’esatto opposto del re buono e saggio. In Inghilterra, Macduff supplica Malcolm di guidare un esercito contro Macbeth. Malcolm acconsente ma non prima di aver messo alla prova le intenzioni di Macduff. Gli preme scoprire se è solo una questione personale o se tiene veramente al destino della Scozia. Per indurre Macduff a scoprire le proprie carte, comincia dicendo che la Scozia soffrirà ancora di più dopo la disfatta di Macbeth in quanto egli, una volta diventato re, sarà ancora più crudele. “…La mia povera patria dovrà subire più eccessi di quelli che non abbia subìti fino ad ora, dovrà soffrire di più, e in più diverse guise che mai, per opera di colui che gli succederà” (Atto IV, scena III). Minaccia di essere il massimo della depravazione “… Ma nella mia lascivia non c’è fondo, nessuno: le vostre mogli, le vostre figlie, le vostre matrone e le vostre serve, non potrebbero

riempire il pozzo della mia lussuria: ed i miei appetiti sopraffarebbero ogni impedimento restrittivo, che si opponesse alle mie voglie. Meglio un Macbeth che un tale uomo a regnare (ibidem). Macduff ha una reazione debole e sembra non essere convinto infatti risponde: “Non manchiamo di dame compiacenti, né vi può essere in voi un tale avvoltoio di lussuria”. Allora Malcolm attacca su un altro fronte: “Se fossi re, mi sbarazzerei dei nobili per impadronirmi delle loro terre; agognerei i gioielli di questo, e la casa di quello”. Macduff replica che questi vizi sono sì deprecabili ma “sopportabili, bilanciati con altre virtù” (Atto IV, scena III). Malcolm dichiara di non avere virtù, anzi confessa di sentirsi un demonio: “Se ne avessi il potere, io verserei il dolce latte della concordia nell’inferno, metterei a soqquadro la pace dell’universo distruggerei ogni armonia sulla terra”. A questo punto Malcolm domanda a Macduff se un uomo del genere sarebbe idoneo a fare il re. L’altro risponde: “Fatto per governare? No! Neppure per vivere!”, aggiungendo una forte carica di disperazione perchè la Scozia sarebbe perduta. La prova finisce qui: “Macduff, questo tuo nobile grido di dolore, figlio della tua integrità, ha cacciato dall’anima mia ogni nero scrupolo, ed ha riconciliati i miei pensieri colla tua nobile lealtà e col tuo onore” (Atto IV, scena III). Malcolm ritira tutto quello che ha detto e svela la sua vera natura e le sue reali intenzioni: “Ora io mi metto sotto la tua guida, disdico la mia propria denigrazione, e qui stesso rinnego le calunnie e le macchie che ho gittate sopra di me, come estranee alla mia natura. Io sono ancora sconosciuto alla donna; non fui mai spergiuro; ho appena desiderato ciò che era mio; in nessuna occasione ruppi mai la mia fede, non tradirei il diavolo ad un suo compagno; ed amo la verità non meno della vita”. Dopo questa scena in cui la malvagità di Macbeth è stata bilanciata dalla magnanimità di Macduff e Malcolm, al pubblico vengono ricordate le qualità che un buon sovrano dovrebbe possedere. Entra in scena un medico annunciando che una folla di malati attende la guarigione da parte del re. È una malattia che può essere curata solo dal re: “La loro malattia è ribelle ai più grandi tentativi della scienza, ma il cielo concesse una tale santità alla sua mano, che ad un solo tocco di lui, essi guariscono immediatamente”. Uscito il medico, Malcolm racconta che: “Oltre a questo singolare potere, egli possiede il dono celeste della profezia, e pendono intorno al suo trono una quantità di benedizioni che dicono lui pieno di grazia”. Malcolm non fa menzione di Macbeth ma l’unica spiegazione plausibile di questo ritratto è che si voglia marcare il contrasto tra un re che salva il popolo (persino con la taumaturgia) e un tiranno che lo condanna a morte. Infatti ecco che arriva la notizia dell’ultima nefandezza perpetrata da Macbeth: lo sterminio della famiglia di Macduff (Atto IV, scena III). Durante il sonnambulismo Lady Macbeth rivive i momenti successivi all’omicidio di re Duncan quando il marito non riusciva a fare altro che fissare le macchie di sangue su quelle mani che racchiudevano i pugnali insanguinati. Nel sonno gli parla: “Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto?” (Atto V, scena I). Il concetto è: una volta diventati i nuovi sovrani di Scozia, cosa importa chi ha ucciso Duncan? È convinta che il potere reale possa rivolvere tutti i problemi. In realtà, non risolve lo stato di follia che la pervade sempre di più. Quando le giunge voce che l’esercito inglese sta marciando verso il castello, Macbeth sa bene che potrebbe uscirne sconfitto e prova a farsene una ragione. In un monologo celebre, dice che la sua vita non ha più senso: “Io ho vissuto abbastanza, il cammino della mia vita è giunto alla stagione, in cui la foglia si fa secca e gialla, e tutto ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia come onore, affetto, obbedienza, schiere di amici, io non debbo cercare di averlo. Per me, in loro vece, ci sono maledizioni proferite a bassa voce, ma profonde, rispetto espresso a fior di labbra, come un soffio che il povero cuore vorrebbe volentieri trattenere, ma non osa” (Atto V, scena III). Finalmente capisce le conseguenze della tirannia. Dettando legge col terrore e la menzogna, tutti i suoi sudditi lo odiano profondamente. Giunto a Dunsinane, Siward, il comandante delle truppe inglesi, commenta a Malcolm: “Non sappiamo altro, se non che il tiranno se ne sta ancora, tranquillamente, in Dunsinane, e che attenderà che noi gli piantiamo il campo davanti” (Atto V, scena IV). Secondo lui Macbeth si sente così invincibile che, anziché attaccare, ha scelto di lasciare al nemico la possibilità di assediarlo. Malcolm replica che il tiranno non ha scampo: “Dovunque se ne offra il destro, grandi e piccoli gli si rivoltano contro, e nessuno lo serve

enfasi si deduce che vorrebbe diventare la creatura più malvagia del mondo (vedi rapporto tra crudeltà e virilità). Il tema del ciclo vitale risulta amplificato dal fatto che la signora si rivolge agli spiriti della natura. È l’inizio della sua fine. È lei che insiste perché Macbeth uccida il re per diventare re di Scozia. Sono i suoi piani diabolici che trascinano lei e il marito nei gironi dell’inferno. Allo stesso tempo la responsabilità va condivisa. È Macbeth che decide di spingersi oltre, macchinando altri omicidi finalizzati alla conservazione del potere. Ogni volta che Macbeth entra in contatto con una profezia sovrannaturale, scende di un gradino verso il baratro della follia e a lungo andare ne muore. La scomparsa della moglie gli dà il colpo di grazia. In tutta l’opera si nota un meccanismo costante: ad ogni morte accompagnata da un evento sovrannaturale, si assiste a uno sgretolamento del suo equilibrio psichico. Il Macbeth può essere letto come il ciclo vitale di un uomo in balia di forze della natura che si illude di controllare, ma da cui finisce per esserne schiacciato mentalmente e fisicamente. Il primo fugace incontro di Macbeth con le streghe rappresenta davvero l’inizio della fine. L’INSONNIA COME MALEDIZIONE: UNA MENTE SCONVOLTA CHE NON TROVA MAI PACE. La notte dell’omicidio di Duncan, Banquo confida al figlio: “Mi invita un sonno, che mi grava addosso come il piombo, e pure io non vorrei dormire: misericordiose potenze del cielo, frenate in me i pensieri maledetti ai quali la natura si abbandona nell’ora del riposo!” (Atto II, scena I). Banquo non specifica di quali pensieri maledetti si tratti ma possiamo immaginare che alluda alle profezie che ha sentito pronunciare dalle streghe. Poco dopo Macbeth sembra intendere che ricompenserebbe Banquo se solo egli lo sostenesse in qualche maniera “… Quando potremo sollecitare un’ora a mettersi a nostra disposizione, noi vorremmo passarla a discorrere un poco di quella faccenda, se voi ci accorderete il tempo”. Banquo resta guardingo e non si sbilancia, allora Macbeth gli augura “buon riposo” (Atto II, scena I). Non appena Banquo va a dormire, Macbeth ha la prima allucinazione: vede un pugnale sospeso a mezz’aria ed esclama: “Ora sopra una metà del mondo la natura sembra morta, e malvagi sogni ingannano il sonno tra le sue cortine: la stregoneria celebra i riti della pallida Ecate” (Atto II, scena I). Il sonno è protetto dalle cortine, cioè dalle tende dei letti a baldacchino, ma di notte i sogni malvagi possono penetrare sia le tendine che il sonno stesso. Re Duncan viene ucciso nel sonno da Macbeth il quale rimane così sconvolto da non riuscire più a muoversi. Continua a fissare le mani sporche di sangue e racconta alla moglie che mentre sgattaiolava via dalla stanza del sovrano, ha udito la voce di due uomini provenire da una stanza vicina: “C’è uno che nel sonno ha riso; e un altro ha gridato: “All’assassinio!” così forte, che tutti e due si sono svegliati reciprocamente. Io mi sono fermato ad ascoltarli, ma essi hanno detto le loro preghiere, e si sono rimessi a dormire” (Atto II, scena II). È come se, perfino nel sonno, quei due uomini avessero assistito al crudele assassinio. Qualche attimo dopo, sempre dialogando con la moglie, Macbeth confessa che gli è parso di sentire una voce inquietante. Sono tra i versi più famosi dell’intera opera: “- Non dormire più! Macbeth uccide il sonno! – … il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II). Il “filaticcio arruffato” è un gomitolo di filo aggrovigliato. Macbeth usa questa metafora per esprimere il tipo di frustrazione che si prova quando attraversiamo così tanti guai che non riusciamo ad intravedere la fine del tunnel. In tali situazioni, si usa dire che sarebbe meglio “dormirci sopra” perché “la notte porta consiglio”. Anche Macbeth paragona il sonno sia ad un bagno rigenerante dopo una giornata di duro lavoro sia al piatto forte di un banchetto. Per Macbeth, il sonno non è solo un bisogno vitale ma qualcosa che rende la vita degna di essere vissuta e sente che, uccidendo nel sonno il proprio re, è come se avesse ucciso il sonno stesso. Secondo il portiere di Macbeth la sonnolenza è uno degli effetti collaterali dell’abuso di alcool che nello specifico provoca “il naso

rosso, il sonno e l’orina” (Atto II, scena III). Il portiere paragona il sonno ai sogni irrealizzabili. Infatti aggiunge: “In quanto alla lussuria, messere, la provoca e non la provoca: eccita il desiderio, ma impedisce di soddisfarlo. Perciò il bere troppo si può dire che giuoca d’equivoco con la lussuria: la crea e la distrugge; la spinge innanzi e la ritira indietro; la persuade e la scoraggia, la fa rizzare in piedi e non la fa star ritta: insomma, equivocando la fa cadere in un sonno”. Nella stessa scena, non appena Macduff scopre il cadavere insanguinato di re Duncan, chiama Malcolm e i figli del re per svegliare il castello: “Scotetevi di dosso codesto soffice sonno, contraffazione della morte, e guardate in faccia la morte stessa!”. Macduff vuol dire che il sonno è soffice perché, sebbene somigli alla morte, in realtà è un toccasana, cioè tutto il contrario della morte. Quando Macduff suona l’allarme, entra Lady Macbeth ed esclama: “Che cos’è stato, che una tromba così orrenda chiama a parlamento quelli che dormono in questa casa?”. Gli attori entrano in scena con facce assonnate e i Macbeth, per non destare sospetti, fanno certamente la loro comparsa in camicia da notte. L’abbigliamento accomuna tutti gli ospiti del castello (Banquo, Malcolm, Donalbain e Ross) perché Banquo suggerisce di incontrarsi “quando avremo coperto il nostro ignudo frale, che soffre, esposto così all’aria, vediamoci, e discutiamo questa sanguinosissima faccenda per conoscerla più addentro” (Atto II, scena III). Macbeth ha davvero ucciso il sonno! Subito dopo aver inviato i due sicari ad uccidere Banquo, Macbeth diventa insonne. Confida alla moglie che farà a pezzi il mondo “piuttosto che ci tocchi di mangiare, ad ogni pasto, col sussulto della paura, e di dormire in mezzo all’angoscia di questi sonni terribili, che ci agitano ogni notte” (Atto III, scena II). Rafforza il concetto con un’esclamazione ancora più pesante che lascia intravedere esasperazione e sofferenza: “Meglio esser col morto, che noi, per guadagnar questo posto, abbiamo mandato alla pace, anziché giacere sul tormento del pensiero, in un delirio senza tregua. Duncan è nella sua tomba, dopo la febbre intermittente della vita, egli dorme tranquillo”. Quindi Duncan “dorme” tranquillo e ha trovato la pace eterna, mentre lui e la moglie patiscono i tormenti della follia. Macbeth fa alla moglie una sorta di profezia, usando un linguaggio criptico degno di un oracolo: “Prima che il pipistrello abbia incominciato il suo volo intorno ai chiostri; prima che lo scarabeo nato nello sterco, rispondendo all’appello della buia Ecate, abbia sonato la sbadigliante squilla della notte col suo ronzio sonnacchioso, sarà compiuto un atto di una tremenda importanza. […] Le buone creature del giorno incominciano a cedere alla stanchezza, e si assopiscono, mentre i neri agenti della notte si svegliano per andare alla preda. Le forze del male sono all’opera quando le creature innocenti riposano serenamente. Al termine della scena in cui il fantasma di Banquo fa la sua apparizione al banchetto, Lady Macbeth rimprovera il marito per la pessima figura fatta davanti a tutti: “A te manca il balsamo di tutti gli esseri: il sonno!” (Atto III, scena IV). Il balsamo che manca a Macbeth è il sonno, senza il quale è normale per un uomo cominciare a sragionare. Mentre in precedenza Lady Macbeth aveva rinfacciato al marito di essere una “mezza femmina”, ora si rende conto che la causa dello strano comportamento del marito si può anche attribuire all’insonnia. Durante un dialogo con un nobile scozzese, Lennox viene a sapere quasi contemporaneamente due cose: che Macbeth è un sanguinario tiranno e che Macduff è diretto alla corte inglese in cerca di aiuto. Macduff vuole rovesciare Macbeth affinchè Malcolm, figlio di Duncan, possa diventare il nuovo re di Scozia e liberare così il popolo dall’oppressore. Alla fine del dialogo il nobile si augura che “noi possiamo dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti” (Atto III, scena VI). Quando Macbeth viene informato che Macduff lo vuole morto, gli giura che “tu non vivrai, affinché io possa dire alla pusillanime paura che essa mente, e dormire a dispetto del tuono” (ibidem). Il tuono indica la vendetta per gli omicidi che ha commesso. Non riesce più a dormire perché teme i complotti ma si convince che basti ammazzare ancora un nemico, “il” nemico, per sistemare tutto e riuscire a vincere l’insonnia che lo attanaglia. Nella scena in cui lady Macbeth gira da sonnambula, la sua dama di compagnia racconta al medico di aver visto la signora alzarsi dal letto, gettarsi addosso la sua veste da camera, aprire con la chiave il suo scrigno, trarne fuori una carta, piegarla, scrivervi, leggerla, poi suggellarla, e tornarsene a letto. E tutto ciò mentre era nel più profondo sonno” (Atto V, scena I). Il medico esclama: “Gran perturbamento dell’organismo, questo di godere ad un tempo

omicidio. Non ne avevano minimamente parlato. È stato Macbeth in persona a scegliere (tramite il libero arbitrio) di fare a pezzi chiunque rappresentasse un ostacolo o anche solo una vaga minaccia. Successivamente (Atto IV) le streghe mettono in guardia Macbeth da tre tipi di minacce al suo regno. Come già accennato poc’anzi, lo fanno attraverso tre apparizioni. La prima non sembra significativa. La seconda apparizione è invece alquanto enigmatica: cosa vorrà dire “nessun uomo nato da una donna potrà sconfiggerti”? Se solo Macbeth avesse saputo che Macduff non era stato proprio partorito ma era nato con il taglio cesareo! In pratica Macduff è il pericolo numero uno. Per quanto riguarda la terza profezia, bisogna rilevare che è la più sibillina. Tutti sanno che la foresta non si può spostare ma i soldati inglesi useranno rami e foglie di albero per mimetizzarsi durante l’avanzata finale verso il castello. Quindi la “foresta” marcerà contro Macbeth per spodestarlo. Il destino é già scritto. Allora quale libertà di scelta ha l’eroe? Nessuna, anche perchè non capisce il significato profondo delle tre profezie. In conclusione si può tranquillamente affermare che Macbeth è destinato a perdere la corona e la vita, nonostante abbia potuto esercitare il libero arbitrio e scegliere di conquistare il trono con la pura violenza e il terrore. In ogni caso il destino è immutabile, non esiste rimedio. Il libero arbitrio dell’eroe coincide con il proprio destino personale. E non avrebbe potuto cambiarlo nemmeno facende scelte diverse. Anche se non si fosse macchiato di crimini atroci, sarebbe comunque diventato re e sarebbe comunque stato spodestato perché la sua indole è malvagia, i suoi pensieri sono malati e la sua ambizione sfrenata lo rendono disumano indipendentemente dalle azioni che decide di compiere. IL SANGUE COME METAFORA. Il sangue pervade l’opera fin dall’inizio. Prendiamo la battaglia tra gli scozzesi e gli invasori norvegesi, descritta in termini molto forti nell’atto I, scena II, dal capitano ferito. Quando Macbeth e Lady Macbeth intraprendono la loro impresa sanguinaria, il sangue diventa simbolo della loro colpa, ed essi iniziano a sentire che i crimini commessi hanno gettato su di loro una macchia indelebile.“Che mani sono queste qui? Ah! esse mi strappano gli occhi! Tutto l’oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d’incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!” esclama Macbeth dopo aver ucciso Duncan, nonostante le ammonizioni della moglie che lo rassicura: “Un po’ d’acqua ci farà mondi di quest’atto” (Atto II, scena II). Poi, però, ella finisce col provare la stessa sensazione di essersi macchiata: “Via, maledetta macchia! Via, dico… Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” si chiede camminando per le sale del castello verso la fine dell’opera (Atto V, scena I). Il sangue simboleggia la colpa simile a una macchia indelebile impressa sulla coscienza sia di Macbeth che di Lady Macbeth, una macchia che li perseguiterà fino alla morte. “Chi è quell’uomo insanguinato?” (Atto I, scena II). In queste parole che aprono la seconda scena del primo atto, Re Duncan si informa da un sergente e questi racconta poi la storia dell’eroica vittoria di Macbeth su Macdonald e il Re di Norvegia. Il racconto della storia fatto dal sergente è in se stesso eroico, poiché le sue gravissime ferite lo hanno indebolito e costretto ai margini della battaglia. Così il suo sangue e il suo eroismo sembrano enfatizzare il ritratto eroico di Macbeth. Quando Lady Macbeth progetta di uccidere Re Duncan, invoca gli spiriti dell’assassinio: “Spessite il mio sangue, occludete ogni accesso ed ogni via alla pietà…” (Atto I, scena V). Il sangue liquido era ritenuto sano, e si pensava che il veleno rendesse il sangue grumoso. Lady Macbeth vuole avvelenare il suo animo per poter uccidere senza provare rimorsi. Proprio prima di uccidere Re Duncan, Macbeth vede un pugnale sospeso a mezz’aria e, mentre resta sbigottito a fissarlo, dense gocce di sangue appaiono sulla lama e sull’elsa. Egli dice al pugnale: “Io ti vedo ancora; e sulla tua lama e sull’impugnatura vedo stille di sangue, che prima non v’erano”.

Tuttavia, si allontana e dà una spiegazione a ciò che gli sta accadendo: “No, non c’è nulla di simile. E’ l’atto sanguinoso che sto per compiere, il quale prende corpo, così, davanti agli occhi miei” (Atto II, scena I). Ovviamente l’atto sanguinoso è l’assassinio che sta per compiere. “E’ una vista dolorosa questa!” (Atto II, scena II) dice Macbeth, guardandosi le mani insanguinate dopo aver ucciso re Duncan. La moglie considera folle quest’affermazione e ritiene il marito ancora più folle quando si accorge che ha portato con sè dalla camera da letto del re i pugnali insanguinati. Gli ordina di riportare indietro i pugnali, metterli nelle mani dei servitori di corte e cospargerli di sangue. Macbeth, però, è così scosso che non riesce a fare altro che stare in piedi a fissarsi le mani insanguinate, perciò è Lady Macbeth colei che prende e riporta i pugnali al loro posto. Mentre si appresta a fare il lavoro che ritiene giusto fare, Macbeth rimane ancora immobile e con lo sguardo fisso. Si chiede se tutta l’acqua del mondo potrà lavare via il sangue che lo macchia: “Tutto l’oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d’incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!” (Atto II, scena II). Per contro, la moglie è convinta che la sua ossessione del sangue dimostri la sua codardia. Lady Macbeth intinge le dita nel sangue del cadavere del re e macchia i servitor di corte, poi si rivolge al marito dicendo: “Le mie mani sono del colore delle vostre: ma io mi vergognerei di avere il cuore bianco come voi”. Lady Macbeth vuole dire che anche le sue mani, così come quelle del marito, sono insanguinate, ma che avrebbe vergogna di avere un cuore “bianco”, cioè debole e vile, come quello del marito. Lo accompagna a lavarsi le mani e sembra del tutto sicura che “un po’ d’acqua ci farà mondi di quest’atto” (Atto II, scena II). Per ironia della sorte, quando in seguito impazzirà vedrà sulle sue mani del sangue indelebile nonostante l’uso dell’acqua. Raccontando a Malcolm e Donalbain dell’assassinio del padre, Macbeth esclama: “La vostra, e voi non lo sapete: la scaturigine, la sorgente, la fonte del vostro sangue si è arrestata; la stessa vena onde scorreva si è fermata” (Atto II, scena III). In questo passo, il significato principale di “vostro sangue” è “la tua famiglia” sebbene le metafore di Macbeth intendano con “sangue” anche l’essenza che dona la vita. Subito dopo il sangue viene inteso come prova della colpa. Lennox dice che il Re sembra essere stato assassinato dai servitori di corte, perché “Sono stati, a quanto pare, gli addetti alla sua camera: avevano le mani e la faccia segnate col sangue; e così erano anche i loro pugnali, che abbiamo rinvenuti, non ancora asciugati, sui loro guanciali” (ibidem). Dopodiché, quando Macbeth, indica il cadavere del sovrano, il sangue assume quasi la forma di un sontuoso abito addosso ad un corpo prezioso: “Qui giaceva Duncan, con la pelle d’argento gallonata dal suo sangue d’oro”. E aggiunge, riferendosi ai presunti assassini: “Là c’erano gli assassini, intrisi nel colore del loro mestiere, coi pugnali rivestiti sconciamente di sangue aggrumato” (ibidem). In questa scena, l’ultimo riferimento al sangue è fatto da Donalbain, il quale, rivolgendosi al fratello con la frase: “Qui dove siamo, vi sono pugnali fin nel sorriso degli uomini; il più vicino per sangue è il più vicino a sanguinare”, intende dire che, come figli legittimi del re assassinato, i nobili più a rischio sono loro e quindi è meglio andarsene dal castello il prima possibile. Il mattino seguente il regicidio ha una strana oscurità. Ross si rivolge a un vecchio signore dicendo: “Ah! buon padre, lo vedi, il cielo, come sconvolto dall’atto umano, minaccia la sua scena sanguinosa: secondo l’orologio è giorno, eppure la negra notte soffoca la pellegrina lucerna del mondo” (Atto II, scena IV). A causa dell’assassinio di Duncan, il palcoscenico è insanguinato e il cielo è in collera. Poco dopo Macduff fa il suo ingresso e Ross gli chiede: “Si sa chi ha commesso quest’atto più che sanguinario?” (Atto II, scena IV). Più che sanguinario perchè è stato un atto contro natura. Re Duncan era un uomo buono e mite che chiunque avrebbe dovuto amare e rispettare.

“hanno fatto scoprire l’assassino il più nascosto”. Lo stesso Macbeth è un uomo sanguinario, e il fantasma insanguinato lo ha fronteggiato. La sua colpa è stata quasi mostrata ai presenti. Niente di tutto ciò gli fa provare rimorso, ed egli è determinato ad andare fino in fondo perchè ormai si sente immerso in un fiume di sangue: “Io mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto, che se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe pericoloso quanto l’andare innanzi” (Atto III, scena IV). Dopo aver appreso che Macbeth è un tiranno assassino, Lennox apprende da un altro nobile scozzese che Macduff si è rivolto alla corte inglese per chiedere aiuto. Macduff vuole spodestare Macbeth, affinchè il figlio di Re Duncan, Malcolm, possa diventare Re di Scozia. Fatto ciò, dice il signore scozzese, la Scozia godrà i benefici della pace e “… Dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti; liberare dai pugnali insanguinati le nostre feste ed i nostri banchetti” (Atto III, scena VI). Mentre attendono Macbeth, le streghe rimestano uno stufato rivoltante in un calderone. Dopo avervi messo tutti gli ingredienti, le streghe lo raffreddano con “sangue d’un babbuino” (Atto IV, scena I). Poi, subito prima di invocare la prima apparizione, le streghe aggiungono altri due ingredienti al calderone – “il grasso che piovve da un assassino appeso alla forca”, e “sangue di porca che ingoiò la covata di nove”. Quando le apparizioni si materializzano, vi è del sangue su due di esse. Prima giunge una testa con delle braccia, quindi un fanciullo insanguinato che esclama: “Sii sanguinario, ardito e risoluto, irridi il potere dell’uomo, poiché nessun nato di donna potrà far del male a Macbeth!”. L’apparizione finale è una marcia di otto re, scortati dallo spirito di Banquo. Macbeth urla: “Ora lo vedo ch’è proprio vero, poiché Banquo, dai capelli aggrumati di sangue, mi sorride ed accenna coloro come suoi discendenti”. Quando Macduff finisce per pensare che Malcolm non lo sosterrà nella guerra contro Macbeth, si rammarica per il triste destino della Scozia: “Sanguina, sanguina, o mia povera patria!” (Atto IV, scena III). Malcolm allora lo rassicura del fatto che non tutto è perduto e che anch’egli nutre un forte attaccamento verso la Scozia: “penso che la nostra patria soccombe sotto il giogo; e piange, e sanguina, e ogni nuovo giorno una nuova ferita si aggiunge alle sue piaghe”. Subito dopo, Malcolm mette alla prova la fedeltà di Macduff raccontando una grossa frottola. Figurandosi re si paragona a Macbeth: “Il nero Macbeth sembrerà candido come neve, ed il povero Stato lo stimerà un agnello in paragone delle mie sconfinate nequizie”. Elencando tutto ciò che di terribile farebbe se diventasse il nuovo sovrano, Malcolm porta Macduff sull’orlo della disperazione. Macduff esclama “O mia sventurata nazione, dominata da un tiranno usurpatore dallo scettro insanguinato”. Malcolm ha finalmente scoperto le reali intenzioni di Macduff: non gli importa solamente di essere dalla parte del vincitore ma ama veramente la nazione. Quando la dama di corte e il dottore osservano lady Macbeth, la donna cammina e parla nel sonno. Lady Macbeth si strofina le mani come se cercasse di lavarle. Da quanto emerge, si tratta di un disperato tentativo di lavare il sangue di re Duncan. Lady Macbeth continua a “lavarsi” le mani finchè non viene interrotta dal ricordo della campana da lei stessa suonata per intimare al marito l’omicidio di Re Duncan: “Via, maledetta macchia! Via, dico Una… due: ecco, allora è il momento di farlo. L’inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” (Atto V, scena I). Lady Macbeth credeva che, una volta diventato re il marito, la scoperta dei responsabili del regicidio sarebbe stata ininfluente, poichè nessuno avrebbe avuto la capacità di sfidare il potere regale di Macbeth. Eppure il vecchio aveva così tanto sangue che lei lo vede ancora sulle mani come marchio della sua colpa. Il sangue di Duncan la ossessiona in modi ancora diversi, benchè essa non possa saperlo. Il “sangue” di un uomo è anche dato dalla sua progenie, e Malcolm, che è sangue del sangue di Re Duncan, è ora in marcia con diecimila soldati inglesi per chiamare Macbeth alla resa dei conti. Durante il sonnambulismo, Lady Macbeth si lamenta per due volte di non riuscire a togliere il sangue dalle mani: “Queste mani non verranno mai pulite?”, si domanda, finendo per deprimersi quando si accorge che quel sangue non potrà più essere tolto: “Sempre odore di sangue, qui! Tutti i profumi dell’Arabia non basteranno a rendere odorosa questa piccola mano.

Oh…. oh… oh!” (Atto V, scena I). Menteith e Caithness fanno parte di quelle truppe scozzesi che in marcia si uniranno all’esercito inglese nel bosco di Birnam. Menteith fa un commento su Malcolm e Macduff: “La vendetta arde nei loro petti; poiché i gravi torti da loro patiti spingerebbero al sanguinoso e orrendo grido di guerra anche un cadavere” (Atto V, scena II). Menteith intende dire che perfino un moribondo si getterebbe nella mischia più sanguinosa, se solo avesse le loro stesse ragioni per combattere. Alla fine della stessa scena, Caithness esclama: “Versiamo, fino all’ultima goccia, il nostro sangue per purgare la patria. Lennox ribatte: “almeno, versiamone quanto è necessario ad innaffiare il regal fiore, e ad annegare le male erbe”. Innaffiare il fiore regale significa farlo crescere, ed è Malcolm questo fiore regale. Macbeth e i suoi sostenitori sono le erbe gramigne che annegheranno nel sangue versato da questi valorosi soldati. Quando un servitore corre da Macbeth spaventato dall’avanzata di diecimila soldati inglesi, Macbeth si inalbera di fronte alla faccia del servitore, pallida di paura. Gli ordina: “Va’, pungiti la faccia, e tingi di rosso la tua paura, ragazzo dal fegato bianco come un cucciolo!” (Atto V, scena III). Macbeth deride il servitore; pensa che l’unico modo affinchè il ragazzo appaia coraggioso è quello di pungerlo fino a farlo sanguinare. Inoltre, al tempo di Shakespeare il fegato era ritenuto la sede del coraggio, ma il coraggio richiede spargimento di sangue, e l’opinione di Macbeth è che il ragazzo sia un codardo dal fegato bianco come un cucciolo. Presso le mura di Dunsinane, dopo che i soldati si disfano dei rami entro cui sono nascosti, Macduff ordina di andare alla carica: “Fate parlare tutte le nostre trombe; si dia dentro con tutto il fiato, a queste sonore precorritrici di sangue e di morte…” (Atto V, scena VI). Le trombe annunciano che scorrerà del sangue e molti moriranno. Nell’ultima scena del dramma, Macbeth sa di non avere alcuna via di scampo, ma è comunque deciso a vendere cara la pelle. Dice: “Finché vedo dei vivi, le ferite stanno meglio a loro” (Atto V, scena VIII). In altre parole, egli vuole vedere scorrere ulteriore sangue prima di morire. Subito dopo, Macduff raggiunge Macbeth e sfidandolo gli grida: “Voltati, cane d’inferno, voltati!”. Macbeth risponde: “Di tutti gli uomini ho schivato te solo: via, vattene, sull’anima mia già troppo pesa il sangue dei tuoi!”. Il sangue cui Macbeth fa riferimento è quello sparso nel massacro della moglie e dei figli del nemico. Più semplicemente, Macbeth confessa che quegli omicidi restano sulla sua coscienza, perciò non vuole versare anche il sangue di Macduff. Il nemico ribatte di non essersi placato, e che la sua spada parlerà per lui: “La mia voce è nella mia spada; infame, sanguinario più di quanto le parole ti possano proclamare!” (Atto V, scena VIII). Il sangue non viene ulteriormente nominato, ma è possible “intra-vederlo” lo stesso, sia quando Macbeth muore che quando Macduff infilza la sua testa su un palo. L’ETERNA LOTTA TRA IL BENE E IL MALE (E TRA L’APPARIRE E L’ESSERE.) La storia di Dottor Jekyll e mister Hyde esplora il concetto del bene e del male come principi compresenti nell’animo umano. Sebbene siano presenti entrambi, di solito uno dei due prevale sull’altro. Come il romanzo di Robert L. Stevenson, anche il Macbeth affronta tale questione. In Macbeth e Lady Macbeth, il bene e il male convivono, tuttavia li vediamo emergere in momenti diversi. Quando Lady Macbeth spinge Macbeth a uccidere Duncan, la sua parte malvagia prevale su quella buona. In questo senso, il “male” ha prevalso sul “bene”. Per tutto il dramma, osserviamo Macbeth e la moglie impegnati in una costante lotta interiore tra il “bene” e il “male”. “E’ brutto il bello, e bello il brutto, libriamoci per la nebbia e l’aer corrotto” (Atto I, scena I), cantano le streghe mentre attendono il termine della battaglia per comunicare a Macbeth le loro diaboliche profezie. “Come proprio di là d’onde il sole comincia a risplendere scoppiano uragani che sommergono le navi, e tuoni orrendi, così da quella fonte d’onde sembrava dovesse venire il conforto, è traboccato lo sconforto” (Atto I, scena II), dice il sergente che racconta la battaglia di Macbeth contro i ribelli. Il sergente intende dire che proprio quando l’arrivo della primavera ci fa credere che il tempo sarà bello e ci recherà conforto, il maltempo può recare estremi disagi. Egli prosegue raccontando come la stessa cosa sia accaduta in battaglia. Proprio mentre Macbeth stava sconfiggendo uno dei nemici,