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Lucrezio seneca, Appunti di Latino

Appunti di latino su Seneca e Lucrezio

Tipologia: Appunti

2015/2016

Caricato il 21/08/2016

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Utente sconosciuto 🇮🇹

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LUCREZIO
Lucrezio e l'epicureismo a Roma
A parte il rigore intollerante di Catone il Censore, la cultura e il pensiero greco erano penetrati, attentamente filtrati, nel mondo
romano.
Naturalmente venivano eliminati tutti i risvolti del pensiero greco pericolosi per la conservazione dello stato
Cicerone trovava un elemento di forte contrasto nella dottrina di Epicuro: l'epicureismo era visto come una dottrina che
portava alla dissoluzione della morale tradizionale soprattutto perché
predicando il piacere come sommo bene, distoglieva i cittadini dall'impegno politico per la difesa delle istituzioni.
negando l'intervento divino negli affari umani, portava molti svantaggi anche alla classe dirigente la quale non
poteva più usare la religione come strumento di potere.
Per divulgare a Roma la dottrina epicurea, Lucrezio scelse la forma del poema epico didascalico. Vi è, tuttavia, una
contraddizione nell'agire di Lucrezio:
-se da un lato condanna la poesia per la sua stretta connessione col mito e per il fatto che può arrecare infelicità agli uomini ,
-dall'altro ne fa uso per divulgare i principi della dottrina epicurea.
Con la forma scelta da Lucrezio, così alta e grandiosa, per divulgare il suo messaggio si è pensato di dover spiegare anche
l'atteggiamento di Cicerone nei suoi confronti: evidentemente Cicerone non poteva accettare gli ideali filosofici epicurei, ma
forse è proprio l'eccezionalità della forma poetica che ha spinto Cicerone a non tenere conto di Lucrezio nella sua polemica
all'epicureismo.
Opere
De rerum natura, fu scritta in esametri e suddivisa in sei libri: probabilmente non fu finita o, in qualsiasi caso, manca di una
revisione.
Il poema di Lucrezio è dedicato a Gaio Memmio.
La data di composizione non è sicura: probabilmente fu composta nel periodo successivo al 58, anno in cui fu pretore Memmio.
Il poema è chiaramente articolato in tre gruppi di due libri (diadi):
- nel I libro, dopo l'inno a Venere, personificazione della forza della natura, sono spiegati i principi generali della filosofia
epicurea. Nel II libro viene illustrata la teoria del clinamen, la caratteristica più originale di Epicuro rispetto a Democrito e
Leucippo;
- il III e il IV libro costituiscono la seconda coppia che espone l'antropologia epicurea;
- la terza coppia di libri prende in esame la cosmologia: il libro V espone la mortalità del mondo, mentre il VI discorre di come
la volontà divina non influisca minimamente negli affari degli uomini.
Ogni coppia si chiude con un quadro impressionante di dissoluzione. All’attacco di ogni libro, invece, c’è una celebrazione di
Epicureo, del suo coraggio intellettuale e del suo ruolo storico (e qui Lucrezio evidentemente intende il riferimento anche
come rivolto a se stesso).
Come detto, il De rerum natura probabilmente non ha ricevuto un'ultima revisione: il poema avrebbe dovuto chiudersi con una
nota serena, in corrispondenza con il gioioso inno a Venere, e non con il terrificante quadro della peste di Atene.
Filosofia
* Religio. Il De rerum natura si apre con l’invocazione a Venere, dea dell’amore, unica a poter placare la sete di sangue di
Marte, dio della guerra:
Lucrezio vive i turbolenti anni della rivolta si Spartaco, della guerra di Gallia e forse anche delle ostilità fra Cesare e
Pompeo, e vorrebbe un ritorno alla pace, ostacolata dalle ambizioni e dalla brama di potere della classe politica romana.
La via che Lucrezio trova per affrontare i mali della vita è la dottrina di Epicuro, cantato come simbolo della ratio umana, che
fuga i miasmi della religione e della superstizione e prende coscienza dello stato umano.
All'inizio del poema Lucrezio invita il lettore a non considerare subito empia la dottrina che egli si accinge ad esporre, e a
riflettere su quanto, al contrario, sia davvero crudele ed empia la religione tradizionale (emblema ne è il sacrificio di Ifigenia):
la religione è in grado di sopprimere e condizionare la vita di tutti gli uomini immettendo nel loro cuore un seme di paura:
ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c'è più nulla, smetterebbero di essere succubi della superstizione
religiosa e dei timori che essa comporta.
Si vede, quindi, già dai primi versi come Lucrezio offra un nesso tra superstizione religiosa, timore della morte e necessità di
una speculazione scientifica per ovviare a questo timore: per lui, dunque, questi timori nascono dall'ignoranza delle leggi
meccaniche che governano il mondo.
* Natura. Per insegnare agli uomini come la dottrina epicurea possa servire da tetrafarmaco, e combattere cioè la paura per
morte, malattia, dolore e dei, Lucrezio inizia la sua descrizione della natura.
Tutto ciò che ci circonda è formato da piccolissimi granelli indivisibili, gli atomi, i semina rerum o genitalia corpora come li
chiama il poeta per enfatizzare il loro originario ruolo di creazione.
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LUCREZIO

Lucrezio e l'epicureismo a Roma A parte il rigore intollerante di Catone il Censore, la cultura e il pensiero greco erano penetrati, attentamente filtrati, nel mondo romano. Naturalmente venivano eliminati tutti i risvolti del pensiero greco pericolosi per la conservazione dello stato Cicerone trovava un elemento di forte contrasto nella dottrina di Epicuro : l'epicureismo era visto come una dottrina che portava alla dissoluzione della morale tradizionale soprattutto perché

• predicando il piacere come sommo bene, distoglieva i cittadini dall'impegno politico per la difesa delle istituzioni.

• negando l'intervento divino negli affari umani, portava molti svantaggi anche alla classe dirigente la quale non

poteva più usare la religione come strumento di potere. Per divulgare a Roma la dottrina epicurea, Lucrezio scelse la forma del poema epico didascalico. Vi è, tuttavia, una contraddizione nell'agire di Lucrezio : -se da un lato condanna la poesia per la sua stretta connessione col mito e per il fatto che può arrecare infelicità agli uomini, -dall'altro ne fa uso per divulgare i principi della dottrina epicurea. Con la forma scelta da Lucrezio, così alta e grandiosa , per divulgare il suo messaggio si è pensato di dover spiegare anche l' atteggiamento di Cicerone nei suoi confronti : evidentemente Cicerone non poteva accettare gli ideali filosofici epicurei, ma forse è proprio l'eccezionalità della forma poetica che ha spinto Cicerone a non tenere conto di Lucrezio nella sua polemica all'epicureismo.

Opere De rerum natura , fu scritta in esametri e suddivisa in sei libri: probabilmente non fu finita o, in qualsiasi caso, manca di una revisione. Il poema di Lucrezio è dedicato a Gaio Memmio. La data di composizione non è sicura: probabilmente fu composta nel periodo successivo al 58 , anno in cui fu pretore Memmio. Il poema è chiaramente articolato in tre gruppi di due libri (diadi):

  • nel I libro , dopo l'inno a Venere, personificazione della forza della natura, sono spiegati i principi generali della filosofia epicurea. Nel II libro viene illustrata la teoria del clinamen , la caratteristica più originale di Epicuro rispetto a Democrito e Leucippo;
  • il III e il IV libro costituiscono la seconda coppia che espone l' antropologia epicurea ;
  • la terza coppia di libri prende in esame la cosmologia : il libro V espone la mortalità del mondo, mentre il VI discorre di come la volontà divina non influisca minimamente negli affari degli uomini. Ogni coppia si chiude con un quadro impressionante di dissoluzione. All’attacco di ogni libro, invece, c’è una celebrazione di Epicureo, del suo coraggio intellettuale e del suo ruolo storico (e qui Lucrezio evidentemente intende il riferimento anche come rivolto a se stesso). Come detto, il De rerum natura probabilmente non ha ricevuto un'ultima revisione : il poema avrebbe dovuto chiudersi con una nota serena, in corrispondenza con il gioioso inno a Venere, e non con il terrificante quadro della peste di Atene.

Filosofia

  • Religio. Il De rerum natura si apre con l’ invocazione a Venere , dea dell’amore, unica a poter placare la sete di sangue di Marte, dio della guerra : Lucrezio vive i turbolenti anni della rivolta si Spartaco, della guerra di Gallia e forse anche delle ostilità fra Cesare e Pompeo, e vorrebbe un ritorno alla pace, ostacolata dalle ambizioni e dalla brama di potere della classe politica romana.

La via che Lucrezio trova per affrontare i mali della vita è la dottrina di Epicuro , cantato come simbolo della ratio umana , che fuga i miasmi della religione e della superstizione e prende coscienza dello stato umano. All'inizio del poema Lucrezio invita il lettore a non considerare subito empia la dottrina che egli si accinge ad esporre, e a riflettere su quanto, al contrario, sia davvero crudele ed empia la religione tradizionale (emblema ne è il sacrificio di Ifigenia ): la religione è in grado di sopprimere e condizionare la vita di tutti gli uomini immettendo nel loro cuore un seme di paura: ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c'è più nulla, smetterebbero di essere succubi della superstizione religiosa e dei timori che essa comporta. Si vede, quindi, già dai primi versi come Lucrezio offra un nesso tra superstizione religiosa , timore della morte e necessità di una speculazione scientifica per ovviare a questo timore: per lui, dunque, questi timori nascono dall'ignoranza delle leggi meccaniche che governano il mondo.

  • Natura. Per insegnare agli uomini come la dottrina epicurea possa servire da tetrafarmaco , e combattere cioè la paura per morte, malattia, dolore e dei , Lucrezio inizia la sua descrizione della natura. Tutto ciò che ci circonda è formato da piccolissimi granelli indivisibili, gli atomi, i semina rerum o genitalia corpora come li chiama il poeta per enfatizzare il loro originario ruolo di creazione.

Ogni pianta, pietra, uomo è formato da atomi, e cosí persino l’animo umano; ed ogni cosa è destinata a nascere e disfarsi in eterno; solo gli atomi sono immortali e non i loro aggregati. I In questo mondo, regolato dalle leggi meccaniche che governano le particelle elementari , c’è comunque spazio per la libertà : all’origine dell’universo c’è una deviazione del moto atomico, un clinamen , che ha dato il via alla formazione delle cose ed al gioco infinito della natura.

  • Morte. Dopo aver descritto la natura della materia l’autore invita i suoi lettori ad accettare la morte come qualcosa di ineluttabile e comunque esterna all’uomo : quando noi siamo non c’è morte, quando c’è la morte noi non siamo: invece di preoccuparsi della propria fine l’uomo dovrebbe occuparsi della vita e non sprecarla poltrendo od inseguendo stupide ambizioni

  • Sensi e amore. Il IV quarto tratta dei sensi , della loro veridicità, di come possano essere turbati. I sensi, per Lucrezio, non fanno altro che captare dei flussi atomici particolari : sentiamo perché arrivano degli atomi alle nostre orecchie e vediamo perché ne arrivano altri ai nostri occhi. È dai sensi che hanno origine ogni forma di conoscenza e la ragione umana , non crollerebbe soltanto tutta la ragione, ma anche la vita stessa rovinerebbe di schianto, se tu non osassi fidare nei sensi.

Anche stavolta, dopo aver cercato di trasmettere l’atarassia epicurea, Lucrezio si allontana dalla calma del suo maestro e descrive con profonda partecipazione quanto più può turbare i sensi , le passioni amorose e carnali. Infatti proprio nel momento del pieno possesso , fluttua in incerti ondeggiamenti l’ardore degli amanti che non sanno di cosa prima godere con gli occhi o con le mani. Premono stretta la creatura che desiderano, infliggono dolore al suo corpo, e spesso le mordono a sangue le tenere labbra, la inchiodano coi baci, perché il piacere non è puro , e vi sono oscuri impulsi che spingono a straziare l’oggetto , qualunque sia, da cui sorgono i germi di quella furia (=furor).

Dopo aver condannato l’ amore come sofferenza , furore , amarezza , rimorso , gelosia , cecità , miseria , ed umiliazione Lucrezio cambia tono: «È proprio lei che talvolta con l’onesto suo agire, / l’equilibrio dei modi, la nitida eleganza della persona, / ti rende consueta la gioia d’una vita comune. / Nel tempo avvenire l’abitudine concilia l’amore; / ciò che subisce colpi, per quanto lievi ma incessanti, / a lungo andare cede, e infine vacilla». Appare diverso, teneramente malinconico , più paterno ("E spesso alcuni [...] trovarono fuori [di casa] una natura affine, così da poter adornare di prole la loro vecchiaia")

  • Civiltà e peste. Nel libro seguente il poeta descrive dettagliatamente la formazione del mondo e la nascita della civiltà : «I re cominciarono a fondare città e a stabilire fortezze, per averne difesa e rifugio a sé stessi, e divisero i campi e il bestiame, assegnati a seconda della forza, dell’ingegno e della bellezza di ognuno» senza però cadere in tentazioni positiviste: con la nascita della civiltà nascono anche l’ambizione e la cupidigia, contro cui Lucrezio si scaglia con forza : «Lascia dunque che si affannino invano e sudino sangue coloro che lottano sull’angusto sentiero dell’ambizione, poiché sanno per bocca d’altri e dirigono il loro desiderio ascoltando la fama piuttosto che il proprio sentire; né questo accade e accadrà piú di quanto è accaduto in passato».

Insomma, Lucrezio pone molta attenzione sul progresso dell'uomo e ne delinea gli effetti positivi e quelli negativi. Tra questi ultimi ha molto rilievo il fatto che il progresso ha portato con sé una grave decadenza morale e il sorgere di bisogni innaturali. Epicuro aveva infatti prescritto di evitare i desideri innaturali e non necessari , e di badare solo al soddisfacimento di quelli necessari : gli unici requisiti essenziali per essere un uomo veramente felice sono il non provare la fame, la sete e il freddo. Bisogna abbandonare gli sprechi inutili per indirizzarsi verso i piaceri naturali.

Anche nel discusso finale dell’opera, la descrizione della tremenda peste di Atene , il poeta si distacca dalla pretesa leggerezza dell’epicureismo, per immergersi completamente nella malattia e nelle morti: probabilmente l’opera non doveva avere questo finale, mancando la descrizione delle sedi degli dei e la spiegazione di come l’epicureismo possa aiutare ad affrontare persino i mali piú oscuri come la peste; il passo rimane comunque emblematico del tormentato animo lucreziano, che in questa descrizione è piú vicino al gusto dell’orrido di stoici.

SENECA

Il De brevitate vitae: Il dialogo è scritto fra il 49 d. C. e il 52 d. C ., subito dopo il rientro dall'esilio settennale in Corsica.

  • (^) riflette sul rapporto dell’uomo con il tempo. L’esistenza umana non è affatto breve, bensì siamo noi che la rendiamo tale, perché sprechiamo la maggior parse del tempo in attività inutili e viviamo nella costante aspettativa del futuro dimenticando il presente.
  • Polemizza contro gli occupati, uomini che vivono costantemente fuori di sé, dedicati interamente ad attività inutili e superflue, che rendono vuota e breve la vita.