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Definizioni di Devianza e Criminalità
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Al fine di comprendere nella sua totalità il fenomeno della devianza è necessario introdurre il termine di “coscienza collettiva” elaborato da uno dei teorici sociologici classici Emile Durkheim. Egli designa la “coscienza collettiva” come l’insieme delle credenze e dei sentimenti comuni alla media dei membri di una società. Per devianza di fatti, si intende una qualsiasi azione, credo o caratteristica umana che i membri di una società o di un gruppo sociale considerano dissonante con la propria “coscienza collettiva”, in altre parole, una violazione alle norme del gruppo. Credenze e sentimenti sono concetti propriamente fluidi, per questo motivo ciò che si pensa sia deviante varia da un contesto storico e geografico ad un altro, anche all’interno della stessa società. E’ fondamentale inoltre, distinguere tra devianza primaria e devianza secondaria : la prima implica precoci atti di devianza puramente casuali e occasionali, comportamenti ritenuti strani o fuori dall’ordinario; la seconda sottintende atti devianti persistenti e ricorrenti, che conducono l’individuo ad organizzare la propria vita e le proprie identità personali intorno allo status di deviante. La criminalità invece fa riferimento al reato, ovvero alla violazione della legge penale. La trasgressione della legge è l’elemento che differenzia la criminalità dalla devianza, al tempo stesso però è necessario precisare che i reati sono inevitabilmente forme di devianza. In quest’ottica questi due fenomeni sociali sono inevitabilmente connessi. Nell’ambito degli studi sociologici la società viene identificata come “un organismo coeso in cui gli individui sono tenuti insieme da un complesso di norme e di leggi che traducono in forma codificata i valori, le consuetudini e i costumi maturati, sperimentati nel tempo e condivisi dalla generalità dei soggetti che formano un gruppo, una comunità e la stessa società” (Durkheim, 1962). Da questi fattori, gli scienziati sociali, primi tra tutti i sociologi, formularono molte teorie con il fine di interpretare i fenomeni e i meccanismi che descrivono l’evolversi di una società. In quest’ultima è necessario osservare il momento in cui la coesione sociale, e i meccanismi che la rendono possibile, incontrano nella devianza un elemento oppositivo, definito da uno dei sociologi classici Durkheim con il termine “anomia”. Esso si traduce come l’insieme di comportamenti o modi di pensare di una persona, o di un gruppo, che violano le norme di una collettività. Da ciò si deduce che viene considerato deviante ciò che diverge dal concetto di “normalità” stabilito da una collettività, ciò che si discosta dalla realtà stessa di quel gruppo. Per “normalità” invece, si intende la totalità di quei comportamenti ritenuti standard, che a livello statistico, sono condivisi dal gruppo dominante. Essendo i valori, le credenze e i sentimenti concetti propriamente fluidi, non è possibile stabilire cosa sia deviante e cosa no, poiché la definizione concreta varia da un contesto storico e geografico ad un altro, anche all’interno della stessa società. La condotta deviante, di fatti, muta nel tempo e nello spazio, perché dipende dal momento storico e dal contesto sociale in cui viene osservato il fenomeno: per esempio l’incesto tollerato in alcune epoche storiche diventa in altre un reato gravissimo. Il termine deviante in relazione con la società, assume un’accezione negativa e il soggetto considerato tale viene riconosciuto come colui che distrugge la coesione all’interno della società stessa. Il sociologo Robert K. Merton, riprendendo il concetto di anomia di Durkheim, approfondisce i meccanismi che possono portare i soggetti ad avere comportamenti anomici.
I comportamenti anomici e quindi l’anomia, rappresentano secondo Merton la relazione irregolare e discontinua tra le mete culturali che un individuo si designa e i mezzi istituzionali a sua disposizione per poterle realizzare. Egli si rifà al contesto sociale del suo tempo, vedendo nel “sogno americano” un’enfasi del successo economico, come scopo culturale, a cui però non corrisponde un ‘adeguata enfasi sui mezzi legittimi per raggiungerlo. Il sociologo distingue, inoltre, 5 possibili comportamenti da adottare ovvero: ribellione, rinuncia, ritualismo, conformismo e innovazione. Per conformista si intende colui che aderisce sia alle mete culturali che ai mezzi istituzionalizzati di un dato contesto sociale e ne riconosce i valori e gli strumenti vigenti (chiaramente non può essere annoverato tra i devianti). L’innovatore accetta le mete culturali, con particolare predisposizione alla competizione che ne scaturisce per il raggiungimento, tuttavia si dissocia dai mezzi istituzionali preposti; non rinuncia all’utilizzo di modalità illecite pur di raggiungere un obiettivo nei confronti del quale nutre una forte adesione emotiva. Il ritualista respinge l’imperativo culturale del successo per l’incapacità di sostenere un clima di competizione, ma non ignora le norme, accettando il proprio comportamento monotono e ripetitivo. Il rinunciatario si allontana da mete e mezzi istituzionalizzati, entrando in quello che Merton definisce “stato di anomia acuta”, il soggetto ricorre all’evasione e all’asocialità. Infine vi è il ribelle, che non si differenzia dal rinunciatario se non per il fatto che a differenza di quest’ultimo egli non si rifugia nell’esilio sociale, ma al contrario lotta per l’instaurazione di nuovi valori e manifesta il desiderio di una diversa e innovativa struttura sociale. La funzione del concetto di devianza si rileva sin dalla sua prima introduzione intorno agli anni’ negli Stati Uniti. In un primo momento questo termine indicava un complesso di comportamenti che infrangevano La caratteristica del concetto devianza (deviance) si evidenza sin dalla sua prima introduzione intorno agli anni ’30 negli Stati Uniti. In un primo momento questo termine indicava un insieme di comportamenti che infrangevano il complesso regolativo dei valori all’interno di una società anche se non vi era la presenza di un codice penale. Successivamente con devianza vengono ricomprese tutte le infrazioni che violano il codice penale. La devianza di solito coincide con la patologia (fisica o mentale: il malato o il folle) e con la criminalità (il ladro, l’assassino), ove il distaccamento dalla normalità implica l’allontanamento dalla salute o dal rispetto della legalità. Durkheim offre un contributo importante affermando che “le norme sono tali perché obbligatorie e sanzionatorie3 ”. Questa definizione significa che la società ha una reazione quando una regola morale è violata e viene definita sanzione. Le reazioni4 che vengono suscitate all’interno di una società possono essere positive e negative anche se la maggior parte delle volte è la seconda a prevalere. Per esempio il ragazzo che compie un furto può venire isolato, etichettato e sanzionato dai membri della società. Infine, la reazione specifica al comportamento deviante è fortemente dipendente dall’interpretazione che la collettività dà a un determinato comportamento. Per esempio consideriamo un atto di “vandalismo” che viene commesso da due ragazzi: il primo extracomunitario, il secondo appartenente ad una famiglia ricca e benestante. Potrebbe accadere che il comportamento posto in essere dal primo ragazzo venga interpretato come un reato grave in cui si esprime la violenza e la rabbia, sintomo di pericolosità sociale; mentre l’azione del secondo può essere definita come semplice crisi adolescenziale. Di conseguenza il primo minore potrebbe subire una condanna, mentre il secondo beneficiare di una formula di indulgenza quale il perdono giudiziale. Fino a qualche anno fa vi era la tendenza di operare una distinzione tra devianza minorile e delinquenza minorile. La prima riguardava i comportamenti irregolari, mentre la seconda si riferiva alle condotte che sfociavano in reati. Negli ultimi anni questa distinzione è svanita e il termine devianza viene utilizzato per descrivere il fenomeno complessivamente considerato: