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Riassunto di Sociologia sulle teorie della Devianza Minorile
Tipologia: Tesi di laurea
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Nell’ambito degli studi sociologici la società viene identificata come «un organismo coeso in cui gli individui sono tenuti insieme da un complesso di norme e di leggi che traducono in forma codificata i valori, le consuetudini e i costumi maturati, sperimentati nel tempo e condivisi dalla generalità dei soggetti che formano un gruppo, una comunità e la stessa società».^1 Da questi fattori gli scienziati sociali, primi tra tutti i sociologi, formularono molte teorie con il fine di interpretare i fenomeni e i meccanismi che descrivono l’evolversi di una società. In quest’ultima è necessario osservare il momento in cui la coesione sociale, e i meccanismi che la rendono possibile, incontrano nella devianza un elemento oppositivo. Per devianza si intende una qualsiasi azione, credo o caratteristica umana che i membri di una società o di un gruppo sociale considerano dissonante con il proprio complesso di valori, in altre parole, una violazione alle norme del gruppo.^2 Credenze e sentimenti sono concetti propriamente fluidi, per questo motivo ciò che si pensa sia deviante varia da un contesto storico e geografico ad un altro, anche all’interno della stessa società. È fondamentale inoltre, distinguere tra ‘devianza primaria’ e ‘devianza secondaria’: la prima implica precoci atti di devianza puramente casuali e occasionali, comportamenti ritenuti strani o fuori dall’ordinario; la seconda sottintende atti devianti persistenti e ricorrenti, che conducono l’individuo ad organizzare la propria vita e le proprie identità personali intorno allo status di deviante.^3 È imprescindibile parlando di devianza, fare una distinzione con la criminalità. Essa fa riferimento al reato, ovvero alla violazione della legge penale, la trasgressione della legge è l’elemento che differenzia la criminalità dalla devianza e al tempo stesso anche quello che lo accomuna, poiché il reato è inevitabilmente una forma di devianza; in quest’ottica questi due fenomeni sociali sono inevitabilmente interconnessi. Nonostante la definizione delineata sia esaustiva è bene specificare che non vi è stata, a partire dalla nascita dei suoi studi, una concezione e una spiegazione univoca di devianza, la quale ha assunto nel tempo significati e valenze molteplici. 1.1 La scuola di Chicago La scuola di Chicago compie uno studio sullo sviluppo e sul cambiamento del comportamento umano prodotto dall’ambiente fisico e sociale, partendo (^1) Durkheim E. La divisione del lavoro sociale , Edizioni di Comunità, Milano 1999 (ed. or. 1893) p. (^2) Cfr Ritzer G., Graziosi M. (a cura di), Introduzione alla sociologia, UTET Università, Milano 2018 (^3) Ibidem
dall’assunto della comunità come elemento di principale influenza sul comportamento dei singoli. 4 Sulla base dell’osservazione di molti fenomeni sociali inediti, tra cui l’industrializzazione e lo sviluppo delle grandi città, gli scienziati elaborarono la loro teoria sulla spiegazione della devianza. Dalle loro analisi, infatti, risultava evidente come la città fosse un luogo dove la vita sociale era scarna e superficiale, le relazioni interpersonali precarie e come gli individui fossero estremamente anonimi.^5 La Scuola di Chicago fornì le basi per spiegare la devianza e la delinquenza proprio attraverso la ‘disgregazione sociale’ appena descritta sottolineando che, quanto più la disgregazione fosse stata ampia, quanto più era probabile che gli individui fossero spinti a delinquere. Un ulteriore aspetto rilevante era l’influenza che questa disgregazione aveva sui giovani. Tale elaborazione concettuale, definita come ‘teoria della trasmissione culturale’ afferma che i giovani che vivono in aree socialmente dissociate hanno più possibilità di entrare in contatto con soggetti devianti subendone l’influenza. Fra tutti gli approcci elaborati dalla Scuola di Chicago, il più rilevante tra tutti si sostanzia nell’ interazionismo simbolico, il quale sostiene che il comportamento umano sia il prodotto di simboli sociali scambiati tra gli individui. L’argomentazione basilare è che la mente e il sé non siano elementi innati, bensì costruiti dall’ambiente sociale attraverso il processo comunicativo. In sintesi si definisce la propria identità riflettendola negli altri, autodefinendo sé stessi in base alla percezione di ciò che gli altri pensano; è possibile quindi avere molteplici identità relativamente al contesto in cui ci si ritrova.^6 Nella vita sociale, può accadere di inquadrare la situazione in modo errato e di comportarsi, dunque, in maniera non conforme alle aspettative. La soluzione sarebbe, perciò, quella di definire la situazione correttamente per rispondere con una forma di comportamento accettabile per la società. Tutte queste indagini e analisi da parte della Scuola di Chicago gli hanno consentito di cogliere il significato di devianza, considerando il comportamento umano come ‘relativo’ e quindi non amministrato da nessun sistema di regole universali, né da principi assoluti. 1.2 La teoria dell’associazione differenziale di Sutherland La teoria dell’associazione differenziale è una teoria criminologica, che considera gli atti devianti come comportamenti appresi all’interno di un determinato ambito sociale. Con l’espressione ‘associazione differenziale’ (^4) Cfr Frank P. Williams III, Marilin D. Marylin D. McShane Devianza e criminalità - Il Mulino-Bologna 2002 p. (^5) Cfr ibidem (^6) Cfr ibidem
1.3 Teorie dell’anomia Il concetto di anomia è legato allo studio di due sociologi classici: Émile Durkheim e Robert Merton. Durkheim sviluppa numerosi concetti che rientrano nel tema della devianza, primo fra tutti quello di anomia; nella sua opera Il Suicidio egli la delinea come la mancanza di direzione in seguito ad una crisi di valori, come la sensazione di essere alla deriva nella società senza alcun chiaro o sicuro ormeggio. Essenzialmente l’anomia è associata alla mancanza di norme all’interno della società, in riferimento al fatto che quando le regole procedurali (quelle rivolte al comportamento da seguire nei rapporti con gli altri) si svuotano di efficacia e significato, le persone non sono più in grado di capire cosa possono aspettarsi dagli altri.^10 Successivamente l’autore utilizzò il termine anche in riferimento alla condizione moralmente deregolata, per cui le persone hanno uno scarso controllo sul comportamento. Inoltre, Durkheim introduce anche il concetto di ‘coscienza collettiva’ indicandolo come l’insieme delle credenze e dei sentimenti comuni alla media dei membri di una società. Sulla base di questa premessa delinea, altresì, quali fatti possono essere identificati come normali e quali come patologici. Chiameremo normali i fatti che presentano le forme più generali, ovvero quelli valutati validi dalla maggioranza degli individui di una società. Al contrario denomineremo patologici i fatti considerati valenti solo da una minoranza. Possiamo quindi affermare che il sociologo identifica nell’anomia e nella contrapposizione tra fatti normali e patologici, la matrice della devianza. 11 Per quanto riguarda Robert Merton egli riprende il concetto di anomia di Durkheim, approfondendo i meccanismi che possono indurre i soggetti ad avere comportamenti anomici. I comportamenti anomici e quindi l’anomia, rappresentano secondo Merton la relazione irregolare e discontinua tra le mete culturali che un individuo si designa e i mezzi istituzionali a sua disposizione per poterle realizzare. Egli si rifà al contesto sociale del suo tempo, vedendo nel ‘sogno americano’ un’enfasi del successo economico, come scopo culturale, a cui (^10) Cfr Durkheim, Il suicidio. L'educazione morale , Torino, Utet, 1998 (ed. or. 1897) p. (^11) Toscano M. A., “Evoluzione e crisi del mondo normativo: Durkheim e Weber”, Laterza 1975
però non corrisponde un’adeguata enfasi sui mezzi legittimi per raggiungerlo. Il sociologo distingue poi 5 possibili comportamenti da adottare ovvero: ribellione, rinuncia, ritualismo, conformismo e innovazione. Per conformista si intende colui che aderisce sia alle mete culturali che ai mezzi istituzionalizzati di un dato contesto sociale e ne riconosce i valori e gli strumenti vigenti (chiaramente non può essere annoverato tra i devianti). L’innovatore accetta le mete culturali, con particolare predisposizione alla competizione che ne scaturisce per il raggiungimento, tuttavia si dissocia dai mezzi istituzionali preposti; non rinuncia all’utilizzo di modalità illecite pur di raggiungere un obiettivo nei confronti del quale nutre una forte adesione emotiva. Il ritualista respinge l’imperativo culturale del successo per l’incapacità di sostenere un clima di competizione, ma non ignora le norme, accettando il proprio comportamento monotono e ripetitivo. Il rinunciatario si allontana da mete e mezzi istituzionalizzati, entrando in quello che Merton definisce ‘stato di anomia acuta’ ossia il ricorso all’evasione e all’asocialità. Infine vi è il ribelle, che non si differenzia dal rinunciatario se non per il fatto che a differenza di quest’ultimo egli non si rifugia nell’esilio sociale, ma al contrario lotta per l’instaurazione di nuovi valori e manifesta il desiderio di una diversa e innovativa struttura sociale. 2.1 Miti sulla spiegazione della devianza Negli anni a seguito di studi e ricerche, si sono susseguite numerose teorie sulla devianza e sulla criminalità, in particolare quella minorile, con lo scopo di poter avere un quadro oggettivo di questi fenomeni. Questi decenni di analisi, tuttavia, non sono stati in grado di dare una risposta concreta alle esigenze esplicative proposte, facendo emergere da prima una carenza di logicità dimostrativa sottostante a questi tipi di approcci. 12 D’altra parte, però, per quanto possano sembrare bizzarre e in qualche modo superate, queste teorie rappresentano le basi dello studio del fenomeno e come tali possono condizionare anche il pensiero sociale attuale, ragione per cui è necessario ripercorrerle e esaminarle, sia pure in una prospettiva nuova, per avere modo di approfondirlo e comprenderlo nel dettaglio. Prima di tutto è necessario specificare che queste ricerche esaminano diversi aspetti della devianza:
All’interno di quest’approccio ha riscosso rilevante successo la scuola del ‘tipo corporeo’, secondo la quale, la conoscenza dell’organismo somatico umano consentirebbe di comprendere i processi psicologici dell’individuo. Venivano infatti ipotizzate delle correlazioni tra specifici tipi corporei e specifiche caratteristiche psicologiche. 23 La questione della devianza trovava quindi spiegazione all’interno di questo stresso legame tra struttura corporea e funzione costituzionale. Il più noto sostenitore di questo orientamento fu sicuramente Ernest Krestschmer, uno psichiatra tedesco che mise in relazione tre tipi costituzionali, l’astenico, l’atletico e il picnico, con forme specifiche di malattia mentale, tra le quali schizofrenia e psicosi maniaco-depressiva. 24 Riprendendo questo lavoro in campo criminologico W.H Sheldon si interessò della relazione tra corpo e la tendenza verso la delinquenza. La sua tipologia distingueva tre componenti costituzionali fondamentali: l’endomorfia che produce rotondità, la mesomorfia caratteristica dei soggetti muscolosi e l’ectomorfia a cui corrisponderebbe la magrezza e la fragilità; a queste componenti venivano poi associati determinati tipi di temperamento. 25 A seguito di uno studio su 200 ragazzi di una casa di riabilitazione, effettuato attraverso un’analisi dei loro dati biografici e fisici, Sheldon affermò che la costituzione dei mesomorfi, cioè dei soggetti muscolosi, si presentava più favorevolmente come base per la devianza. Queste ricerche, però, non hanno riscontrato validità a causa della carenza metodologica utilizzata e soprattutto a causa dei campioni utilizzati, spesso viziati in partenza. 26 Aspetti psicologici: La mente umana e le sue disfunzioni hanno da sempre rappresentato un’attrazione particolare per chi, illusoriamente era alla ricerca di una risposta immediata e suggestiva al problema della devianza. Sono state analizzate le varie forme di psicosi mettendole in relazione con tendenze criminali, con comportamenti violenti, aggressivi e con atteggiamenti antisociali.^27 Prendendo in riferimento alcuni sintomi come deliri, allucinazioni, disorganizzazione, distacco dalla realtà e assenza di controllo interiore, hanno in qualche modo esortato a credere che l’imprevedibilità della condotta degli individui affetti da psicosi, provocata appunto da questi (^23) De Leo G. La devianza minorile. Il dibattito teorico, le ricerche, i nuovi modelli di trattamento, Carocci, Roma 1998 p. (^24) Cfr De Leo G., La devianza minorile. Metodi tradizionali di trattamento , La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1990 p. (^25) Ibidem (^26) Cfr ibidem (^27) De Leo G. La devianza minorile. Il dibattito teorico, le ricerche, i nuovi modelli di trattamento, Carocci, Roma 1998 p.
Per concludere vi è un concetto, quasi consuetudinario, utilizzato abitualmente in campo criminologico, fino a farne un abuso, ed è quello di ‘personalità psicopatica’. Questo tipo di categoria possiede una lunga storia alquanto travagliata, molto discussa e discutibile sia da un punto di vista criminologico che psichiatrico. È stata definita ‘pattumiera psichiatrica’ in quanto consente di assimilare carenze e mancanze della teoria e della ricerca, cioè le zone oscure degli aspetti comportamentali e caratteriali che non hanno spiegazione né all’interno della categoria della psicosi, né nella nevrosi. 35 In genere per ‘personalità psicopatica’ si intende una sindrome caratterizzata da tratti psicologici comunemente non accettati e ritenuti non nella norma quali: mancanza di senso morale, incapacità di apprendere dall’esperienza e dalle punizioni, assenza di sensi di colpa, anaffettività, impulsività e labilità emotiva. Il soggetto affetto da questo tipo di malattia conserva lucidità intellettiva e cognitiva ma presenta un’incapacità nell’instaurare delle relazioni approfondite, di prevedere gli effetti dei propri comportamenti e di mettersi nei panni degli altri. Tutte queste componenti farebbero di lui un papabile deviante o criminale. 36 Si tratta di un’evidente semplificazione tautologica in quanto la psicopatia è stata inventata come categoria per designare comportamenti anomali, i quali vengono spiegati attraverso la stessa categoria; è un processo di pensiero circolare che non permette di approfondire la storia della persona, né i rapporti tra storia e processo di azione, un concetto quindi che, in realtà, non ha nessuna validità esplicativa.^37 Una soluzione attuabile in alcuni casi particolarmente complessi, anche se rari soprattutto in età evolutiva, potrebbe essere quella di riconcettualizzarli in altro modo. Non è utile utilizzare una categoria così inquinata sul piano storico e teorico, possono essere definiti “casi difficili”, possono essere definiti in vario altro modo (il termine, evidentemente, non è stato ancora trovato) ciò nonostante è bene non annoverarli in un ambito concettuale che orienterebbe, in modo alterato, l’analisi, le ipotesi esplicative e l’atteggiamento dello studioso. 38 2.1 Problemi nell’approccio sociologico La difficoltà più frequente nello studio del comportamento deviante è stata senza dubbio la mancanza di solidi dati, un’insufficienza di fatti e informazioni su cui basare le teorie. (^35) Ivi p. (^36) Bandini e Gatti, Delinquenza giovanile. Analisi di un processo di stigmatizzazione e di esclusione, Giuffrè Editore, Milano, 1987 p. (^37) Ibidem (^38) De Leo G. La devianza minorile. Il dibattito teorico, le ricerche, i nuovi modelli di trattamento, Carocci, Roma 1998 p.
È scontato affermare che una teoria non strettamente legata a un gran numero di fatti riguardanti l’oggetto che ci si propone di analizzare e spiegare rischia non essere molto utile. 39 Questo ovviamente non significa che non esistessero studi sul comportamento, ma che semplicemente, quelli presenti, non fossero adeguati al lavoro di teorizzazione da effettuare. 40 Le ragioni di queste problematiche sono da ricercarsi in due motivazioni principali, in primo luogo non vi erano abbastanza studi che fornissero dei dati sulla vita dei devianti dal loro punto di vista; anche se numerosi gli studi sulla delinquenza giovanile, erano spesso basati su documenti giudiziari piuttosto che sull’osservazione diretta.^41 Numerose analisi mettevano in relazione l’incidenza della delinquenza con fattori come il tipo di quartiere, il tipo di vita famigliare o il tipo di personalità, ma pochissime descrivevano in dettaglio cosa facesse un giovane delinquente nel corso della sua attività quotidiana, cosa pensasse di sé stesso, dei suoi impegni e della società.^42 Dunque la problematica nella formulazione di teorie sulla devianza minorile derivava dal dover dedurre la vita di un ragazzo deviante da studi frammentari, da resoconti giornalistici anziché da una sufficiente conoscenza del fenomeno. In secondo luogo molti tipi di devianza non sono stati descritti scientificamente, o comunque in numero talmente esiguo da non poter costituire un punto di partenza.^43 La conseguenza, come anticipato, è la costruzione erronea e inadeguata di teorie; come si ha bisogno di precise descrizioni anatomiche degli animali prima di poter iniziare a teorizzare e sperimentare il loro funzionamento fisiologico e biochimico, allo stesso tempo abbiamo bisogno di descrizioni precise e dettagliate dell’anatomia sociale prima di sapere quali sono i fenomeni presenti da teorizzare. Non vi erano, quindi, abbastanza studi sul comportamento deviante, né studi relativi ad un numero sufficiente di forme di comportamento deviante, né tantomeno materiale di ricercatori che avessero avuto e instaurato un contatto stretto con coloro che studiavano, in modo da poter diventare consapevoli del carattere complesso e molteplice dell’attività deviante.^44 Alcune ragioni di queste carenze erano di carattere tecnico, di fatto non era facile studiare i devianti, proprio perché essi venivano considerati come outsiders dal resto della società e perché loro stessi tendevano a considerare il resto della società come degli outsiders. 45 (^39) Becker H. Outsiders. Studi di sociologia della devianza, Meltemi, Milano 2014 p. (^40) Cfr ibidem (^41) De Leo G. La devianza minorile. Il dibattito teorico, le ricerche, i nuovi modelli di trattamento, Carocci, Roma 1998 p (^42) Ivi p. (^43) Ibidem (^44) Cfr ibidem (^45) Ivi p.
mantenuti sotto una forma meno estrema dai membri convenzionali della società». 51 In quest’ottica la devianza è una versione spogliata della cultura degli adolescenti: la vita sregolata può semplicemente essere una versione estrema della frivola goliardia studentesca o del cliché dell’intellettuale serioso. 52 Le considerazioni strategiche e quelle morali, dunque, non avrebbero potuto fornire alcuna risposta esaustiva, ma una nozione fondamentale era chiara: il maggior pericolo risiedeva nel fatto che la devianza aveva delle forti connessioni con i sentimenti di ribellione giovanile, e non era una questione che la gente prendeva alla leggera o che lasciava passare inosservata. Il pensiero comune era che la devianza fosse da eliminare perché sbagliata, oppure da incoraggiare ritenendola un importante correttivo al conformismo prodotto dalla società moderna.^53 In verità, come afferma Howard S. Becker «il comportamento deviante non dovremmo vederlo come qualcosa di speciale, di depravato o, quasi per magia, come qualcosa di superiore ad altri tipi di comportamento, che taluni disapprovano e che altri apprezzano […] La miglior garanzia contro ogni estremismo è forse uno stretto contatto con le persone che studiamo».^54 (^51) Ibidem (^52) Ibidem (^53) Ivi p. (^54) Ibidem