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Descrizione dello studio della devianza: Problemi e affinità
Tipologia: Appunti
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La difficoltà più frequente nello studio del comportamento deviante è stata senza dubbio la mancanza di solidi dati, un’insufficienza di fatti e informazioni su cui basare le teorie. È scontato affermare che una teoria non strettamente legata a un gran numero di fatti riguardanti l’oggetto che ci si propone di analizzare e spiegare rischia non essere molto utile. Questo ovviamente non significa che non esistessero studi sul comportamento, ma che semplicemente, quelli presenti, non fossero adeguati al lavoro di teorizzazione che bisognerebbe effettuare per due motivi principali: in primo luogo non vi erano abbastanza studi che fornissero dei dati sulla vita dei devianti dal loro punto di vista. Anche se numerosi gli studi sulla delinquenza giovanile, erano spesso basati che su documenti giudiziari piuttosto che sull’osservazione diretta. Molti studi mettono in relazione l’incidenza della delinquenza con fattori come il tipo di quartiere, il tipo di vita famigliare o il tipo di personalità. Pochissimi descrivono in dettaglio cosa faccia un giovane delinquente nel corso della sua attività quotidiana, cosa pensi di sé stesso, dei suoi impegni e della società. Dunque la problematica nella formulazione di teorie sulla devianza minorile deriva dal dover dedurre la vita di un ragazzo deviante da studi frammentarie da resoconti giornalistici anziché su una sufficiente conoscenza del fenomeno. In secondo luogo molti tipi di devianza non sono stati descritti scientificamente, o comunque in numero talmente esiguo da non poter costituire un punto di partenza. La conseguenza, come anticipato, è la costruzione erronea e inadeguata di teorie; come si ha bisogno di precise descrizioni anatomiche degli animali prima di poter iniziare a teorizzare e sperimentare il loro funzionamento fisiologico e biochimico, allo stesso tempo abbiamo bisogno di descrizioni precise e dettagliate dell’anatomia sociale prima di sapere quali sono i fenomeni presenti da teorizzare. Non avevamo, quindi, abbastanza studi sul comportamento deviante, né studi relativi ad un numero sufficiente di forme di comportamento deviante, né tantomeno studi di ricercatori che abbiano avuto e instaurato un contatto stretto con coloro che studiavano, in modo da poter diventare consapevoli del carattere complesso e molteplice dell’attività deviante. Alcune ragioni di queste carenze erano di carattere tecnico, di fatto non era facile studiare i devianti. Proprio perché essi vengono considerati come outsiders dal resto della società e perché loro stessi tendono a considerare il resto della società come degli outsiders, lo studioso che avesse voluto scoprire la realtà della devianza avrebbe dovuto superare dei grossi ostacoli prima di essere autorizzato a osservare gli aspetti necessari ai fini dell’analisi. Lo studioso della devianza avrebbe dovuto convincere coloro che studiava che non li avrebbe messi in pericolo, che non avrebbero subito conseguenze da quello che gli avrebbero rivelato. Perciò il ricercatore avrebbe dovuto partecipare intensamente e continuamente alla vita dei devianti che avrebbe voluto studiare finché loro non lo avessero conosciuto abbastanza bene da poter valutare se le sue attività avessero potuto nuocere alle loro. Altri problemi si sarebbero presentati allo studioso della devianza se avesse voluto ottenere un resoconto accurato e completo di ciò che fanno i giovani devianti, di quali sono i loro modelli di associazione, ecc., avrebbe dovuto dedicare almeno un po’ di tempo a osservarli nel loro habitat naturale mentre svolgevano le loro attività ordinarie. Ma questo avrebbe significato che lo studioso avrebbe dovuto, per un po’ di tempo, vivere in orari per lui inabituali e penetrare in aree della società a lui sconosciute. Oltre a problemi di tipo tecnico vi erano problemi ancora più importanti: i problemi morali che implicavano gli studi sulla devianza. La questione principale riguardava il punto di vista da assumere di fronte al soggetto da studiare e in che modo valutare ciò che convenzionalmente veniva considerato come un male.
Poiché generalmente, in qualsiasi organizzazione o processo sociale, vi sono diverse categorie di partecipanti, era necessario fare una scelta tra il punto di vista dell’uno o dell’altro gruppo e quello di un osservatore esterno. Dal momento che le persone agiscono interpretando la situazione in cui si trovano per poi adattare il loro comportamento in modo da affrontare questa situazione (Herbert Blumer) è necessario, nello studio dei processi della devianza, assumere una prospettiva dei differenti soggetti implicati: quelli che sono trattati come devianti o quelli che etichettano gli altri come devianti. In questo caso si impongono due considerazioni: una strategica e l’altra riferita all’inclinazione e all’etica del ricercatore. Una scelta strategica implicherebbe lo studio sull’ottica dei devianti, dal momento che l’opinione della società convenzionale è di solito ben conosciuta. Tuttavia poteva essere considerata riduttiva, poiché era certo che non vi erano informazioni a sufficienza sui gruppi devianti, ma era altrettanto vero che non vi era una conoscenza sufficiente nemmeno di tutte le altre parti implicate. Non erano noti gli interessi di chi facesse applicare le norme, né tantomeno fino a che punto i membri della società convenzionale condividessero effettivamente le prospettive devianti. David Matza infatti suggerì che le forme caratteristiche della devianza giovanile «sono in realtà delle estensioni sotterranee di punti di vista mantenuti sotto una forma meno estrema dai membri convenzionali della società». In quest’ottica la devianza è una versione spogliata della cultura degli adolescenti, la vita sregolata può semplicemente essere una versione estrema della frivola goliardia studentesca o del cliché dell’intellettuale serioso. Le considerazioni strategiche e quelle morali, dunque, non avrebbero potuto fornire alcuna risposta esaustiva, ma una nozione fondamentale era chiara: il maggior pericolo risiedeva nel fatto che la devianza aveva delle forti connessioni con i sentimenti di ribellione giovanile, e non era una questione che la gente prendeva alla leggera o che lasciava passare inosservata. Il pensiero comune era che la devianza fosse da eliminare perché sbagliata oppure da incoraggiare ritenendola un importante correttivo al conformismo prodotto dalla società moderna. In verità, come afferma Howard S. Becker «il comportamento deviante non dovremmo vederlo come qualcosa di speciale, di depravato o, quasi per magia, come qualcosa di superiore ad altri tipi di comportamento, che taluni disapprovano e che altri apprezzano […] La miglior garanzia contro ogni estremismo è forse uno stretto contatto con le persone che studiamo»