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I terremoti, Seneca e Lucrezio, Appunti di Latino

Appunti di 5 liceo scientifico di latino riguardanti un percorso sui terremoti collegato al De rerum natura di Lucrezio e alle Naturales quaestiones di Seneca

Tipologia: Appunti

2020/2021

In vendita dal 06/01/2022

rossimartaa
rossimartaa 🇮🇹

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I TERREMOTI
LA SCIENZA ANTICA
La scienza è l’attività speculativa e i risultati da essa conseguiti sono volti a conoscere le leggi relative ad un
complesso di fenomeni. La tecnica è l’applicazione pratica della conoscenza e ha come scopo la creazione di
strumenti utili all’uomo: la tecnica può considerarsi figlia della scienza; anche se l’uomo, specie nelle
epoche più antiche, ha raggiunto uno sviluppo tecnologico più avanzato delle sue conoscenze scientifiche.
Esiste una scienza romana?
Nella letteratura latina, il testo scientifico soffre dell’appartenenza ad un genere minore: ciò ha indotto
alcuni studiosi ad affermare che “non esiste una scienza romana”.
La ricerca finalizzata al progredire della conoscenza appare di scarso interesse in una società poco incline
alla speculazione astratta. A ciò va aggiunto il fatto che la cultura latina non conosce il connubio tra scienza
e tecnologia della civiltà greca ed ellenistica. Per secoli, a Roma la disponibilità di schiavi rende superflua la
costruzione di macchine, facendo venir meno alla ricerca scientifica uno dei suoi più naturali impulsi.
La scienza si identifica quindi con la filosofia, che è filosofia dell’uomo e del suo posto nella natura: basti
pensare al De Rerum Natura di Lucrezio, opera che nasce da intenti filosofici, pedagogici, estetici assai più
che scientifici.
Il testo di interesse tecnico assume una dimensione manualistica o enciclopedica, dando vita ad un genere
tipicamente romano. Gli autori come Marco Terenzio Varrone o Plinio il Vecchio presentano spesso le loro
opere facendo professione di umiltà, dichiarandosi inadeguati a generi più nobili. Queste affermazioni
finiscono per generare un topos letterario: i manuali e le enciclopedie latine presentano uno stile non
molto elaborato ed un linguaggio tecnico, senza pretese estetiche che finisce per usare barbarismi.
L’ETÀ REPUBBLICANA
Alle origini della produzione tecnico-scientifica in latino troviamo il De agri coltura di Marco Porcio Catone
(234-149 a.C.) che non ha intenti scientifici, ma moralistici e didascalici. Nel proemio, l’autore afferma il
valore educativo dell’agricoltura e la sua superiorità sulle altre attività economiche: è l’unica attività
produttiva degna di un nobile romano, tanto che l’ideale umano proposto dall’opera si possa riassumere
nella celebre formula vir bonus colendi peritus.
Il manuale propone una serie di consigli e prescrizioni che vanno dalla scelta del podere alla disposizione
delle colture, alla preparazione della semina, al modo di trattare la servitù… È una raccolta disordinata.
L’opera avrà comunque una vasta fortuna, forse anche per l’autorità morale dell’autore: essa si p
considerare all’origine del genere manualistico tecnico-scientifica, frequentato in età imperiale.
L’opera più significativa dell’età repubblicana è il De rerum natura di Lucrezio, del 58-55 a.C. Tratta di
argomenti filosofici e scientifici all’interno del genere del poema epico (in cui si colloca per la presenza di un
proemio con l’invocazione alla dea Venere e la dedica al destinatario Memmio, e per l’utilizzo di uno stile
altamente poetico).
L’opera è divisa in sei libri che rivelano il vero interesse di Lucrezio: liberare l’uomo dalla paura degli dei
derivante dalla religio, per avvicinarlo allo stato di aponia e atarassia alla base della felicità. Non può
mancare un elogio a chi per primo indicò agli uomini il giusto cammino verso la felicità: Epicuro, l’unico vero
“dio”.
Dopo l’analisi del mondo e dei fenomeni naturali, Lucrezio si concentra sull’uomo che, con un lungo
cammino, è arrivato a risultati scientifici e tecnologici dimenticandosi del vero progresso a cui l’umanità
deve aspirare: la crescita morale e filosofica. Per ammonire gli uomini, Lucrezio conclude la sua opera con la
visione della peste di Atene del 430 a.C., che ha cancellato tutto quello che l’uomo aveva costruito.
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I TERREMOTI

LA SCIENZA ANTICA

La scienza è l’attività speculativa e i risultati da essa conseguiti sono volti a conoscere le leggi relative ad un complesso di fenomeni. La tecnica è l’applicazione pratica della conoscenza e ha come scopo la creazione di strumenti utili all’uomo: la tecnica può considerarsi figlia della scienza; anche se l’uomo, specie nelle epoche più antiche, ha raggiunto uno sviluppo tecnologico più avanzato delle sue conoscenze scientifiche. Esiste una scienza romana? Nella letteratura latina, il testo scientifico soffre dell’appartenenza ad un genere minore: ciò ha indotto alcuni studiosi ad affermare che “non esiste una scienza romana”. La ricerca finalizzata al progredire della conoscenza appare di scarso interesse in una società poco incline alla speculazione astratta. A ciò va aggiunto il fatto che la cultura latina non conosce il connubio tra scienza e tecnologia della civiltà greca ed ellenistica. Per secoli, a Roma la disponibilità di schiavi rende superflua la costruzione di macchine, facendo venir meno alla ricerca scientifica uno dei suoi più naturali impulsi. La scienza si identifica quindi con la filosofia, che è filosofia dell’uomo e del suo posto nella natura: basti pensare al De Rerum Natura di Lucrezio, opera che nasce da intenti filosofici, pedagogici, estetici assai più che scientifici. Il testo di interesse tecnico assume una dimensione manualistica o enciclopedica, dando vita ad un genere tipicamente romano. Gli autori come Marco Terenzio Varrone o Plinio il Vecchio presentano spesso le loro opere facendo professione di umiltà, dichiarandosi inadeguati a generi più nobili. Queste affermazioni finiscono per generare un topos letterario: i manuali e le enciclopedie latine presentano uno stile non molto elaborato ed un linguaggio tecnico, senza pretese estetiche che finisce per usare barbarismi. L’ETÀ REPUBBLICANA Alle origini della produzione tecnico-scientifica in latino troviamo il De agri coltura di Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) che non ha intenti scientifici, ma moralistici e didascalici. Nel proemio, l’autore afferma il valore educativo dell’agricoltura e la sua superiorità sulle altre attività economiche: è l’unica attività produttiva degna di un nobile romano, tanto che l’ideale umano proposto dall’opera si possa riassumere nella celebre formula vir bonus colendi peritus. Il manuale propone una serie di consigli e prescrizioni che vanno dalla scelta del podere alla disposizione delle colture, alla preparazione della semina, al modo di trattare la servitù… È una raccolta disordinata. L’opera avrà comunque una vasta fortuna, forse anche per l’autorità morale dell’autore: essa si può considerare all’origine del genere manualistico tecnico-scientifica, frequentato in età imperiale. L’opera più significativa dell’età repubblicana è il De rerum natura di Lucrezio, del 58-55 a.C. Tratta di argomenti filosofici e scientifici all’interno del genere del poema epico (in cui si colloca per la presenza di un proemio con l’invocazione alla dea Venere e la dedica al destinatario Memmio, e per l’utilizzo di uno stile altamente poetico). L’opera è divisa in sei libri che rivelano il vero interesse di Lucrezio: liberare l’uomo dalla paura degli dei derivante dalla religio, per avvicinarlo allo stato di aponia e atarassia alla base della felicità. Non può mancare un elogio a chi per primo indicò agli uomini il giusto cammino verso la felicità: Epicuro, l’unico vero “dio”. Dopo l’analisi del mondo e dei fenomeni naturali, Lucrezio si concentra sull’uomo che, con un lungo cammino, è arrivato a risultati scientifici e tecnologici dimenticandosi del vero progresso a cui l’umanità deve aspirare: la crescita morale e filosofica. Per ammonire gli uomini, Lucrezio conclude la sua opera con la visione della peste di Atene del 430 a.C., che ha cancellato tutto quello che l’uomo aveva costruito.

LA FINE DELLA REPUBBLICA E LA PRIMA ETÀ IMPERIALE

Il De Architectura di Vitruvio promosse un rinnovamento urbanistico di Roma. Si tratta di un’opera fondamentale: la materia, divisa i dieci libri, è trattata in prospettiva storico-estetica e tecnica. Oltre ai libri dedicati ai fondamenti estetici dell’architettura ci sono anche argomenti quali l’edilizia sacra, pubblica e privata, l’idraulica e la costruzione di macchine civili e militari. Negli ultimi anni del principato augusteo, e nelle età Giulio-Claudia e Flavia, c’è una fioritura di testi tecnici e scientifici. La ragione va ricercata nel mutare dei tempi: quando alla repubblica succede il principato, si riducono per gli intellettuali gli spazi del dissenso e dell’azione civile, la parola non è più strumento di lotta politica o mezzo per incidere sulla società. La censura imperiale distrugge le opere e obbliga al silenzio: molti scrittori, dopo aver visto bruciare pubblicamente la propria opera, preferiscono darsi la morte. Il testo scientifico diventa un territorio neutro, un luogo dove coltivare studi ed interessi in specifici campi dello scibile, uno spazio dove esercitare l’amore per il sapere senza il pericolo di risultare invisi al principe. Aulo Cornelio Celso scrisse Artes del quale ci resta solo la sezione di medicina: l’autore conosceva bene i trattati in lingua greca di Ippocrate e Asclepiade. Nel corpus delle opere di Seneca, le Naturales quaestiones rischiano di apparire eccentriche: la produzione scientifica del filosofo fu vasta (De motu terrarum, De lapidum natura, De piscium natura). Le Naturales Quaestiones appaiono tipicamente senecane per l’ispirazione filosofica e pedagogica che le sottende: sono dedicate a Lucilio già dedicatario delle Epistulae morales. La scienza ha per Seneca una finalità morale: studiando la natura, l’uomo medita sulla propria fragilità. Ciascuno dei sette libri che compongono l’opera prevede prefazioni ed epiloghi che ne svelano la natura pedagogica. L’opera è animata da uno spirito poco “scientifico”: l’osservazione dei fenomeni naturali da parte di Seneca conosce lo sperimentalismo, ma si tratta di che non genera nuove ipotesi. Le Naturales quaestiones mostrano la modernità nell’idea di un progresso della conoscenza umana: ogni scoperta è provvisoria e precaria, destinata ad essere superata da quelle future. Secondo la concezione stoica, l’universo è razionale, e l’uomo virtuoso (chi fa della propria vita un continuo esercizio della sapienza) partecipa di questa razionalità, potendo progredire sul cammino del sapere. La Naturalis historia, opera di Plinio il Vecchio, è un trattato in trentasette libri. È un’enciclopedia del mondo naturale che ha pretese di esaustività: gli argomenti vanno dalla cosmologia alla geografia, dall’antropologia alla zoologia, dalla botanica all’agricoltura, dalla medicina alla metallurgia. È premesso un libro di indici, corredato da un elenco di fonti. L’opera non è un’opera di ricerca, ma un inventario del mondo: la scienza non deve indagare le cause della natura, ma descriverle. Questo sforzo di completezza si basa su un lavoro di documentazione: nell’indice, Plinio cita come fonti oltre duemila volumi greci e latini, accolte senza che ne sia vagliata l’autorevolezza. Se si considera il gusto per i mirabilia e il prodigioso, si avranno una serie di notizie bizzarre e stupefacenti.

555 ut vas interdum non quit constare, nisi umor

destitit in dubio fluctu iactarier intus.

Praeterea ventus cum per Ioca subcava terrae

collectus parte ex una procumbit et urget

obnixus magnis speluncas viribus altas,

560 incumbit tellus quo venti prona premit vis.

Tum supera terram quae sunt exstructa domorum

ad caeIumque magis quanto sunt edita quaeque,

inclinata minent in eandem prodita partem

protractaeque trabes impendent ire paratae.

565 Et metuunt magni naturam credere mundi

exitiale aliquod tempus clademque manere,

cum videant tantam terrarum incumbere molem!

Quod nisi respirent venti, vis nulla refrenet

res neque ab exitio possit reprehendere euntis.

570 Nunc quia respirant alternis inque gravescunt

et quasi collecti redeunt ceduntque repulsi,

saepius hanc ob rem minitatur terra ruinas

quam facit; inclinatur enim retroque recellit

et recipit prolapsa suas in pondera sedis.

575 Hac igitur ratione vacillant omnia tecta,

summa magis mediis, media imis, ima perhilum.

Est haec eiusdem quoque magni causa tremoris,

ventus ubi atque animae subito vis maxima quaedam

aut extrinsecus aut ipsa tellure coorta

580 in Ioca se cava terrai coniecit ibique

speluncas inter magnas fremit ante tumultu

versabundaque portatur, post incita cum vis

exagitata foras erumpitur et simul altam

diffindens terram magnum concinnat hiatum.

585 In Syria Sidone quod accidit et fuit Aegi

in Peloponneso, quas exitus hic animai

disturbat urbis et terrae motus obortus.

Multaque praeterea ceciderunt moenia magnis

motibus in terris et multae per mare pessum

590 subsedere suis pariter cum civibus urbes.

Quod nisi prorumpit, tamen impetus ipse animai

et fera vis venti per crebra foramina terrae

dispertitur ut horror et incutit inde tremorem;

frigus uti nostros penitus cum venit in artus,

595 concutit invitos cogens tremere atque movere.

Ancipiti trepidant igitur terrore per urbis,

tecta superne timent, metuunt inferne cavernas

terrai ne dissoluat natura repente,

neu distracta suum late dispandat hiatum

600 atque suis confusa velit compIere ruinis.

Proinde licet quamvis caelum terramque reantur

incorrupta fore aeternae mandata saluti;

Ora apprendi qual è la causa dell’origine dei terremoti. Prima di tutto considera che la terra, sia nelle sue profondità sia in superficie, è piena di cavità percorse da venti e racchiude al suo interno molti laghi, paludi, rocce e sassi disgregati; devi inoltre pensare che numerosi fiumi coperti dalla terra scorrono con grande impeto e trascinano i massi sommersi. Infatti la natura della terra è inevitabilmente dovunque uguale a se stessa. Dunque, considerata la natura del sottosuolo, la terra trema in superficie quando è scossa da grosse frane, quando il tempo abbatte sottoterra immense caverne; allora cadono montagne intere e improvvisamente con grandi scosse i tremori della terra si propagano in lontananza. Ed è inevitabile che sia così poiché anche i carri, pur con un leggero carico, fanno tremare le case lungo il cammino e il carico sobbalza ogni volta che le asperità del terreno scuotono da entrambe le parti i cerchi ferrati delle ruote. Il terremoto si verifica anche quando, a causa dell’erosione, una valanga di terra precipita nei grandi e profondi laghi sotterranei, cosicché anche la terra è scossa dalla massa d’acqua e vacilla; allo stesso modo talvolta un vaso non può stare fermo se il liquido al suo interno non smette di agitarsi da una parte all’altra. Inoltre, quando il vento che è raccolto nelle cavità della terra si abbatte su una sola parte e fa forza poggiandosi sulle grotte profonde, la terra a sua volta si inclina laddove la forza del vento fa pressione. Allora gli edifici che sono stati costruiti sulla terra e ancor più quelli che maggiormente si innalzano verso il cielo, si inclinano e minacciano di cadere trascinati verso la direzione del vento e le travi, a loro volta trascinate, pendono pronte a crollare. E nonostante questo gli uomini stentano a credere che la natura del mondo sia destinata alla morte e alla rovina, pur vedendo tali massi di terra pronti a crollare! Se i venti non riprendessero fiato, nessuna forza potrebbe frenare gli edifici in procinto di cadere né allontanarli dalla rovina. Ma poiché i venti talvolta riprendono fiato e aumentano la loro violenza e, quando si sono per così dire riuniti, tornano alla carica e poi vengono respinti e si ritirano, per questo motivo la terra minaccia di rovinare più spesso di quanto non accada realmente; infatti la terra si inclina e poi si raddrizza indietro e ritorna nella sua posizione, dopo aver perso l’equilibrio iniziale. Per questo motivo tutte le case vacillano sulla sommità più che nel mezzo e nel mezzo più che alla base, dove lo spostamento è minimo. C’è anche un’altra causa alla base di questo tremore: quando un vento improvviso costituito da un’enorme massa d’aria, venuto o dall’esterno o dall’interno della terra stessa, si scaglia nelle cavità del suolo e lì freme tra le immense caverne e si sposta girando su se stesso, allora la sua forza scatenata e impetuosa precipita all’esterno e, spaccando profondamente la terra, provoca un’immensa voragine. Questo accadde in Siria, a Sidone, e a Egio nel Peloponneso, città che un simile sfogo dell’aria e il conseguente terremoto distrussero. Molte altre città caddero a causa dei violenti movimenti della terra e molte di esse furono inghiottite in fondo al mare insieme ai loro abitanti. Infatti, se non riescono a fuoriuscire, l’impeto dell’aria e la furiosa forza del vento si diffondono attraverso i pori della terra e, come avviene quando si prova terrore per qualcosa, provocano un tremore; allo stesso modo, quando il freddo penetra profondamente nelle nostre membra, le fa scuotere, tremare e muovere loro malgrado. Allora gli abitanti sono colti da un doppio timore poiché allo stesso tempo sono terrorizzati dalla caduta dei tetti sopra le loro teste e dalla possibilità che la terra faccia precipitare le caverne sotterranee e che, squarciata, apra ampie voragini e, sconvolta, voglia seppellirli con le loro rovine. Anche se gli uomini comprendono che il cielo e la terra sono incorruttibili e destinati a un’eterna sopravvivenza, tuttavia talvolta la grandezza del pericolo imminente infonde da qualche parte il timore che la terra, improvvisamente sottratta ai nostri piedi, sprofondi nel baratro seguita da tutte le cose che si trovano in superficie, provocando il crollo disordinato del mondo.

SENECA, NATURALES QUAESTIONES: la classificazione dei terremoti e le loro cause Nel sesto libro delle Naturales quaestiones Seneca si occupa dei terremoti dimostrando di voler studiare in modo scientifico cause, tipologie e manifestazioni di tale fenomeno. L’autore parte dal terremoto che ha colpito la Campania nel 62, per invitare il destinatario dell’opera, Lucilio, e tutti i suoi lettori, a non cadere nella superstizione che attribuisce agli dei l’origine di tale evento, ma a conoscerne le cause naturali, ricordando che la morte è per l’uomo inevitabile, come lo è per tutto l’universo. La natura fa capo al logos, concezione epicurea. Nell’indagare le cause dei terremoti, Seneca non trascura di citare le fonti antiche e le ipotesi formulate dai filosofi greci in riferimento ai quattro elementi naturali come causa delle scosse telluriche: l’acqua, sulla quale la terra galleggerebbe, individuata all’origine dei terremoti da Talete; il fuoco sotterraneo che, non trovando fenditure nel suolo, si apre la strada a forza provocando vapore che fa scuotere la terra, come sostenuto da Anassagora; la terra stessa per crolli sotterranei o per ondate d’acqua, se la terra sotto di noi è crollata in un lago, secondo l’ipotesi di Anassimene; infine l’aria contenuta sottoterra che esercita pressione sulle pareti rocciose, come sostengono Aristotele, Teofrasto e Stratone. È proprio l’aria, secondo Seneca, la causa principale dei terremoti. Seneca fa un’analisi scientifica dei terremoti dividendoli in base alle onde che li causano.

[21, 2] Come sostiene Posidonio, sono due i tipi di terremoto. Ciascuno ha un nome specifico: uno è il terremoto sussultorio, che si verifica quando la terra è scossa e si muove dal basso verso l’alto e viceversa, l’altro è quello ondulatorio, a causa del quale la terra ondeggia da un lato all’altro così come accade a un’imbarcazione. Tuttavia io penso che ci sia anche un terzo tipo di terremoto che può essere indicato con un nome specifico; infatti non senza ragione gli antichi parlarono di tremore della terra, ben diverso dai due terremoti precedentemente indicati, poiché gli oggetti non sono sottoposti né a una scossa verticale né laterale, ma vibrano; questo fenomeno è tra quelli di questo genere il meno dannoso. Del resto il terremoto ondulatorio è di gran lunga più pericoloso di quello sussultorio; infatti se non arriva velocemente dall’altra parte un moto che rimetta diritti gli oggetti che stanno per cadere, è inevitabile che ne segua il crollo. [22, 1] Poiché questi movimenti sono diversi, hanno all’origine cause diverse. Prima di tutto parliamo del movimento sussultorio. Se enormi pesi sono trascinati da una colonna di carri e le ruote, a causa del grande sforzo, incappano in asperità del terreno, sentirai il terreno essere scosso. [22, 2] Asclepiodoto così sostiene: quando un masso, staccatosi dalla parete di una montagna, cade, gli edifici che si trovano vicino crollano a causa del tremore. La stessa cosa può verificarsi sottoterra: ovvero che qualcuna delle rocce sospese si stacchi e cada rumorosamente con tutto il suo peso sulla caverna sottostante, con tanta maggiore violenza quanto più è il suo peso e l’altezza da cui cade; e così è scossa la volta della caverna sottostante. [22, 3] Non si può credere che i massi si stacchino solamente per il loro peso, ma, poiché sulla superficie della terra scorrono fiumi, l’acqua che passa incessante assottiglia le giunture della pietra e ogni giorno porta via qualcosa a quelle parti su cui scorre e erode quella colla, per così dire, dalla quale è tenuta insieme. Quindi una lunga e continua erosione indebolisce le rocce che ogni giorno logora a tal punto che esse non riescono più a sostenere il peso: [22, 4] allora massi di peso enorme cadono; allora quella caverna, cadendo giù, non permette che rimangano ferme e stabili le cose che ha colpito sotto di sé, “accade con un grande rumore, e tutte le cose sembrano crollare all’improvviso”, come dice il nostro Virgilio (1). [23, 1] Questa sarà la causa del terremoto sussultorio che scuote la terra verticalmente. Passiamo ora all’altro tipo di terremoto. La natura della terra è porosa e contiene molto vuoto: attraverso questi pori passa l’aria che, quando si introduce in maggiore quantità e non riesce a uscire, scuote la terra.

LE CAUSE DEI TERREMOTI ONDULATORI: SENECA, NATURALES QUAESTIONES, VI, 18, 1-

[18, 1] Maxima ergo causa est propter quam terra moveatur spiritus natura citus et locum e loca mutans. Hic quamdiu non impellitur et in vacanti spatio latet, iacet innoxius nec circumiectis molestus est; [18, 2] ubi illum extrinsecus superveniens causa sollicitat compellitque et in artum agit, si licet adhuc, cedit tantum et vagatur: ubi erepta discedendi facultas est et undique obsistitur, tunc "magno cum murmure montis circum claustra fremit" (1), quae diu pulsata convellit ac iactat, eo acrior quo cum mora valentiore luctatus est. [18, 3] Deinde cum circa perlustravit omne quo tenebatur, nec potuit evadere, inde, quo maxime impactus est, resilit et aut per occulta dividitur ipso terrae motu raritate facta, aut per novum vulnus emicuit: ita eius non potest vis tanta cohiberi nec ventum tenet ulla compages. Solvit enim quodcumque vinculum et onus omne fert secum infususque per minima laxamentum sibi parat et indomita naturae potentia liberat se, utique cum concitatus sibi ius suum vindicat. [18, 4] Spiritus vero invicta res est: nihil erit quod luctantes ventos tempestatesque sonoras imperio premat ac vinclis et carcere frenet.(2) [18, 5] Sine dubio poëtae hunc voluerunt videri carcerem in quo sub terra clausi laterent; sed hoc non intellexerunt, nec id quod clausum est esse adhuc ventum nec id quod ventus est posse iam claudi. Nam quod in clauso est quiescit et aëris statio est; omnis in fuga ventus est. [18, 6] Etiamnunc et illud accedit his argumentis per quod appareat motum effici spiritu, quod corpora quoque nostra non aliter tremunt quam si spiritum aliqua causa perturbat, cum timore contractus est, cum senectute languescit et venis torpentibus marcet, cum frigore inhibetur aut sub accessionem cursu suo deicitur.

Note: (1) Virgilio, Aeneis I, 55-56; (2) Virgilio, Aeneis I, 53-

LE SCOSSE DI ASSESTAMENTO: TERREMOTO DI TREMORE?

SENECA, NATURALES QUAESTIONES, VI, 31, 1-

[31,1] Quare tamen per plures dies motus fuit? Non desiit enim assidue

tremere Campania, clementius quidem sed cum ingenti damno, quia

quassa quatiebat, quibus ad cadendum male stantibus non erat impelli

sed agitari: nondum videlicet spiritus omnis exierat, sed adhuc, emissa sui

parte maiore, oberrabat. Inter argumenta quibus probatur spiritu ista

fieri, non est quod dubites et hoc ponere: [31,2] cum maximus editus

tremor est, quo in urbes terrasque saevitum est, non potest par illi

subsequi alius, sed post maximum lenes motus sunt, quia iam vehement

vis exitum ventis luctantibus fecit; reliquiae deinde residui spiritus non

idem possunt, nec illis pugna opus est, cum iam viam invenerint

sequanturque ea qua prima vis ac maxima evasit. [31,3] Hoc quoque

dignum memoria iudico ab eruditissimo et gravissimo viro cognitum

(forte enim, cum hoc evenit, lavabatur): vidisse se affirmat in balneo

tessellas quibus solum erat stratum alteram ab altera separari iterumque

committi et aquam modo recipi in commissuras pavimento recedente,

modo compresso bullire et elidi. Eundem audivi narrantem vidisse se

macerias mollius crebriusque tremere quam natura duri sinit.

[1] Perché questo terremoto durò per parecchi giorni? La Campania, infatti, non smise di tremare ripetutamente, anche se con scosse più deboli, ma comunque dannose, perché scuotevano edifici già scossi, ai quali, essendo instabili, non serviva per cadere essere spinti, ma semplicemente essere mossi: certamente l’aria non era ancora uscita completamente, ma si aggirava nelle profondità della terra, anche se la maggior parte di essa era già fuoriuscita. Fra le prove a dimostrazione del fatto che questi fenomeni sono causati dall’aria non ci sono dubbi a porre anche questa: [2] quando si è verificata una scossa fortissima, che si è scatenata contro città e regioni, non può seguirne un’altra di pari potenza, ma dopo quella più violenta si verificano scosse leggere, perché quella più forte ha già creato una via d’uscita ai venti in lotta; perciò l’aria rimasta non possiede la stessa potenza e non deve combattere, avendo già trovato una via d’uscita che percorre passando per le fessure attraverso le quali è uscita la prima e più potente massa d’aria. [3] Ritengo degno di memoria anche questo fatto di cui sono venuto a conoscenza grazie a un uomo assai colto e serio che per caso si stava lavando, quando accadde questo fatto: egli afferma di aver visto che nel suo bagno le tessere del mosaico, di cui era rivestito il pavimento, si separavano l’una dall’altra e poi si univano nuovamente, mentre l’acqua ora si raccoglieva nelle fessure al ritirarsi del pavimento, ora usciva e gorgogliava, quando si ricomponeva. Egli disse anche di aver visto muri tremare più dolcemente e più frequentemente di quanto non lo consenta la loro naturale durezza.