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Appunti di latino su Seneca e Lucrezio
Tipologia: Appunti
Caricato il 21/08/2016
4.4
(77)52 documenti
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Lucrezio e l'epicureismo a Roma A parte il rigore intollerante di Catone il Censore, la cultura e il pensiero greco erano penetrati, attentamente filtrati, nel mondo romano. Naturalmente venivano eliminati tutti i risvolti del pensiero greco pericolosi per la conservazione dello stato Cicerone trovava un elemento di forte contrasto nella dottrina di Epicuro : l'epicureismo era visto come una dottrina che portava alla dissoluzione della morale tradizionale soprattutto perché
poteva più usare la religione come strumento di potere. Per divulgare a Roma la dottrina epicurea, Lucrezio scelse la forma del poema epico didascalico. Vi è, tuttavia, una contraddizione nell'agire di Lucrezio : -se da un lato condanna la poesia per la sua stretta connessione col mito e per il fatto che può arrecare infelicità agli uomini, -dall'altro ne fa uso per divulgare i principi della dottrina epicurea. Con la forma scelta da Lucrezio, così alta e grandiosa , per divulgare il suo messaggio si è pensato di dover spiegare anche l' atteggiamento di Cicerone nei suoi confronti : evidentemente Cicerone non poteva accettare gli ideali filosofici epicurei, ma forse è proprio l'eccezionalità della forma poetica che ha spinto Cicerone a non tenere conto di Lucrezio nella sua polemica all'epicureismo.
Opere De rerum natura , fu scritta in esametri e suddivisa in sei libri: probabilmente non fu finita o, in qualsiasi caso, manca di una revisione. Il poema di Lucrezio è dedicato a Gaio Memmio. La data di composizione non è sicura: probabilmente fu composta nel periodo successivo al 58 , anno in cui fu pretore Memmio. Il poema è chiaramente articolato in tre gruppi di due libri (diadi):
Filosofia
La via che Lucrezio trova per affrontare i mali della vita è la dottrina di Epicuro , cantato come simbolo della ratio umana , che fuga i miasmi della religione e della superstizione e prende coscienza dello stato umano. All'inizio del poema Lucrezio invita il lettore a non considerare subito empia la dottrina che egli si accinge ad esporre, e a riflettere su quanto, al contrario, sia davvero crudele ed empia la religione tradizionale (emblema ne è il sacrificio di Ifigenia ): la religione è in grado di sopprimere e condizionare la vita di tutti gli uomini immettendo nel loro cuore un seme di paura: ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c'è più nulla, smetterebbero di essere succubi della superstizione religiosa e dei timori che essa comporta. Si vede, quindi, già dai primi versi come Lucrezio offra un nesso tra superstizione religiosa , timore della morte e necessità di una speculazione scientifica per ovviare a questo timore: per lui, dunque, questi timori nascono dall'ignoranza delle leggi meccaniche che governano il mondo.
Ogni pianta, pietra, uomo è formato da atomi, e cosí persino l’animo umano; ed ogni cosa è destinata a nascere e disfarsi in eterno; solo gli atomi sono immortali e non i loro aggregati. I In questo mondo, regolato dalle leggi meccaniche che governano le particelle elementari , c’è comunque spazio per la libertà : all’origine dell’universo c’è una deviazione del moto atomico, un clinamen , che ha dato il via alla formazione delle cose ed al gioco infinito della natura.
Morte. Dopo aver descritto la natura della materia l’autore invita i suoi lettori ad accettare la morte come qualcosa di ineluttabile e comunque esterna all’uomo : quando noi siamo non c’è morte, quando c’è la morte noi non siamo: invece di preoccuparsi della propria fine l’uomo dovrebbe occuparsi della vita e non sprecarla poltrendo od inseguendo stupide ambizioni
Sensi e amore. Il IV quarto tratta dei sensi , della loro veridicità, di come possano essere turbati. I sensi, per Lucrezio, non fanno altro che captare dei flussi atomici particolari : sentiamo perché arrivano degli atomi alle nostre orecchie e vediamo perché ne arrivano altri ai nostri occhi. È dai sensi che hanno origine ogni forma di conoscenza e la ragione umana , non crollerebbe soltanto tutta la ragione, ma anche la vita stessa rovinerebbe di schianto, se tu non osassi fidare nei sensi.
Anche stavolta, dopo aver cercato di trasmettere l’atarassia epicurea, Lucrezio si allontana dalla calma del suo maestro e descrive con profonda partecipazione quanto più può turbare i sensi , le passioni amorose e carnali. Infatti proprio nel momento del pieno possesso , fluttua in incerti ondeggiamenti l’ardore degli amanti che non sanno di cosa prima godere con gli occhi o con le mani. Premono stretta la creatura che desiderano, infliggono dolore al suo corpo, e spesso le mordono a sangue le tenere labbra, la inchiodano coi baci, perché il piacere non è puro , e vi sono oscuri impulsi che spingono a straziare l’oggetto , qualunque sia, da cui sorgono i germi di quella furia (=furor).
Dopo aver condannato l’ amore come sofferenza , furore , amarezza , rimorso , gelosia , cecità , miseria , ed umiliazione Lucrezio cambia tono: «È proprio lei che talvolta con l’onesto suo agire, / l’equilibrio dei modi, la nitida eleganza della persona, / ti rende consueta la gioia d’una vita comune. / Nel tempo avvenire l’abitudine concilia l’amore; / ciò che subisce colpi, per quanto lievi ma incessanti, / a lungo andare cede, e infine vacilla». Appare diverso, teneramente malinconico , più paterno ("E spesso alcuni [...] trovarono fuori [di casa] una natura affine, così da poter adornare di prole la loro vecchiaia")
Insomma, Lucrezio pone molta attenzione sul progresso dell'uomo e ne delinea gli effetti positivi e quelli negativi. Tra questi ultimi ha molto rilievo il fatto che il progresso ha portato con sé una grave decadenza morale e il sorgere di bisogni innaturali. Epicuro aveva infatti prescritto di evitare i desideri innaturali e non necessari , e di badare solo al soddisfacimento di quelli necessari : gli unici requisiti essenziali per essere un uomo veramente felice sono il non provare la fame, la sete e il freddo. Bisogna abbandonare gli sprechi inutili per indirizzarsi verso i piaceri naturali.
Anche nel discusso finale dell’opera, la descrizione della tremenda peste di Atene , il poeta si distacca dalla pretesa leggerezza dell’epicureismo, per immergersi completamente nella malattia e nelle morti: probabilmente l’opera non doveva avere questo finale, mancando la descrizione delle sedi degli dei e la spiegazione di come l’epicureismo possa aiutare ad affrontare persino i mali piú oscuri come la peste; il passo rimane comunque emblematico del tormentato animo lucreziano, che in questa descrizione è piú vicino al gusto dell’orrido di stoici.
Il De brevitate vitae: Il dialogo è scritto fra il 49 d. C. e il 52 d. C ., subito dopo il rientro dall'esilio settennale in Corsica.